A.C. – L’”interventismo di sinistra” a fianco della borghesia araba

Nel precedente numero di « Lotta Comunista » abbiamo individuato nei gruppi maoisti, castristi e trotskisti una componente dell’« interventismo », accanto a quella socialdemocratica filo-israeliana, nella guerra del Medio Oriente.
E’ utile analizzare questo « interventismo di sinistra » perché in esso sono contenuti tutti quegli elementi di mistificazione e di avventurismo piccolo-borghese che sono sempre stati presenti nella storia del movimento operaio, di quello italiano in particolare.
Nella critica al riformismo e alla socialdemocrazia, il marxismo rivoluzionario ha spesso trovato il terreno ingombro da correnti che alla formale polemica antiriformista erano mosse da istanze sociali non proletarie. Attrettanto spesso la dinamica delle lotte di classe in campo internazionale si è però, incaricata di sgombrare il campo e di rigettare quelle correnti nel loro alveo naturale. Alla prova ferrea dell’internazionalismo, cioè quando gli interessi di classe messi in gioco dalla guerra sono giganteschi e quando le scelte non permettono più la demagogia parolaia, le correnti pseudo-sinistre sono inevitabilmente bocciate e rivelano la loro intima natura «interventista».
« Rivoluzionarie » a parole, diventano «borghesi» nei fatti, cioè scelgono la guerra invece della rivoluzione.
E’ una prova, quella dell’internazionalismo, infallibile, ieri come oggi.
Ma poiché non vogliamo che la nostra possa sembrare una affermazione non dimostrata, passiamo subito la parola ai gruppi « interventisti ».
« La lotta dei giovani rivoluzionari italiani è la stessa lotta dei popoli arabi », confessa « Nuova Unità» del 17 giugno 1967.
Il numero del 24 giugno 1967 si spinge ancora più avanti e afferma, per chi non avesse ancora compreso cosa si intende per « popoli arabi»:
« L’unità tra i popoli arabi che si era creata nel momento in cui Israele minacciava l’aggressione, si è fatta ancora più stretta… E’ una tempesta rivoluzionaria contro l’aggressione che scuote tutto il Medio Oriente e travolge nemici e falsi amici».
E per non essere frainteso l’organo filo cinese proclama:
« La lotta che i popoli arabi conducono contro gli imperialisti anglo-americani è una lotta dl classe».
« Nuova Unità » ha applicato nel modo più conseguente la teoria maoista del « popolo oppresso » concepito come « classe oppressa ». L’ha applicata in un caso concreto e contingente, come quello della guerra del Medio Orierlte ed il risultato non poteva essere più chiaro. La lotta di Stati borghesi come quelli arabi contro un altro Stato borghese come quello israeliano e contro due stati imperialisti come quelli inglese e americano, è diventata una lotta di classe, una lotta di classe che ha finito col diventare identica a quella dei «giovani rivoluzionari italiani »! Di colpo, « Nuova
unita » ha trasformato i « popoli » dei vari paesi arabi in un indistinto e generico gruppo sociale, ha sciolto le varie classi antagonistiche che li compongono, ha annullato la natura delle classi dominanti che esercitano il potere politico negli Stati arabi e si è identificata con la loro lotta.
Davvero non bisognava attendere il 1967 per sentire tali « novità »! Le avevano gia dette i vari « interventisti » alla Labriola e alla Mussolini quando identificavano la loro causa di « giovani rivoluzionari italiani » alla guerra « proletaria » del « popolo d’Italia » contro l’imperialismo di turno, quello « prussiano »! L’altro gruppo maoista, quello di « Rivoluzione Proletaria», non si è lasciato distanziare sul traguardo « interventista », anche se ha cercato di giungervi con un’argomentazione più elaborata, così come si trova esposta nel numero 6 del giugno 1967. Per «Rivoluzione Proletaria», il tumultuoso sviluppo economico dello Stato d’Israele « sotto il controllo e il dominio del capitale finanziario americano » scosso da gravi contraddizioni interne e da crisi tenta di trovare uno sbocco con una politica di espansione verso i paesi arabi. L’economia israeliana, sarà avviata verso il potenziamento e il crescente svituppo dell’industria bellica. Israele è quindi un paese capitatistico con un elevato grado di sviluppo « che, per le sue esigenze di espansione imperialistica, ha bisogno di territori di conquista che amplino i suoi mercati e gli assicurino un ulteriore afflusso di mano d’opera a basso costo ». Lo stesso Stato d’Israle, secondo questa tesi, sta emergendo come « nuova realtà imperialistica ».
Contro questa « nuova realtà imperialistica », contro lo Stato israeliano imperialista il « movimento antimperialista dei popoli arabi » non deve— secondo « Rivoluzione Proletaria »
ripetere l’errore di concepire la « guerra antimperiatista » con criteri convenzionali ma deve acquisire la « concezione tattica e strategica della guerra popolare » ed aprire « un nuovo Viet-Nam nella zona nevralgica del Medio Oriente », « nel cuore del nuovo Stato israeliano»; cioè una guerriglia, che « potrà aprire ed acutizzare le contraddizioni più laceranti nel contesto stesso della società israeliana» sino alla liquidazione dello Stato israeliano « come Stato ebraico ». La tesi si conclude con l’affermazionc che:
«Lo sviluppo della guerra popolare rivoluzionaria farà giustizia degli equivoci della politica revisionista di alleanza con le cosidette borghesie nazionali la cui sola funzione in ultima istanza è quella di perpetuare il dominio imperialista nel Medio Oriente attraverso la cooperazione sovietico-americana ».
Abbiarno citato estesamente queste posizioni perchè non ci si possa rimproverare di averne taciuto qualche aspetto quando diciamo che difficilmente si poteva escogitare qualcosa di meno contradditorio per giustificare un « interventismo » al cento per cento.
Cerchiamo di dipanare una tale accozzaglia di contraddizioni, di errori di analisi e di definizione, di affermazioni inventate e non provate, di parole senza senso. Lo Stato d’Israele è uno Stato capitalistico come capitalistico è lo sviluppo della sua economia, soggetta ad espansioni e crisi, premuta, come tutte le economie capitalistiche, da esigenze di sbocchi di mercato interno ed esterno. D’accordo. Ma le stesse caratteristiche possono essere riscontrate nell’economia egiziana, ad esempio. « Rivoluzione Proletaria» si guarda bene dal parlarne.
Parla, è vero, di « borghesie nazionai » ma non dice niente sulla natura sociale dell’economia che queste classi esprime. L’economia egiziana, ad esempio, che esprime la « borghesia nazionale » egiziana è capitatistica o non lo è? E se non lo è che tipo di economia è?
« Rivoluzione Proletaria » attua il vecchio trucco del silenzio su questo punto fondamentale, senza la cui soluzione non è possibile tracciare neppure un giudizio marxista su un fenomeno cosi complesso come una guerra prima ancora di assumere una posizione militante.
La verità è che R.P., parlando di « paesi arabi » e di « movimento antimperialista dei popoli arabi », cerca di nascondere che nei paesi arabi, come in Israele, vi sono classi sociali ben definibili quali borghesia (alta, media e piccola), proletariato e strati di contadini poveri semiproletari.
L’Egitto, ad esempio, è un « paese arabo » dove vi è un « popolo » che, marxisticamente, è una « popolazione » comprendente classi borghesi e piccolo-borghesi, classe operaia e strati contadini semiproletari. Quali classi detengono i mezzi di produzione, e quindi il potere politico, in Egitto? Nessun maoista, castrista o trotskista risponde chiaramente a questa domanda. Non può, pena vedere saltare in aria tutto il suo castello di menzogne. A mezza bocca e tra mille contorcimenti, arriva a dire: «una borghesia nazionalista », « antimperiatista ».
In termini marxistici e leninistici, ciò non vuol dire altro che « un giovane capitalismo » che lotta contro capitalismi più maturi, cioè imperialistici.
Lo sviluppo economico israeliano è « sotto il controllo e il dominio del capitale finanziario americano ». Se ciò è vero o Israele è una « semicolonia » o è un « giovane capitalismo » con fortissimo investimento straniero. In nessun caso potrebbe essere definito un « giovane imperialismo ». Per tutti i paesi che sono « dominati » dal « capitale finanziario americano » i maoisti, e « Rivoluzione Proletaria », indicano « I’indipendenza nazionate » contro l’imperiatismo americano. Arrivano persino ad indicare per l’Italia un tale obiettivo, ostinandosi a giudicare la borghesia itatiana « serva dell’imperialismo USA », tacendo naturatmente sull’esportazione imperialistica di capitali italiani in tutto il mondo come noi da tempo documentiamo indicando nell’Italia una « realtà imperialistica », anche se non proprio « nuova ». Non si capisce, allora, perchè « Rivluzione proletaria » non applichi la stessa linea al Medio Oriente, e ad Israele particolarmente. O meglio, si capisce quale sia la serietà politica dei maoisti nell’applicazione della loro « linea generale ».
Da buoni opportunisti, oggi dicono una cosa domani l’altra.
L’Italia è « dominata » dal capitale USA, come lo è Israele secondo le loro affermazioni. L’Italia è un paese che deve lottare per la sua « indipendenza nazionale » contro I’imperialismo americano, Israele è invece un paese imperialistico esso stesso! Per i maoisti, evidentemente, conta poco che l’Italia rientri tra le prime dieci potenze economiche del mondo e che Israele non sia neppure tra le prime trenta, così come conta pochissimo il criterio marxista-leninista di definizione dell’imperialismo. Illuminati dal faro della « rivoluzione culturale » i maoisti di « Rivoluzione Proletaria » pretendono di definire l’imperialismo quando non conoscono neppure le leggi più elementari del funzionamento di una economia capitalistica. Memori del motto maoista sulla priorità della «politica» non si curano neppure di tentare una sia pur minima analisi economica. Scambiano, addirittura la politica espansionistica, e quindi aggressiva, del capitalismo israeliano con i caratteri oggettivi dell’inperialismo, scanbiano la politica nazionalistica dello Stato Israeliano con la maturità imperialista della sua economia.
E giungono al ridicolo di indicare nella industria bellica israeliana il segno di tale maturità, quando tutto il mondo sa che l’industria bellica israeliana esporta armi leggere e che lo Stato israeliano importa armi pesanti (aerei, carri armati ecc.) per equipaggiare il suo esercito. Nella guerra del Medio Oriente hanno sparato, su tutti i fronti, armi importate dagli Stati Uniti dalla Francia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dall’URSS, dalla Cecoslovacchia.
Se bastasse la tendenza espansiva, e quindi aggressiva, di uno Stato per qualificarlo imperialista, tutti gli Stati del mondo sarebbero imperialistici e se bastasse la tendenza di aggressione militare di uno Stato per definirlo imperialista, ben pochi Stati del mondo sfuggirebbero a tale definizione.
Ogni economia capitalistica è espansionista per sua intima natura e per sua necessità ed ogni Stato non fa che rifletterne le tendenze oggettive. Ciò spiega perchè tra gli Stati del cosidetto «campo socialista» siano ben presenti, come dovrebbero ben sapere i redattori di R.P., una serie di tendenze espansionistiche e maturino una serie di focolai di tensioni e di conflitti. Noi marxisti ci guardiamo bene, in presenza di tati fenomeni, dal definire quegli Stati « imperialistici », così come non definiamo « imperialistica », ma semplicemente « capitalistica» la Cina.
Di tati Stati solo l’URSS deve essere definita « imperialistica » dato che ha ormai raggiunto una maturità economica che la costringe ad esportare capitali e a lottare per la ripartizione del mercato mondiale.
Gli stessi Stati del « Terzo Mondo », così caro ai redattori di R.P., al raggiungimento della loro indipendenza, all’atto stesso della loro costituzione hanno subito sprigionato una serie di tendenze che a volte sono giunte a scontri armati. Basti l’esempio della guerra indo-pakistana.

Il quadro generale in cui si manifestano questi conflitti è quello della fase imperialistica che vede le maggiori potenze lottare per la ripartizione del mercato mondiale. Ciò significa che le cause economiche e le forme giuridiche (confini, ecc.) dei conflitti dei «giovani capitalismi» sono storicamente originate dall’imperialismo. Il Medio Oriente non rappresenta di certo un’eccezzione.

Ma, in definitiva, è l’imperialismo, in quanto diffusione dei rapporti di produzione capitalistici in economie precapitalistiche come ben videro Marx e Lenin, la causa prima del formarsi dei «giovani capitalismi».

In questa dialettica cause « esterne » e cause « interne » si intrecciano e creano situazioni complesse e particolari, per cui si può dire contemporaneamente che un conflìtto militare, tra due o più stati capitalistici ma non ancora imperialistici, è una tipica guerra borghese ed un prodotto delI’inperialismo. Guerra borghese perché scontro di interesst tra due o più « borghesie nazionali » antagonistiche prodotto dell’imperialismo perché le varie potenze imperialistiche, più o meno alleate a questa o a quella « borghcsia nazionale », sono direttamente interessate a tali conflitti la cui dinamica rientra nella loro strategia di lotta per la ripartizione economica del mercato mondiale.

Non c’è guerra, da quando il mondo è entrato nella fase imperialistica, che non veda la presenza delle varie potenze imperialistiche. Ma perché il marxismo non definisce tutte queste guerre, guerre « imperialistiche »? Perché, pur registrando la inevitabile presenza delle varie potenze imperialistiche, queste guerre sono caratterizzatte dallo scontro tra Stati borghesi non ancora imperialistici.

Le guerre balcaniche che precedettero la prima guerra mondiale imperialista, furono tipiche guerre borghesi, in cui i problemi delle varie nazionalità venivano ad esprimere le esigenze di sviluppo nazionale dei vari capitalismi e come tali giudicate da Lenin. La posizione proletaria doveva per Lenin, essere internazionalistica e non solo contro le potenze imperialistiche ma pure contro le borghesie nazionali.

Il maoismo non ha ancora spiegato perché ciò non valga per il conflitto indo-pakistano o arabo-israeliano. Ma quello che non spiega l’ideologia maoista lo spiegano gli interessi dello Stato cinese. Cercare di confondere le carte e parlare di « movimenti antimperialisti dei popoli arabi. » è solo un gioco di parole, Oggettivamente ogni « giovane capitalismo», per il fatto stesso che tende a diventare « grande » è « antimperialista » nel senso che, alla lunga, tende ad indebolire le attuali potenze imperialistiche. Ma non per questo il proletariato deve appoggiarlo. Solo il proletariato è fondamentalmente antimperialista perché è fondamentalmente anticapitalista.

Ciò che vale per la fase di lotta per l’indipendenza dalla dominazione coloniale o semicoloniale, vale tanto più ad indipendenza raggiunta. Ma nella stessa fase di lotta per l’indipendenza, la condizione prima di un’effettiva incidenza antimperialista risiede nella direzione proletaria, con un chiaro programma marxista e con un’autonomia organizzativa di classe, della stessa rivoluzione borghese. Solo una decisiva lotta per la conquista di una direzione proletaria permette, infine, di stabilire un’egemonia rivoluzionaria sulle masse dei contadini poveri, destinati dallo sviluppo capitalistico ad essere in gran parte proletarizzati. Un momento importantissimo di questa lotta è la demolizione della ideologia borghese e della sua influenza sulle masse operaie e sulle masse contadine, ideologia che si manifesta con il concetto di « popolo » e con la negazione degli antagonismi di classe nel seno stesso della societa coloniale o semicoloniale. Nelle sue punte estreme questa ideologia giunge persino a negare le classi e ad utilizzare, in questo senso, il concetto di « popolo oppresso ».

La lotta per affermare una direzione proletaria passa, quindi, obbligatoriamente dall’attacco alla ideologia borghese e alla concezione di « popolo ».

Anche sotto questo aspetto le correnti maoiste, castriste e trotskiste si rivelano come appendici delle ideologie borghesi dei « giovani capitalismi ». Teorizzano una lotta « antimperialista » che non è nient’altro che la lotta dei «giovani capitalismi». Introdurre, per il Medio Oriente, la « guerra rivoluzionaria » e la « guerriglia » non sposta di un centimetro la natura sociale del conflitto in corso. La « guerra rivoluzionaria » è proletaria quando è diretta da una dittatura del proletariato, cioè da un potere di classe che può utilizzare varie forme di lotta armata, da quelle convenzionali a quelle guerrigliere. Ma è la natura di classe del potere rivoluzionario che qualifica le forme di lotta armata e non viceversa. Nella seconda guerra mondiale imperialistica vi sono stati movimenti di guerriglia composti certamente da proletari, la cui direzione però è stata quella dell’antifascismo borghese. Né, d’altra parte, la presenza e l’estensione dei movimenti di guerriglia ha cambiato la natura della guerra imperialista poiché solo la trasformazione di questi movimenti da antifascisti a rivoluzionari da direzione borghese a direzione proletaria, poteva trasformare non la natura ma il corso della guerra imperialista in una guerra civile, in una rivoluzione socialista. Non si vede, quindi, perché la bacchetta magica castro-maoista della « guerriglia » dovrebbe trasformare la natura della guerra del Medio Oriente che rimane conflitto borghese anche col mutamento delle forme militari in cui è combattuto. E tanto più lo rimarrebbe nei piani castro-maoisti che si limitano alla « lotta antimperialista dei popoli arabi » e non pongono una direzione proletaria.

Certamente, anche la guerra del Medio Oriente potrebbe trasformarsi in guerra civile, in autentica lotta anti-imperialista, in rivoluzione socialista, ma solo come risultato della iniziativa di un partito comunista internazionalista che ponesse l’obiettivo della distruzione degli stati borghesi arabi ed istraeliano, della eliminazione delle borghesie mediorientali, della unificazione tra classe operaia araba e israeliana e della costituzione di uno stato socialista mediorientale. In una trasformazione rivoluzionaria di questa natura, diretta ed egemonizzata dal proletariato, le forme militari di attuazione sarebbero secondarie in confronto alla strategia.

L’obiezione che viene mossa a questa nostra concezione leninista è che i rapporti di classe non sono favorevoli al proletariato nel Medio Oriente. Rispondiamo che ciò è vero relativamente: il proletariato in Egitto ed in Israele, ad esempio, comprende una quota notevole di popolazione attiva ed, inoltre, vi sono larghe masse di contadini proletarizzati. In secondo luogo, indipendentemente dagli attuali rapporti di forza, una strategia di classe va perseguita in ogni momento, anche quando (come fu per la ristrettissima minoranza bolscevica di fronte alla 2° Internazionale « socialsciovinista ») non ha possibilità di attuazione immediata. Del resto maoisti, castristi e trotskisti non hanno, in Italia, alcuna possibilità di attuazione immediata delle loro piattaforme piccolo-borghesi eppure le propagandano con il risultato ed il fine, seppur limitatissimo di rafforzare i vari Nasser. In terzo luogo, la strategia leninista applicata in Medio Oriente non può né deve essere opera del solo proletariato mediorientale, così come quando fu sviluppata per la Rivoluzione d’Ottobre non poteva né doveva essere basata sul solo proletariato russo . La trasformazione della guerra borghese del Medio Oriente in rivoluzione socialista potrebbe e dovrebbe essere poggiata sulla lotta rivoluzionaria del proletariato europeo, e di quello italiano in particolare, che opera in una società dove i rapporti di forza, per l’intensa proletarizzazione, potrebbero essergli favorevoli. Quello che è certo è che la propaganda delle posizioni maoiste, castriste e trotskiste non contribuisce minimamente a far maturare nel proletariato una coscienza leninista che possa spostare in modo positivo le condizioni per sviluppare la rivoluzione socialista in Medio Oriente; anzi, con il suo « interventismo », rappresenta un ulteriore elemento di confusione e di rafforzamento della socialdemocratizzazione in seno al movimento operaio.

La lotta al riformismo deve essere condotta con la chiarezza marxista. Non si può pretendere di combattere la socialdemocrazia quando se ne rispecchiano certi caratteri fondamentali, primo tra i quali la mancanza di principi teorici. Che cosa è se non opportunismo il vizio congenito di strumentalizzare determinate formule teoriche per giustificare determinate posizioni pratiche, che l’altro ieri potevano essere l’esaltazione della « rivoluzione jugoslava » contro Mosca, ieri il panegirico di Ben Bella contro Boumedienne, oggi l’appoggio allo stesso Boumedienne?

« Bandiera Rossa », organo dei trotskisti italiani, pur di giustificare il suo « interventismo » sostanziale arriva a scrivere che il conflitto del Medio Oriente ha visto, da un lato, uno Stato capitalista, quello d’Israele, « integrato nel sistema imperialistico su scala regionale e mondiale » dall’altro, « un insieme di paesi dalla struttura coloniale e semicoloniale »!

Per « Bandiera Rossa », I’Algeria o l’Egitto sarebbero addirittura « coloniali » o « semicoloniali »!

Per far quadrare il conto dei suoi giri di valzer, « Bandiera Rossa » è persino disposta a fermare il giro delle lancette nel quadrante della storia, della formazione delle nazioni, dello sviluppo del capitalismo nel mondo. Piuttosto che riconoscere la natura borghese degli Stati arabi e lo sviluppo della loro economia, li ricaccia indietro nel tempo. Con tutta probabilità le borghesie arabe, i Boumedienne, i Nasser, non accetterebbero la « degradazione » sociale decretata dalla fantasia di « Bandiera Rossa ». Tanto più che chi li vuole retrocedere a « coloniali », la « rivoluzione permanente » ha finito con il teorizzarla alla rovescia e, in avanti, di permanente porta solo l’opportunismo.

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