A.C. – L’accordo FIAT – URSS è un episodio della integrazione del capitalismo europeo

L’accordo concluso dalla Fiat con l’URSS è stato commentato dalla stampa italiana ed internazionale in termini che ne rivelano il suo contenuto di classe borghese.

« La Stampa », organo della FIAT, lo ha esaltato come una vittoria della « coesistenza pacifica » e come l’inizio di una nuova fase di espansione economica. Secondo la logica del profitto capitalistico della FIAT, il ragionamento fila. Ma noi dobbiamo metterci dal punto di vista della logica della classe operaia e vedere cosa realmente rappresenta questo accordo.

Esamineremo quindi i termini dell’accordo e quale ruolo gioca nelle tendenze di sviluppo del capitalismo italiano. In secondo luogo, vedremo come lo stesso commento della stampa del PCI dimostri ormai chiaramente la natura controrivoluzionaria della politica di questo partito che spudoratamente si proclama comunista mentre ormai non è che un puntello del sistema economico imperialistico mondiale.

In un nostro commento del 220 Congresso del PCUS avevamo definito il processo di distacco del PCI dalla URSS come il risultato dei nuovi rapporti economici che si erano andati stabilendo tra i singoli capitalismi europei ed i capitalismi « statali-privati » dell’Europa Orientale e dell’URSS, rapporti che sul piano politico ed ideologico venivano definiti « coesistenza pacifica ». Nella nostra analisi marxista erano stati i mutamenti dei rapporti economici tra le due aree a determinare i mutamenti dei rapporti politici e non viceversa. Alla base di questo fenomeno stava un processo di integrazione tra il mercato dell’Europa occidentale ed il mercato dell’Europa orientale un processo oggettivo determinato dai comuni rapporti di produzione di tipo capitalistico. Diciamo un processo oggettivo cioè inarrestabile, perché è stato un processo determinato dallo sviluppo del mercato imperialistico mondiale e aperto, per quanto riguarda l’Europa orientale e l’URSS, dalla seconda guerra mondiale, tappa che segna la definitiva fine della relativamente autarchica fase di industrializzazione sovietica del periodo staliniano.

Il risultato della seconda guerra mondiale imperialistica è stato, quindi, lo sviluppo del mercato dell’Europa orientale, del mercato russo, ucraino, caucasico cioè di quel mercato che l’imperialismo tedesco cercò di conquistare con la forza e che la prova delle armi ha invece consegnato ai suoi rivali europei ed americani. Riorganizzati i gruppi capitalistici europei sulla base di una maggiore integrazione sia reciproca che con il capitalismo americano, veniva ad aprirsi definitivamente, e sulla base non più di rapporti di forze militari ma di mediazioni di interessi, la conquista del mercato europeo orientale.

In questa fase, la teoria staliniana del « socialismo in un solo paese », prima, del « mercato socialista sovietico » poi e del « mercato del campo socialista » infine, veniva a crollare miseramente. Nel momento in cui Stalin la formulava nel suo ultimo scritto del 1952 era già stata sotterrata dalla realtà. Lo sviluppo storico aveva dimostrato quanto esatta fosse la previsione di Trotski quando diceva, per demolire la teoria del « socialismo in un solo paese », che lo sviluppo della economia sovietica avrebbe inevitabilmente integrato questa economia nel mercato mondiale.

Così come le teorie staliniane non erano altro che l’espressione del movimento reale dell’economia il loro fallimento non fu che il riflesso dello stesso sviluppo economico. I teorici della « coesistenza pacifica » tentarono di riparare con una nuova e grossolana falsificazione. Dissero che alla base della « coesistenza pacifica » vi era la « competizione pacifica » sul mercato mondiale di due sistemi sociali, quello capitalista e quello cosiddetto « socialista ». Dimostrammo, analizzando le reali tendenze di sviluppo economico che questa teoria non era che una volgare mascheratura propagandistica di un fenomeno di integrazione non di due sistemi sociali diversi ma di due mercati che avevano gli stessi caratteri capitalistici. Oggi che questo fenomeno appare clamorosamente con gli accordi tipo FIAT i teorici della « coesistenza pacifica » si sono dimenticati la « competizione », non ne parlano più.

E qui viene a collocarsi la caratterizzazione del PCI come propagandista presso la classe operaia di tale processo di integrazione dei due mercati. La propaganda del PCI accompagna, passo su passo, questo processo cambiando di volta in volta le teorie, usando di volta in volta nuovi argomenti, se così possiamo chiamarli. Lo sviluppo della realtà è venuto a confermare la caratterizzazione che avevamo dato del PCI quando l’integrazione non era ancora giunta a tappe così chiare e qualificanti.

Siccome il capitalismo di stato russo andava stabilendo una rete comune di interessi con i gruppi capitalistici europei, il PCI andava progressivamente perdendo il suo carattere di espressione politica del capitalismo di stato russo per assumere i caratteri corrispondenti a questi nuovi interessi emergenti della integrazione del Mercato europeo. Insomma il PCI diventa una formazione politica adeguata ad un nuovo assetto dell’economia europea. Di qui la sua « autonomia » da uno Stato Guida sovietico, ormai superato dalle stesse tendenze di sviluppo del capitalismo russo, di qui la sua « dipendenza » da un sistema capitalistico che ha interessi supernazionali includenti anche g]i interessi del capitalismo russo.

Al PCI non incombe più la « difesa dell’URSS », ma la difesa del capitalismo nelle sue attuali forme di integrazione. Solo nel caso di crisi profonde che sconvolgano le attuali compenetrazioni dei mercati nazionali, il PCI potrà ritornare a difendere un solo mercato nazionale contro gli altri concorrenti. Ma oggi non possiamo sapere quale, se quello sovietico o quello italiano ad esempio.

Quello che oggi possiamo sapere è che, negli accordi automobilistici ad esempio, FIAT e URSS hanno un interesse comune a che investimenti, produzione, mercato delle materie prime, mercato della forza-lavoro, non siano turbati dalla concorrenza di altri paesi, da oscillazioni eccessive dei prezzi, da movimenti dei salari, dalla lotta della classe operaia. L’URSS è interessata ad una stabilizzazione dell’economia capitalistica italiana la FIAT ad una stabilizzazione dell’economia russa. Ogni forte scossone di una delle due economie finirebbe, infatti, con il ripercuotersi nell’altra.

Nell’accordo che impegna la FIAT a costruire un impianto in URSS per la fabbricazione di 600.000 autovetture all’anno e che prevede un investimento di circa 900 miliardi di lire, pari al fatturato annuo della FIAT e a circa un settimo degli investimenti annui del capitalismo italiano, l’azienda torinese deve produrre ben 4.500 macchine utensili per il mercato sovietico. Ogni fatto che ritardasse o impedisse questa produzione (scioperi, mancanza di materie prime, ritardi nei rifornimenti, recessioni, inflazioni, crisi ecc.) finirebbe inevitabilmente con il provocare squilibri nella produzione sovietica, scoordinamenti dei suoi piani produttivi, abbassamenti del ritmo produttivo in molti settori. In termini marxisti potremmo dire che si verificherebbe il caso di una lenta rotazione del capitale investito, con la conseguente caduta del saggio di profitto, abbassamento della produttività del lavoro, aumento dei costi ecc.

La funzione del PCI, per la parte che gli compete, è quella di adoperarsi affinché ciò non si verifichi.

Eugenio Peggio, in un articolo su « Rinascita » del 7 maggio teorizza apertamente la funzione del PCI in questo campo. Finalmente Peggio dice le cose come stanno:

« Man mano che gli scambi tra i paesi capitalistici e quelli socialisti hanno assunto una importanza crescente, si è delineata la possibilità di stabilire tra le imprese degli uni e degli altri forme di collaborazione che tendono ad estendere e ad intensificare la divisione internazionale del lavoro che già di per sé il commercio internazionale promuove… L’evoluzione in questa direzione dei rapporti economici Est-Ovest (…che ha concorso in misura tutt’altro che trascurabile all’espansione economica registrata in questi anni in ogni paese europeo…) .. . corrisponde ad una tendenza del tutto logica, poiché l’intensificazione degli scambi commerciali porta naturalmente ad accordi tra le imprese per la specializzazione della produzione e per la divisione del lavoro… ».

Abbiamo ben poco da commentare. Il discorso di Peggio è chiarissimo ed arriva direttamente allo scopo:

« …l’esistenza del socialismo [sic] nell’Europa orientale e del capitalismo nell’Europa occidentale contrariamente a quanto si riteneva (e si continua a ritenere) da più parti, non ha rappresentato un ostacolo all’avvio di forme di collaborazione tra le imprese delle due aree che fanno intravedere larghe possibilità di sviluppo della divisione internazionale del lavoro e in prospettiva forme di integrazione economica tra le imprese dei due sistemi ».

Apriamo bene gli occhi: l’economista del Partito che continua a proclamarsi comunista solo per continuare ad ingannare gli operai delle « imprese integrate » non si è sbagliato. Ha detto chiaramente che la prospettiva della FIAT, della Montedison della Krupp della General Motors é quella della « integrazione economica » con le aziende sovietiche. In altre parole le aziende « socialiste » si integreranno economicamente con le aziende capitaliste. Ma come può essere « socialista » una azienda che si integra economicamente con una azienda capitalista? Peggio non è tanto analfabeta da non saperlo. Infatti, quando definisce « integrazione economica » la prospettiva dei rapporti tra aziende occidentali ed aziende sovietiche ha già detto tutto quello che doveva dire sulla natura capitalistica di tale « integrazione ». Passa, poi, a descrivere gli aspetti particolari della « integrazione », sulla base di documenti del Centro del Commercio Estero francese e dell’Istituto per la Congiuntura del Ministero del Commercio Estero dell’URSS. Ecco gli aspetti particolari:

1. – « L’elettronica, l’aeronautica, la chimica, i trasporti sono… i settori nei quali si può stabilire una cooperazione tecnica tra centri di studio… dell’Est e dell’Ovest e industrie dello stesso ramo per la messa a punto più rapida di prototipi o procedimenti tecnici che possono essere oggetto di uno sfruttamento industriale in questi paesi o che possono essere ceduti sottoforma di licenza a paesi terzi…

2. – Quanto alle forme che può assumere la cooperazione nel campo della produzione e della commercializzazione dei prodotti… a) accordi di subfornitura, in base ai quali una impresa occidentale (o orientale) incorpora nei suoi prodotti finiti determinati elementi fabbricati da una impresa orientale (o occidentale); b) la vendita di macchine e di attrezzature industriali accompagnata da una assistenza tecnica (brevetti, licenze, missioni di tecnici) al cui pagamento si provvede con la consegna di prodotti fabbricati con quelle attrezzature e in base a quell’assistenza tecnica c) lo scambio di brevetti e di assistenza tecnica …e la definizione di accordi di specializzazione validi sia nei loro mercati interni, sia nei mercati dei paesi terzi; d ) la realizzazione in comune da parte di imprese dell Europa orientale e occidentale di progetti industriali di complessi da realizzare in paesi terzi.

Si prospetta infine la possibilità della coproduzione attraverso la creazione di imprese miste »

3. – «…Tutto ciò essendo frutto di riflessioni su tendenze già in atto… assume… un profondo significato politico… Malgrado la sua divisione tra stati socialisti e stati capitalistici la Europa potrà compiere sostanziali passi innanzi verso l’unità ».

Le conclusioni dell economista del PCI sono di una logica stringente: dall’unità aziendale cioè l’integrazione economica tra aziende occidentali e aziende sovietiche si giunge all unità politica cioè l’unità tra gli Stati. Nelle prospettive dell unità degli Stati europei indicate dal PCI cadono infine le differenziazioni a socialiste »propagandate per gli Stati dell Europa orientale. La prospettiva per il PCI è quindi quella di mettersi al servizio di questa unità dell imperialismo.

Ecco come da un episodio dall’apparenza « commerciale » emerge la prospettiva delle tendenze di sviluppo delle forze opportunistiche espresse dalla direzione del PCI forze che si collegano direttamente alla stabilizzazione di determinati interessi capitalistici europei.

Ciò conferma il metodo di analisi impiegato da Lenin nei confronti del fenomeno socialsciovinista. Lenin trovò nei sovrapprofitti imperialistici la fonte di corruzione dei dirigenti opportunisti del movimento operaio. Oggi una fonte di sovrapprofitti imperialistici si va stabilendo nella integrazione tra aziende occidentali e aziende sovietiche la cui produzione mista non è riservata ai loro singoli mercati ma come ha precisato Peggio anche ai « mercati dei paesi terzi » in generale rappresentati dalle zone arretrate. Una produzione « mista » automobilistica FIAT-URSS ad esempio può proprio offrire quest’ultima prospettiva. Basata su stabilimenti installati in Ucraina dove la forza-lavoro ha un prezzo minore che a Torino può soddisfare non solo il mercato dell Europa Orientale. ma quello medio-orientale ad esempio. Le necessità di esportazione automobilistica come oggi premono già sulla FIAT domani potrebbero premere per le aziende ucraine appena si profilasse una certa saturazione del loro mercato interno. Avremmo allora un fenomeno di esportazione imperialistica composto da capitali europeo-sovietici aziendalmente integrati. Strettamente collegate a questa esportazione come oggi lo sono alla creazione di un mercato europeo quelle forze opportunistiche come il PCI si troverebbero a sostenerne la necessità come già in parte fanno.

Oggettivamente si pongono quindi come propugnatrici del mercato imperialistico mondiale in cui i gruppi capitalistici più forti realizzano quote di sovrapprofitti pagati dai paesi più arretrati con le loro peggiorate ragioni di scambio e dal proletariato di quei paesi con una parte del suo plusvalore. L opportunismo partecipa quindi quella « divisione internazionale del lavoro » che tanto caldamente propugna e dalla quale vuol ricevere quelle « briciole » dei sovrapprofitti che gli permettono di sopravvivere come incancrenito fenomeno di corruzione in seno al movimento operaio.

Tracciata la prospettiva che collega strettamente le tendenze di sviluppo dell opportunismo alle tendenze di sviluppo europeo ed imperialistico delle aziende occidentali e delle aziende sovietiche ci resta da vedere in particolare la prospettiva delle tendenze di sviluppo del capitalismo italiano che già si è manifestata con l’accordo della FIAT.

Prima della recessione 1963 la FIAT prevedeva un investimento che portasse ad un raddoppio della produzione di 1 milione di autovetture nel 1970.

Questo obiettivo era posto da una serie di ragioni ma soprattutto da due:

a) necessità di abbassare i costi per ogni unità prodotta e ciò poteva essere ottenuto aumentando la produzione standardizzata

b) necessità di reggere la concorrenza con le aziende automobilistiche giganti in particolare quelle americane.

Anche nelle più rosee previsioni la FIAT non poteva pensare che il mercato italiano potesse assorbire 2 milioni di autovetture all anno anzi pur ammettendo che il parco automobilistico si sarebbe raddoppiato in pochi anni esso sì sarebbe notevolmente « ringiovanito ». Anche ammettendo un parco automobilistico di 10 milioni di unità raggiungibile in 5 anni (ipotesi limite) avremmo avuta una terribile crisi di saturazione poiché raggiunta quella consistenza il parco automobilistico avrebbe potuto negli anni futuri rinnovarsi al massimo per il 20%. Il piano FIAT era dunque un piano di esportazione di espansione imperialistica. Sopraggiunta la recessione che ha frenato I espansione del parco automobilistico italiano gli investimenti previsti per il mercato nazionale si sono spostati nel mercato europeo orientale in URSS Polonia ed Jugoslavia. La maturità imperialistica del capitalismo italiano che ha subìto un enorme impulso dall’accumulazione di capitali realizzata nel « boom » lo spinge da un lato a penetrare nei mercati europei orientali dove minore è la concorrenza americana e dall’altro a fronteggiare I invasione dei capitali americani.

« Un fiume di dollari minaccia l’economia europea » grida allarmato un settimanale italiano legato alla FIAT! L’allarme è molto interessato perché deve coprire e giustificare « l’operazione URSS » di fronte ai filistei piccoloborghesi da decenni imbottiti di antisovietismo per quelle stesse ragioni economiche che oggi spingono la FIAT in URSS e che ieri la spingevano a cercare i dollari americani. In sostanza è vero che un fiume di dollari invade I Europa ma questo fiume si irradia in torrenti che penetrano in tutto il terreno del capitalismo europeo lo irrigano lo fanno gonfiare di capitali. Da questo terreno nascono piante miste cioè gruppi economici che non sono americani ma neppure più europei che sono diventati gruppi altamente internazionalizzati.

Questo prodotto della integrazione finanziaria imperialistica è bene individuabile dalla stessa esportazione di capitali USA in Europa. Nel 1962 i capitali esportati a lungo termine furono 2,5 miliardi di dollari nel 1963 circa 3 nel 1965 ben 4,4. Contemporaneamente mutava la proporzione tra i capitali esportati a breve o medio termine e quelli esportati a lungo termine a favore di questi ultimi.

Ciò caratterizza il processo di formazione di gruppi capitalistici in Europa che sono spinti alla ricerca di mercati. Dare una etichetta nazionale a questi gruppi non solo è semplicistico ma non corrisponde alla realtà. Solo per necessità di astrazione scientifica possiamo infatti parlare di capitalismo francese inglese tedesco od italiano e ciò sempre per indicare tutta la struttura capitalistica (e quindi di grandi medie o piccole aziende) di un determinato paese. Certamente tutta la struttura economica in Italia ad esempio può essere definita « capitalismo italiano » perché per tutta una serie di livelli aziendali non è ancora riscontrabile una intensa compenetrazione di capitali internazionali.

Ma questo non è più il caso delle grosse aziende capitalistiche. Per queste la concorrenza non è più nazionale ma internazionale cioè assistiamo ad una concorrenza tra aziende internazionali.

Quindi solo in senso lato possiamo parlare di una tendenza di sviluppo del capitalismo europeo od italiano verso i mercati dell Europa orientale tendenza che sarebbe provocata dalla invasione finanziaria americana.

In realtà è lo sviluppo del capitalismo europeo od italiano che determina il processo di concentrazione a livello internazionale che provoca la formazione di gruppi capitalistici internazionali dove si fondono capitali di varia provenienza che attira i capitali provenienti dagli USA e che spinge infine la tendenza all espansione nei mercati più deboli.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno di estrema maturità imperialistica.

L’accordo FIAT-URSS è solo un aspetto di un fenomeno molto più vasto che avremo occasione di esaminare dettagliatamente.

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