Aldo Genovese – La truffa dell’Inps

Nel suo riformistico cammino, la classe operaia italiana ha conquistato, sul piano della cosiddetta «sicurezza sociale», delle condizioni migliori rispetto a quelle in atto sino ai primi quattro lustri del secolo XX.
Precedentemente a tale periodo erano in atto forme assicurative limitate e parziali e sia in caso di infortuni o malattie sia all’atto della cessazione del rapporto di lavoro per superamento dell’età utile al lavoro, il lavoratore non aveva assicurato praticamente alcun trattamento di una certa consistenza che gli consentisse di affrontare le sia pur minime necessità della vita.
E’ un discorso, questo delle assicurazioni e della «sicurezza sociale», che rientra nel quadro degli ordinamenti attuali della società, basata sullo sfruttamento del lavoratore, mossa unicamente dalla molla dei profitti, e che ha, ciò nonostante, una sua importanza essendo le sorti del lavoratore ammalato, infortunato, invalido, vecchio, legate alle condizioni che la società di classe ad esso concede per consentirgli di mantenersi in vita.
Oggi si parla molto, in campo socialista particolarmente, ed anche in campo governativo, quasi a voler «qualificare» la presenza «sociale» dei socialisti al governo borghese di «centro sinistra», di «sicurezza sociale», di avvenire assicurato (dalla nascita alla morte, come nella socialista Inghilterra) ed a dimostrare che è possibile – in capitalismo – elevare le condizioni dell’operaio, portandolo grado a grado verso la emancipazione.
Bubbole, storie vecchie di secoli, trappole nelle quali, purtroppo, molti proletari si lasciano impigliare, condizionati e compressi come sono dalle tradizioni, da tutta la potenza dell’apparato condizionante a disposizione della borghesia e del suo Stato, dall’opera di svilimento e di evirazione rivoluzionaria svolta dai partiti della sinistra ufficiale.
E’ certo un fatto positivo la conquista di determinate anche se limitate garanzie, quali le assicurazioni malattie, infortuni, pensioni di invalidità e vecchiaia, come è un fatto positivo l’ottenimento di miglioramenti economici a seguito di lotte, scioperi, manifestazioni. Ma positivo con riserva, perché, prima di tutto, queste conquiste avvengono nel quadro dell’ordinamento economico e politico borghese, e poi perché dietro agli orpelli della «sicurezza sociale» si nasconde l’inghippo, l’imbroglio e si rivela il vero volto del capitalismo.
Abbiamo voluto effettuare un esame del problema contributi assicurativi INPS/pensioni di vecchiaia, raffrontando, sul piano economico, la massa dei contributi che un lavoratore versa nel corso di quaranta anni di attività dipendente, maggiorata degli interessi che una somma versata in una Banca viene a maturare (interessi semplici e composti: cioè anche gli interessi sugli interessi via via maturati) in tale arco di tempo, con la pensione che egli viene a percepire dopo un tale periodo. Da questo esame scaturisce palese l’inghippo, l’imbroglio e si rivela la reale natura sociale di questo nostro bel mondo borghese.
Prendiamo a base per il nostro discorso, un lavoratore che guadagni 100.000 lire al mese per 13 mensilità annue, con un totale quindi di un milione e 300 mila lire. Per la parte che si riferisce al pensionamento (il F.A.P., Fondo Adeguamento Pensioni), va versato all’INPS un contributo del 19 per cento, che si concretizza in una somma annua di contributi di L. 247.000.
Abbiamo calcolato, a partire dal 2′ anno di versamenti, un interesse del 5 per cento, su 247.000 per il primo anno, su 494.000 per il terzo anno e così di. seguito sino al 40′ anno di versamenti contributivi.
Abbiamo, inoltre, calcolato, a partire dal 2′ anno di versamenti, un interesse del 5% sulle 12.350 lire di interessi semplici che vengono maturati – sempre ogni anno – sulla somma di L. 247.000 versata per contributi.
Il risultato dei suddetti calcoli è stato il seguente:
-L.247.000 di contributi versati ogni anno moltiplicate per 40 anni, totale L.9.880.000;
– interesse del 5% annuo maturato sui periodici versamenti e sino ai 40 anni L.9.620.650;
– interesse composto maturato sugli interessi semplici fino ai 40 anni L.581.032.
Con un totale complessivo, quindi, di L. 20.081.682 che un lavoratore potrebbe trovarsi accantonate in banca, se avesse effettuato un tipo di versamento e per le somme sopra elencate, dopo 40 anni.
Una tale somma versata in banca, con un interesse del 5% (un interesse che potrebbe essere ben superiore per somme bloccate per 40 anni), consentirebbe, al nostro lavoratore, di ottenere annualmente una somma di 1.004.084, cioè 83.674 lire al mese. Ed il capitale di lire 20.081.682 resterebbe sempre fermo.
Vediamo, ora, cosa viene a percepire un lavoratore che abbia versato il suo 19 per cento su un salario di 1.300.000 annue all’istituto Nazionale della Previdenza Sociale, a titolo di pensione al compimento del 60′ anno di età.
Effettuando un calcolo approssimativo ma sufficientemente vicino alla realtà del tipo che segue, arriviamo a determinare la misura della pensione mensile che il nostro lavoratore viene a percepire dopo 40 anni di versamenti contributivi:
marca mensile ragguagliata ad uno stipendio di L.100.000: L. 126 moltiplicata per 13 mesi annui per 40 anni, totale importo marche versate L. 65.520. Per determinare la pensione si stabilisce una somma base di L.4.020 e si moltiplica quindi l’importo delle marche ( L.65.520) per 1,20 che dà un totale di L.78.624 alle quali bisogna aggiungere la somma base di cui sopra di L. 4.020. Avremo quindi un importo mensile di pensione di L.82.644 mensili, grosso modo uguale alla somma di lire 83.674 mensile di interessi che verrebbero a maturare i 20 milioni circa accantonati nell’arco di 40 anni, con la differenza sostanziale, però, che alla morte del lavoratore l’INPS incamera il capitale accumulato nell’arco dei 40 anni dal lavoratore o se al lavoratore sopravvive la moglie, quest’ultima viene a percepire, sin che è in vita, il 50 per cento della pensione del marito, cioè 41.322 lire mensili.
Fatti questi conti, ci accorgiamo che la previdenza sociale tanto sociale poi non è, e si concretizza in una sonante truffa a danno del lavoratore.
Per effettuare il calcolo della pensione abbiamo tenuto conto dei valori di marca INPS  in atto attualmente, perché se andiamo indietro nel tempo, la truffa diventa addirittura colossale. Vediamo un po’ come stanno le cose.
Le marche versate in relazione al lavoro svolto presso stabilimenti ausiliari (nel periodo del primo massacro imperialista) vengono rivalutate nella misura di L.2,25 per ogni lira versata. Le marche versate nel periodo che va dal 1 luglio 1920 al 30 aprile 1939 vengono rivalutate nella misura di L.2,70 per ogni lira versata. Le marche, versate dal 1′ maggio 1939 al 31 marzo 1943 vengono rivalutate nella misura di L. 1,50 per ogni lira versata. Le marche, infine, versate dal 1′ aprile 1939 in poi vengono calcolate per il loro valore formale (una lira uguale una lira).
Tutti siamo a conoscenza della svalutazione che ha subito la lira dal 1915 in poi . Nel 1915 si ragionava sulla base dei centesimi, oggi l’unità di valore è praticamente la moneta da 5 lire. Il lavoratore  che  abbia dato allo Stato nel 1915 una lira si ritrova nel 1967 ad avere 2 lire e 25 centesimi; e così di seguito secondo i valori di rivalutazione sopra elencati.
Con i soldi dell’INPS (che sono i soldi dei lavoratori) si sono costruite sedi lussuosissime, Mussolini ha sostenuto le spese della guerra di Abissinia, si danno quelle liquidazioni e quelle pensioni a funzionari d’alto grado (100,150 milioni) che fanno venire le vertigini e per le quali si sta facendo scandalo nel paese. Quel povero cristo che nel 1915 ha con sacrificio tirato fuori dal magro borsellino la liretta per farsi la pensione, si arrangi.
Ma non basta: per arrivare allo «Stato sociale», alla «sicurezza sociale», si sono creati istituti nuovi: la pensione ai coltivatori diretti, ai mezzadri, ai commercianti, agli artigiani, ecc. i quali contribuiscono in misura irrisoria rispetto agli operai, i quali sono tartassati sul piano contributivo come sul piano fiscale, perché nemmeno mezza lira del loro guadagno riesce a sfuggire alle grinfie degli uffici delle imposte, mentre sappiamo come stanno le cose per i «grossi contribuenti» e per coloro che svolgono una non altrettanto controllabile attività. Tali pensioni sono date, per fini elettoralisti, a spese degli operai. Miglioramenti, soluzioni? Non ne abbiamo. L’unica soluzione è quella tradizionale, quella che i maestri del socialismo scientifico, Marx, Engels, Lenin ci hanno indicata, quella cioè della distruzione di questo marcio e traballante sistema. Pensare di migliorare, condizionare, riformare questo sistema, come pretendono di fare sedicenti comunisti e sedicenti socialisti, e quindi anche di rendere più equo il trattamento previdenziale o assicurativo o mutualistico, è come voler vuotare il mare con un cucchiaio.
Carlo Marx ha fatto, con il suo CAPITALE, la radiografia della società capitalistica e diagnosticato la necessità della operazione rivoluzionaria. Noi, molto modestamente, abbiamo fatto una radiografia del sistema di «sicurezza sociale» che la società borghese concede agli operai, per dimostrare che anche nei suoi più limitati aspetti questo mondo è marcio e che l’unica soluzione per dare a tutti una effettiva sicurezza sociale è quella della costruzione, sulle rovine del capitalismo, di una società veramente socialista.

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