Arrigo Cervetto – La controrivoluzione indonesiana (quarta parte)

L’arcipelago assume, in questo processo, una serie di caratteri economici, politici e culturali abbastanza unitari: può definirsi Indonesia, cioè nazione. Sukarno avrebbe dovuto dire che l’imperialismo olandese aveva creato la nazione indonesiana con un atto di forza e non di diritto. Sukarno avrebbe dovuto dire che, così come era nata dalla violenza, l’Indonesia dalla violenza avrebbe tratto il diritto di essere uno Stato unitario e indipendente. Ma è nella natura del sukarnismo la mancanza di una chiarezza teorica e la necessità di essere «doppiogiochista» anche nella ideologia. Sukarno non riesce a trovare la giustificazione teorica della nazione indonesiana nelle «patrie democratiche» del diritto: è costretto a trovarla nella «patria del fascismo».

E’ questa un’altra delle beffe che la storia gioca agli ipocriti sostenitori democratici della «libertà dei popoli»! L’unica teoria che nella sua logica potesse adattarsi alla realtà mondiale dell’imperialismo era la geopolitica che programmaticamente era antidemocratica ed imperialista, che sosteneva la creazione di imperi basati sullo «spazio vitale», che apertamente dichiarava superate tutte le mistificazioni della borghesia liberale.

Ecco come Haushofer la definisce:

«La geopolitica è la base scientifica dell’arte della attuazione politica nella lotta per la vita o la morte degli organismi statali per lo spazio vitale» (cfr. H. W. Weigert, Geopolitica, London 1942).

Acutamente Bukharin notava nel 1935, in uno dei suoi ultimi saggi:
«I filosofi fascisti hanno alzato la categoria di “spazio” molto più in alto di quella di “tempo”». Acutamente, perché l’errore di fondo delle previsioni della teoria geopolitica è proprio il «tempo». E «tempo», nella nostra epoca imperialistica, significa ritmo di sviluppo economico, ritmo di potenziamento economico e, quindi, militare: «spazio» è solo territorio, e spesso territorio agricolo.

Probabilmente Sukarno non conosceva la distinzione buchariniana. E’ poco probabile che conoscesse tutta la teorizzazioni di Haushofer dove, appunto, lo «spazio» oscura dalla sua altezza il «tempo» prima di ricadere pesantemente nella polvere del fallimento. Da incallito opportunista, Sukarno non fece altro che mettere nel suo arsenale teorico un parto teorico dell’utopia imperialista. Il bello è, poi, che tale utopia Haushofer la ricavò, tramite Ratzel, dall’esperienza statunitense.

SPAZIO GEOPOLITICO
E TEMPO IMPERIALISTICO

Negli Stati Uniti Ratzel vedeva un rapporto ideale tra terra e Stato, un grado ideale di isolamento «spaziale», che permetteva una ampiezza della iniziativa politica e una superiorità sulle altre nazioni americane. Haushofer volle applicare queste idee ad una Europa il cui spazio ridotto era stato causa di tragedia durante i secoli. Concepì uno spazio geopolitico che si ponesse contro i dominatori dello «spazio» europeo e mondiale: le potenze occidentali. Il nuovo potere intercontinentale doveva basarsi sulla Germania industriale e sulla Russia agricola, sul Giappone industriale e sulla Cina agricola. Mentre l’attacco alla Cina fu disapprovato da Haushofer che aveva per anni risieduto in Giappone, dove aveva molti seguaci, il patto russo-tedesco del 1939 parve coronare la sua visione geopolitica. Ma ben presto il «tempo» imperialistico prevalse sullo «spazio» geopolitico. L’ideologo dell’imperialismo tedesco nell’attacco all’URSS fu il gruppo Rosenberg, mentre il gruppo Haushofer, teorico dell’alleanza russo-tedesco-cino-giapponese che doveva aiutare tutte le colonie a liberarsi dall’imperialismo occidentale, era superato dalla realtà.
Come l’utopismo democratico era servito ad alzare sul trono della dittatura la borghesia, così nel nostro secolo l’utopismo geopolitico dell’imperialismo tedesco era servito a lanciarlo nella lotta per una nuova ripartizione del mondo. Questa ideologia che non serviva più in Europa e nell’Atlantico alle borghesie imperialistiche, diventava utile alle borghesie del Sud-Est asiatico nel Pacifico. Haushofer nel libro «Geopolitica dell’Oceano Pacifico» sembra prevedere il destino della sua ideologia. Dice che 900 milioni di uomini lottano nel Sud-Est asiatico contro gli stessi nemici della Germania, ma «con armi più efficaci, create dalle condizioni di vita dell’Oceano Indiano e del Grande Oceano, l’arsenale di una geopolitica del Pacifico».

Non si sbagliava: vent’anni dopo Sukarno utilizzerà quest’arma ideologica dell’imperialismo per i fondamenti teorici del suo nazionalismo.

Nei «Pantja Sila», Sukarno polemizza con «molti dotti cinesi che disapprovano il principio del nazionalismo, avendo fede nel cosmopolitismo». Ma nel 1918, dice, Sun Yat Sen gli mostrò «la via giusta» con «i tre principi che respingono gli errori del cosmopolitismo» che «nega l’esistenza di nazioni».

E siccome nel nazionalismo vi è il pericolo dello sciovinismo, Sukarno pone come secondo suo principio, quello dell’internazionalismo, imparando così bene, dopo quella di Haushofer, la lezione di Stalin, maestro eccelso nel mettere assieme le due concezioni inconciliabili del nazionalismo e dell’internazionalismo, prodotto dalla inconciliabilità delle classi fondamentali della società capitalista, contro il «cosmopolitismo», prodotto dalla società precapitalistica e prenazionale e conciliabile con il nazionalismo borghese. Con la stessa disinvoltura Sukarno allinea come Terzo Principio il «Governo della Rappresentanza» («un governo per consenso»), come Quarto il «Principio della Prosperità» (Sukarno scomoda addirittura Jean Jaures, il socialdemocratico che «oltre alla democrazia politica» vuole la «democrazia economica») ed infine Quinto ed ultimo Principio (tutti i salmi finiscono in gloria!) il «Riconoscimento della Onnipotenza divina, la Fede in Dio».

Se invertiamo la scala dei Principi avremo la progressione storica dell’ideologia borghese; Religione, Socialdemocrazia, Democrazia, Stalinismo, Fascismo.

Sukarno poi restringe i cinque principi a tre: i primi due li restringe a uno solo e lo chiama Social-Nazionalismo, gli altri due, democrazia, il quinto, naturalmente, è «onnipotente» e sta da solo. La sintesi di Sukarno sembra uno scherzo, ma non lo è. In Social-Nazionalismo ha riassunto capitalismo di Stato e imperialismo, in Social-Democrazia l’essenza della socialdemocrazia!

Il prestigiatore restringe i tre Principi condensati in uno e ottiene «un termine puramente indonesiano: Gotong-Royong (mutua collaborazione)». Nella «sintesi indonesiana» tutta l’universale ideologia borghese, con tutte le sue infinite sfumature, è stata involontariamente messa a nudo ed ha mostrato la sua natura: la collaborazione tra sfruttati e sfruttatori, la giustificazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. I grandi teorici della borghesia «emergente» scoprirono e teorizzarono la lotta delle classi, i loro miserabili «nipotini» asiatici, alla Sukarno, scoprono e teorizzano la «mutua collaborazione» ed hanno la pretesa di autodefinirsi «forze emergenti».

UN CANE CHE ABBAIA E NON MORDE

Per completare il quadro della decadenza, gruppi di individui che, dall’Indonesia all’Italia, si proclamano comunisti hanno per anni osannato al «gotong-royong» alla «mutua  collaborazione»  tra le classi.

In fondo la decadenza ideologica della borghesia indonesiana e dei suoi valletti, non è altro che il riflesso della sua intrinseca debolezza economica e dei suoi stretti legami con i vari gruppi imperialistici. Sebbene non ne comprenda tutti gli aspetti, Paul Mattik ha giustamente messo in rilievo tutte le contraddizioni che contraddistinguono una fase di sviluppo capitalistico in Indonesia. Dice il Mattik che quando l’Indonesia compie una svolta nella politica estera verso la Cina e minaccia la nazionalizzazione delle holdings straniere, lo fa per ricattare gli Stati Uniti. In sostanza l’allievo Sukarno non fa che apprendere la lezione dei «maestri» Tito e Nasser. Il ricatto nasconde una reale resa a discrezione all’imperialismo. Nel 1963 viene firmato un accordo con le compagnie petrolifere inglesi e americane, che dà all’industria petrolifera «uno statuto misto di impresa straniera privata e di nazionalizzazione graduale»; l’accordo è rinegoziabile dopo 20 anni e lascia al governo indonesiano il 60% dei benefici dell’estrazione del petrolio, cioè una percentuale inferiore a quella concessa dall’ENI e dai gruppi francesi in Algeria. Malgrado la sua demagogia, Sukarno non ha mai rotto i rapporti con l’imperialismo americano, il quale lo ha sempre lasciato abbaiare perché non lo ha mai morso.

STATI UNITI
E INDONESIA

Tutta la teoria di Sukarno delle «forze emergenti» si basava sulla propaganda contro i gruppi olandesi ed inglesi, cioè contro i gruppi imperialistici in decadenza nel Sud-Est asiatico. Sostanzialmente l’attacco contro concorrenti estremamente indeboliti non spiaceva ai gruppi statunitensi che da 25 anni stanno completando la conquista del mercato del Sud-Est asiatico e che hanno bisogno di attestarvisi saldamente non tanto per il timore della riconquista anglo-olandese, ormai definitivamente tramontata, quanto per fronteggiare l’offensiva giapponese che, come vedremo, parte proprio in questi ultimi anni dall’arcipelago indonesiano. Per tale ragione, gli USA hanno sempre appoggiato ed aiutato il governo Sukarno la cui politica anti-anglo-olandese veniva ad inserirsi di fatto nella strategia asiatica statunitense. Anche nel momento in cui Sukarno apre ed acuisce la questione della Malaysia, o in altri termini è costretto ad affrontare l’ultimo tentativo dell’imperialismo inglese di mantenere, con la creazione della Malaysia, un mercato regionale che fa capo ad una Singapore accerchiata dal dollaro e dallo yen, gli Stati Uniti lo appoggiano. Paul Mattik non sa scindere il problema del mercato del Sud-Est asiatico dalla questione cinese, ed affronta questo periodo dei rapporti Indonesia-Stati Uniti vedendolo solo in termini diplomatici. Dice che, nonostante i rapporti fossero tesi ed il rifiuto degli aiuti statunitensi, gli Stati Uniti conservarono le relazioni con Sukarno e i militari. In realtà, la politica anti-Malaysia e avvicinamento alla Cina si intrecciano in uno stesso nodo. Gli Stati Uniti seppero cogliere l’essenziale rispetto ai loro interessi e continuarono ad appoggiare Sukarno, cioè seppero scindere i due aspetti che Mattik confonde. Mentre per la Malaysia gli interessi statunitensi non erano lesi, ed anzi gli unici interessi ad essere intaccati potevano essere quelli dei concorrenti inglesi, il concomitante avvicinamento indonesiano alla Cina veniva, in questo particolare momento, a danneggiare la conquista statunitense del Sud-Est asiatico. Sui due differenti problemi, gli USA adottarono due diverse posizioni, ottenendo un duplice risultato. La Malaysia è entrata in crisi, come è entrata in crisi tutta la presenza imperialistica inglese ad Est di Suez, di cui la creazione della Federazione Malese non era che l’ultimo grosso atto. La sterlina ha aggravato la sua crisi ed è sorretta dal dollaro, la potenza inglese è estremamente ridimensionata e vive ormai sull’appoggio americano: tutto ciò significa che l’imperialismo americano ha finito di scalzare quello inglese, anche se, per una serie di ragioni, lo aiuta a conservarsi formalmente.
Nello stesso tempo è entrata in crisi la politica Sukarno-Subandrio non di alleanza con la Cina, ma di minaccia di alleanza con la Cina. Il doppiogioco di Sukarno, vittorioso internamente per 20 anni, grazie all’appoggio del PKI, appena ha nutrito l’ambizione di proiettarsi in campo internazionale è fallito miseramente, come miseramente è nato e come miseramente doveva morire.

LA TEORIA BUROCRATICA DI MATTIK

Paul Mattik non sa vedere che il doppiogioco di Sukarno di fronte agli interessi enormi dell’imperialismo americano diventava un gioco infantile, un puerile tentativo di un «infantilismo opportunistico» quale, in realtà, è divenuta la presunta «antica saggezza orientale» nella nostra epoca imperialistica.
Mattik vede come Sukarno manovrasse «tra gruppi e partiti eterogenei», «un Partito Comunista più numeroso che forte» e «un’armata anticomunista» e come nel regime che si proclamava «socialismo di Stato» i beneficiari della ricchezza nazionale dopo l’indipendenza erano l’armata e la burocrazia e come «imprenditori e mercanti si reclutavano quasi esclusivamente tra i cinesi»; non vede però, come e perché questa situazione, appena a contatto con un gioco imperialistico dell’ampiezza di quello condotto dagli Stati Uniti dovesse esplodere. a sua spiegazione è semplicistica: dopo il periodo della guerra di Corea, in cui il rialzo dei prezzi provoca alti profitti per le materie prime indonesiane l’Indonesia conduce la solita tattica di prendere soldi dall’URSS e dagli Stati Uniti, dall’oriente e dall’occidente. Ma le difficoltà economiche che potrebbero essere alleviate da una riforma economica osteggiata, però, dal militari e dalla burocrazia, rendono gli aiuti necessari; e siccome gli aiuti possono darli gli Stati Uniti, i militari massacrano il PKI per assicurarseli e per assicurarsi i privilegi derivati.
Senz’altro c’è anche questo aspetto, ma Mattik, come tanti, non sa vedere altro che una società burocratica, una società divisa in burocrati e contadini poveri in cui i «privilegi» possono essiccarsi se non sono alimentati dai canali dell’imperialismo. In questa visione include anche il Viet Nam, come aveva già fatto Bob Potter. Ci troviamo di fronte ad una tipica incomprensione della questione coloniale, una deviazione potremmo dire se non avesse origini molto più lontane dall’impostazione leninista e se quest’ultima non fosse stata che un grande, ma isolato tentativo di fornire una visione scientifica al movimento operaio e alla Terza Internazionale. Come si può parlare di deviazione quando la teoria leninista della questione coloniale non ebbe che una formale accettazione da parte della Terza Internazionale e quando anche i più importanti successori, come Trotsky di Lenin non l’applicarono ed elaborarono che parzialmente?
Fallito il tentativo di fare dell’Internazionale un Partito Leninista mondiale, fallito il tentativo di fornire l’Internazionale di uno strumento scientifico, quale era la teoria leninista, per l’analisi della questione nazionale, era inevitabile che su questo, come su tanti altri problemi di teoria, di strategia, di tattica, di organizzazione, riaffiorassero tutte le varie interpretazioni che, per anni, avevano caratterizzato tutti i gruppi e tutte le correnti che avevano concorso alla formazione del Komintern. E’ un processo che dura da più di quarant’anni e non è ancora finito.

LA TEORIA
DELLE FORZE EMERGENTI

Il fatto che le concezioni alla Mattik trovino ampia diffusione proprio sulla questione coloniale è una chiara conferma che, in fondo, non si tratta di un solo aspetto dello sviluppo capitalistico ad essere interpretato in chiave sociologico-idealistico. Lo schema della «società burocratica» viene, con più o meno varianti, applicato a tutte le fasi attuali dello sviluppo capitalistico.
I fenomeni di burocratizzazione vengono, in questo schema, astratti dai rapporti sociali che storicamente li determinano e con un classico procedimento idealistico, diventano essi stessi rapporti sociali. Una società che per sviluppare e conservare il suo sistema di produzione capitalistico è costretta a sviluppare la burocratizzazione in ogni suo settore diventa di colpo per i Mattik, gli Shachtman, i Cardan, una «società burocratica» una società in cui la burocrazia non è in funzione del profitto ma il profitto in funzione della burocrazia. Questo in sostanza, è il ragionamento di Mattik e dei suoi imitatori europei. Mattik porta alle più assurde conseguenze questa tesi nel caso indonesiano. Il profitto che è in funzione della burocrazia, è, in questo caso, costituito dagli aiuti «USA» e dalle «royallties» dello sfruttamento anglo-americano del petrolio. Restano a sfruttare i lavoratori e i contadini poveri solo i «mercanti cinesi» se, appunto, burocrati e militari hanno bisogno degli «aiuti USA» per sopravvivere.
Un problema di rapporti di classe in campo internazionale, il Mattik lo ha ridotto, malgrado l’apparenza, ad un problema interno in cui ha fatto sparire le classi, il plusvalore, il profitto, l’accumulazione del capitale, ed ha lasciato come unica e solitaria protagonista la burocrazia. Eppure bastava esaminare la teoria delle «forze emergenti» esposta da Sukarno nell’ottobre 1964 alla conferenza dei Paesi non impegnati al Cairo per accorgersi che non si trattava di semplici «aiuti americani» e correlativi «privilegi burocratici».
La sparata demagogica di Sukarno contiene ben altro: «Lo scontro fra le nuove forze emergenti – dice – e il vecchio ordine basato sulla sopraffazione continua ancora oggi… non abbiamo fatto molti progressi… non possiamo essere forti perché abbiamo appena ottenuto i mezzi con cui edificare la nostra forza interna… ci sono discordie e tendenze contrastanti… fra paesi come i nostri… Quello che noi intendiamo come coesistenza pacifica non può, forse, essere interamente accettato… non parliamo della stessa cosa…».
Sukarno precisa che le grosse potenze possono coesistere pacificamente senza difficoltà, ma tra le «vecchie forze» e le «nuove nazioni in via di sviluppo» il rapporto è diverso e non ci può essere coesistenza pacifica perché questa «non si può imporre» e, quindi, mentre la coesistenza pacifica non è un problema tra le potenze di pari forza… ci sarà… fra noi e gli stati imperialisti solo quando saremo in grado di fronteggiarli con forze pari».
Non si può negare a questa teoria di essere chiara, almeno in un punto: quello dei rapporti di forza tra i  «vecchi» e i «nuovi» capitalisti.
Sukarno dice apertamente che la «coesistenza pacifica» è un problema che riguarda le potenze capitalistiche di «pari forza» cioè i «vecchi» capitalismi, mentre è imposta ai «giovani» capitalismi, i quali devono svilupparsi e diventare forti per poter poi trattare da pari a pari e stabilire una convivenza vantaggiosa. C’è in questa ammissione di Sukarno molta più verità che in tutte le teorie di Mao. Sukarno parla da buon borghese realpolitik e dice le cose come stanno. Mao nasconde la sua natura dietro una ideologia populistica, parla di «tigri di carta» e «balzi in avanti» ma in fondo esprime le stesse esigenze di Sukarno, le esigenze dello sviluppo del capitalismo in Asia.
Per dare un quadro sintetico ma sufficiente della struttura sociale indonesiana è necessario collegarsi ad alcune tappe storiche dello sviluppo del capitalismo nell’arcipelago. Vedremo la formazione dei gruppi sociali esprimenti il profitto, l’interesse e la rendita che le teorie sulla «società burocratica» trascurano completamente.
La crisi del mercato mondiale, che abbiamo già visto in rapporto al movimenti politici, provoca nel 1930 una difficile situazione per i capitalisti europei e per quelli locali in Indonesia. La crisi investe le coltivazioni industriali e determina una forte disoccupazione.

LE CLASSI
NEGLI ANNI TRENTA

Il decennio 1920-l930 aveva visto importanti sviluppi economici e sociali che possiamo così sintetizzare:
1) la produzione del tabacco, della gomma e dello stagno aveva investito il territorio vergine non solo delle grandi isole ma soprattutto delle isole minori. Gli olandesi per tutto l’Ottocento avevano sviluppato la produzione di Giava. I capitalisti olandesi avevano utilizzato i capi tradizionali del villaggio e i wedana in questo sviluppo della produzione di caffè, zucchero tabacco ed altri prodotti industriali, concedendo loro una parte dei profitti. I capi tradizionali avevano indirizzato i contadini in queste lavorazioni.
Il Sistema della «coltura» ideato dal governatore Van den Bosch, basato sul criterio che un quinto di ogni «desa» dovesse essere coltivato, in conto affitto della terra, per prodotti commerciali di esportazione, aveva favorito una «orgia di accumulazione di profitti», come la chiama J. F. Cady. In quarantacinque anni l’Olanda ricavò 900 milioni di fiorini con i quali «furono costruite le ferrovie olandesi» un’altra ingente quota andò alla Compagnia Commerciale Olandese. Quanta parte sia andata ai capi locali e ai wedana in questo «gotong-royong» giavo-olandese non è dato sapere, neppure dai Pantja Sila. Sta di fatto che una forte e potente classe locale, collegata all’imperialismo olandese, sorge a Giava: la classe degli agrari. Come accadde in India, negli stessi anni, una paurosa carestia e la morte per fame accompagnò dal 1848 al 1850 l’introduzione del capitalismo nel centro di Giava, la precipitosa conversione di larghe estensioni di terra coltivate a riso in coltivazioni di prodotti per l’esportazione. La coltivazione commerciale richiese forti quantitativi di manodopera e Giava aumentò del 50% la sua popolazione. Nel 1850 vi erano già impiegati 300.000 lavoratori per lo zucchero e 111.000 per la lavorazione dell’indaco. Nel 1866 viene abolito il monopolio della Compagnia Commerciale Olandese ed inizia l’orgia dell’impresa privata» nella quale si gettano a capofitto non solo gli olandesi ma soprattutto i mercanti cinesi. Molti braccianti cinesi erano, da questi, importati da Macao e dalla Malacca..
Nel 1900 si erano stabiliti in Giava 67.000 olandesi, ma l’immigrazione cinese fu di tre volte superiore. Lo sviluppo capitalistico produsse una forte massa di braccianti agricoli.

A cavallo del secolo il mercato mondiale richiede altri prodotti delle piantagioni e prodotti minerari. Inizia quindi la seconda grande fase di espansione che tocca una punta alta durante la Prima guerra mondiale e termina nel 1930, attirando altri cinesi nell’arcipelago.
2) Nel 1930 la rete ferroviaria ha raggiunto i 5.700 Km. e le aziende olandesi sono diventate giganti. La Società Commerciale di Amsterdam che nel 1879 aveva una sola piantagione, nel 1929 ne ha 25 a Giava e 15 a Sumatra. Ormai non si può più parlare di solo capitale olandese: capitali inglesi, tedeschi, americani e francesi sono affluiti abbondantemente. La partecipazione del capitale internazionale è, infatti, il secondo elemento che caratterizza questo periodo così come su tutti i mercati il capitalismo olandese viene ridimensionato dall’avanzata mondiale del capitalismo americano, anche sull’arcipelago tale fenomeno si manifesta con irruenza.

3) L’affluenza del Capitale internazionale è accompagnata dall’affluenza di manodopera cinese. Nel milione e mezzo di cinesi in Indonesia, di cui la metà residenti a Giava non si può vedere solo la borghesia commerciale. Molti cinesi erano braccianti immigrati e solo dopo la prima guerra mondiale furono rimpiazzati dai giavanesi quando il «boom» produttivo allargò enormemente il settore commerciale.
4)La produzione dello stagno e della copra aumentò, infatti, del 50%; quella del carbone, dello zucchero e del tè addirittura del 200%.

5) I profitti ricavati dal capitale internazionale, e in gran parte esportati, raggiunse i 500 milioni di fiorini.
6) Una parte della borghesia commerciale cinese si trasformò in borghesia industriale partecipando alle piantagioni zuccheriere, mentre lo zucchero prodotto dai piccoli coltivatori diretti non era accettato dagli stabilimenti di trasformazione.
7) L’incremento della Popolazione fu enorme a Giava. Nel 1930 l’isola raggiunse i 40 milioni di abitanti.

LO SVILUPPO
DEL CAPITALISMO
INDONESIANO

Vediamo, adesso, come questo sviluppo economico influì sulle classi sociali.

1) I piccoli, i medi ed i grandi proprietari terrieri furono beneficiati dall’aumento della rendita ricavata dagli affitti.

2) I contadini poveri, colpiti dalla trasformazione dell’agricoltura, furono sospinti in una posizione semiproletaria, dovendo vendere la loro forza – lavoro stagionalmente nelle piantagioni e conservando le loro piccole risaie per le Stagioni morte.

3)I grandi piantatori europei che producevano per il mercato mondiale, aumentarono fortemente i loro profitti allargando in modo massiccio lo sfruttamento del lavoro salariato stagionale.

4) La grande borghesia olandese monopolizzò di fatto le miniere ed il Commercio estero mentre una borghesia olandese piedi neri (olandesi di Indonesia che definiamo «piedi neri» in analogia ai «Francesi di Algeria») controllava l’industria saccarifera, l’elettricità, le comunicazioni ecc.

5) Il proletariato si formò con caratteri stabili nelle industri estrattive, di trasformazione e dei trasporti, mentre si allargò, con caratteri instabili e stagionali, nelle piantagioni agricole.

6) La grande, la media, e la piccola borghesia commerciale ebbero un peso crescente nell’economia indonesiana.

7) Vennero incrementati gli strati parassitari-burocratici piccolo borghesi, strettamente collegati all’apparato amministrativo e differenziati, nelle loro funzioni, dalla cosiddetta «borghesia compradora», composta prevalentemente dai cinesi. Questi strati piccolo borghesi burocratici furono composti, prevalentemente, da indonesiani. Quando, nel 1930, la crisi colpisce e disgrega la borghesia tradizionale indigena, il vuoto è colmato da una «burocrazia inferiore», composta da studenti piccoli borghesi disoccupati e costituente la base sociale del movimento nazionalistico. La crisi colpisce anche la nascente piccola borghesia commerciale indonesiana, che trova bloccata la sua ascesa. E proprio nel settore commerciale che troviamo espressa la lotta tra le varie frazioni sociali e di razza. La crisi del 1930 investe i settori produttivi e commerciali: di conseguenza determina alcune tendenze che saranno presenti anche nei decenni seguenti.

Il capitale commerciale, ad esempio nelle sue frazioni cinesi ed arabe riprende alcuni caratteri di capitale usuraio nelle campagne, nell’esercizio del prestito e del commercio, favorito inoltre dalla restrizione della grande produzione, la quale, nel decennio di sviluppo aveva oggettivamente ridimensionato il ruolo dell’usura.
I piccolo-borghesi commerciali indonesiani, preclusa o resa difficile la loro ascesa sociale, si orientano verso l’amministrazione, verso la burocrazia. Alcuni dati testimoniano questa tendenza. Mentre ancora nel 1938 il 93% dei posti dell’alta burocrazia è in mano agli olandesi, già il 42% della media e piccola burocrazia è occupato dagli indonesiani (nel 1928 lo era solo il 30%). L’ostacolo maggiore all’ascesa burocratica degli indonesiani è costituito dalla mancanza di titoli di studio. Ancora nel 1938, su due milioni di scolari elementari vi sono solo 800 diplomati; ma nel 1941 abbiamo già 300 laureati. A quella data si calcola che i 3/5 degli indonesiani colti siano occupati nella burocrazia. Alcuni studiosi hanno parlato di «borghesia burocratica» e con la loro consueta superficialità e disinvoltura i «teorici» di «Critica marxista» hanno abbandonato il «gotong-royong» e adottato il termine «capitalismo burocratico». Il fatto che gli indonesiani abbiano costituito la burocrazia non vuol dire che tutte le frazioni borghesi della società indonesiana siano raggruppate nell’apparato burocratico sino a costituire una «borghesia burocratica». Gli «strati burocratizzati», nel corso dell’indipendenza e dopo, si sono rafforzati con le nazionalizzazioni e lo sviluppo del capitalismo nazionalistico e del Sukarnismo. Ma uno sviluppo parallelo hanno avuto le classi sociali fondamentali della società capitalistica, come abbiamo già visto.

LO SVILUPPO
DELL’ULTIMO DECENNIO

Analizziamo, quindi, lo sviluppo economico e Sociale dell’ultimo decennio.

Nel 1957 troviamo censite 9.807 aziende industriali manifatturiere con 465.203 addetti, dislocate soprattutto nel settore tessile ed alimentare (le 64 maggiori aziende tessili lavoravano più di 10.000 tonnellate di filo). Data la media di 50 operai per azienda, non si può certo parlare di «borghesi burocratica» o di capitalismo di Stato in questo settore, dove invece troviamo la classica borghesia industriale. L’industria tessile, classica culla della borghesia industriale, è l’industria (con 755 aziende) più sviluppata, poiché importando il cotone dall’India e dal Pakistan, produce per un mercato interno che la diffusione dei rapporti mercantili capitalistici nelle campagne ha creato. Il 90% delle aziende tessili è concentrato a Giava e la media per azienda è di 100 Operai. Vedremo in seguito il settore minerario ed il ruolo del capitalismo di Stato in questo campo .Pertanto passiamo allo sviluppo capitalistico nelle campagne e alle sue conseguenze.

Nel 1952 la ripartizione del prodotto nazionale per attività era la seguente: agricoltura 57%, miniere 2%, industria 8%, costruzioni 1 per cento, trasporti 3%, commercio 13 per cento, amministrazione 16%. Ma nel 1956, quando la produzione del petrolio è di 12 milioni e 750 mila tonnellate, quella del gas naturale milioni e 50 mila tonnellate, quella della bauxite 303 mila tonnellate, l’incidenza del settore minerario aumenta verticalmente. Contemporaneamente si sviluppa la coltura commerciale destinata alla esportazione. Su 8 milioni e 383 mila ettari di colture indigene, la produzione commerciale occupa più di 2 milioni di ettari. L’Indonesia nel 1955 produce il 40% della produzione mondiale di caucciù e ne esporta 733.000 tonnellate Contro le 639.000 della Malesia (nel 1959 passerà al 2º posto mondiale). Quello che più importante è che le piccole piantagioni partecipano con 407.156 tonnellate a questa esportazione. Queste piccole aziende capitalistiche sono anch’esse «burocratiche»? Nel marzo 1965, Sukarno ha un incontro con venti dei maggiori esportatori di gomma e dice, quasi rivolto ai Mattik e agli scopritori in ritardo del «capitalismo burocratico»: «nell’economia nazionale indonesiana basata sul socialismo c’è posto anche per il capitale privato e per l’iniziativa privata».

Nel 1958, l’esportazione del tè è di 80 milioni di libbre, quando viene creata la Società di Esportazione e Commercio Tedesco-Indonesiano in concorrenza con l’Olanda. Gli scopritori nostrani alla P.C.I. e alla PSIUP del «neocolonialismo» hanno taciuto stranamente nella introduzione del «neocolonialismo» tedesco che: oltre che per il tè, anche per il tabacco indonesiano, ha soppiantato di fatto l’Olanda. Nel 1959, con la nazionalizzazione delle ditte Olandesi, viene Creata la Società Tedesco-Indonesiana del tabacco per il mercato mondiale per questa corrente commerciale si trasferisce definitivamente a Brema abbandonando Amsterdam. Il «neocolonialismo» di Sukarno riguarda solo l’Olanda e la Malesia. Così viene taciuto l’ingresso tedesco e giapponese nel mercato indonesiano e il fatto che i due sconfitti della seconda guerra mondiale oggi abbiano soppiantato l’Olanda, il legame della produzione commerciale agricola indonesiana con il mercato mondiale è diventato, da un lato, un legame tra la borghesia nazionale ed i gruppi imperialistici e, dall’altro, un fattore oggettivo della disgregazione contadina ma che si esprime con l’aumento della vendita di forza lavoro, con una impetuosa e caotica urbanizzazione, con una grave crisi della produzione alimentare. Questi fattori hanno concorso alla formazione della grave crisi economica in cui si dibatte l’Indonesia in questi ultimi anni e che si manifesta nelle fortissime oscillazioni in politica estera, specie nei rapporti con la Cina e con gli U.S.A., nelle convulsioni politiche interne che travolgono il sukarnismo ed il P.K.I., nel nuovo corso controrivoluzionario della dittatura borghese. Ci troviamo di fronte ad un crescente inserimento del capitalismo indonesiano nel mercato mondiale; cioè a qualcosa di diametralmente opposto alla tesi, sostenuta da Mattik, di una burocrazia che manovra per ottenere gli aiuti U.S.A. E’ una tipica crisi di sviluppo del capitalismo indonesiano e non un episodio di una fase «burocratica», stagnante e parassitaria.

Un’altra tesi dei «sottosviluppisti», quella che vede nella monocoltura la causa dello squilibrio, si dimostra inconsistente per l’Indonesia la quale, a differenza di paesi come il Brasile, l’Egitto, Cuba, ad esempio, che hanno pochi prodotti principali nella esportazione, ha una vasta gamma di prodotti per il mercato mondiale: stagno, petrolio, bauxite, carbone, manganese, rame, cobalto, diamanti, ferro, oro, argento, caffè, tabacco, tè, zucchero, legno. Le ragioni di scambio giocano certamente a sfavore della Indonesia ma non possono in questo caso essere la ragione determinante la crisi. Questa deve essere ricercata nello sviluppo capitalistico nelle campagne, nella estensione della produzione commerciale, nella restrizione della produzione alimentare e dell’autoconsumo, nella disgregazione della popolazione contadina e nella espulsione dei contadini poveri, nel deficit creato dalla necessità di importazioni dei prodotti alimentari mancanti e nel conseguente indebitamento verso l’estero che ha raggiunto 2 miliardi e mezzo di dollari nella primavera del 1966, nella galoppante inflazione che ha portato la quotazione della rupia da 225 per dollaro nel dicembre del 1965 a 70-75 per dollaro nel marzo del 1966.

L’ACCUMULAZIONE
SULLA FAME
DEI LAVORATORI

Tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che l’Indonesia «a differenza della Cina e dell’India è un paese ricchissimo che può sostenere una popolazione più che doppia di quella attuale» (cfr. Relazioni Internazionali, n. 8, 1966); «L’Indonesia è potenzialmente, per ricchezza di materie prime e prodotti agricoli, uno dei paesi più ricchi del mondo. Malgrado ciò è all’84º posto mondiale per reddito» (E. Schulimacher, L’Indonesia)
Lè Thanh Khoi (L’Economie de l’Asie du S. E., ed. PUF), ritiene che tra le cause principali della bassa accumulazione di capitale, oltre alla rendita agraria (che assorbe dal 50 al 70% del valore del raccolto) ed alla usura «che pratica tassi di interesse del 50-100%), ci siano le spese militari che nel 1955 avevano raggiunto il 24% del bilancio statale.
Nel settembre 1965 Saleh, il massimo responsabile economico del regime, redigeva un rapporto in cui le condizioni disastrose venivano individuate nella inflazione incontrollata, nella mancata riforma agraria, nella corruzione e nella incompetenza dei settori economico statali, nel fallimento degli obiettivi indicati dal Piano.
Per il 1965 erano state programmate 19,250.000 tonnellate di riso, 6.000.000 tonnellate di grano e 15 milioni tonnellate di patate. In realtà queste mete ambiziose nascondevano niente altro che la pauperizzazione delle masse lavoratrici provocata dal disastro alimentare dello sviluppo capitalistico.
Nel discorso del 17 agosto 1964 intitolato mussolinianamente «L’anno del vivere pericoloso» Sukarno diceva senza mezzi termini: «Una delle condizioni necessarie per l’industrializzazione è: lasciare che i villaggi spieghino la loro energia produttiva e favorire l’aumento del potere di acquisto dei contadini… sarà bene, inoltre, che il popolo indonesiano cerchi di mutare la sua dieta alimentare, introducendo nel suo vitto quotidiano alimenti diversi dal riso… Ho deciso che l’Indonesia sospenda a partire da oggi le importazioni di riso. 120-150 milioni di dollari risparmiati verranno meglio impiegati nei piani di sviluppo» (cfr. Indonesia, Bollettino dell’Ambasciata in Italia, agosto 1964).
Il discorso è chiaro: lasciate che il capitalismo nelle campagne aumenti i suoi profitti producendo per l’esportazione e tirate la cinghia mangiando meno riso. Difatti nel piano per il 1965 si prevedeva una esportazione di prodotti agricoli e forestali per il valore di 600 milioni di dollari.
Nella produzione di riso, l’alimento base della sua popolazione, l’Indonesia sino al 1945 era autosufficiente. Con l’aumento della produzione commerciale e con l’aumento della popolazione urbanizzata diventa deficitaria.
Giakarta dal 1930 al 1956 aumenta del 262% la sua popolazione (nel 1958 sarà di 2 milioni di unità), Bandung del 422% (nel 1958, 951.000), dal 1951 ai 1958 Surabaja passa da 715.000 a 1.135.000 abitanti e Medan da 260.000 a 342.000; mentre dal 1950 al 1960 l’aumento medio della popolazione dell’arcipelago è stato dell’11 per cento.
Questo fortissimo incremento urbanistico indica l’ampiezza della disgregazione contadina. La Than Khoi scrive che mentre la Birmania la Thailandia e l’Indocina sono le più grandi esportatrici mondiali di riso, le Filippine, la Malesia e l’Indonesia non sono più autosufficienti e sono diventate importatrici perchè «le colture commerciali si sono estese a scapito delle colture di sussistenza».
Ci si può meravigliare se Sukarno inaugurò nel 1964 «l’anno del vivere pericoloso»… senza riso e se Sukarno lo abbia prolungato con il principio del «Bardikari» (autonomia economica, o autarchia nel linguaggio fascista) stabilito per il 1966 e basato su: a) pareggio del bilancio; b) sviluppo a breve termine; c) controllo nel credito; d) emissione «rupia pesante»; e) salari sulla base delle «necessità vitali minime»?

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