Arrigo Cervetto -La controrivoluzione indonesiana (quinta parte)

Mentre le masse lavoratrici pagano con la mancanza del riso, e quindi con la fame, l’accumulazione del capitale, settori come quello petrolifero hanno una crescita impetuosa. Il problema di fondo del capitalismo indonesiano, come quello di tutti gli altri, è il tasso di accumulazione del capitale. E’ in questo problema la ragione profonda del massacro di centinaia di migliaia di operai e di contadini e l’instaurazione di una dittatura militare che deve contenere con la violenza il salario al livello delle «necessità vitali minime».
Lè Thânh Khâi analizzando l’accumulazione del capitale in Indonesia sostiene che il «coefficiente di capitale» debole all’inizio data la prevalenza di investimenti nell’agricoltura, si eleverà con l’industrializzazione. Il Bureau del piano indonesiano stima che il «coefficiente marginale» di capitale «passerà da 2:1 nel 1º Piano Quinquennale a 4:1 nel 4º Piano Quinquennale. Lè Thânh Khâi sostiene che con un coefficiente 2:1 per una popolazione che aumenta del 17 per mille e per un reddito procapite di 100 dollari, occorre investire il 3,4% del reddito nazionale per mantenere stagnante lo sviluppo economico. Un incremento del 2% esige l’investimento del 7,4% del reddito nazionale. Con un coefficiente 3:1 occorre investire l’11,2% del reddito nazionale. Nel 1952, il tasso di accumulazione del capitale era solo del 5%, mentre il consumo privato assorbiva l’80% e quello pubblico il 15% del reddito nazionale. Traducendo in termini marxisti diremo che con il cosiddetto «coefficiente» 4:1 si giunge a tassi del 120% di accumulazione di capitale, sottratto al consumo ed investito, cioè ad un tasso tipico di un alto sviluppo capitalistico. L’autore sostiene che per superare il tasso del 5% occorre l’investimento di capitale straniero. Non si conoscono dati precisi sul tasso di accumulazione nell’ultimo decennio, ma il forte incremento della produzione mineraria indica non solo un forte investimento straniero ma pure un consistente tasso di accumulazione capitalistica. La produzione di gas naturale è passata, ad esempio, da 1.435.000 dollari nel 1950 a 10.000.000 circa nel 1959, quella del petrolio da 121 milioni di dollari nel 1950 a 403 milioni di dollari nel 1959.

LE CONCESSIONI
PETROLIFERE
AL GIAPPONE

In questo settore troviamo un rapporto d’interdipendenza tra l’investimento imperialistico e l’accumulazione di capitali che la borghesia nazionale, tramite il capitalismo di Stato, ricava. Nel conflitto sulle concessioni alla Caltex, B.P., Shell, Stanvac, il punto di maggiore attrito è rappresentato dalle raffinerie. Una nuova legge prevede che anche il petrolio indonesiano esportato debba essere raffinato dall’Indonesia nelle raffinerie di Medan, Palembang e Balikpapan dove già arriva petrolio dal Medio Oriente per essere raffinato e riesportato. Nelle statistiche dell’import figura anche questo petrolio grezzo. Abbiamo dal 1952 al 1957 un import crescente di greggio: 221 1.000 tonnellate del 1952, 2.564.000 nel 1956, 3277.000 nel 1957.
Nel 1959 viene concluso un accordo con il Giappone per il petrolio di Sumatra. L’accordo prevede che in 10 anni il Giappone investirà l’equivalente di 18,8 miliardi di yen nell’industria petrolifera indonesiana e che, in contropartita, l’Indonesia cederà il 40% della sua produzione di petrolio ad un prezzo speciale al Giappone. Dopo 10 anni i pozzi sfruttati in comune passeranno all’Indonesia.
L’influenza dell’accordo sui rapporti Indonesia – Giappone è notevolissima. Le importazioni dal Giappone che nel 1962 erano di 91 milioni di dollari sono passati a 150 milioni di dollari nel 1965. Nello stesso tempo il Giappone è diventato creditore per 250 milioni di dollari.
Non è un caso che l’importanza dell’accordo sia misconosciuta dai Mattik e dai nostrani specialisti del «neocolonialismo» del «Terzo Mondo» che riempiono le tavole rotonde e quadrate dell’istituto Gramsci.
L’accordo dimostra che: 1) la lotta contro il «neocolonialismo» è vinta dal Giappone che batte economicamente Inghilterra ed Olanda dopo aver tentato di batterle militarmente; 2) i tuoni di Sukarno e P.K.I. erano per la Malaysia e l’Iran, mentre se ne stavano zitti sulla penetrazione giapponese; 3) uguale atteggiamento ha assunto la Cina, anche se la battaglia più dura per il petrolio combattuta dalla borghesia indonesiana contro le «sette sorelle» è stata vinta dal Giappone e non dalla Cina «semialleata» o dall’URSS che dice, anch’essa, di appoggiare le «forze emergenti» di Sukarno per indebolire l’imperialismo; 4) infatti, per l’imperialismo giapponese dieci anni rappresentano una buona rotazione di capitali, e la possibilità di un forte inserimento nell’economia indonesiana; 5) i termini dell’accordo smentiscono le teorie dei «sottosviluppisti» alla Barrat-Brown e dei suoi emuli italiani e costituiscono un buon esempio di sviluppo imperialistico che supera certe forme arretrate di depredamento,
L’accordo con il Giappone è, quindi, un esempio di come lo sviluppo imperialistico si basi fondamentalmente sulla capacità di esportazione di capitali da parte di un paese capitalisticamente maturo, dove la concentrazione finanziaria e monopolistica abbia raggiunto alti livelli. Il Giappone ha tutte quelle caratteristiche che sono per la teoria di Lenin l’essenza dell’imperialismo. E’ logico che quando i Barrat-Brown, i Mattik, e i loro provinciali imitatori italiani, cercano di dimostrare l’infondatezza della teoria di Lenin, di tutto parlano meno che degli aspetti che per Lenin rappresentano la fase imperialistica del capitalismo. Il caso dell’Indonesia è significativo. Questi revisionisti prendono alcuni aspetti, spesse volte secondari, dell’imperialismo e li presentano come se fossero tutto l’imperialismo. Poi attaccano questi singoli aspetti e teorizzano una lotta contro questi aspetti parziali e secondari come se fosse una lotta contro tutto l’imperialismo.
Ma perché fanno ciò? Evidentemente perché non vogliono criticare e perché non vogliono lottare contro tutto l’imperialismo, perché obbiettivamente sono i portavoce dell’imperialismo. Difatti, per essi, l’esportazione di capitali che compie l’URSS quando fa un prestito con interesse all’Indonesia non è l’atto imperialistico più puro, come lo definirebbe Lenin, ma è un episodio della «competizione pacifica»! E siccome Lenin è chiarissimo in questo punto, essi sono costretti a mistificare la teoria leninista e ad estrarne gli aspetti secondari, e tali ritenuti da Lenin stesso, quali le forme colonialistiche. Con questo trucco, poi, fanno finta di avere esaminato e criticato tutta la teoria di Lenin ed emettono il verdetto di «superamento». Fatto questo e siccome hanno sempre identificato imperialismo con colonialismo, non possono dire che l’imperialismo appunto perché basato sulla capacità di esportazione di capitali, supera il colonialismo, non possono dire che il capitalismo maturo è l’imperialismo, si inventano il «neocolonialismo» e le «potenze neocolonialistiche».
Le conclusioni implicite di questi signori sono che esistono paesi capitalisticamente maturi che sono «neocolonialisti» ed altri no, conclusioni tirate dall’ineffabile «teorico» del PCI Luigi Longo quando scrisse che il monopolio è solo una sovrastruttura del capitalismo. Niente di diverso fanno i teorici del colonialismo che estendere in campo internazionale le esperienze italiane del PCI. Niente di diverso avevano già fatto il Kautsky demolito in tutta l’opera di Lenin sull’imperialismo. Quando Kautsky ed Hilferding dicevano che l’imperialismo è una politica, cioè una sovrastruttura negavano ch’esso potesse essere una fase storica ed oggettiva dello sviluppo capitalistico. Sostenevano, infatti, che siccome l’imperialismo è un atto politico, una scelta, un atto volontario di certi gruppi capitalistici, la classe operaia deve e può impedire questa scelta.
Sostanzialmente i sostenitori della teoria del «neocolonialismo» dicono, in modo peggiore, le stesse cose e non a caso nelle «potenze neocolonialiste» non includono nè l’URSS nè le potenze imperialistiche che a loro fa comodo mettere in disparte. Non solo: arrivano persino a negare la natura capitalistica di un paese che, invece, la sta sviluppando. Difatti una delle tesi dei teorici del «neocolonialismo», tesi presa di peso dalle teorie populistiche, è che il commercio estero di tipo «neocolonialistico» impedisce o sviluppo economico del paese «arretrato».
Ora, per il marxismo la natura sociale di un paese non è determinata dal grado di sviluppo economico in assoluto, ma dai rapporti di produzione predominanti nella struttura di quel paese. In altri termini, la natura capitalistica dell’economia indonesiana non è determinata da un saggio più o meno alto di accumulazione di capitale, ma dalla presenza di un processo di accumulazione. Il tasso di accumulazione indonesiano riguarda essenzialmente il ritmo dello sviluppo capitalistico in Indonesia. Questo ritmo è stato ed è oscillante, ma soprattutto ciclico e soggetto, come in tutti i paesi, a crisi sulle quali il mercato mondiale ha certamente influenza, ma delle quali è soprattutto determinante lo squilibrio provocato dallo sviluppo del mercato interno. In nessun caso, e tanto meno in Indonesia, il commercio estero ha impedito ed impedisce che lo sviluppo dei rapporti mercantili provochi una accumulazione di capitali e formi una borghesia ed una economia capitalistica. Il commercio estero influisce sul ritmo di sviluppo di questa formazione, e può influire, mai però in modo determinante, sia fermandolo, ma anche accelerandolo.
In una serie di cicli, l’ingresso dell’imperialismo nei rapporti mercantili precapitalistici dell’Indonesia ha rappresentato quella «diffusione del capitalismo»  i cui parlano Marx e Lenin.

LA CRITICA DEL PCI AL PKI

I teorici «moderni» dell’opportunismo, dai socialdemocratici ai maoisti, criticano la teoria di Marx e di Lenin come troppo «occidentale». Siccome loro, da buoni populisti e apologeti del «capitalismo d’Oriente» debbono negare che le società che difendono sono capitalistiche, non hanno trovato di meglio che negare la stessa «diffusione del capitalismo» sostenendo che Marx e Lenin, in fondo in fondo, si erano sbagliati.
Con una tale impostazione, falsata nei presupposti, ogni giudizio politico che ne emerge altro non può essere che una accozzaglia informe di mistificazioni.
In questo modo si spiega perché il giudizio dato in vent’anni, in dieci, in uno, sulla situazione indonesiana dal vari teorici anglosassoni, francesi e italiani del «sottosviluppo» e dai PC Sovietico, cinese, indonesiano ed italiano, per sceglierne solo quattro, rappresenti una antologia della più volgare demagogia o del più sottile umorismo.
Non è qui nostra intenzione raccoglierne i brani: occorrerebbero parecchi volumi e sarebbe un crudele e beffardo epitaffio sulla tomba di centinaia di migliaia di lavoratori massacrati da una delle più bestiali controrivoluzioni che la storia conosca; ci interessa invece inchiodare al muro delle responsabilità quelle forze politiche che hanno concorso a questa tragedia e che hanno con le loro mani rafforzato quegli strumenti borghesi che, senza pietà, si sono abbattuti sul capo dei lavoratori indonesiani.
Oggi assistiamo ad un macabro scaricabarili sulle responsabilità del PKI. Giuliano Paietta in «Critica marxista» n. 3,. 1966 il barile lo rotola sino ai Piedi di Mao:
«Lo sposare le tesi cinesi sia sulle questioni politiche generali del movimento operaio che fu politica esterna fu per i compagni indonesiani un errore politico tanto più grave in quanto dovevano sapere, come avevano mostrato di comprendere durante la campagna reazionaria anticinese del 1960, che in Indonesia esiste, tra i gruppi arretrati del popolino delle città e delle campagne, un vecchio e latente sentimento anticinese; un sentimento simile all’antisemitismo delle vecchie campagne polacche rumene o ucraine, sempre pronto ad esplodere contro i 2-3 milioni di cinesi, i quali, installati da decenni e addirittura da secoli in Indonesia, hanno posizioni decisive nel commercio, la banca, i piccoli mestieri relativamente privilegiati, Sentimenti di cui han saputo nel passato e sanno valersi oggi i reazionari indonesiani».
Ma la requisitoria di Giuliano Paietta non si limita a questo. Vediamo i capi d’accusa rivolti al PKI:

1)«Nonostante la grande forza numerica del partito e delle organizzazioni di massa popolari, non appare che vaste lotte siano state condotte…».

2)«Tipiche in proposito le posizioni assunte dal Partito Comunista nelle questioni agrarie, a cui però non ci risulta sia seguito lo sviluppo di una costante e lunga azione dal basso delle masse contadine».

3)«… E’ forse stato un errore il pensare che le cose potessero essere risolte dall’alto attraverso i progressi della politica del Nasocom «comitati unitari di comunisti, nazionalisti e musulmani ..Il partito stesso cresceva e le organizzazioni di massa si rafforzavano in un ruolo subalterno alla posizione di grande prestigio, nei fatti peraltro sempre equivoca e esitante, di Sukarno».

5)«…I piani grandiosi per la costituzione del blocco delle Nuove forze emergenti, l’annuncio fatto la scorsa estate dell’asse “Giakarta-Pnomli Peuh-Hanoi – Pekino – Pyonyang”, e soprattutto la proclamazione contro la Grande Malesia di una guerra, che oltre tutto non si poteva condurre, arrivano al limite dell’avventura e finivano per rafforzare ancora maggiormente le posizioni di potere dei gruppi militari mentre minavano l’unità delle forze politiche più avanzate. Alcuni dl essi, come il Partito Comunista o quanto meno la maggioranza della sua direzione sposarono totalmente le tesi cinesi, fino all’estremo di appoggiare lo scorso anno il Pakistan nel suo conflitto con l’India; altri invece, accettavano le tesi sovietiche sulla coesistenza pacifica… Molti quadri… dell’aviazione, ma anche della marina, erano profondamente filosovietici …».

6)«Naturalmente tanto più grave sarebbe l’errore politico dei comunisti indonesiani se essi, come numerose voci affermano, erano quanto meno al corrente del colpo del 30 settembre e se – sia pure indirettamente – lo favorivano. Mancò infatti qualsiasi mobilitazione di massa a Giakarta e nell’insieme del paese per appoggiare un movimento di cui si valutava positivamente la tendenza… L’abitudine a non contare sull’intervento delle masse e a muoversi all’ombra di Sukarno aveva paralizzato l’iniziativa del partito comunista?…».

7)«Ancora meno chiara, dopo l’insuccesso del “movimento del 30 Settembre”, la posizione politica assunta dal partito indonesiano… Se il colpo del 30 Settembre andava in una posizione politica giusta, era necessario rivendicarne lo spirito, anche se non se ne condividevano i modi di attuazione; altrimenti, era necessario condannano come una rottura dell’unità nazionale… Indecisione? Opportunismo? Errore di valutazione?… Questa posizione dei comunisti non poteva che smobilitare le masse, disorientarle, disorientare gli amici e alleati del Partito Nazionalista e del Partito degli Ulema; essa ha favorito le fughe e le esitazioni, non ha preparato né il partito nè le forze democratiche…».
8)«Non c’è nulla che provi che Aidit e gli altri compagni che si trovavano nella regione, dove furono poi catturati e ignobilmente assassinati al primi di novembre, abbiano preso l’iniziativa politica e pratica di organizzare la guerriglia contadina».

IL CONTRASTO
CINO-SOVI ETICO
SULL’INDONESIA

Abbiamo riportato estesamente la critica del PCI perché è l’accusa più chiara e pesante che sia stata fatta al PKI J da parte di un Partito Comunista, dato che quello sovietico non è stato così circostanziato e quello cinese non si è pronunciato in merito. Il «caso PKI» è troppo importante perché possa essere considerato, da Mosca e da Pechino, un «caso autonomo». Perché, allora, non è stato posto, salvo aspetti marginali, al centro della polemica cino-sovietica? Perché Mosca e Pechino che da anni polemizzano sul caso vietnamita non si sono affrontate su quello indonesiano, di certo non meno importante?
C’è una sola ed inequivoca risposta da dare: perché la politica del PKI trova ispirazione sia a Mosca che a Pechino. Tutti gli artifizi della polemica cino-sovietica non possono nascondere le basi teoriche che costituiscono la piattaforma della «linea generale» sovietica e di quella cinese.
Da anni affermiamo, sulla scorta di analisi leniniste, che il conflitto cino-sovietico è un conflitto di interessi, un conflitto tra una potenza imperialistica ed un giovane capitalismo emergente, un episodio di un periodo storico che vede una «coesistenza» concordata tra potenze di «pari forza», come dice Sukarno ed imposta alle «forze emergenti» del capitalismo delle zone arretrate.
Il movimento rivoluzionario deve utilizzare queste contraddizioni dell’imperialismo, ma deve implacabilmente demistificare le giustificazioni ideologiche che tendono a nascondere la vera natura del conflitto cino-sovietico. La demistificazione delle ideologie sovietiche e cinesi costituisce la prima e fondamentale utilizzazione della contraddizione emersa dallo sviluppo dell’imperialismo sovietico in Asia.
Ad una certa fase di questo sviluppo la penetrazione sovietica è venuta ad urtare contro gli interessi fondamentali del giovane capitalismo cinese in due modi: prima, per il condizionamento generale che determinava non solo nei rapporti tra economia sovietica ed economia cinese ma negli stessi rapporti di quest’ultima con l’imperialismo americano e con gli altri giovani capitalismi asiatici, in secondo luogo per la scarsa incidenza dei capitali sovietici nella accumulazione capitalistica e nella industrializzazione cinese. In termini molto semplici i vantaggi portati allo sviluppo del capitalismo cinese dalla presenza dell’imperialismo sovietico erano minori degli svantaggi provocati sul terreno economico e sul terreno politico. Sul terreno economico l’investimento di capitali sovietici finiva con l’impedire un forte ritmo di incremento, sul terreno politico veniva ad essere fortemente limitata la capacità di iniziativa dello Stato cinese nei confronti degli Stati Occidentali e degli Stati Asiatici. La Cina veniva ad essere una pedina in mano dell’URSS che la usava nelle sue trattative con le potenze imperialistiche specie gli Stati Uniti. Per molti anni la Cina si prestò a giocare questo ruolo sperando in una contropartita alla «delega» che oggettivamente aveva affidato all’URSS. Ma l’imperialismo sovietico, alla lunga, doveva pagare la sua debolezza. L’apporto in capitali che poteva offrire alla industrializzazione cinese era estremamente limitato in rapporto alle voraci necessità di questa. Tanto valeva, per la Cina, rompere l’alleanza e lanciarsi in una serie di tentativi economici all’interno e politici all’esterno. Nasce così la grande svolta cinese del «grande balzo» economico e della lotta antimperialista contro l’URSS. A distanza di otto anni possiamo dire che questi due tentativi sono falliti. L’industrializzazione cinese ha fatto ben pochi passi avanti e la Cina non ha trovato alleati in Asia nel tentativo di coalizzare i giovani capitalismi contro l’URSS poiché, in fondo, dal caso indiano a quello indonesiano a quello vietnamita questo era il vero obiettivo della politica cinese.
Il caso indonesiano è illuminante a questo proposito. Sukarno ed i vari ruppi borghesi indonesiani non si sono mai posti obiettivi di lotta contro gli Stati Uniti, nè la Cina lo ha mai chiesto e preteso. La svolta filocinese di Sukarn-Subandrio, il tentativo di creare l’asse Pechino-Giakarta aveva lo scopo di colpire i gruppi imperialisti più deboli, e tra questi quello sovietico e, da parte indonesiana di ricattare gli Stati Uniti.
Ciò spiega perché anche il PKI appoggiava la Cina e Sukarno contemporaneamente ed era filocinese ed ultra destro (tanto da fare scandalizzare il PCI) nello stesso tempo.

L’IMMUTATA POLITICA DEL PKI FILOCINESE

Ecco che arriviamo, nella analisi concreta dei fatti, alla demistificazione delle ideologie che sono utilizzate, nel loro scontro, dalla Cina e dall’URSS.
L’ideologia del PKI è, in fondo, una ideologia intercambiabile: può essere indifferentemente «filocinese» o «filosovietica» poiché la politica che ha svolto in Indonesia è stata una politica che trovava una comune matrice in URSS e in Cina.
Per anni infatti è stata «filosovietica» e «filocinese» contemporaneamente e sono gli anni che corrispondono all’alleanza cinosovietica. Ecco perché le accuse che il PCI fa al PKI, che riguardano non solo gli ultimi anni ma praticamente tutto un periodo a partire dal 1945, non sono mai state sollevate in passato nè dai sovietici nè dai Cinesi.
Il PKI non ha fatto altro che applicare la politica del «fronte popolare» o «blocco di classi» elaborata e messa in pratica dallo stalinismo e dal maoismo: politica, è da ricordare, che andava oltre l’appoggio alle borghesie nazionali per giungere, da parte dell’URSS e della Cina e dei partiti a queste legati, all’appoggio alle borghesie imperialistiche.
Che tale sia stata la caratteristica fondamentale della politica staliniana è ormai un fatto indiscutibile dato che è la stessa ideologia sovietica, accusata di «revisionismo» dai maoisti, a rifletterlo chiaramente. La demagogia della campagna anti-URSS condotta dai cinesi tende, invece, a coprire l’essenza opportunistica del maoismo. Ma, come sempre, per demistificare le ideologie il marxismo ricorre alla analisi dei fatti. Ed i fatti ci dimostrano che il PKI, allineatosi col maoismo contro Mosca, non ha cambiato di una virgola la sua precedente politica di appoggio alla borghesia indonesiana e non ha mutato nella pratica il suo precedente ruolo. L’unico suo mutamento è stato quello di appoggiare la svolta verso la Cina di una parte della borghesia indonesiana. La sua ideologia maoista doveva servire esclusivamente agli interessi determinati da una alleanza tra Cina e Indonesia.
La questione può essere vista anche da un altro aspetto, cioè dal lato sovietico. Sconfitta la frazione borghese di Subandrio, favorevole ad un accordo con la Cina ed appoggiata dal maoista PKI, l’URSS tratta ed accoglie con favore la frazione Suharto, massacratrice del PKI ma ostile alla Cina e continuatrice dell’accordo con l’URSS. Il massacro del PKI e dei lavoratori indonesiani non ha interrotto i rapporti tra l’URSS e l’Indonesia, anzi li ha favoriti sia sul piano diplomatico che su quello economico.
Emerge, quindi, l’aspetto più tragico della controrivoluzione indonesiana, l’aspetto che dimostra chiaramente come la bestiale repressione borghese non sia stato un tentativo di reprimere una incipiente rivoluzione proletaria contadina ma sia stata prevalentemente, una operazione di dittatura militare del capitalismo indonesiano: operazione che non può essere limitata alla situazione interna ma che deve essere collegata alla situazione internazionale. Solo la lotta delle varie potenze imperialistiche del Sud-Est asiatico Poteva portare alla massima esasperazione tutte le contraddizioni economiche e politiche della società indonesiana. Il Sud-Est asiatico rappresenta per le varie potenze imperialistiche un settore importantissimo ed essenziale al loro sviluppo. Ciò moltiplica la lotta che i vari imperialismi hanno ingaggiato tra di loro per la supremazia nel settore. Abbiamo già spiegato come la zona dell’arcipelago indonesiano abbia rappresentato uno degli obiettivi fondamentali del piano di espansione dell’imperialismo giapponese. L’Indonesia è stata venticinque anni fa l’oggetto della più gigantesca guerra imperialistica che sia stata combattuta in Asia: a maggior ragione oggi rappresenta una zona dove più acuta è la lotta da parte dei maggiori gruppi imperialistici, dagli Stati Uniti al Giappone, per fagocitarli nella loro sfera di influenza. Questa lotta è resa ancora più aspra dalla crisi dell’imperialismo inglese ed olandese. In parole povere, una grossa preda si è resa disponibile e ciò acuisce l’appetito dei cacciatori, i quali diventano furibondi quando vedono comparire all’orizzonte nuove potenze, come l’URSS e la Cina, che intendono partecipare alla battuta di caccia. Tutto l’indirizzo politico dello sviluppo del capitalismo indonesiano non può che essere fortemente influenzato dalle pressioni dei vari gruppi imperialistici. Ciò non vuoi dire, come sostengono senza alcuna dimostrazione valida i «sottosviluppisti», che lo sviluppo capitalistico in Indonesia sia condizionato, o addirittura impedito dall’imperialismo. Ciò vuol dire, invece, che è proprio per il fatto che vi è uno sviluppo capitalistico in Indonesia che maggiore diventa la attrazione dell’imperialismo verso il paese e maggiore diventa la lotta tra i vari gruppi imperialistici per stabilire una particolare presenza. Sia da un punto di vista economico con le possibilità e le necessità di investimento di capitali che offre un mercato capitalistico in espansione, sia da un punto di vista politico con l’importanza che assume, ormai, l’allineare un paese come l’Indonesia in un determinato schieramento, in una determinata alleanza. Se venticinque anni fa il dominio o l’alleanza con l’Indonesia poteva rappresentare per il Giappone o per gli Stati Uniti l’egemonia su una fonte di materie prime, oggi può rappresentare qualcosa di più, una fonte di materie prime più una determinata, anche se ancora limitata, potenza economica e militare capitalistica. Ovviamente oggi il problema non può essere visto in termini di esclusivo dominio ma, e soprattutto, in termini di alleanza in cui la parte egemone è inevitabilmente quella imperialisticamente più matura.

LA VERA LOTTA E’ TRA
STATI UNITI E GIAPPONE

La lotta per stabilire, nelle forme più varie, una alleanza col capitalismo indonesiano si può dire che interessi, oggi, prevalentemente gli Stati Uniti ed il Giappone. Il terreno dello scontro è stato turbato dall’ingresso dell’URSS e della Cina. La presenza sovietica, anche se per certi aspetti concorrenziale nei confronti degli USA e del Giappone, diventava antagonisti soprattutto di quella cinese e, in definitiva, non poteva provocare, anche per questo secondo motivo, una reazione violenta. Ciò spiega perché la politica del PKI non solo fosse tollerata ma addirittura incoraggiata. La presenza cinese, invece. veniva ad interferire sui termini dello scontro concorrenziale americano-giapponese e ad introdurre elementi di squilibrio. Non perché la Cina potesse provocare od incoraggiare una rivoluzione proletario-contadina: abbiamo già visto che il PKI, allineatosi al maoismo, non aveva minimamente adottato un tale programma.
Lo squilibrio provocato dal tentativo cinese di stabilire una alleanza con il capitalismo indonesiano finiva col vantaggiare la posizione giapponese e con l’indebolire quella statunitense. La frazione Subandrio della borghesia indonesiana sapeva benissimo che dalla Cina non poteva attendersi un afflusso consistente di capitali, come sapeva benissimo che non poteva attenderlo dall’URSS. L’unico concorrente serio degli Stati Uniti è il Giappone. Questa è la realtà economica in Asia. Una alleanza cino-indonesiana poteva rappresentare obiettivamente l’anticamera di una maggiore espansione giapponese, un più stretto legame indonesiano-giapponese, addirittura, in prospettiva, un più stretto collegamento tra Cina e Giappone. Questo lo sanno i cinesi, gli indonesiani, i giapponesi ma lo sanno anche gli americani. I cinesi sanno che la loro strategia prevede una ipotesi di questo tipo e non a caso puntano, da un lato, sulla alleanza con i capitalismi asiatici e, dall’altro, su di una coalizione antiamericana.
Coloro che parlano di una strategia cinese per una rivoluzione asiatica o mentiscono spudoratamente o non conoscono gli stessi documenti cinesi.
Li conoscono invece bene gli americani che non temono rivoluzioni asiatiche incoraggiate dalla Cina, ma temono che la Cina possa contribuire ad indebolire le loro posizioni in Asia. E temono che ciò possa avvenire a seguito di una alleanza tra Giappone e Cina. Sanno che il Giappone da anni si sta ormai sganciando dalla egemonia statunitense e sta portando avanti, come è dimostrato in Indonesia, una massiccia penetrazione nel mercato asiatico. Sanno che inevitabilmente per l’imperialismo giapponese verrà a scadenza il mercato cinese.
Ma anche i borghesi indonesiani conoscono questi problemi, queste prospettive e tutti gli interrogativi che esse sollevano. La borghesia indonesiana ha oggi deciso di seguire una linea intermedia sul terreno delle alleanze, una linea che permetta: 1) una forte penetrazione di capitali giapponesi, 2) un consistente afflusso, sotto forma di «aiuti», di capitali statunitensi, 3) una continuità di capitali sovietici, sotto forma di «prestiti», 4) un non allineamento verso le alleanze militari create dagli Stati Uniti.
In sostanza: afflusso di capitali imperialistici sia dagli USA che dal Giappone e rifiuto di appoggiare militarmente gli Stati Uniti.
Classica posizione «neutralistica» alla Nasser, per intenderci, con la differenza che l’Indonesia giostra tra Stati Uniti e Giappone, in primo piano, ed Inghilterra, Olanda, Germania, URSS e Cina, in secondo piano, a differenza dell’Egitto che ha condotto la giostra a tre, Stati Uniti, Gran Bretagna ed URSS.
Sino a quando questa politica può essere portata avanti è difficile saperlo. Una parte delle sue possibilità di successo le ricava proprio dal sukharnismo del periodo precedente alla teorizzazione delle «forze emergenti», poiché in sostanza è la politica di Sukarno prima dell’avvicinamento alla Cina, prima dell’attacco alla «coesistenza pacifica» e all’ONU. E’ in fondo una politica che si inquadra nella «coesistenza pacifica» e l’accetta negli attuali rapporti di forza, timorosa di provocare grossi squilibri che potrebbero provocare forti spostamenti nei rapporti di forza tra le potenze imperialistiche ed incontrollate ripercussioni sull’Indonesia.
Non a caso, l’attuale posizione internazionale dell’Indonesia è vista con favore dagli Stati Uniti, dall’URSS e dal Giappone che stanno aiutandola a contenere la crisi inflazionistica. Naturalmente queste potenze imperialistiche basano il loro atteggiamento verso l’Indonesia su motivi diversi. Quelli che animano USA e URSS li abbiamo visti. C’è da vedere quello che ispira l’attuale politica dell’imperialismo giapponese. Abbiamo detto che lo spostamento dell’Indonesia dal tradizionale «neutralismo» di Sukarno all’alleanza con la Cina avrebbe, nella lunga prospettiva, favorito l’imperialismo giapponese a scapito di quello americano. D’altra parte, anche per la politica cinese il potenziale contrasto imperialistico tra Stati Uniti e Giappone è l’unica grande contraddizione di fondo che contenga l’Asia e che possa smuovere l’attuale assetto politico di quel continente. Su questo aspetto fondamentale può e deve essere vista la prospettiva tendenziale della politica cinese.
Ma per la Cina, l’Indonesia e il Giappone ciò rappresenta una tendenza e non ancora una possibilità reale. Forti gruppi dell’imperialismo giapponese premono in questa direzione ma l’insieme della classe capitalistica giapponese è per gli stessi legami finanziari che ha con gli USA, portata a proseguire una collaborazione concorrenziale e non ad aprire una frattura con gli Stati Uniti.

UNA CONTRORIVOLUZIONE SENZA
RIVOLUZIONARI

Questa posizione giapponese ha pesato fortemente sulla borghesia indonesiana che si è trovata ad essere completamente isolata nella sua politica di avvicinamento alla Cina e senza alcuna prospettiva nel caso tale avvicinamento si fosse compiuto. In questa situazione matura la decisione della «svolta», del «raddrizzamento» neutralista. La controrivoluzione diventa, quindi, lo strumento fondamentale per stabilire una nuova politica estera, per rompere l’asse Pechino-Giakarta in formazione, per riannodare i legami con i gruppi imperialistici, per eliminare la frazione borghese che tende alla alleanza con la Cina. Implacabilmente la controrivoluzione distrugge fisicamente la base di appoggio di quella frazione, cioè il PKI. E nella misura in cui il PKI ha influenza sulle masse la distruzione fisica si abbatte sulle masse stesse cogliendo anche la possibilità di eliminare sul nascere ogni potenziale possibilità di ripresa rivoluzionaria negli operai e nei contadini poveri.
La borghesia indonesiana, giovane di anni ma esperta come carnefice, ha ormai consegnato alla storia il suo primato, la sua «piramide dell’orrore». Thiers massacrò i comunardi parigini: ma quelli erano rivoluzionari che davano «l’assalta al cielo». Suharto ha massacrato dieci, venti volte di più operai e contadini indonesiani che neppure la sognavano una Comune.
A Parigi il proletariato alzò le armi contro la borghesia e fu schiacciato. A Giakarta lo fu perché non ne fu capace.
Gli opportunisti italiani cercano di confondere con i dettagli marginali della critica al PKI una grossa verità: cioè che le masse indonesiane furono massacrate senza che neppure si difendessero.
I cinesi, ed i filo-cinesi di ogni sfumatura, dal loro canto dimenticano di dire che il maoista PKI era tutto fuorché un partito rivoluzionario.
In Indonesia non si è assistito ad uno scontro tra forze controrivoluzionarie e masse rivoluzionarie, ma ad una decimazione sistematica di proletari e di contadini poveri che sprovvisti di ogni minima concezione comunista e d’ogni minimo strumento di difesa, abbruttiti da anni di appoggio alle forze borghesi, disarmati anche della più elementare reazione di classe, hanno costituito per i boia indonesiani una facile testa da tagliare.
Una controrivoluzione senza rivoluzionari!
Tutta l’ironia della storia di marxiana memoria non poteva bastare ad immaginare che un giorno, in un angolo della terra, nascesse un simile mostro, figlio di una borghesia nazionale sgualdrina per vocazione e di un partito opportunista tarato sino al midollo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...