Arrigo Cervetto – La controrivoluzione indonesiana (seconda parte)

Il proletariato internazionale ha un oggettivo interesse di classe a spingere quante più forze borghesi possibile in un quadro mondiale che non può più trovare un equilibrio e in cui una forza finisce con il neutralizzare l’altra. Diretta conseguenza di questa grandiosa concezione strategica leninista è la critica della teoria kautskiana del « superimperialismo ».
E’ logico che se si ritenesse possibile una dominazione superimperialistica, cioè un accordo pacifico tra tutte le potenze grandi, medie e piccole (Kautsky vedeva, invece solo le grandi), tutta la strategia proletaria sulla questione coloniale cadrebbe a pezzi. Ma, allora bisognerebbe concludere che tutta la natura del capitalismo è mutata.
La Rivoluzione d’Ottobre dimostrò, invece la validità della concezione leninista perché la rivoluzione proletaria fu il frutto, come Lenin non si stancò mai di ricordare, della concorrenza delle potenze imperialistiche e dello squilibrio mondiale da queste provocato.
Ma lo squilibrio provocato dall’irruzione sull’arena mondiale di nuovi e giovani capitalismi si ripercuote anche nel paese che lotta per l’indipendenza o che l’ha raggiunta e si ripercuote, soprattutto, sui suoi rapporti interni di classe. E’ un processo simultaneo in cui è puro scolasticismo ricercare una chiara delimitazione di tappe: le tappe si accavallano, si intrecciano, si frammischiano. Si creano situazioni particolari in cui si matura un processo di rivoluzione permanente e in cui le forze proletarie puntando sulla soluzione di problemi borghesi irrisolti, portano avanti la rivoluzione socialista contro la borghesia nazionale e contro l’imperialismo.
Perché si possa creare una condizione di questo tipo è necessario che il proletariato ed il suo partito, oltre che alla indispensabile autonomia abbiamo chiara la visione di tutta la strategia internazionale, di tutto il movimento mondiale delle forze sociali, di tutta la dinamica degli squilibri « in permanenza ».
In questo quadro come poteva essere concepito il movimento panislamico?
Il movimento panislamico
Per rispondere a questo quesito occorre seguire lo sviluppo m Indonesia dello stesso movimento panislamico.
Nella fase di sviluppo economico che inizia nel 1900 e che termina con la crisi del 1929, si organizzano i primi gruppi mussulmani a carattere politico. Nel 1911 si forma il SAREKAT ISLAM, organizzato da commercianti arabi mussulmani di Sumatra che cercano di usare l’islamismo contro i rivali cinesi, commercianti di stoffe a Giava. I commercianti mussulmani tentano di utilizzare la forte avversione ai cinesi esistente presso la popolazione; di conseguenza la loro iniziativa non preoccupa i colonialisti olandesi. Ma la prima guerra mondiale e la crisi economica che ne seguì portò dei mutamenti nel Sarekat Islam, verso cui si riversarono parecchie istanze popolari.
J. F. Cady, nella sua storia del Sud Est asiatico, sostiene che:
«…elementi marxisti, provenienti dall’Olanda, penetrarono nell’organizzazione servendosi di essa per attaccare sia il colonialismo sia il capitalismo… ».
Non porta prove sufficienti per documentarlo; c’è il fatto però, che parecchi commercianti arabi mussulmani abbandonarono in seguito il Partito e che questo accettò aiuti dai commercianti cinesi. Inoltre a jokro, rappresentante delle correnti messiachine islamiche, subentrò Agus Salim, mussulmano modernista, nella direzione del partito. Pare, inoltre, che gli elementi marxisteggianti reclutassero nelle grandi città membri dei sindacati operai e che, quindi, lo scontro con Salim diventasse profondo nel 1919-1921. Praticamente nel partito cozzavano due ali: una maggiormente potremmo dire socialdemocratica e l’altra, panislamica modernista.
Il Sarekat Islam può essere considerato il primo partito della borghesia commerciale residente nello arcipelago, borghesia composta in gran parte da una frazione araba e da una cinese. Una frazione di borghesia commerciale propriamente indonesiana non ha ancora sufficiente consistenza per poter esprimere un suo orientamento politico sia all’interno del movimento panislamico che nell’altro filone specificatamente nazionalistico, che si concretizzerà nel 1927, con il Partito Nazionale Indonesiano dove, appunto, anche l’assunzione del termine« indonesiano » sta ad indicare il richiamo più alla nazione che all’Islam.
La storia del movimento nazionale viene ad essere complicata anche per quanto riguarda la caratterizzazione della borghesia nazionale, dalle comunità di religione e dalle comunità di razza. La distinzione marxista tra borghesia commerciale, industriale e agraria ci permette di seguire un criterio di classificazione sociale e di ritrovare nel groviglio di religione e di razza i caratteri unitari di classe nel processo della produzione e della distribuzione. Conviene però non dimenticare che le classi in Indonesia, e particolarmente la borghesia, si presentano con una composizione plurirazziale e pluriconfessionale. Quindi, la caratterizzazione dei partiti e delle correnti deve tener conto di questo fatto che serve spesso a spiegare come le componenti di razza e di religione all’interno di una stessa classe si esprimano in movimenti politici diversi e in correnti all’interno di uno stesso movimento.
A ben guardare, però, i fattori razziali o religiosi riflettono, a loro volta interessi particolari che entrano in contrasto con gli interessi generali della stessa classe, ad esempio, la frazione cinese della borghesia commerciale avrà interessi particolari derivati da] suo collegamento con la borghesia commerciale cinese che opera in tutto il Sud-Est asiatico.
La lotta per la creazione di uno stato nazionale unitario, e quindi di un mercato nazionale unitario è anche la lotta per unificare le varie frazioni della borghesia, per mediare gli interessi particolari con quelli generali.
Anche sotto questo aspetto il movimento panislamico non ha giocato di certo il ruolo di forza unificatrice di una borghesia nazionale né di forza mediatrice, né tanto meno di forza creatrice di una classe borghese indonesiana come risultato di un insieme di frazioni plurirazziali. Anzi ha rappresentato un forte ostacolo, un elemento di ritardo, un fattore che impediva la fusione di classe. Nello stesso tempo, però, nel movimento panislamico venivano alla maturazione anche forti istanze nazionalistiche derivate dall’adesione di molteplici strati sociali e ciò spiega il continuo frantumarsi del movimento in una serie di partiti, correnti e gruppi.
Se da una parte questo fenomeno di frantumazione rispecchia la molteplicità di fattori razziali e religiosi, dall’altra riflette la lotta tra correnti che tendono pur in mille sfumature, ad essere nazionali e correnti che continuano ad essere anazionali. Uno degli aspetti in cui si manifesta questa lotta di correnti e quello culturale-politico. E’ interessante notare come già nel 1914 nel movimento panislamico si crei un gruppo modernista il BUDI OTOMO che sostiene la necessità di assimilare la cultura occidentale ispirandosi al modello giapponese che si serviva della scienza e della tecnica occidentale per poter contrastare l’influenza dell’Occidente.
Riferisce il Cady che: « Fu in questo gruppo di indonesiani europeizzati che i portavoce comunisti furono per la prima volta ascoltati ».
Non si conosce molto su questi rapporti. Di più si sa sullo sviluppo del movimento socialista a Giava. Nel 1912 un certo Dower Dekker, parente dell’anarchico Multatuli, organizza con altri olandesi un gruppo socialista di sinistra, ma nel 1913 è espulso da Giava. Gli elementi di sinistra di questo movimento che poi divennero comunisti, sviluppano però il lavoro iniziato. Sono capeggiati dall’olandese Hendrik Sneevliet, che diventerà uno dei maggiori esponenti del Komintern in Cina con il nome di Maring (sotto questo nome, una delle così dette « esperte » e propagandiste del maoismo, la Collotti-Pischel, in un suo libro ha creduto di trovare un delegato asiatico! ), che in quel periodo è ancora membro della Società Socialdemocratica Indiana. Il gruppo di Sneevliet da cui emerge ben presto l’indonesiano Semaoen già nel 1917 riesce ad avere una forte influenza nella sezione di Semarang nel Sarekat Islam, influenza che si estenderà a vero e proprio controllo negli anni 1918-1921.
La formazione del P.K.I.
I rapporti tra il gruppo Sneevliet e l’Internazionale Comunista sono stabiliti nel 1919, contemporaneamente all’intensificarsi delle relazioni con gruppi di sinistra a Shanghai. Nel 1920, infine, in seguito ad una frattura nell’Unione Socialdemocratica, costituita formalmente nel 1914, sorge il Partito Comunista Indonesiano. Sneevliet non presiede alla fondazione perché, in quel momento, è all’estero, esiliato dagli olandesi, ma il Partito non si discosta dalla linea seguita negli anni precedenti dal gruppo di sinistra. Il Partito Comunista Indonesiano è il primo partito comunista costituitosi in un paese coloniale. Questo carattere potrebbe costituire un vantaggio per il suo sviluppo e, in parte lo costituisce. Nei primi anni di vita, il P.K.I. diventa un partito consistente, riesce ad organizzare considerevoli movimenti anticoloniali, nel 1923 organizza uno sciopero generale dei ferrovieri.
Ma un’altra caratteristica presiede alla sua formazione: i rapporti con il movimento panislamico. Sostanzialmente la definizione di questi rapporti costituisce il nucleo centrale della definizione della strategia rivoluzionaria da parte del P.K.I. Il suo limite, ed i presupposti della sua disfatta, risiedono proprio nella mancata definizione dei rapporti con il panislamismo. Non solo i rapporti non furono definiti, ma la natura stessa del panislamismo non ha mai trovato da parte del P.K.I. una analisi corretta.
Quest’ultimo compito non era certamente facile data la complessità del fenomeno e data l’assenza in Indonesia di un movimento nazionale borghese, cioè di un movimento che si esprimesse politicamente come movimento di liberazione nazionale e ideologicamente con teorie democratico-borghesi.
Che il compito non fosse facile lo dimostra il fatto che, a parte Lenin, nessun grande dirigente dell’Internazionale Comunista ha mai fornito un’ampia analisi del fenomeno. Mentre l’analisi sulla struttura sociale, sui movimenti politici sulle forze motrici della rivoluzione cince è stata ampia, anche se controversa, per quanto riguarda l’Indonesia, e in particolare il panislamismo, l’analisi iniziata da Lenin non è stata portata avanti. Il risultato, come vedremo, fu che Komintern e P.K.I. furono guidati dal puro empirismo nelle scelte tattiche.
E il grave fu che l’empirismo che guidava le scelte tattiche consigliava infine la stessa definizione teorica del panislamismo.
Caso tipico di tale comportamento politico è Tan Malaka. Ma sarebbe un errore trovare l’origine della mancanza di una strategia rivoluzionaria in Indonesia solo nel gruppo dirigente del P.K.I.. Questo gruppo aveva tutte le tipiche deficienze che possiamo riscontrare nei gruppi dirigenti del P.C. cinese, del P.C. indiano e di altri partiti comunisti « coloniali » deficienze aggravate dal fatto che erano giovanissimi come partiti e non potevano avere ancora assimilato il marxismo e tanto meno il leninismo e che appena allora iniziavano un vero e proprio processo di formazione e di selezione dei quadri.
La causa prima della mancata definizione di una strategia per l’Indonesia risiede, quindi nello stato maggiore dell’Internazionale Comunista, cioè nel gruppo dirigente di quella organizzazione che doveva funzionare come partito comunista mondiale e di cui il partito indonesiano non doveva essere che una sezione. Su questioni che riguardavano la tattica nei paesi coloniali spesso alcune sezioni come il Partito Comunista Francese, non si allineavano alle direttive dell’Internazionale: risultava chiaramente perciò che era una sezione a non applicare una strategia elaborata internazionalmente.
La deficienza, in questo caso, era di carattere esecutivo e poteva essere superata sul piano organizzativo, sul piano degli organismi dirigenti.
Per l’Indonesia salvo alcuni episodi marginali, non si ebbero fenomeni analoghi. Le deficienze non erano di carattere esecutivo ma di elaborazione e ciò portava, in generale l’Internazionale a tracciare una linea tattica estremamente elastica e risultante dall’accoglimento più o meno parziale delle istanze dei delegati indonesiani.
Era, quindi, più che naturale che questi ultimi erigessero a strategia ciò che invece era la tattica dei loro rapporti con il movimento panislamico. Disastroso era, invece per la strategia della rivoluzione internazionale, che la tattica degli indonesiani finisse con il collocarsi nel quadro mondiale strategico dell’I.C. e non ne fosse, invece, una emanazione subordinata.
La pratica, in questo caso la pratica singolare di una situazione particolare come quella indonesiana, diventava la teoria e lo diventava proprio perché mancava una elaborazione teorica che verificasse la pratica e da questa verifica traesse insegnamenti tattici di azione politica. La pratica si elevava a teoria nell’assenza di un rapporto dialettico analisi scientifica-azione politica. Veniva in questo modo a porsi oggettivamente uno dei presupposti dello stalinismo nel corso della rivoluzione asiatica.
Una più attenta analisi marxista ci dimostra come già in quei primissimi anni dell’I.C. si presentasse per il caso indonesiano un fenomeno di formalismo coperto da un verbalismo ortodosso nelle enunciazioni e paurosamente vuoto nelle azioni.
Formalismo teorico e tatticismo pratico
Le tesi sulla questione coloniale del 20 Congresso dell’I.C. diventavano puro formalismo ortodosso se non venivano sviluppate strategicamente e se non venivano impiegate come strumenti scientifici di analisi per ogni situazione concreta. Venivano, cioè, ridotte a puro e semplice formalismo mentre le esigenze dell’azione politica non guidate da una teoria che le sapesse prevedere, venivano risolte sul piano dell’improvvisazione empirica. Mancando all’Internazionale una grande mente come quella di Lenin non si fu capaci di rispondere ai problemi concreti che poneva un aspetto particolare della questione coloniale, l’aspetto « indonesiano ».
Esisteva una borghesia nazionale indonesiana? Esisteva un movimento democratico-borghese o un movimento nazionale-rivoluzionario in Indonesia? Solo un’analisi marxista che sapesse sceverare nel complesso di forze sociali plurirazziali e pluriconfessionali, per astrarne tutte le caratteristiche di classe, poteva dare una risposta sufficientemente chiara a tali quesiti, una risposta che potesse illuminare la azione politica del partito comunista anche nei rapporti con il movimento mussulmano.
Cioè che, in definitiva, ponesse questi rapporti tattici in una prospettiva chiara e li togliesse da quel praticismo che finiva col travolgere tutta l’azione caratterizzante del partito.
Il fatto è che lo stesso praticismo che regolava i rapporti P.K.I.-movimento islamico finisce con lo esaurirsi. Nel 1922 avviene la rottura tra P.K.I. e Sarekat Islam rottura consumata sul piano politico ma non su quello teorico. Nemmeno con la rottura il P.K.I. e l’I.C. riescono a giungere ad una precisa analisi marxista della società indonesiana e delle forze motrici della rivoluzione.
Inizia, pertanto, la « seconda fase » della storia del P.K.I.
Il Partito intensifica l’azione nei sindacati e nel periodo 1924-1926 tenta di estendersi nelle campagne.
E’ in questo periodo che i rapporti con l’Internazionale diventano nuovamente tesi.
Al 5° Congresso del Komintern nel 1924 viene posto il problema dei « partiti operai e contadini ». Manuilski nella relazione sulla questione dei « Partiti operai e contadini » indica come tipo di tali partiti il Kuomintang per la Cina e il Sarekat Rajat per l’Indonesia. Precedentemente l’esecutivo dell’I.C. aveva stabilito che i comunisti dovessero entrare nel Sarekat Rajat, nelle forme e modalità in cui era stato ordinato ai comunisti cinesi di entrare nel Kuomintang. Occorre tenere presente che il Sarekat Rajat era sorto, sotto l’impulso di Malaka, come una organizzazione di circoli educativi nelle campagne che conducevano una lotta contro l’analfabetismo.
La questione del partito “operaio contadino”
Già nel 1924 si delineava per l’Indonesia la tendenza dell’I.C. ad abbandonare la concezione leninista dell’autonomia del partito operaio nel corso della rivoluzione borghese in Asia. La stessa definizione di « partiti operai e contadini » non è che l’espressione terminologica di una ben più profonda revisione teorica o, per meglio dire di una ancor più profonda mancanza di una base teorica che colleghi questioni organizzative con questioni strategiche. Parallelamente alle tesi sulla questione coloniale la concezione organizzativa del partito subisce una imbalsamazione che è tipica di ogni inizio di un processo opportunistico e revisionistico. Il partito è uno strumento fuso con la teoria. Lo sviluppo pratico del partito-teoria è la strategia e quando manca questa vuol dire che teoria e partito si sono fossilizzati. E siccome uno strumento organizzativo è storicamente valido solo per il ruolo strategico che assolve, ne consegue che quando manca questo la stessa concezione leninista del partito non può neppure più essere adoperata da chi formalisticamente dice di farla propria. Cioè diventa per costui uno strumento inutile. La prova è che Manuilski e il gruppo dirigente dell’I.C. dovettero inventare una nuova formula organizzativa: « il partito operaio e contadino ».
Né vale l’obiezione che la formula cercava di superare, in Asia e in Indonesia il distacco tra partito comunista e masse contadine. A prescindere dal fatto che la stessa esigenza è sempre presente nella storia del partito bolscevico, che rimane sempre un « partito operaio » e non diventa un « partito operaio e contadino » per strappare i contadini ai populisti e tanto meno entra nel partito contadino degli S.R. da un punto di vista marxista si può capovolgere l’obiezione e dire che il P.K.I. non riusciva a superare il distacco con le masse contadine appunto perché non era un partito operaio e leninista.
Che non lo fosse è storicamente comprensibile, che non lo potesse diventare è, invece discutibile. Certamente la linea dell’I.C. era quella opposta a far maturare leninisticamente il P.K.I. L’immaturità del P.K.I. era poi comune a quella degli altri partiti asiatici. Al 50 Congresso dell’I.C. (17 giugno – 8 luglio 1924) Ho Chi Min ed altri delegati asiatici criticarono Varga che nella sua relazione sull’economia mondiale aveva, secondo la loro opinione accentrato la sua attenzione sullo Occidente tecnicamente sviluppato. Varga aveva sostenuto, inoltre, che l’Europa cessava di essere il centro economico mondiale e che tale centro si era andato spostando negli Stati Uniti. I delegati asiatici criticavano il fatto che la relazione Varga avesse trascurato l’Asia. Le loro critiche, ancora su un piano generico, potevano avere qualche fondamento come poteva averlo l’esigenza che l’I.C. si impegnasse maggiormente nella rivoluzione asiatica. Ma quando dalle critiche generiche passarono a critiche più circostanziate, la debolezza polemica dei delegati asiatici si rivelò marcatamente. Il giapponese Katayama sostenne che se era vero che il centro economico mondiale di spostava dall’Europa all’America era pur vero « che nuove unità capitalistiche erano sorte in Asia non solo il Giappone ma anche la Cina e l’India ». Semaoen, del P.C. indonesiano, criticò l’insufficiente attenzione del P.C. Olandese al problema coloniale, l’aiuto del P.C. Olandese al P.C. Indonesiano, diceva, è « un aiuto di carta », teorico e immateriale.
Insomma critiche marginali, in parte velleitarie, in parte giuste, ma nessun contributo di alternativa strategica. In sostanza, riflessi di un circolo vizioso gruppo dirigente del Komintern – delegati asiatici accomunati nell’impotenza del vuoto strategico, nella spirale del tatticismo.
Vuoto strategico e tatticismo si manifestano chiaramente nel corso dell’applicazione delle decisioni del V Congresso. Nella sessione dell’aprile 1925 del Bureau Orientale del Komintern viene varato un programma per Giava. Il PKI doveva perseguire i seguenti obiettivi: 1) allargare la base proletaria, 2) sviluppare i rapporti con i « nazionalisti rivoluzionari » sulla base di un « programma minimo democratico » contenente: a) l’indipendenza nazionale, b ) il ritiro delle truppe olandesi c) la convocazione di una assemblea popolare, d) la concessione del suffragio universale, e) la conquista della giornata lavorativa di 8 ore.
Era non solo un programma generico, ma possiamo dire un programma menscevico che non poneva neppure l’obiettivo della riforma agraria, cioè il nodo centrale attorno al quale un partito operaio, come era accaduto ai bolscevichi poteva stabilire un raccordo strategico con i contadini piccoli e medi invece di rincorrere alleanze di vertice, entrismi e fusioni con i vari movimenti politici e religiosi.
Il non porre neppure in un « programma minimo democratico » la riforma agraria voleva significare il tentativo di stabilire un’alleanza antiolandese con i « capi dei villaggi », cioè con uno strato sociale di proprietari terrieri (che analizzeremo in seguito) che dominavano le campagne e che animavano il movimento panislamico e le sue tendenze più conservatrici. La presunzione di poter stabilire collegamenti duraturi con alcune correnti del movimento panislamico rendeva prigioniero il PKI dei rapporti che, in effetti, si determinavano tra tutte le correnti mussulmane. Per non rompere con le correnti cosiddette « progressiste » il PKI era di fatti costretto a non attaccare le correnti « conservatrici ».
Il dare poi etichette di « sinistra »o di « destra » alle varie correnti mussulmane non spostava di un centimetro il problema, anzi lo aggravava. Ancora una volta, invece di portare a fondo l’analisi leninista delle forze sociali e della dinamica delle classi nella questione coloniale, l’I.C. esasperava al massimo la giusta distinzione operata da Lenin nelle correnti borghesi-nazionali per approdare ad un bizantino tatticismo in cui l’uso dei termini come « sinistra », « centro » e « destra » copriva posizioni estremamente mutevoli e spostamenti di schieramenti politici estremamente labili. Sorgeva nell’I.C. un « formalismo della tattica », cioè in essenza un sottoprodotto della diplomazia borghese. La massima applicazione di questo metodo l’avremo in Cina dove le varie correnti del Kuomintang verranno definite di « destra » o di « sinistra » a seconda delle dichiarazioni che i vari generali faranno di giorno in giorno. Disancorate queste definizioni delle correnti borghesi da una seria analisi della dinamica delle classi, riserveranno delle grosse sorprese, dei rovesciamenti di fronte, delle disfatte colossali per il proletariato. La tattica diventa come l’ago di una bussola che non sa più trovare il Nord.
Nelle debite proporzioni, ciò che accade in Cina lo ritroviamo in Indonesia.
Il Bureau Occidentale del Komintern dà direttive affinché sia costituito un « blocco rivoluzionario democratico ». Mentre per l’Egitto il Bureau Orientale non fa distinzione tra « destra » e « sinistra » nazionalista, per l’India e Giava ritiene di poterla fare perché sono « colonie sufficientemente avanzate ».
Ciò era vero per l’India, ma nessuna seria analisi sulla struttura sociale avrebbe permesso al Komintern di definire Giava più «avanzata» dell’Egitto. Evidentemente il giudizio era basato su di una considerazione esclusivamente tattica. Dopo la rottura con il Sarekat Islam e la formazione del Sarekat Rajat il PKI teorizzava una alleanza con la piccola borghesia che escludesse l’alta borghesia. Ciò sino al 1924. Ma nel 1924 il PKI e l’I.C. ritengono che la situazione sia cambiata perché, secondo loro il corso degli avvenimenti cinesi influenzerebbe la borghesia del Sarekat Islam ed il più moderato Budi Otomc Party. Il corso della rivoluzione cinese, nelle sconfitte che infligge all’imperialismo, darebbe maggiore coraggio ai borghesi indonesiani, radicalizzerebbe il loro nazionalismo li sposterebbe a sinistra. Tutta la impostazione dell’alleanza con il Kuomintang, con il conseguente abbandono della strategia rivoluzionaria leninista, viene trasferita così di peso in Indonesia.
Gli effetti del tradimento dello stalinismo saranno in questo modo duplici.
Il terrorismo del 1926
Nell’estate del 1925 il PKI inizia i negoziati con il Sarekat Rajat ed il Sarekat Islam per la formazione di un « fronte unico antimperialista »: i negoziati falliscono ma, un anno dopo, nell’agosto 1926 si giunge alfine alla costituzione di un « Comitato di Liberazione Nazionale » con il PKI, Sarekt Islam e Budi Otomo Party.
L’alleanza ben presto si rompe per l’insorgere di un fenomeno nuovo: il terrorismo.
Già nel 1925 l’Esecutivo dell’I.C. si era preoccupato delle correnti terroristiche, il cui principale gruppo era costituito dalla cosiddetta « Sezione B » del Sarekat Islam. Il PKI aveva criticato il terrorismo individuale, ma ben presto le correnti terroristiche non solo predominano nel Sarekat Islam ma guadagnano terreno anche nel PKI.
Praticamente il PKI era diviso. Le correnti contrarie all’alleanza con la borghesia islamica, incapaci di trovare una piattaforma politica leninista e di creare un partito rigorosamente comunista, si indirizzano verso il terrorismo, verso il « putschismo ».
Alla fine del 1925, nella conferenza del PKI a Solo viene decisa la preparazione di una insurrezione per il 1926. Alimin, che in quel momento è praticamente il capo del partito informa Tan Malaka e Semaoen che si trovano fuori dell’Indonesia.
Il contrasto esplode violento. Malaka e Semaoen criticano la linea insurrezionale e sostengono la necessità di preservare il fronte unico antimperialista con; partiti borghesi. Sostanzialmente questa è pure la posizione di un altro dirigente del PKI, Barsono, che espulso dagli olandesi vive a Mosca dal 1926 al 1929 ed è membro del Comitato Esecutivo dell’I.C. prima di abbandonare anch’egli, come Semaoen, il PKI.
Il 12 novembre 1926, organizzata dalle correnti terroristiche del PKI, del Sarekat Islam e del Sarekat Rajat, scoppia l’insurrezione a Giava ben presto soffocata dagli olandesi. Il PKI viene perseguitato migliaia dei suoi membri sono deportati nella Guinea Occidentale, le stesse correnti mussulmane estremistiche vengono scompaginate organizzativamente. Il PKI lavorerà clandestinamente fino al 1945, ma possiamo dire che in pratica il partito cesserà di esistere per quasi vent’anni. Con l’insurrezione del novembre 1926, terminava così la « seconda fase » della storia del PKI cioè la fase più importante da un punto di vista della rivoluzione socialista in Asia, la fase che da un lato, costituisce l’unico tentativo di azione politica di un partito comunista in Indonesia e dall’altro un clamoroso fallimento, parallelo a quello cinese dovuto alla mancanza di una strategia leninista, all’insufficiente analisi teorica all’improvvisazione tattica e al prevalere di una tendenza nell’Internazionale Comunista che pone alla base della sua politica, in Europa e in Asia, gli interessi dello Stato sovietico e non quelli del proletariato internazionale.
Possiamo ben dire che con il 1926 finisce il comunismo, anche se infantile e ancora spurio, indonesiano. Il PKI che riemergerà dopo la tempesta non sarà più un partito comunista. Tutti i suoi fondatori da Sneevliet, che passerà al trotzkismo, a Malaka, a ,Semaoen, a Darsono, lo lasceranno.
L’attuale PKI sarà, come ha osservato acutamente uno studioso dell’Indonesia, E. Schuhmacher, un partito « diretto da piccolo-borghesi senza cultura marxista… I timori stranieri che l’Indonesia possa diventare un paese comunista sono privi di fondamento ».
Il fallimento comunista del 1926 secondo J.F. Cady, « lasciò il campo aperto ai laici nazionalisti indonesiani ». E’ un giudizio esatto ma parziale, anche se lo storico americano aggiunge che pure il Sarekat Islam uscì screditato dall’insurrezione. In realtà è tutto il movimento panislamico che entra in crisi dopo il 1926 e in questa crisi trascina il PKI che praticamente, nelle sue oscillazioni tattiche non aveva fatto altro che rimanere condizionato, ora dalle correnti moderate ora dalle correnti terroristiche, del panislamismo. La creazione di un movimento nazionalista laico, cioè di un movimento che si avvicina al modello «democratico-borghese» è la conferma della tesi leninista sul carattere reazionario del panislamismo, carattere che non poteva di certo essere cancellato, come lo era nelle risoluzioni dell’I.C. dai sussulti « terroristici » incautamente giudicati di « sinistra ».
Formazione del nazionalismo
Sostanzialmente, nella misura in cui si sviluppava una borghesia nazionale indonesiana, legata a suoi interessi nazionali che superassero gli interessi settoriali delle borghesie arabo-mussulmane, indiane e cinesi, si andavano creando le premesse per l’espansione di una ideologia nazionalista a carattere laico e per un conseguente movimento politico. Che poi questo movimento nazionalista sia stato estremamente contraddittorio è un problema che si può studiare solo collegandolo allo sviluppo ancora più complesso delle classi sociali in Indonesia.
Il fatto storico importante è che ad un certo momento sia sorto un movimento nazionalistico che virtualmente rompeva con il panislamismo. Questo fenomeno costituiva un fatto qualitativamente nuovo che veniva a confermare ciò che costituiva la logica conclusione politica delle tesi di Lenin sul panislamismo: la tattica del partito comunista doveva tendere alla rottura ideologica del panislamismo ed a permettere la creazione di un movimento nazionale-rivoluzionario, democratico e quindi laico. Cioè. invece di cercare di costituire alleanze tattiche con presunte correnti di «sinistra» del panislamismo puntare sulla rottura del movimento condizione prima per il sorgere di correnti autenticamente nazionaliste. Un lavoro in profondità del PKI in questo senso avrebbe dato alla lunga quel risultato.
Sfortunatamente Lenin non ebbe il tempo e la possibilità di sviluppare sul piano tattico le sue tesi sul panislamismo, ma, ripetiamo, le linee direttrici della tattica erano già tutte contenute nella teoria che d’altro canto, riassumeva tutta la esperienza politica, e quindi tattica, del partito bolscevico, esperienza che come dirà Lenin nel 1919, aveva ormai un « valore universale » e non solo russo.
Di qui si vede come non sia un compito facile e lineare tradurre in azione una formulazione teorica ma come occorra un partito altamente attrezzato teoricamente e politicamente per saper estrarre da una tesi teorica tutte le conseguenze tattiche che questa, al livello di « astrazione scientifica » riassume.
I dirigenti dell’Internazionale, non solo un Zinoviev ma pure un Trotski, non ne furono capaci. Occorre dirlo, ed occorre dirlo soprattutto perché noi rivoluzionari dobbiamo trarre una preziosa lezione da tutte le esperienze di lotta dell’Internazionale Comunista. La questione del panislamismo non riguarda solo un particolare momento della lotta in Indonesia, ma riguarda in generale un aspetto importante della questione coloniale, un aspetto sempre attuale e che troviamo espresso in molti paesi arabi, ad esempio in Egitto, in Algeria, ecc., con le tendenze panarabe, mussulmane, ecc.
Abbiamo detto che le tesi di Lenin riassumevano l’esperienza bolscevica. Infatti, possiamo stabilire un certo rapporto tra il populismo russo con le sue utopie reazionarie panslaviche ed il panislamismo.
Come si comportarono i bolscevichi di fronte ai populisti?
Condussero, innanzitutto, una spietata lotta sul fronte teorico. L’attacco contro le concezioni teoriche e politiche del populismo fu il primo banco di prova del marxismo russo, anzi fu un passaggio obbligato per l’affermazione del marxismo in Russia come movimento teoricamente e politicamente autonomo e rigorosamente delimitato dalla ideologia populista.
Il prezzo pagato in questa lotta fu costituito dal fatto che, per un certo periodo, le correnti populiste furono preponderanti negli strati contadini, dato che la stessa delimitazione teorica impediva varie forme di alleanza tra marxisti e populisti, e ancor più impediva ai marxisti una attività in seno al movimento populista. Ma solo a questo prezzo si poteva costituire un partito marxista in Russia, che potesse, in seguito, come partito autonomo della classe operaia, porre politicamente un problema di alleanza con i contadini nella lotta contro il sistema zarista, un’alleanza che aveva il chiaro presupposto di rafforzare il proletariato nelle fasi della sua rivoluzione. Da parte di alcuni teorici populisti fu rimproverato ai marxisti di rafforzare, nella lotta contro le concezioni populiste stesse, le correnti borghesi che vedevano nell’utopismo populista un ostacolo allo sviluppo capitalistico della Russia. In effetti, avveniva anche questo. L’attacco marxista al populismo staccò molti intellettuali dalla tradizione populista, li avvicinò ad una concezione borghese dello sviluppo economico, li preparò a costituire i gruppi politici dirigenti della borghesia industriale e commerciale. Dopo la prima grande ondata dell’attacco al populismo, il fronte marxista cominciò a sfaldarsi nella definizione dei compiti politici e organizzativi che, ormai, non erano più quelli della lotta ad un populismo sconfitto sul piano teorico ma quelli della creazione di un partito operaio rivoluzionario e della elaborazione di una strategia che stabilisse le fasi della rivoluzione socialista nella società russa.
Dal fronte marxista si staccarono i « marxisti legali », « gli economisti », i « menscevichi », cioè una serie di correnti che avevano rotto con l’ideologia populista e che costituiranno la democrazia borghese. In questa seconda battaglia, questa volta « interna », il marxismo forgiò tutte le armi teoriche, politiche ed organizzative per diventare il partito bolscevico.
Oramai il nemico principale non era più il populismo ma tutte le correnti alcune delle quali proclamantesi marxiste, della democrazia borghese.
E’ in questa dialettica di lotta teorica e di lotta politica che si forma il partito rivoluzionario del proletariato in Russia, il partito che potrà sconfiggere il populismo nella sua stessa base sociale, nei contadini.
Tutta una serie di circostanze storiche e sociali hanno permesso questo tipo « bolscevico » di sviluppo del partito. Ma il fatto stesso che a circostanze storiche e sociali abbastanza analoghe in altri paesi non abbia corrisposto un analogo tipo « bolscevico » di sviluppo del partito, sta ad indicare che il valore « universale » dell’esperienza bolscevica stabilito da Lenin non è un dato acquisito ma un dato da acquisire nell’impegno della lotta e della volontà politica.

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