Arrigo Cervetto – La controrivoluzione indonesiana (terza parte)

La natura di movimento democratico-borghese e data anche dalle circostanze storiche in cui esso sorge. La natura del movimento nazionale indonesiano e stata determinata anche dal fatto che esso sorse dalla sconfitta, non tanto organizzativa quanto teorica, del comunismo indonesiano.
Se il nazionalismo, laico e democratico, fosse sorto dalla lotta del marxismo contro il panislamismo, cosi come era sotto il democratismo russo nel corso della lotta tra marxismo e populismo, avrebbe assunto, oltre a caratteri possiamo dire fondamentali, determinati altri caratteri specifici. Innanzitutto la sua rottura col panislamismo sarebbe stata piu netta ed avrebbe superato tutti quegli aspetti di ambiguita che ancora conserva.

In secondo luogo, avrebbe assunto una maggiore estensione ed una maggiore penetrazione negli strati contadini, ancora sotto un’influenza panislamica che, in caso inverso, non sarebbe stata tale. In terzo luogo, avrebbe trovato una base sociale in una borghesia nazionale rafforzata dall’indebolimento dei capi agrari islamici. Invece il movimento nazionale indonesiano trovera, come vedremo, una espansione solo nel 1942 con l’occupazione giapponese.
Malgrado che l’ispirazione di Sukarno fosse generata in parte dall’esempio del Partito del Congresso dell’India, il Partai Nationai Indonesia che egli fonda, con Tjipto, nel 1929 e poco piu di un gruppo di studenti. Questi avevano seguito in Europa le esperienze nazionali dell’Irlanda, della Polonia, dei Paesi Arabi e della Russia. Poco dopo Sukarno e arrestato, sara liberato nel 1932 e nuovamente deportato nel 1933 con Mohamed Haffa, il quale nel 1932 con Sutan Siahrir aveva formato un partito socialista moderato che cercava di unire al PNI. Se si tolgono questi episodi, il nazionalismo indonesiano negli anni 30 ha ben poca storia. Questa inizia veramente con l’occupazione giapponese dell’arcipelago indonesiano nel 1942.
Ritorneremo su questo argomento. Per ora ci limitiamo a vedere quali riflessi ebbe sul nazionalismo indonesiano. I giapponesi liberarono i prigionieri politici che gli olandesi avevano deportato.
Come riferisce J. F. Cady, i giapponesi fin dal 1933 cercavano l’appoggio dei mussulmani indonesiani e a tal fine crearono nel 1937 il Consiglio Islamico, conosciuto come MIAI, al quale nel 1939 si affiliarono anche i resti del Sarekat Islam. Quando nel 1942 i giapponesi occuparono l’Indonesia, internando gli olandesi, ottennero la collaborazione del Consiglio Islamico al quale affidarono una specie di governo civile. Sempre con la collaborazione del Consiglio Islamico crearono il PETA, cioe il primo esercito indonesiano. E’ questo un fatto di grande importanza per il nazionalismo indonesiano.
Il PETA era un esercito abbastanza consistente (120.000 uomini) ed in esso si formarono i quadri militari del nazionalismo: anzi la costituzione di un esercito nazionalista in tali circostanze doveva influire enormemente sullo sviluppo del nazionalismo stesso. Oggettivamente non sara il partito nazionalista che formera l’esercito ma sara quest’ultimo che formera il nazionalismo, come fenomeno politico di massa.
L’esercito sara la forza determinante il movimento nazionalista, la forza che formera lo stato nazionale stroncando ogni movimento centrifugo e separatista, la forza che presiedera all’unita nazionale. Sotto molti aspetti, l’esercito costituira la burocrazia statale, una burocrazia di tipo militare.
L’origine, lo sviluppo; la funzione dell’esercito nella creazione dello stato nazionale indonesiano spiegano i caratteri della controrivoluzione del 1965 imperniata sui quadri militari. Che nella controrivoluzione del 1965 i militari abbiano stabilito una alleanza con i mussulmani non significa che l’esercito possa essere considerato una espressione del panislamismo.
Nell’esercito e certamente forte l’influenza dei mussulmani, che hanno perso ormai certi tratti panislamici per acquisirne altri di tipo nazionale, ma sostanzialmente l’esercito esprime la tendenza nazionalistica che ha manifestato anche quando ha stroncato le tendenze mussulmane separatistiche in varie isole dell’arcipelago.
L’esercito rappresenta la burocrazia militare della borghesia nazionale e dei settori del capitalismo statale, del resto diretti, come accade in Egitto, da militari che si trovano a capo delle aziende e degli Enti statali.
Uno dei massimi revisionisti della questione coloniale. Chesneaux, ha formulato la tesi che considera i militari del cosiddetto «Terzo Mondo» come una «nuova classe», una specie di «tecnocrazia militare» delle zone arretrate. E’ estremamente significativo che nella ricerca di definire un contenuto al termine «democrazia nazionale», termine lanciato dai sovietici per giustificare la loro politica di «coesistenza» con l’imperialismo occidentale, Chesnaux giunga ad «inventare» una «nuova classe», assimilando la tradizionale metodologia dei sociologi americani, suoi compari «coesistenziali».
Le ragioni per cui perviene a formulare questa tesi sono abbastanza chiare: alla teoria sovietica della «coesistenza» occorre una classificazione sociale del cosiddetto «terzo mondo» che permetta di poter dire che questo si avvia alla «edificazione socialista», saltando la fase capitalistica.
In questa «marcia verso il socialismo» e difficile ai teorici della «democrazia nazionale» collocare il ruolo della borghesia nazionale, a meno che non siano costretti a dire che e la borghesia stessa ad «edificare» il socialismo.
Trattandosi di un «socialismo», come quello sovietico e cinese, che non e altro che un capitalismo di stato, l’affermazione non sarebbe poi tanto paradossale. Un «socialismo» di quel tipo lo sta effettivamente «edificando» la borghesia nazionale in India, in Indonesia, in Egitto, in Africa.

I militari non sono una classe, ma un reparto controrivoluzionario

Ma Chesnaux non puo chiamare le cose con il loro nome e cerca una nuova classe sociale che non sia quella borghese. Eleva, quindi, a classe, anche se non esplicitamente, gruppi militari i quali, per la funzione «nuova» che assolverebbero nelle economie ex-coloniali, potrebbero caratterizzare in modo «nuovo», socialista, lo sviluppo dei paesi del «terzo mondo».
La superficialita di questa teoria e fin troppo lampante. Manca in essa l’analisi del rapporto tra borghesia nazionale e burocrazia militare, rapporto che ha una storia che, non a caso, i teorici della «nuova classe» militare dimenticano. Cosi come dimenticano di vedere la formazione degli eserciti nei paesi del «terzo mondo», formazione che, in moltissimi casi, e precedente all’indipendenza, e legata allo sviluppo della borghesia nazionale, e un risultato dell’iniziativa della potenza imperialistica occupante o dell’antagonismo tra le potenze imperialistiche.
Per quanto riguarda l’Indonesia questo sviluppo appare chiaramente ed e ridicolo il tentativo dei teorici del PCI, che ieri accettavano con favore le ipotesi sulla «nuova classe» militare-progessista di Chesnaux, di definire oggi i militari controrivoluzionari come un «capitalismo burocratico».
L’eclettismo dei teorici del PCI e una delle piu tradizionali caratteristiche del loro opportunismo. Sotto l’influsso degli avvenimenti indonesiani, Romano Ledda sul Quaderno n. 2 di Critica Marxista cerca di correre ai ripari dicendo che «anche la nozione di “democrazia nazionale” appare insufficiente … e stata di volta in volta esemplificata sulla Guinea, sulla RAU, sulla Birmania, su Ceylon, sull’Indonesia, che hanno nella attuale fase, per varie ragioni, sbocchi diversi e spesso radicalmente opposti».
Ledda si riferisce, soprattutto, alle formulazioni sovietiche. Mentre del Chesnaux dice che «…sviluppa in modo assai marcato il concetto di democrazia nazionale non come variante afroasiatica di altre esperienze, ma come una “formazione politica originale” su cui deve ancora aversi una compiuta formulazione generale».
In attesa del trattato sulla «formazione politica originale», cioe, in termini marxisti, di uno «Stato originale» che non sia quello analizzato da Marx e da Lenin, gli «opportunisti originali» del PCI navigano nella piu completa confusione teorica. Speravano che Chesnaux partorisse la «nuova classe militare» ed il «nuovo Stato» per poter costruire tutto un castello di menzogne sul «socialismo» del «Terzo mondo»: i generali indonesiani sono stati piu svelti e piu pratici. Hanno fatto una controrivoluzione poco nuova e molto tradizionale, una controrivoluzione borghese.
Nella pratica i militari hanno risolto tutti i quesiti «teorici» degli opportunisti sulla natura sociale dell’esercito nei nuovi come nei vecchi stati, hanno dimostrato di essere quello che sono sempre stati: il reparto armato dell’apparato burocratico della borghesia.
Cercando di nascondere questa «verita universale» del marxismo, i sovietici A. A. Guber e A. F. Miller, nella loro relazione al XII Congresso internazionale di Scienze Storiche, dicono: «…e inammissibile ogni paragone tra quei rappresentanti dei movimenti di liberazione di Asia e d’Africa collaborazionisti e i quisling europei, strumenti del fascismo hitleriano. Del pari inammissibile e il tentativo di rappresentare le repubbliche, sorte al momento della sconfitta giapponese, come opera del Giappone…», il Giappone, «nella speranza di consolidare la sua situazione nei paesi conquistati, fu costretto a una serie di manovre. Suo malgrado dovette concedere l’accesso, ovviamente sotto controllo, nell’esercito e nell’amministrazione (prima inaccessibili) alla popolazione indigena… Il Giappone nella sua propaganda «ideale» sulla «prosperita comune» su l’«Asia agli asiatici» sfruttava e utilizzava gli elementi razziali della dominazione coloniale. L’insensata politica delle potenze coloniali occidentali impedi a un buon numero di dirigenti politici asiatici e africani, anche tra i piu preparati, di comprendere questo fatto incontestabile; senza la vittoria delle forze democratiche sulla coalizione fascista, non ci sarebbe stata alcuna indipendenza nazionale.
Nei paesi del Sud e del Sud-Est asiatico, molti patrioti sinceri si illusero credendo che fosse possibile avere l’indipendenza con l’aiuto del Giappone; il che facilito la conquista giapponese degli imperi coloniali europei e nord-americani e creo una minaccia diretta di invasione dell’India».
La lunga citazione e utile per vedere in che modo i due teorici sovietici hanno eluso completamente i1 fondo della questione. L’allusione all’Indonesia e evidente. Essi cercano di confondere il giudizio tirando in ballo fascismo e antifascismo che proprio non c’entrano. Anzi, cerando di spiegare tutto in termini di fascismo e di antifascismo cadendo in una contraddizione puerile.
Prima parlano di potenze coloniali occidentali, la cui «insensata» politica porta i nazionalisti a sperare nel Giappone. In seguito parlano delle «forze democratiche» antifasciste. Ma queste «forze democratiche» non erano poi le «potenze coloniali occidentali», inglesi, olandesi, francesi, statunitensi? Guber e Miller parlano di patrioti», di «dirigenti politici asiatici», di «popolazione indigena» e non accennano alla borghesia nazionale e al suo controllo sull’esercito nazionale sorto dalla collaborazione con l’imperialismo giapponese. Non si tratta certo di Quisling, ma di interessi borghesie nazionali la cui alleanza con l’imperialismo giapponese presentava una scelta piu vantaggiosa della subordinazione all’imperialismo – occidentale «democratico» e «antifascista».
E’ la stessa presenza di interessi classe che caratterizza gia lo sviluppo borghese, anche nella fase di collaborazione con l’imperialismo giapponese, della formazione degli stati nazionali nel Sud-Est asiatico. Nello stesso tempo caratterizza gli strumenti di questa formazione, quali la burocrazia e l’esercito. Tale apparato borghese, per quanto limitato, inizia la sua funzione gia nel corso della guerra imperialistica in Asia e si sviluppera ulteriormente quando Inghilterra e Olanda tenteranno la «riconquista» delle colonie occupate dai giapponesi.

La tendenza
dell’ imperialismo giapponese
Sara bene soffermarci piu a lungo su questo periodo e sulle incidenze che ebbe sullo sviluppo del movimento nazionalista indonesiano.
La crisi economica mondiale dal 1929 al 1934 ebbe ripercussioni disastrose sull’arcipelago indonesiano.
Crollo il mercato mondiale delle materie prime. Data la paralisi della produzione nei paesi industrializzati, l’importazione di materie prime venne praticamente bloccata. In Indonesia, di conseguenza, le colture commerciali, destinate alla esportazione, diminuirono della meta. Avvenne  un vero e proprio abbandono di queste coltivazioni e, dato il largo impiego della mano d’opera salariata e la diffusione di contadini poveri dediti esclusivamente alle colture commerciali, una disoccupazione di massa si diffuse nelle campagne gia sovrappopolate. Si calcolarono circa 100 mila disoccupati. L’esportazione dello zucchero cadde ad un terzo ed i prezzi addirittura ad un sesto in confronto al 1928. L’Olanda fortemente intaccata dalla crisi indonesiana, abbandona la «politica di commercio aperto» e crea barriere doganali al commercio giapponese che costituiva ben il 30% dell’importo olandese.
Tutto cio aggrava le condizioni del capitalismo giapponese e lo spinge alla espansione militare. E’ in questo quadro che deve essere visto il piano dell’imperialismo giapponese per l’Indonesia e la sua occupazione.
L’occupazione giapponese diventa, quindi, un fattore importantissimo nella storia del Sud-Est asiatico, particolarmente dell’Indonesia.
I Giapponesi, nella loro propaganda, portano avanti un piano che «esaspera» il sentimento «antioccidentale» con lo slogan «L’Asia agli asiatici».
Sostanzialmente, questo piano prevede poca cooperazione militare ma molta economica.
Sostanzialmente, l’imperialismo giapponese segue una politica diversa da quella nazista dell’imperialismo tedesco.
Lo stesso Cady, accesamente antigiapponese, riconosce che i giapponesi non ebbero una politica razzistica nel Sud-Est asiatico. Infatti, solo le Filippine conobbero una «Resistenza» asiatica, quella «Resistenza» che, piu volte, i teorici «resistenziali» hanno affermato essere un fenomeno internazionale e non solo europeo.
Il piano giapponese per l’Indonesia prevedeva l’utilizzazione delle risorse economiche. Il Giappone cercava di stabilire, ovviamente, una supremazia non solo militare, ma economica, statale, organizzativa, tecnica, come risultato della eliminazione del controllo coloniale europeo.
Nel piano denominato «Area del comune benessere della grande Asia orientale» veniva concepito un sistema di nazioni indipendenti sotto l’egemonia dell’imperialismo giapponese. Sotto molti aspetti questo sistema potrebbe essere paragonato a quello che oggi viene definito, con un termine molto generico, «neo-colonialismo». Sotto altri aspetti, invece, aveva caratteri che contraddicono le definizioni del «neo-colonialismo» e confermano una piu precisa concezione marxista dello imperialismo. Marx e Lenin, ad esempio, non hanno mai negato, come fanno certi pretesi marxisti, che l’imperialismo «diffondesse» il capitalismo nelle colonie e che iniziasse un processo di industrializzazione.
La Luxemburg, commettendo un errore che troviamo alla radice della sua teoria sullo sviluppo capitalistico, vede una tendenza generale di «diffusione» capitalistica, anche se non sottolinea, come Lenin, tutti i fattori che la contrarrestano. Occorre precisare che le critiche di Lenin e di Bukharin alla Luxemburg vertono sulla teoria della accumulazione dei capitali e non sulla tendenza generale alla diffusione del capitalismo nel mondo. Ne Lenin ne Bukharin hanno mai affermato che l’imperialismo impedisce l’industrializzazione di zone arretrate sotto questo punto di vista. Non a caso uno dei «giovani teorici» del PCI, nella prefazione al libro di Bukharin sull’imperialismo, e arrivato a vedere nella teoria sull’imperialismo di Lenin una tendenza «occidentalizzante», solo perché Lenin giustamente non accetta tutte quelle teorie del sottosviluppo che egli gia aveva combattuto nella versione russa degli economisti populisti.
Possiamo dire che lo sviluppo dell’imperialismo giapponese e, quindi, una conferma della teoria leninista ed una smentita di quelle «sottosviluppiste» che, tra l’altro, evitano accuratamente di tenere conto dell’esempio giapponese.
Il piano imperialistico del Giappone era, percio, un piano gigantesco di sviluppo capitalistico che coinvolgeva tutto il Sud-Est asiatico. Non possiamo certo dire che fosse un piano realizzabile. Il fatto stesso che non si e realizzato sul piano militare, cioe sul piano di prova della potenza economica, dimostra una certa sua irrealizzabilita. Ma quello che marxisticamente interessa all’analisi e l’individuazione delle tendenze di sviluppo e la espansione dell’imperialismo giapponese e proprio la conferma della tendenza imperialistica allo sviluppo industriale nell’area del Sud-Est asiatico.
Il piano della «grande Asia orientale» esprime la tendenza dell’imperialismo giapponese a superare rapidamente la fase di «sottosviluppo» capitalistico nella zona e a promuovere, invece, uno sviluppo capitalistico, come veniva fatto in Manciuria. La direzione di marcia ha la sua logica; l’India, il mercato indiano. Conquistata l’India da parte del Giappone, gli Stati Uniti, il maggiore e il piu pericoloso dei suoi rivali, sarebbero giunti ad abbandonare venti anni fa quell’Asia che oggi invece- dominano.
Lo stretto legame tra piano militare e piano economico dell’imperialismo giapponese non puo certo sfuggire all’attenzione. Il Giappone non puo portare avanti l’espansione nel Sud-Est asiatico perché bloccato dagli Stati Uniti e deve concentrare il suo attacco sulla Cina, che in quel momento e proprio la maggiore alleata degli USA.
Anche in questa zona, uno dei presupposti del populismo cinese, cioe una delle linee di sviluppo del capitalismo cinese tracciata da Sun Yat Sen quando prevede l’industrializzazione del suo paese con la collaborazione del capitalismo giapponese non trova una soluzione. La «via giapponese» di sviluppo capitalistico della Cina, dell’India, dell’Indonesia non ha possibilita di essere provata dalla storia ed e sconfitta dalla potenza militare degli Stati Uniti.
La sconfitta del «fascismo» giapponese non puo essere ascritta all’URSS o alle «forze democratiche e all’alleanza antifascista ma allo imperialismo americano. La storia dell’Asia doveva dimostrare, a tutti gli antifascisti, a tutti gli staliniani, a tutti i maoisti, che fascismo ed antifascismo non erano altro che le ideologie della lotta tra due gruppi imperialisti per la suddivisione del mercato mondiale. L’antifascista ed apologeta dell’imperialismo americano, J. F. Cady, impossibilitato a mettere in chiaro questo aspetto fondamentale, non smentisce la sua professione di «storico» «imparziale», «obiettivo», cioe grettamente borghese, e cerca di scantonare dicendo che il piano dell’«Area del comune benessere» era basato sulla zona monetaria Yen, che veniva a soppiantare la sterlina e il dollaro e che, in questo modo, l’Asia Sud-orientale sarebbe stata «dipendente» e «assimilata» all’Impero del Sol Levante. Sfonda una porta aperta, pero non spiega perché non solo e rimasta una zona sterlina ed una zona dollaro, ma per giunta la prima e stata praticamente «assimilata» dalla seconda.
Che indipendenza politica degli Stati Sud-orientali non abbia comportato una indipendenza economica e un fenomeno che l’occupazione giapponese ha iniziato e che l’imperialismo americano ha sviluppato.
Ma non si puo negare che l’occupazione giapponese, e non l’intervento americano, ha iniziato il processo di indipendenza politica. J. F. Cady crede di affermare il contrario dicendo che l’indipendenza all’Indonesia fu concessa dai giapponesi nel momento delle sconfitte, il 14 agosto del 1945.
Ma la Birmania l’ottiene nel 1943 ed il fatto che Francia, Inghilterra e Olanda fossero sconfitte nelle loro colonie senza, peraltro, concedere loro l’indipendenza dimostra quanto falsa sia la tesi dello storico americano, il quale poi non sa spiegare perché gli olandesi sconfitti e scacciati dai giapponesi non escogitano, prima di questi, la «tattica» di concedere l’indipendenza all’Indonesia. Quando si vuole spiegare, come fanno gli americani e i sovietici, la storia della guerra imperialista con alcune logore formule ideologiche si finisce veramente nel ridicolo!
Analizzando, invece, le tendenze di espansione dell’imperialismo giapponese si capisce perché i giapponesi potessero concedere l’indipendenza politica e gli occidentali no. Che una guerra imperialistica sia l’urto di vari gruppi capitalisti non significa che le tendenze di sviluppo di questi gruppi siano analoghe ed equivalenti. Lo sono politicamente per la strategia rivoluzionaria del proletariato dei vari paesi in conflitto, indipendentemente dalla potenza economica e militare di ogni singolo paese: con questo criterio Lenin giudicava che non vi era un Belgio aggredito dalla Germania ma due gruppi imperialistici corresponsabili della guerra contro i quali il proletariato doveva lottare internazionalisticamente. Cio non esclude, anzi esige, una analisi marxista delle tendenze di sviluppo dei gruppi capitalistici contendenti che valuti la loro effettiva potenza economica, il loro ritmo di incremento, la loro capacita di esportazione di capitali, la loro possibilita di sbocchi esteri alla produzione.
Una analisi marxista di questo tipo permettera di vedere uno scontro di potenze non equivalenti, con ritmi, capacita esportatrici, possibilita di espansione non equivalenti, cio che Lenin indica col termine generale di «uno scontro tra capitalismi vecchi e capitalismi nuovi». Inoltre alcune caratteristiche dello sviluppo capitalistico di un determinato paese permangono e vengono esasperate nella sua maturita capitalistica. Tutta questa serie di considerazioni, che non possiamo descrivere dettagliatamente, ci permette di dire che la espansione imperialista giapponese era, ed e, caratterizzata dalla creazione di apparati industriali nei paesi occupati. Inevitabilmente cio trova espressione nella politica e nella stessa ideologia dell’imperialismo giapponese. L’indipendenza dell’Indonesia diventa un fenomeno coerente nella logica dell’imperialismo giapponese. Altrettanto coerente e l’impulso che il nazionalismo indonesiano riceve dal Giappone.

Il doppio gioco di Sukarno

Abbiamo gia detto che nel 1942 i giapponesi collaborarono con il movimento panlslamico, ma la stessa eterogeneita di questo movimento mise in crisi la collaborazione. I giapponesi sciolgono il Sarekat Islam e portano avanti la collaborazione con il Consiglio Islamico, il MIAI. Nel 1943 avviene, a sua volta, una rottura con il MIAI ed i giapponesi appoggiano il partito Masiumi.
Il movimento mussulmano si va dividendo in partiti che si delineeranno come Masjumi (a tendenza riformistica), Nahdatul Islam (a tendenza conservatrice) e Darui Islam (a tendenza  fanaticamente religiosa).
La stessa natura del movimento mussulmano brucia ben presto le possibilita di collaborazione con i giapponesi e permette ai gruppi nazionalisti di emergere e di rendersi disponibili. Sempre nel 1943 il Putera, il tipo di governo autonomo, entra in crisi nel marzo 1944 i giapponesi creano la «Organizzazione di lealta tra i popoli» e vi mantengono alla direzione Sukaro e Hatta. Nel febbraio 1944 era scoppiata una ribellione nella parte occidentale di Giava, pare per mancanza di riso, comunque per le condizioni generali che la requisizione di 300 mila lavoratori per il lavoro in Malacca e Nuova Guinea da parte della polizia giapponese Kempetai, andava aggravando.
Pare, inoltre, che alla ribellione abbiano partecipato anche reparti militari del PETA, ma quello che e sintomatico e che questi fatti non mettono in crisi il governo di Sukarno, anzi nel settembre il Giappone propone l’indipendenza.
Nel maggio 1945 viene formata, col consenso e la partecipazione giapponese, una “commissione per la preparazione dell’indipendenza dell’Indonesia che si riunisce pochi giorni prima che il Giappone firmi la resa.
Il 17 agosto 1945 Sukarno e Hatta proclamano l’indipendenza e la Repubblica. Il 4 settembre 1945 il governo Sukarno prende in mano il paese e il comandante in capo giapponese approva cosi ufficialmente la dichiarazione di indipendenza.
Il periodo immediatamente seguente e molto confuso. Da parte nazionalista si parla di una guerriglia contro i giapponesi, iniziata tempo prima.
In effetti vi fu, da un lato, una serie di scontri con giapponesi che non si volevano arrendere e, dall’altro, una intensificazione di guerriglia di carattere religioso da parte dei gruppi fanatici del Darui Islam a seguito dello scioglimento del Putera e mentre Sukarno collabora con i giapponesi.
Inoltre, un gruppo di ufficiali giapponesi cerca addirittura di organizzare una guerriglia antiolandese sostenendo una corrente comunista antioccidentale. Questa corrente fu poi assorbita dal gruppo antistaliniano di Subardjo e Tan Malaka che portera avanti la guerriglia antiolandese.
Tan Malaka, prima di essere ucciso, teorizzera una sua strategia militare e sociale della guerriglia, dove troviamo un accostamento di tesi tipicamente populiste ad una concezione ripresa molto confusamente dalla teoria della «rivoluzione permanente». I «pablisti» degli anni 50 presenteranno Tan Malaka come «trotskista»: ma basta una lettura un po’ attenta del testo di Malaka, da essi pubblicato, per notare come molte tesi sulla guerriglia siano molto vicine a quelle maoiste e come non basti la posizione antistaliniana, del resto comune a molti gruppi asiatici, per definirle trotskiste. Se per trotskiste si deve intendere suscettibili di essere incorporate in quel guazzabuglio teorico e politico costituito dalla storia della IV Internazionale, le tesi di Malaka non hanno alcuna difficolta ad esserlo. Ma se si vuole piu correttamente intendere per trotskismo gli aspetti complessivi e contraddittori del pensiero e della azione di Trotsky, le posizioni di Malaka ne sono lontane come lo sono, del resto, quelle degli attuali trotskisti.
In questo senso puo essere intesa anche la storia della formazione del partito Murba, che molti giornalisti superficiali hanno definito «trotskista», come una derivazione politica del primitivo gruppo Subardjo-Malaka.
Non si puo dire che il Murba sia l’erede di Malaka, ma certamente ne e una derivazione.
Il tentativo del gruppo di ufficiali giapponesi, non seguito dal comando generale, di appoggiare una guerriglia antiolandese dimostra la situazione confusa in cui si trova la Indonesia appena indipendente. Il PKI, staliniano, naturalmente e favorevole agli Alleati i quali sbarcano con truppe inglesi per disarmare i giapponesi. Alla fine del 1945 truppe olandesi sostituiscono in Indonesia quelle inglesi. Il gioco imperialista sembra fatto.
L’Olanda «antifascista» e «resistente», anzi la nazione piu «resistente» di Europa, non riconosce la dichiarazione di indipendenza che il Giappone »fascista» aveva riconosciuto.
La guerriglia antiolandese, alla quale partecipano tutti i gruppi, da quelli staliniani a quelli antistaliniani, da quelli panislamici a quelli nazionalisti, dura sino al 1947 per poi riprendere quando l’Olanda che aveva combinato con Sukarno, che gli staliniani e il gruppo Malaka denunciano come servo dell’imperialismo, il trattato di Renville nel gennaio 1948 (un trattato in cui sostanzialmente conservava le sue posizioni) non riconosce neppure piu questo. La lotta antiolandese rafforza il sentimento e l’unita nazionale, rafforza il movimento nazionalista piu di quello panislamico, getta le basi dello stato unitario, ma piu di tutto rafforza lo strumento che in questa lotta si impone su tutti i gruppi: l’esercito. Al di sopra dei giovani generali emerge Sukarno, ma emerge per il ruolo che la borghesia gli assegna e di cui ha bisogno: la mediazione, il compro messo.
Un ruolo che il panislamismo non era stato capace, per sua natura, di assolvere e per il quale la borghesia ha finalmente trovato e maturato il movimento nazionalista.
I militari per la borghesia indonesiana sono la forza, Sukarno la «politica», il compromesso, la mediazione, il «doppio gioco». Pensatore mediocrissimo e raffazzonatore, statista senza coraggio personale, dirigente senza idee e principi, Sukarno e la quintessenza della «politica» borghese, l’eroe del compromesso, dell’intrallazzo, della manovra, del «doppio gioco»: di una «politica» borghese che non ha piu lo slancio degli avi giacobini ed e quella dei nipotini degeneri.
La fama ed il prestigio, a cui ignobilmente hanno dato fiato il PKI, il PCI, Mosca e Pechino insieme, di Sukarno sono uno dei piu spettacolari prodotti della dittatura borghese in un paese arretrato, un prodotto di questa epoca imperialista in cui le tecniche pubblicitarie commerciali dei paesi capitalisticamente maturi sono importate nella politica e nella ideologia dei paesi capitalistici in sviluppo.
Tutto il «potere» di Sukarno ha posato per vent’anni sull’equivoco necessario all’assestamento della dittatura della borghesia indonesiana, un equivoco puntellato dagli effettivi strumenti militari del potere.
La borghesia ha sostenuto Sukarno finché le e servito. In poche ore, poi, gli ha tolto l’appoggio e Sukarno e caduto per terra come un pallone sgonfiato. Tutti gli «specialisti» sull’Asia si sono precipitati ad interpretare questo «mistero orientale»!

I pantja sila

Il “mistero» non e poi tale in bocca allo stesso Sukarno.
Ecco come una fonte ufficiale, il Notiziario politico economico e culturale dell’Ambasciata dell’Indonesia in Italia, nel gennaio 1966, teorizza apertamente il «doppio gioco» di Sukarno e del sukarnismo:
«Percio sotto l’occupazione giapponese i capi del movimento nazionalista decisero di condurre la lotta per l’indipendenza lungo due direttrici: una era la lotta clandestina l’altra era la collaborazione con gli occupanti mediante la quale si potevano ottenere posti nell’amministrazione di governo, da sfruttare agli scopi della lotta di liberazione. I due gruppi operavano in stretto contatto tra loro, in modo da esercitare una crescente pressione sui giapponesi».
Se Marx ha potuto scrivere che «per quanto poco eroica sia la societa borghese, per metterla al mondo erano stati pero necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e la guerra tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte…», noi non possiamo dire altrettanto.
I borghesi indonesiani e Sukarno non hanno bisogno di eroi e di eroismo «per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte»: non credono a Bruto come i giacobini, ma a Crasso. Il loro Voltaire e Adolfo Hitler, il loro Rousseau Sun Yat Sen.
Alla prima seduta della Commissione per la Costituzione dell’Indonesia, composta da 70 membri, con il vice presidente e sette membri giapponesi, Sukarno enuncia i famosi Pantja Sua, i cinque principi di questa «Dichiarazione dei diritti dell’uomo» della rivoluzione borghese indonesiana.
E’ il 1. giugno 1945 quando viene messa al mondo questa Weltanschauung del «doppio gioco» e non a  caso i suoi apologeti notano che «ha molte analogie con le “Mater et magistra” e la “Pace in terris” (cfr. «Indonesia», notiziario della Ambasciata indonesiana in Italia, marzo 1965, discorso dell’Ambasciatore indonesiano a Roma).
Seguiamo nei dettagli questo testo perché e estremamente istruttivo.
Sukarno inizia dicendo che e necessaria una concezione generale come l’ha la Germania con il nazionalsocialismo, la Russia di Lenin con il marxismo, il Giappone, l’Arabia Saudita con l’Islam. Senza una concezione generale, sostiene Sukarno, non si puo fondare uno Stato e cita Hitler che l’aveva gia elaborata nel 1921-1922, cioe undici anni prima di fondare lo Stato nazionalistico, nel «Mein Kampf».
Non a caso Sukarno cita come esempio il «Mein Kampf»: la sua ideologia, o per meglio dire l’ideologia che serve alla borghesia indonesiana per creare una concezione unitaria nell’atto di costituzione di uno stato che deve unificare una serie disparata di interessi, riprende non pochi elementi dal nazismo, cioe da un nazionalismo imperialistico, cosi come li riprende dal populismo cinese democratico progressista e dall’islamismo reazionario.
Anche sul piano ideologico il nazionalismo di Sukarno e la «summa» eclettica del compromesso del doppio gioco. C’e un filo diretto che sale dal frazionamento degli interessi sociali, al sistema politico alla ideologia del nazionalismo indonesiano. La sua concezione generale e l’espressione della sua struttura sociale. La concezione generale della Indonesia, dice Sukarno deve essere basata su cinque principi:
«Sara il nazionalsocialismo? Sara il materialismo storico?» o i principi di Sun Yat Sen?
Ecco come l’eclettismo di Sukarno risolve il problema:
«Il primo principio e il Nazionalismo… chiedo scusa ai fratelli mussulmani perché uso la parola “nazionalismo”…»
Con questo termine Sukarno dice di voler intendere «Stato nazionale» e sostiene che la definizione dell’austro-marxista Otto Bauer «Una nazione e una comunione di caratteri dovuta a una comunione di destino» e superata dalla «scienza geopolitica», cioe dalla teoria di K. Haushofer, aggiungiamo noi, che era il massimo ideologo della «questione nazionale» da un punto di vista nazista ed il sostenitore dello «spazio vitale».
Sukarno accetta, logicamente il principio della «geopolitica» di Haushofer per il quale l’Indonesia «e l’intero arcipelago» e afferma «Questo e il nostro paese».
E’ importante vedere come questa tesi nazionale di Sukarno sorga proprio dalla «geopolitica».
Le varie teorie di derivazione democratico-borghese sulla «nazione» non gli avrebbero permesso di definire l’arcipelago una nazione. Le teorie socialdemocratiche dell’austromarxismo (Renner Bauer) neppure. In fondo tutte queste teorie non erano altro che l’espressione giuridica della formazione delle nazioni borghesi in Europa e della costituzione di mercati nazionali nella fase di sviluppo pacifico del capitalismo. Erano e sono incapaci di affrontare i problemi derivati dalla ripartizione del mercato mondiale e dalla creazione delle colonie nell’epoca imperialistica quando le grandi potenze suddividono territori e zone in base ai loro rapporti di forza.
In Africa e in Asia questa suddivisione crea entita economico-amministrative che non corrispondono a comunita culturali – linguistiche -tradizionali.
Corrispondono pero ad una determinata organizzazione economica di tipo coloniale. In questo senso, la colonia, il territorio in cui si esercita il dominio e la amministrazione della potenza imperialistica diventa una zona economica in cui i rapporti coloniali predominanti compiono una funzione unificatrice. Si pongono quindi, le basi oggettive per un mercato nazionale: di conseguenza si pongono le basi per uno stato nazionale.
(continua)

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