Arrigo Cervetto – La controrivoluzione indonesiana

Riteniamo che sugli avvenimenti indonesiani non ci sia stata, anche da parte del movimento rivoluzionario, una sufficiente analisi. E ciò, per molte ragioni, rappresenta un errore poiché l’esperienza indonesiana è ricchissima di insegnamenti per il movimento operaio internazionale e per la sua avanguardia marxista rivoluzionaria.

In generale, crediamo che non si abbiano chiare le proporzioni della tragedia indonesiana in quanto tali proporzioni possono essere delineate solo nella misura in cui si analizzino le componenti principali che le hanno determinate. Se ci avviciniamo a questa analisi possiamo subito constatare come gli avvenimenti indonesiani esprimano quattro ordini di insegnamenti: innanzi tutto, come episodio delle lotte di classe nel mondo, in secondo luogo come un caso macroscopico di disgregazione del movimento pseudo-comunista internazionale, in terzo luogo come un fenomeno tipico di sviluppo capitalistico in un paese ex coloniale e infine, come un modello di affermazione e consolidamento di una dittatura borghese.

Se si considera l’estrema importanza che hanno questi quattro ordini di insegnamenti si può subito comprendere come in essi sia sintetizzato il passato ed il presente della lotta di classe, la storia dello sviluppo borghese e della sconfitta proletaria che l’Occidente ha vissuto e che l’Oriente inizia drammaticamente a vivere. Fermarci a tale constatazione di « invarianza » nel corso delle lotte di classe in Occidente e in Oriente sarebbe abbastanza banale. L’analisi marxista deve andare più a fondo e dimostrare come la storia si concretizzi sempre in situazioni specifiche e come queste possono essere ricondotte a leggi di movimento generali valide per tutti i paesi. E’ ciò che ci proponiamo di fare, anche se la ricostruzione delle situazioni specifiche dell’Indonesia ci porterà a dovere districare alcuni fenomeni molto complessi che accompagnano il corso della sua rivoluzione democratico-borghese.

L’analisi marxista della tragedia indonesiana ci permette di poter spiegare scientificamente ciò che empiricamente salta subito alla mente del militante operaio che oggi vede i fatti scorrere sotto i suoi occhi. Il militante operaio vede nel caso indonesiano un esempio della mancanza di una Internazionale Comunista e di una strategia che possano contrapporsi al predominio dei movimenti controrivoluzionari in Occidente e in Oriente ma non arriva a comprendere le cause di questa mancanza.

Il fatto è che, da un lato, non viene individuato il rapporto fondamentale che è alla base della indissolubilità delle lotte di classe in Occidente e in Oriente e, dal l’altro, predomina la falsità della propaganda del PCI che, per mascherare questa interdipendenza da anni copre le disfatte del proletariato occidentale con presunte vittorie di ancor più presunti movimenti « socialisti » in Oriente e nel cosiddetto « Terzo mondo ».

Certamente non basta un generico sentimento internazionalistico, presente nella classe operaia, a cogliere gli aspetti reali della situazione internazionale. Anzi, il sentimento internazionalistico della classe operaia, appunto perché sprovvisto di una vera assimilazione del marxismo finisce con l’essere sfruttato dall’opportunismo nelle sue campagne di mistificazione sui paesi del « Terzo mondo ». Da momento potenziale di una vera militanza internazionalista, il generico sentimento internazionalistico finisce con il diventare un elemento di rafforzamento dell’opportunismo. Non a caso il processo di socialdemocratizzazione del proletariato è accompagnato, in Italia, da una accentuata campagna del PCI sui movimenti di liberazione nazionale. Anzi si può dire che l’intensità di questa campagna sia stata direttamente parallela alla intensità del processo di socialdemocratizzazione in Italia. Mano a mano che la linea opportunistica della « via democratica » si andava chiaramente delineando i temi prevalenti della propaganda del PCI si andavano spostando sul cosiddetto « Terzo mondo ». Nella misura in cui i miti ventennali dello stalinismo si andavano disgregando sotto i colpi della realtà il PCI spostava il tiro e creava una serie nuova di miti sui movimenti di liberazione nazionale. L’opera di mistificazione collaudata con l’URSS « patria del socialismo » e con Stalin, veniva adesso impiegata verso nuovi orizzonti. Era la volta dei « socialisti » Nasser, Castro Ben Bella, ecc. Ma la creazione di questi miti non ha avuto la fortuna di durare quanto quella di Stalin. La realtà ha, implacabilmente, avuto un corso più rapido della menzogna.

L’opportunismo non ha avuto neppure il tempo di innalzare i suoi monumenti che le impalcature gli sono crollate addosso.

Il caso indonesiano ne è l’esempio macroscopico. Vedremo, in seguito, come il PCI abbia, per lunghi anni, elogiato il comportamento del Partito Comunista Indonesiano e come oggi sia costretto a criticarlo. Per ora ci basta confermare come il giudizio sul carattere borghese del movimento indonesiano che abbiamo sempre ribadito contro le menzogne apologetiche del PCI sia stato puntualmente comprovato dai fatti. Ovviamente saremmo poco marxisti se ci limitassimo a trarre da un avvenimento la conferma delle nostre analisi. Il marxismo non è una esercitazione teorica od un’accademia di fini previsioni ma la scienza dell’azione politica del proletariato internazionale. Per questa ragione, ogni avvenimento deve diventare un’esperienza per la lotta della classe operaia.

Possiamo, quindi, dire che il caso dell’Indonesia rappresenta un’esperienza preziosa ed insostituibile per la classe, un’esperienza che diventerà sempre più importante nel futuro. Sotto molti aspetti, ciò che è accaduto in Indonesia può essere paragonato all’avvento nazista del 1933 e al massacro degli operai cinesi compiuto dal Kuomintang nel 1927. La propaganda, oggi è monopolizzata da classi, centrali di classe e potenze imperialistiche che deformano la reale dimensione dei fatti, secondo i loro specifici interessi. Solo l’analisi marxista può collocare i fatti nella loro esatta dimensione storica. Questo può e deve essere fatto per il massacro avvenuto in Indonesia, massacro che secondo alcune stime è costato circa 300 mila vittime e che comunque rappresenta un bilancio di sangue più alto dell’attacco del Kuomintang del 1927 e dell’avvento nazista od anche della stessa guerra imperialistica nel Viet Nam.

Il ruolo della Indonesia nella strategia asiatica

Per ricercare le cause storiche degli avvenimenti indonesiani si deve partire, come per tutte le altre situazioni asiatiche, dalla « questione indonesiana », così come fu posta dalla Terza Internazionale.

La « questione indonesiana » non era altro che un aspetto della più generale « questione coloniale ». Nell’elaborazione e nei dibattiti dell’Internazionale Comunista, soprattutto negli anni cruciali che seguirono immediatamente la Rivoluzione d’Ottobre, troviamo, da un lato il punto di approdo di tutta l’analisi marxista e, dall’altro, il punto di partenza marxista di tutta la strategia rivoluzionaria per l’Asia.

Nei testi dell’Internazionale Comunista il risultato dell’analisi di Marx sull’Asia, e in particolare su Giava, trova un’esatta puntualizzazione ed il tentativo di una soluzione pratica di un’applicazione nel corso di una strategia rivoluzionaria.

Ciò diventa pienamente comprensibile quando si tenga conto che l’elaborazione di una « strategia asiatica » doveva necessariamente individuare quattro pilastri su cui basarsi. Giappone, India, Cina e Indonesia rappresentavano, e rappresentano, i quattro pilastri della rivoluzione asiatica. Se stabiliamo questa graduatoria è perché ciò scaturisce da una analisi dei rapporti di classe che pongono l’Indonesia al quarto posto, certamente, ma innanzi agli altri paesi asiatici minori. Oltre alla popolazione, l’Indonesia si pone al quarto ‘posto come fonte di materie prime per la rivoluzione asiatica.

Non c’è nessun motivo per ritenere che un piano della rivoluzione socialista asiatica sia meno lungimirante del piano dell’imperialismo giapponese nel quale le risorse indonesiane ebbero un ruolo di prima grandezza.

La strategia della rivoluzione asiatica doveva e deve marciare su delle direttrici continentali e non doveva né deve avere dei limiti nazionali. Questi limiti sono invece caratteristici delle rivoluzioni borghesi, quali quelle avvenute nell’ultimo ventennio, e la stessa esplosione di nazionalismi a cui assistiamo e che vede antagonistiche Cina e India e Cina e Indonesia comprova la loro natura sociale.

Nella situazione attuale concepire l’arcipelago indonesiano come fonte di materie prime per il Giappone o la Cina significa concepire una invasione imperialistica sulla nazione indonesiana. La prospettiva cambia, invece se Giappone o Cina diventano il centro di una rivoluzione proletaria estendentesi dall’Estremo Oriente al Sud Est asiatico. In questa dinamica rivoluzionaria l’accesso alle materie prime indonesiane non ha più un carattere di invasione imperialistica, ma caso mai può essere uno degli obiettivi di una guerra rivoluzionaria qualora una rivoluzione socialista in Indonesia non avesse la forza di trionfare e di ricongiungersi alla rivoluzione continentale. Perché, quindi, una rivoluzione socialista in Giappone non dovrebbe avere una visione generale dell’organizzazione dell’Asia che tenga conto dell’esperienza dell’imperialismo giapponese?

La questione indonesiana nel Komintern

Certamente, la Terza Internazionale nell’elaborare una strategia asiatica non poteva avere tutti gli elementi di giudizio che oggi noi possiamo ricavare da quarant’anni di esperienza di lotte di classe e di guerre imperialistiche in Asia e non poteva neppure tracciare al cune linee generali che noi oggi possiamo tracciare, ma quello che è più importante è che l’Internazionale Comunista riuscì ad individuare i problemi dello sviluppo di una strategia conseguentemente rivoluzionaria in quel continente.

L’esistenza di direzione internazionale del proletariato fu troppo breve perché si possa pretendere dalla Terza Internazionale la soluzione di tutti quei problemi e, in particolare, di quelli riguardanti l’Indonesia che ora ci interessa.

Vediamo adesso come si pose la questione indonesiana nel Komintern. Al IV Congresso del 1922 Zinoviev sostenne che la rivoluzione in Oriente doveva essere più un fenomeno sociale che nazionale e che i comunisti orientali dovevano a marciare avanti come avanguardia dell’intero movimento di liberazione contro la borghesia ».

Tan Malaka, delegato dell’Indonesia, contraddisse Zinoviev e chiese, in implicita polemica con le tesi di Lenin riguardanti la demarcazione dei movimenti nazionalistici, con quali correnti nazionalistiche i comunisti potevano concludere un’alleanza e con quali invece no. Tan Malaka portò l’esempio del panislamismo e pose il problema se i comunisti dovevano appoggiare questo movimento.

Lenin nelle Tesi del II Congresso aveva già indicato il panislamismo come un movimento reazionario che doveva essere smascherato agli occhi delle masse. Tan Malaka, criticando questo giudizio, sostenne che il panislamismo era una utile tendenza durante la fase democratico-nazionale della rivoluzione in Oriente in quanto contribuiva a svegliare il sentimento rivoluzionario tra le masse. Quindi era stata positiva la collaborazione tra comunisti e panislamisti a Giava. All’inizio del 1921 sostenne Tan Malaka, il PKI di Giava era riuscito a far adottare al Sarekat Islam la parola d’ordine a Tutto il potere ai contadini poveri e ai proletari ». La rottura con quel partito islamico, avvenuta in seguito, non era dovuta per Malaka ad alcuna incompatibilità ma al fatto che i comunisti non si erano sufficientemente impegnati nella collaborazione con gli islamisti.

A conclusione di questo dibattito, le tesi del IV Congresso ribadirono il giudizio sul panislamismo come movimento che poteva essere facilmente adoperato dagli imperialisti per i loro fini sfruttando i pregiudizi religiosi delle popolazioni indigene ma giudicarono, nel lo stesso tempo, che questo movimento poteva giocare un ruolo progressista e che, in certi casi doveva essere aiutato.

Al IV Congresso del Komintern era stato posto un grosso problema per la tattica rivoluzionaria in Indonesia e possiamo dire che le tesi, per la loro ambivalenza, non lo avevano risolto. Il problema riguardava il fenomeno del panislamismo, fenomeno che ritroveremo costantemente in tutta la moderna storia dell’Indonesia e che costituirà un carattere peculiare nello svolgimento dell’indipendenza del l’arcipelago.

Il panislamismo poteva essere considerato un movimento nazionale-rivoluzionario, come in fondo sosteneva Tan Malaka? Riteniamo che i fatti hanno dato torto a Tan Malaka e ragione a Lenin. Se in certo qual modo il panislamismo ha incanalato i sentimenti antiolandesi delle masse contadine indonesiane, la sua tendenza generale ha ostacolato la formazione di un movimento nazionale nell’arcipelago. Mentre India e Cina sviluppavano una serie di movimenti nazionali che tendevano alla formazione di Stati indipendenti, le isole indonesiane giungevano molto più tardi a questo obiettivo e in circostanze particolari che esamineremo.

Nella concezione panislamica, come giustamente aveva visto Lenin, la stessa nozione di nazione assumeva caratteri molto generici e stemperati in una visione universale di comunanza religiosa. Il panislamismo tendeva a contrapporre alla dominazione straniera una comunità mussulmana intercontinentale e non una nazione. Sotto questo aspetto rappresentava una ideologia medioevale, come il cattolicesimo, e non una ideologia democratico – borghese basata sulla formazione di Stati nazionali indipendenti. Mentre un’ideologia democratico borghese tendente a costituire uno Stato nazionale indipendente diventava oggettivamente una forza di rottura della dominazione e dell’assetto imperialistico in un paese coloniale e, quindi, doveva essere appoggiata dal movimento comunista, una ideologia panislamica ritardava enormemente la ‘maturazione di una coscienza nazionale, svalutava la concezione dello Stato nazionale quando addirittura non la combatteva, finiva con l’essere Incoraggiata ed appoggiata dalla potenza coloniale appunto perché in effetti contribuiva a perpetuare la dominazione straniera. Insomma il panislamismo era un movimento reazionario perché, da un lato, rappresentava una concezione medioevale di fronte al la stessa ideologia borghese che animava le potenze imperialistiche e, dall’altro, costituiva un enorme ostacolo alla formazione di un movimento democratico-borghese negli stessi paesi coloniali.

Per la sua stessa ideologia, il panislamismo era ferocemente anticomunista. La storia ha dimostrato come l’anticomunismo del movimento panislamico sia diventato sempre più acceso e come tutte le tattiche di appoggio, preconizzate da Tan Malaka ed altri non siano servite minimamente ad evitare le più spietate repressioni.

In fondo il giudizio di Lenin oltre ad essere storicamente esatto centrava in pieno la stessa teoria marxista della questione coloniale. Non era, come pensava Tan Malaka, un giudizio tattico che poteva variare a seguito di analisi contingenti.

Per la teoria marxista della questione coloniale, il proletariato internazionale appoggia i movimenti di liberazione nelle colonie e nelle semicolonie solo in quanto sono movimenti democratico borghesi cioè tendenti a creare Stati borghesi indipendenti dall’imperialismo, Stati di giovane capitalismo. Per questa loro natura oggettivamente questi movimenti incrinano l’assetto imperialistico, modificano l’equilibrio della ripartizione imperialistica del mondo, contribuiscono, anche perché si ergono a nuovi concorrenti sull’arena mondiale, ad aggravare la crisi delle potenze imperialistiche di cui solo il proletariato internazionale dovrà approfittare per portare avanti la sua rivoluzione contro un nemico indebolito anche dal fatto che si frantuma sempre più in grandi, medie, piccole e piccolissime potenze in concorrenza caotica le une contro le altre in una dinamica di scontri e di alleanze sempre più mobile e rapida. L’appoggio del proletariato internazionale ai movimenti di liberazione tende, appunto, a creare una dinamica di forze borghesi molteplici e composite, una dinamica che per la potenza degli interessi che la animano diventa sempre meno controllabile e sempre più fattore permanente di squilibrio.

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