Arrigo Cervetto – La crisi del capitalismo cecoslovacco

Una delle tesi che per molto tempo hanno agitato i sostenitori dell’URSS e dei paesi cosiddetti « socialisti » per sostenere la superiorità di quei sistemi è stata quella relativa ai ritmi di incremento. La natura socialista dell’URSS e dei paesi dell’Europa orientale, dicevano questi signori, determina forti ritmi di incremento economico e, quindi, l’alto sviluppo industriale ed agricolo dimostra il carattere socialista di quelle economie.

Su questo sofisma si è basata in gran parte la teoria del « socialismo in un paese solo », prima, e del « sistema socialista », poi, del rinnegamento della rivoluzione internazionale a favore dell’« edificazione del socialismo », prima e della competizione economica tra i due « sistemi » nel quadro della « coesistenza pacifica », poi.

Chi voglia sincerarsene non ha altro che da sfogliare i rapporti di Stalin e dei suoi portaparola le risoluzioni dei Congressi sovietici, i discorsi di Kruscev, i testi del XX, XXI e XXII Congresso. Per l’Italia basta un’occhiata alla collezione dell’« Unità » e di « Rinascita » in cui, oltre che da Togliatti, questa tesi è sostenuta dai « grandi economisti » del PCI. Costoro per molti anni si sono battuti, statistiche alla mano, per dimostrare il socialismo con le percentuali d’aumento della produzione economica.

Di tale serietà e levatura scientifica non sarebbe il caso di parlarne se anche di questi argomenti non se ne fosse fatto un’arma di propaganda verso la classe operaia. Oggi che i ritmi d’incremento sovietici sono caduti l’allegra tesi è stata rapidamente ritirata e mandata in pensione.

Noi marxisti abbiamo sempre detto invece, che la natura sociale di un paese è data dai rapporti di produzione predominanti in quel paese. I rapporti di produzione esistenti nell’URSS, Polonia, Ungheria, ecc. erano e sono rapporti di produzione capitalistici e quindi non potevano e non possono che dar vita a manifestazioni tipiche del capitalismo. Il loro forte ritmo d’incremento economico è, appunto, una delle caratteristiche dello sviluppo capitalistico, uno dei momenti del ciclo della produzione capitalistica; anzi ne è la condizione fondamentale. Lo sviluppo del capitalismo, infatti, è uno sviluppo ciclico contrassegnato da punte massime e da punte minime. Lo sviluppo capitalistico non può, per sua natura, essere lineare. Il fatto che in una fase del loro sviluppo economico l’URSS e gli altri paesi dell’Europa orientale segnassero alti ritmi d’incremento era, appunto, la dimostrazione che quel tipo di sviluppo era basato su rapporti di produzione capitalistici e che, inevitabilmente, sarebbe stato contrassegnato da tutti quei fenomeni ciclici del capitalismo. Più forte era lo sviluppo e più rapidamente questi paesi si sarebbero avvicinati alla fase di crisi del ciclo, alla depressione e alla stagnazione per poi magari riprendersi in una nuova fase espansiva a ritmi ridotti per come accade per tutti i paesi capitalisticamente « maturi »in Europa e in America.

Di tutto il gruppo orientale, il paese che più ha raggiunto la « maturità » capitalistica e che di conseguenza, più rapidamente si è presentato all’appuntamento del ciclo capitalistico è la Cecoslovacchia. Esso non fa che precedere i suoi compagni di viaggio.

La Cecoslovacchia, che era il paese più sviluppato industrialmente del blocco sovietico già quindici anni fa, è stato quello che più ha subito una crisi. Mentre Ungheria, Bulgaria e Romania, ad esempio stanno ancora compiendo la loro industrializzazione e creando il loro capitalismo, la Cecoslovacchia che ha già raggiunto la sua industrializzazione capitalistica non solo ha rallentato i suoi ritmi ma addirittura li ha regrediti.

Alcuni sostengono che la causa di ciò debba essere ricercata, oltre che nella politica di sfruttamento impiegata dalla URSS per molti anni, nel fatto che la Cecoslovacchia è gravata, dall’URSS stessa della assistenza che deve fornire agli altri Stati del blocco e soprattutto dagli aiuti che deve fornire ai nuovi Stati africani e a Cuba, dei quali aiuti la Cecoslovacchia sarebbe la maggior fornitrice del blocco. A parte il fatto che questi aiuti, quando non sono fatti come prestiti con relativi interessi, sono attuati proprio dalla Cecoslovacchia, poiché, in quanto paese più industrializzato, è quello che ha maggiore interesse a penetrare in mercati che si potranno aprire sempre più alle sue esportazioni, riteniamo che tali aspetti non siano che aspetti secondari della crisi cecoslovacca. Indubbiamente esistono, ma se in parte hanno aggravato il ciclo economico cecoslovacco non lo hanno di certo determinato. La diagnosi che, invece, hanno fatto i dirigenti cecoslovacchi è un’altra: tutto il male risiede nel tipo di pianificazione finora attuata, questo tipo di pianificazione porta alla catastrofe, occorre applicare nuovi criteri di direzione, nuove forme di gestione economica.

Soffermiamoci su questa diagnosi e sulle nuove misure adottate il 29 gennaio per vedere quanto l’una e le altre non rivelino che gli aspetti formali della crisi.

Innanzitutto possiamo chiederci: se l’origine della crisi risiede nel vecchio tipo di pianificazione come si spiega che questo prima avesse permesso il « boom » dello sviluppo?

Evidentemente vi sono stati fattori strutturali che hanno determinato il « boom » e poi la crisi e se, ad un certo momento del ciclo, un determinato tipo di pianificazione può avere aggravato determinate tendenze o non essere stato in grado di impedirle o correggerle, questo è un problema tipico e generale dello sviluppo capitalistico.

In ogni paese si possono verificare, e si verificano, errori di politica economica e si possono stabilire determinati tipi di direzione che aggravano le conseguenze prodotte dalle leggi economiche del capitalismo. Una delle conseguenze sovrastrutturali del ciclo è, appunto quella di elaborare e tentare nuove misure di politica economica da parte dello Stato e delle grandi concentrazioni capitalistiche .

Sorge, quindi, per il capitalismo la necessità di un piano che preveda, organizzi e controlli su scala nazionale, ed in seguito su quella internazionale tutto il processo molecolare della produzione capitalistico e del realizzo del plusvalore processo che per sua natura, risiede nella metà aziendale, industriale, agricola e commerciale. Un certo grado di controllo, e quindi di « piano » è reso possibile quando queste unità si concentrano, quando cioè abbiano un alto grado di concentrazione, e quando tale concentrazione investe i settori fondamentali della produzione. Sotto questo aspetto, abbiamo già detto altre volte, hanno una possibilità oggettiva maggiore di « pianificazione » le duecento gigantesche Corporations americane di quanto ne abbiano le centomila aziende sovietiche. Entro certi limiti i « giganti » americani possono determinare investimenti e consumi, controllare il mercato, orientare la produzione, compiere cioè opera di « pianificazione ». Senz’altro possono « pianificare » di più dei Ministeri e dei sovnarkos sovietici e cecoslovacchi poiché la pianificazione richiede non solo il controllo burocratico ma e soprattutto il controllo aziedale-economico e questo lo ripetiamo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà l’azienda e quanto più poche aziende giganti dominano la produzione e il mercato.

Certamente esistono metodi di controllo (il credito, le imposte, l’uso di determinate fonti di investimento, ecc.) su di una economia a forte frazionamento aziendale e dove persistono una infinità di medie e piccole unità aziendali. Ma questo controllo è oggettivamente limitato ed il suo uso determina reazioni né prevedibili né controllabili, dato che il controllo deve essere « potere » di decisione e dato che questo « potere » per essere reale non può essere estremamente frazionato. Ne risulta, quindi, che malgrado l’esistenza di un esteso apparato di controllo burocratico, questo finisce col controllare un bel niente e con lo aggiungere caos al caos già esistente. Ciò è quello che è accaduto in URSS e in Cecoslovacchia, dove la cosiddetta « pianificazione » pianificava a parole e poteva mascherare la sua inefficacia solo nella prima fase di industrializzazione, quando cioè il controllo burocratico, malgrado la sua capillarità, aveva il compito limitato di accelerare l’accumulazione di capitali per lo sviluppo dell’industria pesante mediante la compressione dei salari. Abbiamo detto a accelerare “, ed in questo si è caratterizzata la « vecchia pianificazione ». Per gli altri settori, per l’agricoltura, non solo di fatto non vi era « pianificazione » e nè avrebbe potuto esserci, ma il caos che in essa imperava andava sempre più sviluppandosi a misura che i cicli della produzione facevano il loro corso. Quando lo sviluppo della industria pesante ha raggiunto un certo limite, è risultata evidente l’assenza di « pianificazione ” ed il caos produttivo compresso dall’industrializzazione pesante, ha invaso tutto il mercato, tutta la struttura, tutte le unità produttive, grandi e piccole.

Abbiamo detto che una limitata o relativa ” pianificazione ” può essere fatta solo da una economia determinata da unità aziendali giganti, quali ad esempio quelle statunitensi. Di fatto i giganti americani ” pianificano ” gli Stati Uniti e certe parti del mondo. Ma nello stesso momento in cui i grossi monopoli hanno la possibilità oggettiva di pianificare il loro mercato nazionale, il loro stesso sviluppo determina una serie di problemi che strutturalmente non possono risolvere. La loro produzione è proiettata nel mercato internazionale, il loro mercato nazionale che potrebbero controllare è insufficiente allo sbocco della loro produzione. Deve diventare un mercato internazionale. Quindi una effettiva ” pianificazione » può essere solo quella a livello internazionale poichè è impossibile ” pianificare » i fattori nazionali dello sviluppo economico se questi sempre più sono influenzati dal mercato mondiale. Quanto più lo sviluppo delle forze produttive rende possibile un loro controllo tanto più essi diventano interdipendenti dall’economia mondiale. L’imperialismo dovrebbe allora pianificare il mondo, ma questo era il sogno della teoria del ” superimperialismo » di Kautsky. Di fatto l’Imperialismo è la manifestazione più ampia della lotta che sull’arena mondiale vi viene a scatenarsi tra le varie nazioni capitalistiche che hanno raggiunto un tale sviluppo di forze produttive, con la conseguente concentrazione, da straripare oltre i rispettivi mercati nazionali.

Si può dire di più: la stessa espansione imperialistica delle nazioni ” mature ” rende, poi, praticamente impossibile quel la loro relativa pianificazione che la possibilità oggettiva di controllare il loro mercato avrebbe permesso. Il mercato nazionale delle metropoli imperialiste, resosi così estremamente interdipendente dal mercato mondiale, diventa di fatto incontrollabile.

La pianificazione, quindi, non è un fatto concreto ma una ideologia. Essa nella pratica non esiste nè può esistere in una economia basata su rapporti capitalistici di produzione perchè il vero ed unico ” piano “è quello che corrisponde alle esigenze effettive della società e sarà possibile solo in una economia socialista dove il capitale e quindi il salario saranno scomparsi.

L’ideologia della ” pianificazione ” invece esiste come strumento propagandistico del riformismo, come illusione da offrire alle masse operaie in cambio della loro accettazione ideologica del sistema capitalistico sia nell’Europa occidentale che nell’Europa orientale.

Il caso cecoslovacco è estremamente significativo.

In una intervista del 28 novembre 1964 al settimanale ” Rinascita “, il prof. Ota Sik, uno dei massimi esponenti del ” nuovo corso » dichiarava:

” Le imprese, poi, in base a questi piani macroeconomici a lungo termine (alla cui formazione partecipano) devono esse stesse decidere concretamente della loro produzione a quali tipi di prodotti dedicarsi, che quantità con quale tecnologia, con quali costi di produzione ecc.

Saranno guidate su questo terreno dallo sviluppo concreto della domanda sul nostro mercato interno e sui mercati esteri, perchè dovranno con le loro entrate, far fronte ai propri bisogni “.

Quindi sarà anche la domanda del mercato mondiale a indirizzare quantitativamente e qualitativamente la produzione delle aziende cecoslovacche che si vorrebbe far passare per socialiste solo perchè sono di proprietà statale!

Oggi che le aziende cecoslovacche hanno bisogno della domanda del mercato mondiale superano il vecchio tipo di ” pianificazione »: è questa la causa della ” svolta ” e non un presunto ritorno al profitto come dicono i propagandisti occidentali.

Il profitto non è mai scomparso nella economia cecoslovacca nè in quella sovietica.

E’ appunto perchè è sempre esistito il profitto che oggi la economia cecoslovacca è giunta alla necessità di dipendenza dalla domanda del mercato mondiale.

Per chi ha sempre saputo analizzare marxisticamente, la economia cecoslovacca non è mai stato difficile rintracciarvi la presenza ed il ruolo del profitto capitalistico, anche negli anni passati.

La sola differenza è che oggi il profitto viene chiamato col suo nome anche se per colmo d’ironia, vi si aggiunge l’aggettivo ” socialista ».

Il prof. Sik ha la spudoratezza di dire: ” Non si tratta di nessun ritorno al capitalismo. Non si deve dimenticare che si tratta soprattutto di imprese socialiste, di imprese a proprietà socialista, il cui carattere socialista non cambia ove aumenti la loro autonomia e l’orientamento verso il mercato “.

Cioè in definitiva, il carattere socialista delle imprese cecoslovacche è dato non dalla loro funzione nei confronti del mercato (anche il prof. Sik avverte la palese contraddizione di definire socialista una impresa che lavora per il mercato; l’impresa capitalistica cosa sarebbe allora?), ma dalla proprietà socialista, ergo proprietà statale. L’unico carattere socialista di queste imprese sarebbe la proprietà statale. Tutta la profonda scienza del prof. Sik si riduce ad identificare la proprietà statale col socialismo !

Per il resto, tutti i caratteri delle imprese cecoslovacche sono tipicamente capitalistici:

“…riconoscere la necessità di estendere di molto il potere delle imprese socialiste e di servirsi meglio delle leggi del valore… “: ma, soprattutto a …il nuovo sistema di direzione della produzione indurrà le nostre imprese a un interesse molto più grande verso la redditività aziendale, nonchè verso i mezzi produttivi e la forza-lavoro che hanno a disposizione… potranno pagare solo quei salari premi che permetteranno le vendite delle loro merci… “.

Qui siamo arrivati al cuore di tutte le teorie del prof. Sik, siamo arrivati alla sua chiara enunciazione del carattere capitalistico delle imprese cecoslovacche: lo sfruttamento della forza-lavoro e la conseguente formazione di plusvalore Le riforme del prof. Sik vogliono quindi, determinare con più precisione il salario nel quadro dell’effettivo profitto realizzato dall’azienda.

Le misure adottate dal C. C. alla fine di gennaio vanno proprio in questa direzione.

1) E’ accresciuta l’autorità e la responsabilità dell’azienda.

2) L’azienda, nei suoi organismi dirigenti, è responsabile dell’ammortamento degli investimenti.

3) I risultati economici della azienda sono giudicati secondo i profitti realizzati e non più secondo le percentuali di esecuzione dei piani.

4) I salari saranno determinati, oltre che dalle qualifiche, dai risultati finanziari dell’impresa.

5) I prezzi mondiali avranno una ripercussione diretta sulle imprese che lavorano per l’esportazione.

6) Le imprese commerciali sceglieranno direttamente le imprese fornitrici. Viene introdotto un sistema di vendita a commissione.

Ecco in che modo l’economia cecoslovacca cerca di superare la sua crisi mostrando tutto il suo volto capitalistico. La menzogna del ” socialismo ” nell’Est cade a pezzi.

Arrigo Cervetto

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