Arrigo Cervetto – La fame capitalistica dell’India

Mentre il Lunik 9 inviava le nitide immagini della Luna, l’ONU e la FAO fornivano una più impressionante fotografia della Terra, quasi a testimoniare quale grado di barbarie abbia raggiunto la storia del mondo capitalistico alle soglie delle sue avventure « lunari ». Forte della sua « scienza» che lo proietta nell’esplorazione dell’universo il capitalismo non sa e non può risolvere i problemi che da millenni angustiano l’umanità. Dice l’ONU che l’India, dopo aver registrato due cattivi raccolti nel 1962 e nel 1963, ha subito nel 1965 la peggiore siccità della sua storia recente. Sette grandi Stati sono gravemente toccati dalla carestia. Circa 100 milioni di abitanti sono in una situazione di grave penuria alimentare. Di questi, ben 20 milioni di bambini sono sull’orlo della morte per inedia. Si prevede che la crisi attuale si aggraverà progressivamente nel corso dei prossimi mesi. Occorrono, infine, dagli 11 ai 14 milioni di tonnellate di cereali per impedire la morte di milioni di indiani. Altre notizie, ancora più gravi, sono fornite dagli organi più informati della stampa mondiale.

Scrive « Le Monde » che mentre a Nuova Delhi l’anniversario della indipendenza era festeggiato con una grande parata militare in cui i carri armati A.M.X « hanno diviso con i Centurion britannici il posto d’onore accordato dagli indiani ai «vincitori dei Patton», e nel cielo i Mystere di cui si vanta qui la superiorità sui Sabres americani, hanno preso parte alla dimostrazione aerea in compagnia dei Gnats costruiti in India e dei Mig consegnati dai sovietici », negli Stati del Kerala e di Madhya-Pradesh avvenivano tumulti popolari. A Trivandrum, capitale del Kerala, a Calicut, a Trichur, a Ernakulam, a Kottayan le masse manifestavano per la fame, si scontravano con la polizia, saccheggiavano alcune sedi di partiti.

Lo stesso « Le Monde » riferisce che alla riunione di Jaipur del Partito del Congresso le contraddizioni che sono alla base della crisi alimentare esplodevano violentemente:

a La crisi alimentare ha fatto apparire una situazione allarmante, ogni Stato che dispone di un surplus si sforza di trattenere le proprie risorse piuttosto che portare soccorso alle regioni deficitarie. Mentre che, di fronte al pericolo esteriore, l’India ha fornito nel settembre 1965 una confortante dimostrazione di unità, l’egoismo regionale si è riaffermato con forza quando si è trovato a far fronte alla fame. E’ così che nel Kerala. dove la situazione è più grave, i cittadini non hanno che una razione di riso di 140 grammi – un terzo del minimo vitale – mentre che in certi stati vicini, questa razione raggiunge 200 o anche 300 grammi, e passa i 400 grammi nel Cachemire, il quale beneficia sempre di una situazione privilegiata, poiché conviene, in questa regione politicamente instabile, di ammansire gli spiriti soddisfacendo gli stomaci ».

La realtà mistificata Continuiamo a far parlare « Le Monde » del 3-4 febbraio, perché la sua fotografia dell’India è fatta a molti ingrandimenti e meglio dei piagnistei di Montini e dell’Unità subito accodatasi ( in omaggio al « dialogo » con il Vaticano) sino al punto di definirli di « un carattere eccezionale, diremmo rivoluzionario ».

Scrive il … meno rivoluzionario Jean Wetz di « Le Monde »:

« E’ vero che l’ineguaglianza nella distribuzione delle risorse alimentari tocca la struttura stessa del paese. Il ministro dell’alimentazione, Subramanian, che è stato violentemente attaccato e che esce fortemente malmenato da questo dibattito, aveva pertanto riconosciuto che le « zone alimentari » interdicenti i trasporti di grano da uno Stato all’altro costituiscono un ostacolo deplorevole. Ma bisogna pure osservare che l’abolizione di queste frontiere alimentari suppone sia la libertà completa del commercio del grano, sia un controllo totale dello Stato. La prima soluzione sarebbe impossibile perché lascerebbe libero corso alla speculazione. La seconda non sarebbe meno attuabile, perché « solo un dittatore » potrebbe imporre all’India un sistema di approvvigionamento interamente controllato dallo Stato… Se è vero che l’amministrazione indiana sarebbe incapace di prendere in mano tutta la distribuzione delle risorse alimentari è pur vero che il commercio dei grani è largamente controllalo dai contadini ricchi e dai commercianti delle città, che costituiscono uno dei principali sostegni politici del Partito del Congresso. D’altra parte il ministro ha replicato agli oratori del Kerala facendo loro rimarcare che la razione di riso distribuita nel loro Stato è interamente fornita dal Governo centrale. Ma se le autorità locali si decidessero a mettere le mani sul milione di tonnellate di riso che è coltivato nel Kerala stesso la razione potrebbe essere immediatamente raddoppiata ».

E qui incominciamo ad osservare uno degli aspetti più importanti della fotografia ingrandita dell’India e che ci dimostra come l’attuale crisi alimentare sia un portato specifico del suo sviluppo capitalistico più che una conseguenza d’ordine naturale.

E’ logico che i difensori del sistema capitalistico, Vaticano in testa cerchino di nascondere le vere cause del disastro indiano e si affidino, come sempre, ad eventi e calamità naturali e… soprannaturali. E’ ancora più logico che gli opportunisti d’ogni genere, dai socialdemocratici al PCI, non si distacchino di molto da questa versione che mistifica la realtà.

Carattere capitalistico della sovrappopolazione

Sostanzialmente tutti ripetono la stessa cosa proiettando la loro ideologia interclassista sul mondo intero: occorre maggiore « giustizia distributiva » occorre che i « paesi ricchi » aiutino i « paesi poveri », la fame nel mondo è un prodotto dell’imperialismo e della diseguale distribuzione delle risorse.

L’Unità in questo slancio « interclassista » ed « umanitario » arriva a dire ché « 1’85% dei prodotti del globo sono detenuti da una porzione estremamente ridotta della popolazione: il 15% ».

Nel suo linguaggio è scomparsa ogni traccia di analisi marxista, le classi diventano la popolazione, il mondo viene diviso tra paesi ricchi e paesi poveri. Che anche nei « paesi poveri » vi sia il capitalismo l’Unità non lo lascia capire ai suoi lettori.

Certamente esiste una situazione mondiale che è riflessa dai dati riportati dall’Unità. Certamente l’azione delle potenze imperialistiche influisce enormemente nell’ineguale sviluppo economico dei vari paesi. Ma, come scrisse Lenin, quando analizzò magistralmente tale ineguale sviluppo, si tratta pur sempre di un ineguale sviluppo capitalistico, e non di un ineguale sviluppo economico) non definito. Che eventi naturali, quali 13 siccità, influiscano sulla produzione agricola è un dato di fatto che il marxismo non nega.

Nega soltanto che questi fenomeni naturali possano spiegare il corso della produzione capitalistica. Questo è tanto più vero per l’India. Marx e Rosa Luxemburg, in scritti illuminanti, hanno dimostrato per sempre che ciò che non erano riusciti a fare le avversità della natura e le invasioni straniere in India, lo fece il capitalismo inglese. L’economia agricola naturale, basata sulle comunità di villaggio, venne spezzata e vi si trapiantò un tipo particolare di proprietà terriera. L’attività artigianale venne scissa dal lavoro agricolo. Da un secolo l’India vive nel drammatico trapasso da un’economia precapitalistica ad un’economia capitalistica. Questo suo sviluppo capitalistico lo pagano, come già accadde in Europa, in Inghilterra, in Russia, milioni di uomini con la fame e la morte, milioni di contadini che la rottura dell’economia agricola naturale crea in sovrabbondanza nelle campagne e che si riversano nelle città. René Dumont nel suo libro « Uomini e Fame » scrive che l’India « per lungo tempo restò sottopopolata; per lungo tempo, essa poté ottenere molto dalla terra, con poco lavoro: una enorme copertura di foreste, lo spazio illimitato, quasi, delle pianure fertili e degli altipiani, appena ondulati… ».

Oggi l’India viene indicata come un paese sovrappopolato, ma non si specifica il tipo sociale della sovrappopolazione, cioè in rapporto a quale sistema di produzione si è determinata una eccedenza di popolazione. Quello che da un lato viene indicato come sovrappopolazione diventa poi, da un altro lato, una risorsa.

Proletarizzazione e rivoluzione comunista

Scrive Charles Bettelheim nella sua « Storia dell’India indipendente » che: « La principale difficoltà che ostacola l’industrializzazione indiana non è l’insufficienza di risorse mediante le quali questo paese potrebbe accrescere il proprio saggio di accumulazione. Queste risorse sono considerevoli. Esse si presentano per lo più sotto la forma di una rilevante sottoccupazione e di uno scarso sfruttamento delle ricchezze naturali, compresa la terra ».

La sovrappopolazione si traduce quindi in un fenomeno storico che tutti i paesi capitalistici hanno attraversato nelle prime fasi dell’accumulazione cioè nella creazione di una manodopera che è libera di vendere la sua forza-lavoro al capitale e nel frattempo anche di morir di fame. Tutti i paesi hanno avuto questo tipo di sovrappopolazione allorquando, rotti i rapporti precapitalistici di produzione nelle campagne, milioni di uomini affamati si precipitarono nei centri urbani in cerca di quel lavoro e di quel pane che le nuove forme di produzione agricola ormai negavano loro.

E solo questa sovrappopolazione di merce forza-lavoro ha permesso al capitalismo di svilupparsi e di creare delle nazioni industriali. In India questo fenomeno storico si presenta decuplicato, con una rapidità impressionante che moltiplica il dolore della tragedia, con una estensione che mette a nudo l’essenza dell’annientamento fisico, della morte, con una spirale caotica che ne mette in luce tutta la sua inumanità.

Basti un dato per definire il carattere sociale della sovrappopolazione indiana: dal 1951 al 1961 le città con più di 20.000 abitanti hanno aumentato la loro popolazione del 40%. I disoccupati, dal 1956 al 1961, sono aumentati di 6,7 milioni raggiungendo i 9 milioni di unità. Lo stesso 3O Piano Quinquennale indiano prevede che, nei cinque anni, i disoccupati aumentino di 6 milioni e raggiungano la cifra di 15 milioni. Certamente non si può parlare di carestia della materia prima fondamentale per l’investimento di capitale: la forza-lavoro.

Per questa enorme « massa di miseria » (che gli ignoranti economisti borghesi con il loro codazzo di revisionisti, chissà perché non includono mai nelle loro statistiche quando credono di dimostrare che Marx si era sbagliato nel prevedere la pauperizzazione del proletariato: i milioni di indiani, signori economisti, che muoiono di fame nei marciapiedi delle metropoli del

la « democratica » patria di Gandhi, cosa sono se non dei proletari?), a per questa enorme « miseria delle masse » la fame e la morte dipendono ormai poco dai buoni e dai cattivi raccolti. La fame di Calcutta, di Bombay, di Nova Delhi, di queste capitali dell’India borghese dove si calcola che addirittura la metà della popolazione nasca, viva e muoia sui marciapiedi è una fame « sociale » che non dipende certo dalla siccità. Basterà un altro dato per comprendere come la pauperizzazione nelle grandi città indiane non sia un fenomeno asiatico ma un fenomeno capitalistico che ha assunto dimensione asiatiche.

Le metropoli indiane sono dei grandi centri industriali e commerciali capitalistici. Nel 1950 i salariati industriali rappresentavano l’11% della popolazione attiva e gli operai della grande industria il 2,1% sempre della popolazione attiva. Ci troviamo di fronte a delle moderne classi sociali e non a delle caste. Le città indiane hanno ormai una consistente classe operaia, che caratterizza il loro sviluppo capitalistico e che rappresenta oggettivamente una potente forza motrice della rivoluzione indiana, quantitativamente superiore, in rapporto alla popolazione, il proletariato russo nella rivoluzione del 1917. Anche sotto questo aspetto trova conferma un’altra previsione del marxismo. Quando Lenin negli scritti e nei Congressi del -Komintern pose l’India alla testa della rivoluzione in Asia molti si chiesero se non fosse questo un errore di previsione Lo stesso corso della rivoluzione cinese parve a costoro 13 conferma del loro giudizio. L’analisi di Lenin era però centrata, e la consistenza delle classi e del proletariato nella società indiana ne sono la prova. Il fatto che la rivoluzione cinese abbia sopravanzato quella indiana dimostra solo che la rivoluzione cinese ha assunto un corso populista, basato sulle classi contadine e non che il rapporto delle classi fondamentali, borghesia e proletariato, fosse più favorevole in Cina.

Anche in Cina, certamente, vi erano le forze motrici per sviluppare la rivoluzione « in permanenza » e per giungere allo sbocco della « doppia rivoluzione » come era accaduto in Russia. Il proletariato cinese aveva una forza sufficiente per condurre le masse dei contadini poveri in una rivoluzione socialista.

I morti del Bengala e l’antifascismo

Lo stalinismo frantumò questa possibilità storica perseguendo la tattica menscevica di appoggio alla borghesia nazionale e d’ingresso del PCC nel partito borghese del Kuomintang. Il risultato è ben noto: il massacro della classe operaia cinese nel 1927, da un lato, e l’affermarsi, come conseguenza della sconfitta di classe, della corrente populista e nazionalista del « maoismo », dall’altro che trovò la sua base sociale nei contadini e nelle « quattro classi ». Meno noto, invece, è il portato che tale sconfitta e tale svolta ebbero sul corso della rivoluzione indiana.

Abbandonata dall’Internazionale la strategia leninista della rivoluzione in Asia, anche il movimento comunista indiano doveva finire con l’essere assorbito dalla direzione borghese della rivoluzione democratica, cioè in pratica dalla politica del Partito del Congresso. Il PC indiano seguì fedelmente tutta l’evoluzione della politica estera sovietica, sino ad appoggiare i « fronti popolari » con la borghesia e la « guerra antifascista » a fianco dell’Inghilterra. E tutto ciò mentre in India, ancora più che in Cina, si andavano accumulando gigantesche contraddizioni di classe e forze oggettivamente rivoluzionarie, come era stato previsto da Lenin. Basti pensare che la seconda guerra imperialista mondiale offrì all’India una possibilità immediata di liberazione nazionale. La stessa borghesia nazionale fu divisa sul problema dell’alleanza con l’Inghilterra e alla fine prevalse la linea di apoggio alla « guerra antifascista in cambio della promessa di una futura indipendenza. Gli indiani furono inviati a farsi massacrare sui fronti imperialisti, mentre, nel Bengala morivano 3 milioni e mezzo di persone di fame, a seguito di una carestia, secondo la stima dello studioso indiano K.P. Chattopadhyaya. Dice il Bettelheim che un altro milione morì a causa delle successive epidemie. La carestia era dipesa più da una cattiva organizzazione dei rifornimenti che da un grave deficit. Questo deficit era valutato in 1,4 milioni di tonnellate di cereali, cioè non era un deficit molto grave poiché corrispondeva al solo 2% del raccolto medio indiano ed era meno di un decimo di quello attuale, eppure, conferma il Bettelheim « nessuna misura fu presa per convogliare una sufficiente quantità di viveri verso il Bengala e combattere contro la speculazione e l’accaparramento ».

Quattro milioni e mezzo di morti per fame nel Bengala. Che differenza c’è tra questi morti e quelli dei campi di concentramento del terzo Reich?

Il Bengala non fu un enorme e criminale campo di concentramento?

Eppure i « miti » indiani, la cui natura, si dice in ogni occasione, è espressa nel pacifismo gandhiano che li porta a rifiutare la violenza comunista, furono mandati a liberare gli schiavi dei campi di concentramento nazisti in nome della libertà » e « della democrazia »!

Ecco un caso « concreto » che dimostra come fascismo e antifascismo non fossero altro che le trincee dell’imperialismo. Inutile aggiungere che il PC indiano, invece di porsi alla testa delle masse affamate e spingerle alla violenza rivoluzionaria contro la borghesia indiana e l’imperialismo inglese come avrebbe fatto un vero partito leninista, si schierò sulla trincea « antifascista », cioè a fianco del Partito del Congresso e dell’imperialismo inglese, come del resto fece il partito maoista in Cina.

Possiamo ancora dire che la previsione di Lenin sulle proporzioni della rivoluzione socialista, era sbagliata? L’evoluzione delle contraddizioni della società indiana ha dimostrato che un partito bolscevico avrebbe potuto, in un periodo ancora più breve che in Russia, strappare la direzione delle masse lavoratrici alla borghesia, agli industriali, agli agrari e ai piccoli borghesi. In Russia il partito partì da posizioni molto più deboli di quelle dalle quali era partito quello indiano senza l’appoggio di una Internazionale anzi in lotta aperta contro quella socialdemocratica, e riuscì nel corso di una guerra imperialista a prendere la direzione delle masse contadine, sino ad allora passive, superstiziose, prigioniere della religione tanto quanto quelle indiane. Il partito russo si trovò ad essere isolato, in un movimento internazionale socialista, caduto in preda al socialsciovinismo.

Ma il partito bolscevico fu internazionalista, lottò contro la II Internazionale e vinse. Il partito indiano non lo fece, non colse l’occasione della guerra mondiale imperialista, perché da anni era già socialsciovinista, da anni era staliniano.

Mancanza del partito rivoluzionario

Quando il movimento operaio potrà fare un bilancio della sua storia, scoprirà quanto grande sia stato il disastro portato dallo stalinismo allo sviluppo della rivoluzione indiana. Le conseguenze le sta pagando il proletariato internazionale, e in particolare il proletariato e i contadini poveri dell’India.

Oggi l’India manca di un partito veramente comunista ed internazionalista che sappia agitare le masse dei contadini poveri, facendo perno sul proletariato industriale, ed incanalare i fermenti di rivolta Che serpeggiano nel subcontinente verso obiettivi precisi della rivoluzione socialista.

Ancora una volta assistiamo in India alla mancata saldatura tra le condizioni oggettive e quelle soggettive essendo ben presente una crisi di vaste dimensioni e mancando, invece, la coscienza di questa crisi, il partito rivoluzionario. E come sempre, quando manca una volontà politica organizzata e rivoluzionaria che ponga una soluzione socialista alla crisi, questa finisce con l’aggravarsi a maggior danno delle masse lavoratrici.

Cause sociali e condizioni naturali

Che la crisi tenda ad aggravarsi in questo senso sono i suoi stessi caratteri capitalistici ad indicarlo.

Esaminiamo i caratteri capitalistici dell’agricoltura indiana. Ci serviremo ancora una volta dei dati del Bettelheim.

« Non si può pensare che le superfici di cui dispone l’agricoltura indiana siano insufficienti. Le superfici coltivabili sono valutate dalla FAO in circa 160 milioni di ettari ».

Nel 1951 l’India aveva una disponibilità di 0,35 ettari per abitante, la Cina di 0,19, la Francia di 0,5.

Sempre nel 1951 l’India aveva una disponibilità di 0,5 ettari per ogni persona che vive nella agricoltura, la Cina di 0,22 , il Viet Nam di 0,25, l’Egitto di 0,13.

Nel 1950 il rendimento di riso per ettaro coltivato era:

India 11 quintali

Cina 13 »

Birmania 14 »

Egitto 30 »

Giappone 40 »

Nel 1950 il rendimento di frumento per ettaro coltivato era:

India 6,6 quintali

Cina 7 »

Egitto 18 »

Giappone 18 »

Quindi, mentre l’India non ha una bassa disponibilità di ettari coltivabili e coltivati per abitante e per agricoltori registra uno dei più bassi rendimenti del mondo. Perché?

Le risposte che comunemente vengono date sono: mancanza di acqua ed esistenza di rapporti precapitalistici (autoconsumo, forme di tipo feudale ecc.).

La piovosità indiana è, invece, relativamente elevata ( 1250 mm. annui), ma irregolarmente distribuite dato il mancato controllo delle acque solo il 12% della terra coltivabile è irrigata. Ciò potrebbe rappresentare una condizione di tipo precapitalistico, ma per smontare questa tesi basti ricordare che ben il 40-45% dei prodotti agricoli è commercializzato, cioè entra in rapporti di scambio mercantili e supera la fase dell’autoconsumo.

Quasi la metà della produzione agricola entra sul mercato ed in un mercato che vede non solo il piccolo commercio ma soprattutto la grande industria.

Insomma non ci troviamo di fronte a rapporti mercantili semplici ma ad un sistema mercantile dove predomina il grande capitale.

Rapporti capitalistici nell’agricoltura

Lo sviluppo dei rapporti mercantili nella agricoltura non riguarda solo uno scambio all’interno di questa ma soprattutto uno scambio con la grande industria nazionale e con il mercato mondiale.

« Fra il 1896 e il 1936-54 – scrive Bettlheim – l’unico grande sviluppo della produzione agricola riguarda… le colture commerciali… il valore di questa produzione rappresenta, nel periodo dell’indipendenza, circa il 30% del valore della produzione agricola; essa è pressappoco raddoppiata rispetto al periodo 1896-1905 ».

Quasi la metà della produzione agricola è commercializzata, quasi un terzo è rappresentato da colture commerciali. Vedremo in seguito cosa significhino questi dati per quanto riguarda la crisi alimentare Per ora ci limitiamo ad individuare dietro di essi la struttura delle classi nelle campagne indiane. Troveremo che la produzione per la vendita sul mercato interno ed internazionale significa impiego di lavoro salariato ed infatti ben il 38% della popolazione attiva in agricoltura è costituito da salariati, Per inciso osserviamo che è una percentuale altissima, molto più alta di quella indicata da Lenin nella sua analisi dello sviluppo del capitalismo in Russia, e che ci permette di definire la seconda importante forza motrice della rivoluzione socialista in India. La forte proletarizzazione nel le campagne indiane, è, inoltre, caratterizzata da un aspetto particolare che non troveremo, ad esempio, nella Russia del 1917 e che non troviamo in altri paesi arretrati: la popolazione rurale indiana, nel 1961, era scesa al 70% circa in pratica ciò significa che circa un terzo della popolazione è urbana e che è inesatto definire l’India un paese a stragrande maggioranza formato da « contadini ».

Moderne classi

sociali in India

L’americano Richard D. Lambert fornisce una serie di valutazioni che ci permettono di approfondire la configurazione sociale in India.

Nel 1951 la popolazione rurale era 1’82,7% del totale. Le dieci più grandi città dell’India avevano raddoppiato la popolazione dal 1931 al 1951, ma dal 1951 al 1961 ben 32 città hanno più di 200.000 abitanti e ben 76 città superano i 100.000 abitanti. Secondo il Lambert il fenomeno ha due cause: l’emigrazione di 8 milioni di indù e sikh rifugiatisi dal Pakistan nelle metropoli nordiche ed occidentali dell’India e l’emigrazione dalle campagne per cui un terzo degli abitanti delle città è oggi costituito dallo spopolamento rurale. Siccome il numero degli operai occupati nelle città è rimasto abbastanza costante sulla cifra di 2 milioni e mezzo di occupati nel 1951 (1947: 2 milioni circa ), il risultato è che si è creata « una profonda povertà nelle città »da un lato, e che si è costituita una « élite » come la chiama il Lambert di circa 5 milioni di persone. Se teniamo presente che il 3,4% della popolazione è costituito da imprenditori, il 50,9% da artigiani e lavoratori in proprio e il 45,7% da lavoratori dipendenti, abbiamo finalmente sulla scorta di dati americani che per quanto riguarda la proletarizzazione non si discostano molto dalle stime del Bettelheim anche se questi non aveva tentato una stima statistica delle altre classi, un quadro della società indiana. Dividiamo, infine, la « élite » dei 5 milioni del Lambert in alta e media borghesia, anche nel le sue appendici di alta e media burocrazia, ed il 50.9% degli artigiani e lavoratori indipendenti in piccola borghesia e contadini poveri, aggiungiamo il 45,7% dei lavoratori dipendenti ed avremo anche la dimensione quantitativa delle classi sociali in India.

La fame nelle metropoli borghesi

Non ci sono dati sufficienti per vedere questa dimensione nei diversi settori (industria, agricoltura, servizi e commercio), o meglio i dati non permettono di vedere la precisa collocazione del 50,9% nei tre settori in quanto questa percentuale comprende « artigiani, lavoratori indipendenti », cioè piccoli produttori indipendenti dell’industria e dell’artigianato e piccoli commercianti.

Dobbiamo, però, ritenere che è da questi strati, dai contadini poveri senza terra e dal bracciantato agricolo sottoccupato che si è andata formando quella massa enorme proletarizzata di miserabili, valutata in 15 milioni di persone, che si addensa sulle città e che socialmente possiamo definire come la terza forza motrice della rivoluzione socialista indiana. Questa « terza forza » motrice presenta caratteri tipici, in quanto analoga a quella che si è formata in ogni società che ha attraversato le prime fasi dello sviluppo capitalistico, e caratteri peculiari, in quanto una tale fenomeno non ha mai raggiunto il grado di espansione che ha raggiunto in India. Da questo punto di vista costituisce una « particolarità » della rivoluzione indiana, che dimostra quanto sia fallace la presunta « particolarità » pacifista teorizzata da tutti gli opportunisti.

Crediamo che non vi siano più dubbi sul carattere capitalistico della società indiana. Resta da vedere la contraddizione tra lo sviluppo capitalistico e l’arretratezza de l’agricoltura. Questa arretratezza si spiega, appunto, col carattere capitalistico. In altre parole la elevata commercializzazione della produzione agricola e la fortissima differenziazione di classe nelle campagne, con l’elevatissimo impiego di lavoro salariato, ci dimostrano la formazione di una consistente accumulazione di capitale nel settore agrario, ma non ci dimostrano ancora come questo capitale è investito e ripartito.

Nella fase in cui si trova l’accumulazione capitalistica nelle campagne indiane esiste il predominio da un lato, della rendita fondiaria e, dall’altro del capitale commerciale ed usurario In pratica, il capitale accumulato viene in gran parte divorato dalla rendita rappresentata dalla figura sociale del proprietario terriero parassita, e in parte investito in forme commerciali ed usurarie. Una parte, infine trattenuta da misure fiscali, va alla burocrazia e all’investimento nella industria di stato e privata attraverso il meccanismo dell’intervento statale. Ciò spiega la crisi delle campagne, la crisi alimentare, il disastro della produzione di beni alimentari, il mancato investimento nelle attrezzature di irrigazioni, di bonifica, di infrastrutture.

Il predominio della forma commerciale ed usuraria del capitale nelle campagne non significa che una parte del capitale stesso non venga impiegata in forma industriale nella produzione agricola.

Anzi, l’esistenza di questo tipo di investimento, appunto perché non rappresenta ancora la forma predominante e perché avviene solo per zone, finisce con l’accentuare gli squilibri, finisce con l’aggravare la crisi.

L’esempio del Kerala

Prendiamo l’esempio del Kerala, cioè dello stato dell’Unione più « avanzato » e più « progressista »( minore analfabetismo, più alta « cristianizzazione », maggioranza « comunista »). Il Kerala è lo stato più capitalista e quello dove più si muore di fame. Perché? Perché la sua agricoltura è più « avanzata » di quella degli altri Stati: produce più colture commerciali che colture alimentari, le sue esportazioni sul mercato mondiale forniscono un quinto delle divise estere guadagnate dall’India. Non a caso i rappresentanti del Kerala nel Parlamento indiano hanno minacciato la secessione se non si stabilisce un sistema unico di ripartizione delle derrate alimentari abolendo le « zone alimentari », dicendo che se gli altri stati mantengono il loro diritto di trattenersi il riso, il Kerala si arrogherà il diritto di trattenersi le sue divise estere per acquistare il nutrimento per i suoi abitanti.

Sentiamo ancora una volta la testimonianza di « Le Monde »:

« Il Kerala è a questo riguardo in una situazione particolarmente difficile. E’ come si sa lo Stato più progressista dell’India il solo stato del mondo dove i comunisti sono riusciti, nel 1958, a prendere il potere in un modo perfettamente democratico è pure lo Stato indiano dove il livello d’istruzione è più elevato e dove le minoranze cristiane occupano il più largo posto E’ infine, lo Stato dove la densità della popolazione è la più forte, poiché raggiunge 1127 persone per kmq Il Kerala produce solamente la metà del riso che consuma in tempo normale e dipende per il suo approvvigionamento dagli stati vicini Andhra, Pradesh e Madras. Il fatto che questi due Stati, toccati essi stessi quest’anno dalla siccità, rifiutino di ripartire le loro risorse e non effettuino che molto parzialmente i rifornimenti promessi è evidentemente risentito nel modo più vivo. Il Kerala ha in effetti consacrato l’essenziale della sua attività agricola a delle produzioni più lucrative quali il tè, il caucciù, la noce di cocco ed il pepe ».

Il capitalismo produce fame

L’esempio del Kerala è quindi illuminante. Scrisse Engels a proposito della grande carestia russa del 1891:

« Il cattivo raccolto in Russia è diventato carestia, e una carestia come in Europa occidentale da tempo non la si conosce; come non è frequente neppure in India, il paese tipico per calamità del genere, e come, nella Santa Russia dell’epoca in cui non esistevano ancora ferrovie, era difficile che raggiungesse un grado così elevato Come spiegare questo fatto? Molto semplice La carestia in Russia non è il risultato del puro raccolto deficitario; è un episodio della rivoluzione sociale che la Russia sta compiendo fin dall’epoca della guerra di Crimea: è solo l’acutizzazione, in seguito a un cattivo raccolto, delle sofferenze croniche legate a questa rivoluzione profonda »

Anche l’attuale fame dell’India è solo l’acutizzazione delle sofferenze croniche legate a quella rivoluzione profonda delle forze produttive che si chiama capitalismo. Possono bruciare incenso quanto vogliono, i santoni d’Oriente e d’Occidente non riusciranno ad oscurare questa verità

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Sul filo della storia:

Marx sulla carestia e la fame

In occidente:

« La carestia abbatté nel 1846 in Irlanda più di un milione di uomini, ma soltanto poveri diavoli. Non pregiudicò minimamente i ricchi del paese. L’esodo ventennale che le seguì e che ancora aumenta non decimò affatto, come ad esempio la Guerra dei Trent’anni, i mezzi di produzione insieme agli uomini ».

E In oriente:

« Nella sola provincia di Orissa più di un milione di indù morì di fame nel 1866.

Cionondimeno si cercò di arricchire la cassa dello stato indiano con i prezzi ai quali si cedevano mezzi di sussistenza alla gente che stava per morir di fame ».

(K. MARX – Il Capitale cap. 23 e cap. 24)

Oriente e Occidente

Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminata in mezzo a loro dalla borghesia britannica, finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale.

(K. MARX – New York Daily Tribune 8 agosto 1853).

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