Bruno Dabove – Accordo sui portuali: una vergognosa conclusione

In un comunicato stampa, datato 20 gennaio 1967, la FILP-CGIL, la FILP-CISL e la UILTATEP-UIL danno notizia dell’accordo raggiunto con il Ministro della Marina Mercantile in merito alla vertenza dei portuali.

Con tale accordo i portuali non hanno ottenuto nulla che risolvesse i loro problemi. Hanno ottenuto, per esempio, il misero aumento del 6% della giornata base a partire dal 15 febbraio 1967, che non copre minimamente l’aumento del costo della vita: percentuale che è coerente alla politica dei redditi del capitalismo italiano, come dimostrano gli ultimi contratti degli edili, dei metallurgici e di altre categorie. Hanno ottenuto la insignificante riduzione dell’orario di lavoro settimanale da 45 a 44 ore a parità di salario a partire dal 1′ gennaio 1968, assolutamente insufficiente a contrastare la diminuzione di occupazione conseguente allo sviluppo tecnologico.

Vi è poi l’aumento della integrazione salariale da 45 a 50 mila lire, che sarà elevata a 70 mila lire per i lavoratori permanenti che superano le 50 mila lire di salario mensile: cioè solo per i maggiori porti dove da anni i portuali non percepiscono l’integrazione in quanto il traffico delle merci è sempre stato in aumento e tende ad aumentare sempre più.
Inoltre ai lavoratori occasionali è stata concessa l’integrazione pari al 50% di quella dei permanenti: percentuale assolutamente inaccettabile in quanto gli occasionali, in una eventuale diminuzione del traffico portuale, sarebbero i primi ad essere soggetti ad entrare in integrazione, percependo un salario di fame; sempre per gli occasionali vi è l’impegno del Ministro a sollecitare la emanazione del provvedimento di legge riguardante il riconoscimento giuridico: quando ormai il Ministro stesso si era già impegnato a concederlo prima della vertenza.
In definitiva quindi, dopo la conclusione della lotta dei portuali il capitalismo italiano si è ulteriormente rafforzato, e indisturbato porta avanti la sua politica, dimostrando ancora una volta come intenda aumentare i suoi profitti senza concedere nulla al lavoratori.
Con la politica del “carciofo” continuerà sistematicamente a colpire le Compagnie Portuali, togliendo loro gradatamente  tutti i diritti di partecipazione ai lavori di sbarco, imbarco e manipolazione delle merci.
Ciò nel quadro di una sua linea più generale che mira, tra le altre cose, alla creazione dei cosiddetti “poli di sviluppo”, che sarebbero dei grandi, moderni magazzini, collegati ai porti, ove verrebbero convogliate le varie merci, per poi essere smistate alle varie industrie, e alla concessione delle «autonomie funzionali», che sarebbero complessi industriali costruiti lungo la costa, con dei pontili propri, che avrebbero la facoltà di impiegare propria manodopera e di servirsi eventualmente delle Compagnie portuali quando il proprio personale non dovesse essere sufficiente, come ad esempio è già avvenuto in parte nei porti di Trieste, Cagliari, Savona, Cornigliano, Vado, Porto Marghera, Taranto, La Spezia ecc.
Mentre nei porti il capitalismo porta avanti questa sua politica, i sindacati nulla fanno di concreto per fermare l’avanzata padronale, ma anzi, con la loro linea, ancora una volta favoriscono  questa avanzata.

Nella vertenza conclusasi a Gennaio, la FILP-CGIL, la FILP-CISL e la UILTATEP-UIL, mobilitando la categoria «unitariamente» presentarono al Ministero della Marina mercantile una piattaforma rivendicativa che, pur non essendo adeguata al nuovo sviluppo capitalistico del settore, avrebbe dato una certa garanzia di lavoro alla categoria.
Dopo le prime trattative e alcuni giorni di agitazione, il Ministro si decise a cedere su alcune richieste, le meno importanti, ma non sui punti base della piattaforma; la CISL ,e la UIL avrebbero voluto accettare, ma la CGIL si oppose e l’agitazione continuò.
Dopo 48 ore di sciopero continuato ed alcuni giorni di agitazione limitata alle prestazioni straordinarie, i sindacati e il Ministro si incontrarono nuovamente e ci furono tentativi per addivenire alla conclusione della vertenza.

Il Ministro, fermo sulle sue posizioni, era sempre disposto a concedere i punti meno importanti della piattaforma ed a rigettare gli altri.
Di  fronte a quella intransigente posizione del Ministro, ci si aspettava dai sindacati la ferma decisione di continuare la lotta. Invece, mentre larghi strati di operai della base avrebbero voluto proseguire l’agitazione, magari sempre più inasprendola, la CISL e la UIL riportarono la CGIL sulle loro posizioni, e sempre «unitariamente» come avevano presentato la piattaforma rivendicativa, scandalosamente accettarono le proposte fatte dal Ministro, raggiungendo l’accordo e fermando la lotta dei portuali.
Se l’agitazione fosse partita già dall’inizio e continuata poi con una vera strategia di classe, avrebbe ben presto messo in crisi l’economia del settore e quindi i portuali avrebbero ottenuto una contrattazione più adeguata alle loro esigenze di salariati.

Invece ecco giungere l’accordo tra il capitalismo del settore e i dirigenti sindacali, i quali, coerentemente alla linea dei partiti cosiddetti operai (PCI, PSIUP, PSU), attaccandola a parole favoriscono nei fatti la politica dei redditi e servono da puntello al sistema capitalistico cercando di conciliare gli interessi contrastanti delle varie frazioni della borghesia, invece di operare in modo deciso specialmente nelle lotte in cui la borghesia, si trova di fronte un settore del proletariato con radicate tradizioni di lotte di classe.

I dirigenti sindacali invece fanno da «pompieri»  rompendo  l’omogeneità della classe e giustificando poi, nelle assemblee operaie il fallimento delle trattative con la poca volontà di portare avanti la lotta da parte degli operai dei singoli porti: in ogni porto la responsabilità viene fatta ricadere sugli altri e viceversa.

Questa mistificazione opportunista tenta di scagionare i burocrati sindacali facendo ricadere la responsabilità del fallimento sulla base operaia poco combattiva: questo riesce a demoralizzare parte dei portuali, ma non è accettato passivamente dalla loro avanguardia, che sa uscire dai limiti localistici del suo porto e sa mettere a nudo questa sporca manovra contro  rivoluzionaria.

Se i portuali sapranno abbandonare completamente ogni residuo corporativo e superare le controproducenti stratificazioni tra le varie categorie, sapranno anche smascherare la burocrazia sindacale ormai integrata nel sistema borghese e lottare con tutto il proletariato per l’obiettivo storico del proletariato stesso.

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