Contro la guerra rivoluzione!

Il capitalismo prepara, come sempre, le condizioni della guerra. Si può dire di più: il capitalismo è di per se stesso la guerra e, siccome tutto il mondo è capitalistico, la guerra è oggi la condizione permanente dell’umanità. Dal primo decennio del secolo lo sviluppo del capitalismo ha finito d’essere relativamente pacifico perché è stato questo sviluppo stesso a produrre l’imperialismo e a far sì che i paesi capitalistici più sviluppati avessero la forza economica e quindi militare, di imporre le loro necessità di espansione e i loro interessi ai paesi capitalistici meno sviluppati e quindi più deboli o a paesi coloniali o semicoloniali i quali subivano un processo di diffusione del capitalismo nel loro interno.
In questo quadro di necessità dello sviluppo capitalistico nel mondo ogni tendenza economica (correnti del commercio internazionale, esportazione di capitali, industrializzazione di zone arretrate, egemonia nei mercati, ecc.) diventa, da allora, motivo di tensione e di lotta tra i vari paesi capitalistici, tra quelli forti e quelli deboli, e soprattutto tra quelli più potenti, tra quelli imperialistici. Concepire uno sviluppo pacifico ed armonico nel mondo, permanendo gli attuali rapporti di produzione e di scambio, è una pura utopia piccolo-borghese, una ideologia che, più o meno consapevolmente, tenta di nascondere una lampante e brutale realtà. E non a caso, mai come oggi sono fiorite tante ideologie «pacifiste» e tanti piani «populisti» sul commercio internazionale, sulle «nazioni unite», sulla «mutua assistenza», ecc. Ma quello che è più utopistico ancora e più reazionario è lo scambiare la foglia per l’albero, è l’indicare solo un effetto particolare e isolato dell’imperialismo come la causa prima, fondamentale ed unica delle crisi, delle guerre parziali o generali. Chi non riesce o non vuole capire la natura generale e mondiale dell’imperialismo inevitabilmente finisce o finirà con l’essere un complice dell’imperialismo, un suo propagandista, un suo soldato, un suo partigiano. E’ un destino storico a cui non sfugge nessuno e che ha visto ogni corrente politica, anche quella più apparentemente di sinistra, diventare una corrente dell’imperialismo ed una «cinghia di trasmissione» nel contribuire a collocare il proletariato nell’una o nell’altra trincea dello imperialismo.
Solo i marxisti conseguenti, solo i leninisti sono riusciti a sottrarsi a questo condizionamento dell’imperialismo e a trasformare una guerra imperialista in una rivoluzione proletaria perché si sono schierati contro tutti i fronti dell’imperialismo, contro tutti i paesi capitalistici grandi o piccoli, contro tutte le correnti «interventiste» da quelle «democratiche» a quelle «socialiste». Ma i bolscevichi hanno potuto essere dei marxisti rivoluzionari conseguenti perché conoscevano bene la natura dell’imperialismo, perché sapevano bene che la pace e la guerra non sono altro che manifestazioni organiche della vita capitalistica in tutto il mondo.
Decenni di controrivoluzione imperante hanno impedito che il patrimonio bolscevico potesse diventare patrimonio della classe operaia.
E’ bastato oggi che una delle tante guerre prodotte dal sistema capitalistico esplodesse nel Medio Oriente perché tutto il potenziale imperialistico e controrivoluzionario di cui è carica la società italiana straripasse ad allagare ogni settore della vita politica, dai partiti tradizionali borghesi a quelli socialdemocratici, a quelli che si proclamano comunisti, a quelli, persino, che dicono di essere alla «sinistra» del PCI. Ogni partito ed ogni gruppo è stato, finalmente, messo alla prova dei fatti, ed ogni partito ed ogni gruppo è risultato essere, per chi ancora non lo sapeva, una delle tante componenti del sistema imperialistico, uno dei tanti altoparlanti della ideologia imperialistica. Abbiamo sentito parlare di «questione ebraica», di «popolo ebreo» e di «popoli arabi»! Si è arrivati, persino, da parte di gruppi maoisti, castristi e trotskisti a parlare di «popoli arabi» in lotta contro l’imperialismo! Tutti si sono dimenticati una piccola inezia che un’elementarissima analisi marxista permette oggi di constatare: in Egitto esiste una borghesia e un proletariato, in Israele esiste una borghesia e un proletariato! Ci troviamo, quindi, di fronte a due Stati tipicamente borghesi che sono entrati in un conflitto tipicamente borghese. La borghesia egiziana si è scontrata con quella israeliana per motivi economici, territoriali e politici. La borghesia israeliana ha portato avanti la sua guerra per gli identici motivi. In questo contesto sociale non ha alcun interesse, per un marxista, per un proletario, sapere chi è stato l’aggredito o l’aggressore perché in ogni guerra generata dal capitalismo l’aggressore è la borghesia e l’aggredito è il proletariato ed il contadiname povero mandato a sbranarsi sulle rocce del Carso, nelle trincee di Verdun, nel deserto del Sinai. I lavoratori arabi e i lavoratori israeliani non hanno contrasti di interessi, anzi hanno la comune sorte di essere sfruttati dai borghesi de Il Cairo o di Tel Aviv, i quali sono legati alla fitta rete dei capitali investiti nel Medio Oriente che fa capo alle nuove e alle vecchie Mecche dell’Imperialismo: Washington, Londra, Parigi, Bonn, Roma, Mosca, Tokio. Nel Medio Oriente, nel petrolio, nelle pipelines, nel cotone, nella diga di Assuan, nella agricoltura meccanizzata dei Kibbutz, nell’industria tessile, in quella siderurgica, in quella chimica, sono investiti dollari, sterline, franchi, marchi, yen, rubli.
Stati Uniti ed URSS, Francia ed Inghilterra, Germania e Italia, Giappone e Olanda investono direttamente o attraverso la Banca Mondiale, commerciano, prestano capitali ai vari Stati mediorientali, vendono migliaia di aerei, di carri armati, di cannoni. La «democratica» America investe e presta capitali ai paesi arabi e ad Israele, la «socialista» Russia vende armi e fa prestiti al 2,5 per cento ai paesi arabi e contemporaneamente ha accordi economici con Israele. Così è per tutte le altre potenze imperialistiche, grandi o piccole: con il risultato che con questi sporchi traffici si impinguano le borghesie d’Oriente e d’Occidente, in omaggio alla «democrazia» e al «socialismo» da dare in pasto ai gonzi come le classiche briciole d ella tovaglia, e si rafforzano nel loro bellicoso appetito le borghesie araba ed israeliana che hanno iniziato a gustare le delizie del banchetto. I lavoratori pagano, come sempre, lo sconcio di questo sistema. Lo pagano nelle metropoli imperialistiche, lo pagano nel Medio Oriente.
I lavoratori egiziani delle industrie tessili hanno visto spietatamente represse le loro rivendicazioni e crudelmente imprigionati ed assassinati i loro compagni rivoluzionari, quei veri comunisti che hanno denunciato il falso «socialismo» di Nasser.
I lavoratori israeliani, con scioperi e disoccupazione, hanno dovuto pagare la grave crisi del «paradiso» dei Kibbutz.
La borghesia araba, allevata e foraggiata negli intrallazzi con gli imperialisti europei e americani, da tempo ha aggiunto la carta sovietica al suo gioco. Quella israeliana, la carta stalinista l’ha giocata e spesa bene nel 1947 quando URSS ed USA appoggiavano il sionismo per scalzare dal Medio Oriente le esauste potenze anglo-francesi che rispolveravano persino il panarabismo, lo armavano, lo organizzavano per rimanere a galla… del petrolio. Lo Stato di Israele viene al mondo non con la benedizione di Jehova ma con quella di Stalin e Truman. Poi, nel 1956, abbandona i padrini, si allea con Eden e Mollet e marcia verso Suez. La VI Flotta blocca l’operazione. Il Medio Oriente è ormai una zona d’influenza americana, dove i russi entrano solo per fare il gioco degli Stati Uniti. Infatti il petrolio diventa quasi tutto a stelle e strisce. Dovranno passare dieci anni prima che il rafforzamento del capitalismo europeo presenti il tentativo di reingresso concorrenziale nel Medio Oriente e provochi un altro squilibrio dei rapporti internazionali ed interni nella zona. Lo schieramento degli Stati è rimesso in movimento, l’URSS ha uno spazio per le sue manovre, gli Stati Uniti allargano le contraddizioni della loro egemonia. In tutto questo processo le borghesie araba e israeliana giocano un ruolo secondario ma indispensabile. Incapaci per debolezza e per concorrenza di impadronirsi del petrolio possono, però, da buone ruffiane, preparare le truppe per una guerra che, oggi, solo le potenze imperialistiche potrebbero sfruttare. Abili a mercanteggiare favori e capitali sono leste a tradurre questi e quelli in ideologie per imbottire il cranio dei lavoratori che di diverso non hanno neppure la razza ma solo il pulpito dell’oppio religioso. Solo volgari mentitori o inguaribili imbecilli possono scovare un briciolo di «socialismo» in questa commedia delle idee e in questa tragedia degli uomini! Vi è poi chi, addirittura, ha visto in questa guerra tra due capitalismi, collegati con mille fili a tutte le potenze imperialistiche, in questa guerra che è il risultato proprio dell’imperialismo, una manifestazione di lotta contro l’imperialismo! Qui la mistificazione raggiunge il colmo. Per questa gente, che ha la spudoratezza di proclamarsi marxista, antimperialista non è più la rivoluzione internazionalista dei proletari contro le rispettive borghesie ma il massacro tra proletari in nome delle borghesie che li sfruttano e li mandano al macello.
Ecco a quale aberrazione può giungere l’abbandono del marxismo e del leninismo. Ecco a quali conclusioni politiche conduce il rinnegamento della strategia leninista della questione nazionale e la sua sostituzione con la teoria maoista del «fronte antimperialista». Che socialdemocratici dichiarati scoprissero la trincea «democratica» per attestarvisi era più che naturale perché tale è la loro vocazione borghese. Che i socialdemocratici del PCI e del PSIUP seguissero comunque la politica imperialistica dell’URSS rientrava nella loro tradizione, nella loro logica opportunista. Mancavano all’appello i maoisti, i filo-cinesi a confermare il ruolo da noi individuato al loro apparire. Puntuali, come gli altri, hanno scelto non il proletariato mediorientale ma la borghesia araba, non l’internazionalismo ma la guerra, non rivoluzione di classe che unisca arabi e israeliani ma la lotta tra Stati, non il disfattismo rivoluzionario di Lenin ma il nazionalsocialismo di Nasser. Lo schieramento dell’opportunismo è oggi in Italia completo. Questi sono i fatti incontrovertibili che ogni operaio può vedere.
E in questi fatti ogni operaio può concretamente vedere quale è il destino che lo aspetta mano a mano che si allarga la crisi dell’imperialismo e che si accentua la lotta tra le potenze imperialistiche e tra i giovani capitalismi a queste collegati.
Il proletariato deve, quindi, prepararsi a difendere i suoi interessi storici rifiutando ogni tipo di adesione al proprio e all’altrui Stato e lottando sulla strada maestra dell’insegnamento internazionalista di Marx e di Lenin: «contro la guerra, rivoluzione!»

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