Franco Savasta – Il marxismo e la questione cattolica

Data la confusione che regna nel movimento operaio in merito alla Chiesa e alla sua funzione sociale nella società borghese capitalistica, confusione creata dall’apologetica moderna di qualsiasi sfumatura, PCI compreso, che tende a presentarci la Chiesa con una faccia nuova, diversa dal passato, consapevole degli errori commessi e adesso tendenzialmente protesa a lottare per far sì che siano attuati tutti quei principi che rientrano nelle aspirazioni delle classi lavoratrici, crediamo utile ai fini di una coerente azione rivoluzionaria esporre la nostra posizione al riguardo.
Noi non facciamo dell’anticlericalismo puro e semplice, nè ci fermiamo solo a quello che è l’aspetto ideologico della Chiesa per condurre soltanto una lotta ideologica contro di essa. Siamo dei materialisti, ma dei materialisti dialettici, perciò non combattiamo una battaglia “nell’etere del pensiero puro”. Siamo materialisti nel senso che la lotta contro la religione non la impostiamo in modo astratto sul piano esclusivamente teorico, portando avanti una predicazione di tipo illuministico, che non andrebbe al di là di una lotta di tipo borghese, e che è già stata portata avanti da intellettuali Borghesi di grande levatura, specialmente gli enciclopedisti francesi del XVIII secolo, nel senso che, senza scindere la lotta contro il capitalismo dalla lotta contro la Chiesa che è anche una potenza capitalista, subordiniamo la lotta contro la Chiesa e la sua ideologia religiosa alla lotta più vasta contro il potere del capitale.
Compito fondamentale di un movimento rivoluzionario è lo sviluppo della coscienza di classe nel proletariato. A questo fine ci interessa mettere in rilievo il rapporto reale, materiale, esistente tra lo Stato capitalistico e la Chiesa, la funzione di classe di questa ultima e del clero come orpello dello Stato capitalistico stesso. Se considerassimo la Chiesa come un istituto ideologico e non sociale, i cui fini sono puramente ideologici, cioè religiosi, dovremmo partire dal presupposto che la ideologia è avulsa dal contesto sociale e che ha una propria storia e uno sviluppo autonomo da quello che è lo sviluppo della produzione materiale degli uomini e dei loro rapporti materiali.
La religione è l’oppio del popolo, diceva Marx: questa proposizione di Marx può essere compresa e quindi non rimane una proposizione vuota e astratta, solo se si comprende che il marxismo considera la religione come uno degli strumenti della reazione borghese. La religione è un prodotto sociale, e come tale riflette l’oppressione economica degli uomini.
Questo è un assioma elementare per un marxista, non avere fatta propria questa verità elementare significa non essere nemmeno alla prima elementare del materialismo. Un movimento rivoluzionario di classe che si ispira ai principi del Marxismo-leninismo fonda il suo programma sulla concezione materialistica (scientifica) del mondo e perciò il suo programma comprende anche l’analisi delle origini storiche ed economiche del fenomeno religioso.

LENIN E LA RELIGIONE

Lenin, in un articolo pubblicato nel 1909 sul “Proletari”, scrisse che: “Noi dobbiamo lottare contro la religione: questo è l’abc di tutto il materialismo e quindi del marxismo. Ma il marxismo non è un materialismo che si limiti all’abc. Il marxismo va oltre. Esso dice: bisogna saper lottare contro la religione e per questo bisogna spiegare materialisticamente l’origine della fede e della religione nelle masse. Non si può limitare, non si può ridurre la lotta contro la religione ad una predicazione ideologica astratta; bisogna legare questa lotta alla prassi concreta del movimento di classe tendente a far scomparire le radici sociali della religione. La paura dinanzi alla cieca forza del capitale, cieca perché non può essere prevista dalle masse popolari e che ad ogni istante della vita del proletario e del piccolo proprietario minaccia di portarlo e lo porta alla catastrofe “subitanea”, “inattesa”, “accidentale”, che lo rovina, lo trasforma in mendicante, in povero, in prostituta, che lo riduce a morire di fame: ecco la radice della religione moderna che il materialista deve tener presente prima di tutto e al di sopra di tutto, se non vuol restare un materialista da prima elementare”.

L’INSERIMENTO DELLA
CHIESA NELLA SOCIETA’
CAPITALISTICA

Per comprendere la posizione e la funzione odierna della Chiesa, bisogna partire da quello che fu il suo processo di inserimento nella società capitalistica e il suo adeguamento alle strutture economiche e sociali del capitalismo stesso. Essa, nei secoli passati, poggiava le sue strutture sulla proprietà fondiaria configurandosi come una frazione dell’aristocrazia fondiaria e questa sua natura sociale configurava la sua ideologia. Con il capovolgimento delle strutture, capovolgimento operato dalle lotte per l’unificazione nazionale, lotte combattute non già per un astratto sentimento patriottico quanto per un pratico e necessario motivo, che era quello di creare un mercato unico nazionale, per cui il sentimento di unità nazionale non faceva altro che riflettere questa necessità materiale, e con le continue leggi eversive adottate nei suoi riguardi dal regno Sardo prima, e dal regno d’Italia dopo, la Chiesa correva il rischio di non reperire nemmeno i fondi necessari alla sua esistenza. Nella misura in cui prese coscienza di questo dato di fatto, essa iniziò quel processo di inserimento di cui accennavamo sopra, che possiamo far risalire all’incirca alla metà del XIX secolo. Il processo di inserimento della Chiesa nella società capitalistica non era altro che l’adeguamento delle sue strutture a quelle capitalistiche; cioè essa nella misura in cui adeguava le sue strutture, fondate sulla proprietà fondiaria, capitalizzava i suoi beni e attraverso istituzioni e creazione di nuove forme di intervento nella vita economica e sociale del paese si adeguava alla nuova realtà storica.
Tra i primi istituti vaticani che si adeguarono alle nuove forme di sviluppo economico furono gli istituti di credito e le banche romane; il Banco di Santo Spirito, il Monte di Pietà, la Cassa di Risparmio. Il Banco di Santo Spirito, per esempio abbandonò la prassi che aveva sempre seguito e che consisteva nel non corrispondere interessi sui capitali versati. Nel 1859 ad opera del francese conte Montalembert fu ricostituito l’Obolo di San Pietro il quale provvide alla raccolta di elemosine in tutti i paesi dell’Europa e dell’America. I risultati raggiunti da tale istituzione furono così notevoli che le gerarchie vaticane fondarono l’Opera dell’Obolo. E’ chiaro però che le esigenze finanziarie della Chiesa non potevano venire soddisfatte nè dagli utili derivanti dagli istituti di credito suaccennati nè dalla raccolta di elemosine, anche se era ed è tuttora colossale, effettuata dall’Obolo di San Pietro. Basta accennare solo a due delle leggi eversive, quella del sette luglio 1866 e quella del quindici agosto 1867, per dare una idea di quanto si era assottigliato il patrimonio immobiliare della Chiesa. Con queste due leggi furono soppressi complessivamente 45763 tra enti, corporazioni ecc., i terreni confiscati furono 700 mila ettari, mentre quelli conservati, che però furono assoggettate alla conversione degli immobili, furono 19235. Queste leggi eversive, è da notare, furono adottate tutte dalla destra liberale durante le lotte che culminarono col 20 settembre 1870. In quella epoca difficilmente si trovava un esponente politico che non vedesse nella Chiesa un ostacolo posto sulla via del “progresso”. Garibaldi arrivò a scrivere nel 1861 che i preti “sono i più fieri e temibili nemici dell’Italia. Dunque fuori dalla nostra terra quella setta contagiosa e perversa”. Il fatto che la Chiesa fosse considerata un ostacolo sulla via del progresso non ci deve indurre a sopravalutare quelli che erano gli aspetti ideologici del contrasto tra Regno d’Italia e Stati Pontifici. I criteri da usare per analizzare e capire questo contrasto non possono essere che materialistici e perciò dobbiamo vedere gli aspetti materiali che lo determinarono. Che la Chiesa fosse di ostacolo è accertabile nella misura in cui si capisce che essa esprimeva dei rapporti sociali di produzione non corrispondenti al grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, ma anzi in contrasto con esso.
Gli obiettivi che la borghesia italiana si prefiggeva di raggiungere con le leggi eversive erano sostanzialmente due, l’uno complementare all’altro. Il primo possiamo dirlo di natura politico, ed era quello di togliere forza e prestigio alla Chiesa; il secondo di natura economica era quello di valorizzare, eliminando la manomorta e immettendoli nella libera circolazione capitalistica, cioè capitalizzandoli, gli enormi terreni che costituivano il patrimonio inalienabile della Chiesa, i quali terreni erano adibiti in genere alla pastorizia e alla agricoltura con mezzi e modi inadeguati. In un intervento alla camera nel 1861 così si espresse un deputato di destra, Audinot: “Con questo governo (governo temporale pontificio) sono impossibili le riforme economiche in ordine ai beni posseduti dalle manimorte”. In questa proposizione è sintetizzato tutto il contrasto e la sua inconciliabilità tra regno d’Italia e Papato.
Il clero, risulta evidente anche da quello che abbiamo sopra esposto, era il più grande possessore di beni di manomorta e questo non è conciliabile col modo di produzione borghese capitalistico, in quanto elimina dalla circolazione capitalistica una parte del patrimonio immobiliare. Gli immobili che con le leggi eversive passarono dalla Chiesa al demanio dello Stato furono immessi sul mercato italiano da poco unificato e con poco capitale accumulato, e comprati a prezzi molto bassi dalla grande borghesia terriera. Ecco un altro angolo visuale per capire l’anticlericalismo di gran parte della borghesia italiana nel Risorgimento.
Infatti nella misura in cui la Chiesa si è adeguata alla nuova situazione sociale la borghesia italiana ha lasciato per strada l’anticlericalismo che l’ha caratterizzata nel periodo risorgimentale. Nella misura in cui la borghesia si accorgeva che la Chiesa poteva essere un ottimo orpello dell’ordinamento capitalistico invitava quest’ultima a non restare attaccata all’aristocrazia fondiaria e permetteva la formazione di un capitalismo ecclesiastico. Con la trasformazione della proprietà fondiaria in capitale e in conseguenza delle speculazioni sulle aree edificabili, i terreni furono valorizzati enormemente e qualche volta capitò che alcune organizzazioni religiose disponessero di maggiori ricchezze che in precedenza. Con l’estensione alla provincia di Roma delle leggi eversive del ’66 e del ’67, avvenuta nel 1873, la Chiesa accettò definitivamente e spregiudicatamente le nuove forme di proprietà e di produzione. In quegli anni e in quelli che seguirono si cercava un’intesa tra capitale bancario e proprietà ecclesiastica. Con l’ascesa di Leone XIII che succedette a Pio IX al soglio pontificio diventò palese l’inserimento della Chiesa nella società borghese. Per porre su basi nuove e più moderne l’attività finanziaria vaticana, Leone XIII, poco dopo la sua ascesa al soglio pontificio fondò l’amministrazione dei beni della Santa Sede in modo da riordinare e rafforzare una tra le principali attività vaticane.

IL CAPITALISMO
FINANZIARIO VATICANO

Nel 1880 fu fondato il Banco di Roma, da molti definito strumento finanziario della Santa Sede, il quale tra le altre attività doveva “fornire i capitali agli organismi confessionali a basso tasso di interesse” (Spadolini: L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98).
Nel giro di pochi anni dalla sua fondazione il Banco di Roma riuscì a prendere sotto il suo controllo la Società del gas, la Società dell’Acqua Pia, la Società Romana Tramvay e Omnibus e sottoscrisse buona parte delle azioni della Società dei Molini e Magazzini Generali: gli attuali Molini Pantanella. Le gerarchie ecclesiastiche, mentre per il tramite del Banco di Roma si inserivano nei servizi pubblici, tramite il Banco di Santo Spirito prendevano parte alle speculazioni edilizie. Ma le attività delle gerarchie vaticane non si esaurivano in questo. Il clero e le organizzazione cattoliche si erano inseriti nelle casse rurali, l’iniziativa delle quali di lì a poco cadde completamente nelle loro mani. Nel giro di una decina di anni, di casse rurali se ne contavano centinaia, specialmente nel Veneto, nella Lombardia e nel Piemonte. Con le casse rurali e le Banche cattoliche che venivano formandosi, come il Banco di S.Paolo, fondato nel 1888, il Banco Ambrosiano, fondato nel 1896 e il Piccolo Credito Romagnolo, attualmente Credito Romagnolo, anch’esso fondato nel 1896, (tra i cui fondatori figuravano oltre a più di cento sacerdoti, anche l’arcivescovo di Bologna e il vescovo di Cesena) il clero cercava di legare alla Chiesa, attraverso l’organizzazione del credito, la piccola borghesia urbana e rurale e i contadini.
Questi istituti di credito parteciparono ad imprese capitalistiche di diversa natura ed ebbero un peso nell’orientamento di politica generale diventando dei veri e propri strumenti di lotta politica e, di riflesso, religiosa.
Nella misura in cui si rafforzava il patrimonio della Chiesa si formò, come scrive Grilli nel suo “La finanza Vaticana in Italia” “un ceto di amministratori vaticani, operanti nell’economia italiana e di altri paesi come alti funzionari degli enti ecclesiastici da cui dipendevano e il capitale vaticano veniva configurandosi come un capitale a carattere cosmopolita.
Quanto più la Chiesa rafforzava il suo patrimonio, tanto più si consolidavano i suoi rapporti con la grande borghesia. Nella misura in cui si infittivano questi rapporti diventava palese la configurazione delle gerarchie ecclesiastiche come una frazione della classe dominante. Nelle nuove banche che venivano formandosi, nei gruppi industriali, nelle società dei servizi pubblici ecc. erano sempre più frequenti gli incontri nei loro consigli di amministrazione tra gli amministratori del capitale vaticano e i dirigenti economici italiani. La saldatura tra gerarchia ecclesiastica e grande borghesia e la configurazione della prima come una frazione della seconda, acquista contorni più precisi nella pressione operata in comune versa il governo Giolitti e intesa a spingere questa governo alla conquista militare della Libia, nonché la lotta sempre condotta in comune, contro l’avocazione allo Stato dei profitti della prima guerra mondiale e la nominatività dei titoli. Il perché della campagna coi nazionalisti per spingere il governo Giolitti alla conquista militare della Libia è presto spiegato: il Vaticano già dal 1907 tramite il Banco di Roma aveva iniziato la conquista economica di quel paese.
(Continua)

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