Franco Savasta – L’enciclica socialdemocratica

L’ultima enciclica pontificia “Populorum Progressio” ha suscitato commenti e approvazioni da ogni dove, specialmente da sinistra, “un po’ meno da destra”, e si può facilmente dedurre che una nuova apologetica nascerà da questa Enciclica la quale si allaccerà ai principi da essa enunciati, specialmente per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo.
Quello che è mancato è stato un giudizio di classe, che resta il criterio fondamentale per analizzare e la storia e la politica e in questo caso l’enciclica papale. Il punto di vista di classe perciò resta il solo criterio per dare un giudizio, che non può essere che politico, sull’enciclica.
Partendo dunque dal punto di vista di classe la nostra analisi è rivolta principalmente al giudizio che il documento pontificio dà sulla proprietà privata e sull’ordinamento economico-sociale capitalistico in generale.
Non bisogna dimenticare comunque che una lettera enciclica è solo un mezzo di cui si servono le gerarchie ecclesiastiche per far conoscere il loro pensiero in proposito e che in essa non si esaurisce tutto il pensiero delle gerarchie ecclesiastiche stesse. Un’enciclica enuncia dei principi di ordine generale, se scende nei particolari, dà dei giudizi sommari.
Nell’enciclica in questione, per esempio, il giudizio sommario è dato sulla fuga dei capitali all’estero (paragrafo 24). La Chiesa sulla proprietà si pone o almeno ha questa pretesa assurda, al di sopra delle due concezioni antitetiche cioè: quella borghese, ripresa dal diritto romano, e quella socialista, con un sofisma molto semplice. Essa dice: se la concezione romana sulla proprietà afferma che questo è mio, quindi solo mio e perciò ne dispongo a mio piacimento e quella socialista afferma che questo è di tutti quindi, devono usufruirne tutti, il cristiano invece dice questo è mio ma per tutti perciò ne dispongo secondo i dettami della morale cristiana.
Un marxista, che sia solo all’abbicì del marxismo, sa che questa è la solita mistificatrice cantilena delle gerarchie ecclesiastiche; come se fosse possibile una economia capitalistica legata alla morale e non fosse invece quest’ultima un aspetto sovrastrutturale della prima.
Nell’enciclica leggiamo:
“Ove intervenga un conflitto tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali spetta ai poteri pubblici adoperarsi a risolverlo con l’attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali”.
Ecco un esempio dell’ideologia interclassista della Chiesa che chiama in causa i poteri pubblici qualora si presentino degli scontri di classe e dei conflitti di interessi allo scopo di attenuarli a tutto vantaggio dell’ordinamento capitalistico. In questo la Chiesa dimostra il suo adeguamento alla mistificazione borghese che cerca di presentare i poteri pubblici, cioè lo Stato, come un ente che è al di sopra delle classi e dei loro inconciliabili interessi, mentre in realtà esso è lo strumento di dominio politico della classe capitalistica.
La Chiesa, con lo sviluppo capitalistico è andata via via adeguando le sue strutture a quelle del capitalismo, di modo che la sua ideologia attualmente non fa altro che riflettere le tendenze di sviluppo del capitalismo stesso. Nell’enciclica infatti leggiamo che “la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato ed assoluto”. Ciò significa che siccome il capitalismo tende a configurarsi come capitalismo di stato essa non fa altro che adeguarsi a questa tendenza, configurandosi come una frazione della classe dominante. In quanto tale, quindi, la sua funzione è essenzialmente una funzione di classe, tendente a salvaguardare l’attuale ordinamento economico sociale.
Questa funzione il papato e il clero la svolgono in modo formalmente diverso a seconda delle circostanze: in modo apertamente reazionario, come nel periodo fascista e in Spagna dove nel 1937 si schierarono con Franco, o in modo democratico. La Chiesa è una istituzione della società capitalistica e non potrebbe essere altrimenti in quanto essa è una componente del processo produttivo e distributivo del modo di produzione capitalistico.
Essa partecipa alla suddivisione del plusvalore prendendo una fetta da ogni parte, dal profitto industriale a quello commerciale, dall’interesse alla rendita, nonché dal bilancio statale sia in forma diretta che indiretta.
In forma diretta con i cappellani militari e di carcere, con gli insegnanti di religione, con sovvenzionamenti di ogni genere ecc., in forma indiretta non pagando tasse, non pagando dogana su qualsiasi merce importata ecc. ecc.
Quanto prima ci promettiamo di pubblicare un’analisi dettagliata della forza economica della Chiesa, parleremo delle sue banche, delle industrie che sono in buona parte da essa controllate, alla percentuale del pacchetto azionano in suo possesso, dei suoi immobili ecc., portando dati.
Per adesso ci preme solo fare un’analisi sull’ultima enciclica.
“Ma su queste condizioni nuove della società” continua l’enciclica, ” Si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico” ” Come se adesso il profitto e con esso lo sfruttamento non esistesse più o che il modo di produzione capitalistico possa esistere senza che il profitto sia la molla principale dell’intero sistema! L’enciclica si schiera contro la rivoluzione in quanto essa ,” è fonte di nuove ingiustizie “, ma è per una pianificazione in quanto sono necessari dei programmi per ,” incoraggiare, stimolare, coordinare, supplire e integrare l’azione degli individui e dei corpi intermedi. Spetta ai poteri pubblici di scegliere o anche di imporre gli obiettivi da perseguire, i traguardi da raggiungere, i mezzi onde pervenirvi, tocca ad essi stimolare tutte le forze organizzate in questa azione comune. Certo devono aver cura di associare a questa opera le iniziative private “.
Dato che il liberalismo, in quanto ideologia di una fase dello sviluppo capitalistico ormai definitivamente superata, ha fatto il suo tempo, avanti con la programmazione, coll’intervento statale, coi Piani Pieraccini ! L’attuale fase di sviluppo capitalistico, la fase dell’imperialismo e del capitalismo di stato, ha espresso l’ideologia dell’interventismo statale e la Chiesa l’ha accettata e propagandata.
Nell’enciclica leggiamo anche che «il surplus dei paesi ricchi» deve andare a quelli poveri, altra ideologia controrivoluzionaria, che presenta l’imperialismo come cattiva volontà e cattiva coscienza dei paesi capitalisticamente maturi, capace però di trasformarsi, con la buona volontà, nel suo opposto, cioè in aiuto ai paesi sottosviluppati.
Vediamo un pò il surplus dei paesi ricchi: solo per i cereali si ha una eccedenza di circa 150 milioni di tonnellate. Che cosa avviene di questo surplus? Viene forse inviato ai paesi in cui vi sono masse d’uomini affamati e denutriti? No, viene distrutto, perché solo così i prezzi dei cereali possono mantenere la loro tenuta. I moralisti piccolo-borghesi gridano alla cattiveria umana, chiedendo giustizia e lamentando che il volume della popolazione aumenta più rapidamente delle risorse disponibili. Sono incapaci di comprendere che i problemi dell’economia capitalista non sono problemi morali e che la sovrappopolazione è relativa alle strutture economiche e sociali esistenti.
Mentre in India milioni di persone avevano fame e i morti si contavano a decine di migliaia, negli USA il surplus agricolo ammontava a 7 miliardi di dollari (pari a 4350 miliardi di lire, la metà del bilancio statale italiano) e non si riusciva a collocarlo sul mercato mondiale a prezzi remunerativi.
I pochi donativi fatti all’India fecero gridare ai concorrenti che gli USA turbavano, così facendo, il mercato internazionale. La fame in India e nei paesi sottosviluppati, non è un prodotto della carestia e della sovrappopolazione, ma carestia e sovrappopolazione sono prodotti dell’estensione e dello sviluppo dei rapporti capitalistici nelle campagne e nel paese.
E’ troppo semplice e troppo comodo fare le catene della solidarietà, così da avere, da buoni borghesi, la coscienza a posto! Solo la rivoluzione socialista abolirà questo sperpero di ricchezza di fronte a milioni di esseri umani che soffrono la fame, perché solo nella società socialista l’economia sarà alle dipendenze dell’uomo e la produzione terrà conto delle effettive esigenze della collettività.
Analizziamo adesso quello che l’enciclica definisce «equità nelle relazioni commerciali».
Già il solo parlare di equità negli scambi commerciali è dire una cosa che non ha senso. Nello scambio guadagna la parte che ha una più elevata produttività del lavoro, a prescindere dal prezzo praticato, cioè guadagna sempre il paese capitalisticamente più maturo.
Facciamo un esempio: poniamo il caso che gli USA esportino in India manufatti per il valore di 1000 dollari e che l’India, anziché pagarli in moneta, esporti negli Stati Uniti materie prime per un valore monetario corrispondente.
A questo pulito tutti gli apologeti del capitalismo, compresi i moralisti piccolo-borghesi e le gerarchie ecclesiastiche, sarebbero soddisfatti: lo scambio ha seguito la strada dell’equità, evviva perciò le relazioni commerciali eque che avvicinano i popoli e li affratellano.
Tutto ciò è falso! Per produrre quel manufatti gli USA hanno impegnato un tot di ore lavorative inferiore a quello impiegato dall’India nella produzione delle materie prime, dato il diverso grado della rispettiva composizione organica del capitale, cioè della produttività del lavoro. Lo scambio quindi non è «equo «, ma in favore degli USA, sempre per prendere l’esempio succitato.
Sostanzialmente l’enciclica, per i paesi in via di sviluppo, invoca una maggior giustizia distributiva, dice che i paesi ricchi devono aiutare i poveri donando loro il superfluo, chiede l’equità nelle relazioni commerciali e riprende la mistificazione borghese dicendo che «il volume della popolazione aumenta più rapidamente delle risorse disponibili». Ma come si può dire una simile bestialità, quando ogni anno vengono distrutte ricchezze che basterebbero a sfamare milioni di persone, quando cento miliardi di dollari vengono investiti nella produzione bellica e sui popoli denutriti dell’Asia piovono bombe al napalm anziché derrate alimentari?
La sovrappopolazione è un prodotto dello sviluppo capitalistico, ma in nessun giornale sedicente operaio, abbiamo trovato tale promemoria per il pontefice! In nessun giornale abbiamo trovato un’analisi marxista dell’enciclica, nessuno ha detto che la fame è un prodotto dell’imperialismo e che finché esisterà il sistema di produzione capitalistico, la fame, la miseria e le guerre si riprodurranno inevitabilmente. Nessuno ha detto che i paesi poveri sono capitalistici anch’essi. Tanto meno si è detto che la Chiesa, con questa enciclica, si dà solo una veste progressista, mentre nella pratica accetta il modo di produzione capitalistico dal momento che non vuole nemmeno «prospettare l’abolizione del mercato basato sulla concorrenza» (Populorum progressio parte II cap.61).
«I popoli ricchi godono di una crescita rapida, mentre lento è il ritmo di sviluppo di quelli poveri», dice l’enciclica, come se tutto il popolo americano fosse ricco, tanto per fare un esempio, e tutto il popolo indiano fosse povero, come se le classi non esistessero! Che la Chiesa dica questo non ci stupisce, il comico è però che anche «Rinascita» suona lo stesso disco.
Nel numero del 31 marzo 1967 leggiamo:
«In una comunità ineguale, un piccolo gruppo di nazioni è diventato immensamente ricco. Esse raggruppano il 16% dell’umanità ma posseggono il 70% delle ricchezze mondiali».
Come per incanto sono sparite le classi, ormai per la rivista del PCI esistono soltanto nazioni e popoli ricchi e nazioni e popoli poveri. Non si dice che entrambi sono capitalistici, solo ad una diversa fase di sviluppo; non ci si ricorda che anche nella «ricca» America esistono sacche di miseria spaventose, come i ghetti negri e la zona dei monti Appalachiani.
Dire che esistono dei popoli ricchi è dire una cosa che non ha senso: esistono paesi capitalisticamente maturi e paesi arretrati dal punto di vista di questo sviluppo, ma all’interno degli uni e degli altri esistono classi dominanti e classi dominate, esistono i ricchi ed esistono i poveri, gli sfruttatori e gli sfruttati.
Prendiamo come esempio l’Italia e l’India. La prima appartiene ai paesi ricchi, rientra nei primi dieci paesi imperialistici, la seconda appartiene ai poveri.
L’Italia anche se è un paese ricco ha i suoi disoccupati, la sua miseria ecc. ecc., l’India ha una borghesia che porta avanti l’industrializzazione sulle spalle dei lavoratori indiani. La classe dominante indiana non può essere di certo presentata alla stregua dei milioni di persone che soffrono la fame.
Basti solo quest’esempio, da noi già riportato su «Lotta Comunista» del maggio 1966. Mentre il Partito del Congresso stava spendendo 150 milioni di lire per intrattenere i delegati alla conferenza annuale, nel Bengala occidentale si registrava la cifra record di ben 5000 morti.
Quali sono quindi quelle «nuove ingiustizie» della rivoluzione di cui parla l’enciclica? Forse il togliere i banchetti e i ricevimenti ai lacché della borghesia quando la gente muore di fame?
Gli operai di tutto il mondo non devono lasciarsi sviare dal loro compito storico da quei partiti e da quelle organizzazioni, come la Chiesa, il cui scopo principale è quello di salvaguardare l’ordine sociale capitalistico.
I lavoratori dei paesi ricchi e dei paesi poveri hanno un comune nemico, il capitalismo e tutti i suoi difensori. La condizione operaia in tutto il mondo dimostra una volta di più l’esigenza di una Internazionale Comunista.
Solo attraverso la lotta rivoluzionaria su scala internazionale, si arriverà alla soluzione effettiva delle sofferenze e degli orrori derivanti dall’ineguale sviluppo del capitalismo.

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