Franco Savasta – Vietnam: un massacro per gli investimenti USA

Attualmente il compito di ogni marxista conseguente, di ogni rivoluzionario è quello di lavorare instancabilmente, giorno per giorno, alla creazione di una organizzazione che sappia legare gli identici interessi di classe del proletariato internazionale e che ne sappia coordinare le lotte in una prospettiva strategica mondiale. Codesta organizzazione è il partito leninista mondiale.
A poco più di venti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale assistiamo alla rimessa in discussione dei patti che seguirono a quel conflitto, i quali stabilivano la suddivisione imperialistica del mondo. Dopo la ricostruzione del periodo post-bellico i vari gruppi imperialistici e capitalistici hanno superato lo sviluppo raggiunto nel periodo pre-bellico e sono di nuovo nella convulsa concorrenza per l’egemonia dei mercati.
Essi hanno raggiunto uno sviluppo tale che hanno bisogno di altri mercati per non andare in crisi; ecco il perché della loro sfrenata concorrenza. E’ il caso dell’Italia che cerca di fare le scarpe agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Francia e all ‘Olanda nelle ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell’Iraq. Per essere più precisi diremo che è l’ENI che cerca di fare le scarpe alla BP, alla SHELL, alla MOBIL e alla CFP.
Un’altra potenza imperialistica che ha gli occhi fissi su tutto il Medio Oriente, ed è comprensibile, è il Giappone. Infatti l’84% delle importazioni di greggio di questo paese proviene dal Medio Oriente. In quella parte del mondo gli interessi in gioco sono molto forti, e in concorrenza tra di loro troviamo i più grandi complessi petroliferi del mondo. Basti pensare che il 60% del petrolio mondiale proviene dal Medio Oriente, e che il suo costo è il più basso del mondo per avere un’idea della lotta in atto.
Il perché gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda si siano schierati con Israele, per il mantenimento dello status quo in Medio Oriente, si spiega col fatto che la maggior parte delle
concessioni petrolifere sono in possesso di questi paesi. Tutte le crisi, le guerre locali devono essere viste e analizzate nella prospettiva della concorrenza che si fanno i diversi gruppi imperialistici e capitalistici, lo ripetiamo di nuovo per l’egemonia delle zone economiche. La egemonia di determinate zone economiche è una esigenza obiettiva di questi gruppi, rientra nella loro logica, o meglio ancora rientra nella logica di sviluppo del capitalismo.
In questa prospettiva ( egemonia dei mercati regionali e delle zone economiche ) deve essere vista la guerra che gli americani conducono nel Viet Nam. Nell’editoriale del numero scorso dicevamo che gli Stati Uniti stavano ” massacrando un popolo non per respingere l’inesistente comunismo di Ho Ci Min o l’ancora più inesistente minaccia della Cina, ma solo per stabilire il dominio del dollaro in Asia “. Cercheremo, adesso, di comprovare questa nostra tesi.
Ecco cosa ha detto Weeler, capo dello Stato Maggiore americano, in una intervista concessa al settimanale Look e riportata dall’Espresso del 21/5/67:
” Noi saremo impegnati in Asia fino alla fine di questo secolo, i nostri interessi nel Pacifico sono esattamente gli stessi di quelli che avevamo in Europa negli anni ’40 e ’50 “.

E Dean Rusk, segretario di Stato, nella stessa intervista: ” E’ necessario che ancora per qualche tempo la potenza americana sia in grado di controllare ogni onda del Pacifico, se necessario “. Mentre l’Espresso del 28/5/67 scrive: ” Gli Stati Uniti sono in Asia per difendere i propri investimenti, ma ancora più per difendere le fonti di materie prime e i mercati di domani… ( Le ditte private americane hanno investito in quella regione 1200 miliardi )… Dall’Asia infatti vengono due terzi della produzione mondiale di piombo e quasi quattro quinti della gomma naturale, senza contare la bauxite, il tungsteno, il ferro, lo zucchero, le spezie e il grande assortimento di prodotti alimentari, soprattutto il riso “.
Fanno ridere i pacifisti alla Luther King, permeati di democratismo piccolo borghese, quando dicono: “Nel suo significato più profondo l’immoralità di questa guerra risiede nel fatto tragico che nessun interesse vitale americano è in pericolo “. Per chi non fosse contento di quanto detto sopra riportiamo il giudizio dato da Jules Henry della Washington University ( citiamo sempre dall’Espresso del 28/5/67). ” Adesso noi combattiamo in Asia, dice il professor Henry, per proteggere gli investimenti che già abbiamo in quel continente… e per essere sicuri che in quelle regioni ci siano nel futuro sufficienti sbocchi per i capitali statunitensi “. La cosa più insopportabile che si riscontra in un pacifista è la sua miopia politica, i suoi utopistici sogni tendenti ad eliminare gli effetti di un determinato fenomeno senza portare avanti una lotta politica che distrugga la causa prima di quel dato fenomeno. La guerra non è che un mezzo del capitalismo allo stadio imperialistico; se una potenza imperialistica, per obiettive esigenze di sviluppo e di conservazione, muove alla conquista o alla conservazione di determinate regioni economiche, nel caso non riesca a conquistarle o a mantenerle ” pacificamente “, cioè con la pura penetrazione economica, usa la forza militare che altro non riflette se non la sua forza economica. Ecco quello che non capiscono i pacifisti e legalisti nostrani, PCI compreso, e internazionali: il capitalismo genera la guerra e gli orrori legati a questa guerra e fino a quando esisterà l’attuale modo di produzione capitalistico l’umanità subirà le une e gli altri. Fino a quando l’imperialismo sentirà alle sue spalle solo dei belati e vedrà delle legalitarie manifestazioni con slogans che non escono fuori dalle idee di pace in generale, dormirà sonni tranquilli scaricando tutta le sua violenza di classe. Ecco perché noi diciamo che il nemico è in casa nostra, perché l’imperialismo va combattuto nelle sue roccaforti.

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