Genova punta avanzata della strategia rivoluzionaria

La questione cantieristica è da venti anni al centro delle lotte sociali a Genova. Nel frattempo i dipendenti dell’Ansaldo sono scesi da 30.000 a 8.500. Su questa questione si può e si deve studiare l’esperienza del movimento operaio genovese.

Genova è, da un lato, la capitale del capitalismo di Stato italiano, e, dall’altro, la capitale dell’industria dei trasporti marittimi. In questi due settori sono impiegati la maggioranza dei 142.000 operai occupati nell’industria. Il capitalismo di Stato è presente con l’industria cantieristica e siderurgica dell’IRI, in cui dal 1955 al 1965 sono stati investiti 246 miliardi di lire. Il porto di Genova è il più importante del Mediterraneo ed ha raggiunto nel 1965 un traffico di 34 milioni di tonnellate.
In questa città di 840.000 abitanti dove lo sviluppo del capitalismo ha raggiunto uno dei più alti gradi di concentrazione di proletarizzazione non solo d’Italia ma dello stesso «triangolo industriale», in questa città dove nettissima è la demarcazione delle classi, in questa città dove si fronteggiano, proprio come nella più netta prospettiva di Marx, uno dei più concentrati e combattivi proletariati ed una delle più massicce e potenti borghesie, in questa città dove le barriere di classe segnano il confine tra i quartieri proletari e quelli borghesi, la strategia del movimento operaio doveva avere nell’ultimo ventennio il più chiaro ed inconfondibile banco di prova.
Oggi non vi è operaio genovese che non senta il peso della sconfitta ed anche per questa ragione più forti si fanno le spinte operaie a sfuggire alla egemonia dei partiti opportunisti. Ma quello che è un sentimento diffuso non può essere spiegato che sul piano storico. In realtà è la strategia imposta dal PCI alla classe operaia che è entrata clamorosamente in crisi e che, di conseguenza, influenza tutto il movimento operaio che non sa e non può trovare ancora una alternativa se non in sporadici anche se violenti moti spontanei. Sulle piazze vaste frazioni della classe operaia sfuggono ormai alla influenza del PCI ma, sostanzialmente, non riescono ancora a portare avanti una strategia contrapposta, una strategia rivoluzionaria. Il risultato può sembrare contraddittorio mai in realtà, è di una stringente logica: il PCI nel momento in cui non riesce più a controllare le masse aumenta consistentemente la sua presa elettorale. Ad esempio, mentre il 1960 rappresenta l’anno in cui il PCI dimostra di non riuscire più a controllare organizzativamente larghe zone operaie sino a giungere ai fatti di luglio, segna, nello stesso tempo, l’inizio di un certo incremento di voti per lo stesso PCI.
Il fenomeno ha una sua logica appunto perché è un fenomeno tipicamente socialdemocratico quale noi individuammo proprio nel 1960. Nella misura in cui il PCI accentuava sempre più le sue componenti riformistiche e parlamentari e le sue radici sociali piccolo-borghesi si andava configurando come una formazione politica di ogni tipo socialdemocratico. Era, pertanto, costretto, nello sconfessare il suo passato staliniano, a sviluppare nel modo più aperto tutta l’essenza controrivoluzionaria insita nella sua formazione stalinista. Solo degli incurabili nostalgici staliniani possono essere organicamente incapaci di vedere la continuità della politica del PCI. Essi credono che il PCI abbia cambiato la sua politica. In realtà l’attuale politica del PCI è la diretta conseguenza di quella adottata negli ultimi decenni. Gli staliniani accusano di «revisionismo» gli attuali dirigenti del PCI. Ma cosa hanno «revisionato» i dirigenti del PCI? Hanno «revisionato» Marx? hanno revisionato  Lenin?
Non di certo. Marx e Lenin erano già stati revisionati dallo stalinismo su tutti i punti fondamentali: la teoria del socialismo in un paese solo, la teoria dello Stato, la concezione del Partito, la teoria dello sviluppo capitalistico, la strategia, il problema delle alleanze, la questione coloniale. In tutti gli aspetti fondamentali della teoria e della prassi, lo stalinismo rappresenta una rottura radicale dal marxismo e dal leninismo che, come ogni rottura di grande portata storica, doveva essere coperta dalla conservazione di una parte della terminologia tradizionale del marxismo. La socialdemocrazia del resto ha impiegato parecchi decenni per sbarazzarsi della terminologia marxista e per ripudiare formalmente le affermazioni di fedeltà al marxismo che, nella pratica, calpestava.
Nell’attuale fase imperialista il ripudio formale del marxismo è molto più rapido perché gli avvenimenti corrono più in fretta. Lo stalinismo, incalzato da una crisi mondiale, e da fortissime tensioni imperialistiche, è stato costretto a smascherare se stesso. Con ritmo impetuoso ha dovuto mettere a nudo la sua essenza socialdemocratica e controrivoluzionaria, la sua natura antimarxista ed antileninista. Non c’è fatto o movimento nella storia che non abbia un processo di formazione e che non esista già in potenza nel passato. Così il PCI è diventato quello che è perché già era così 30, 20, 10 anni fa. Tutto il suo processo politico lo ha costretto a buttare via gli slogan pseudo marxisti che impiegava per poter portare avanti, in un determinato momento, la sua azione controrivoluzionaria. Oggi questo ciarpame di slogan, questa spazzatura che non serviva più al PCI, questi rifiuti di un apparato che ha liquidato la rivoluzione di Lenin, li raccolgono i nostalgici dello stalinismo, coloro che, in buona parte, sono state le vittime della propaganda dei Longo, degli Amendola, dei Paietta. Di questi rifiuti è fatto l’arsenale teorico dello stalinismo italiano. Ecco cosa dicono i gruppi di «Nuova Unità», «Rivoluzione Proletaria» della Liguria, a commento della lotta operaia di Genova del 5 ottobre:
«Sotto la direzione degli americani i capitalisti europei e i loro governi accentrano le industrie e spremono i lavoratori con tasse e carovita per fare dell’Europa una colonia che fornisca in abbondanza oggi risorse economiche e militari, domani soldati per la guerra che gli imperialisti americani dirigono contro i popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina». Che i capitalisti europei, diretti dagli americani, sfruttino i lavoratori per fare dell’Europa una colonia nessun marxista si sognerebbe di dire. Lo hanno detto, invece, Stalin e Togliatti nel dopoguerra e non perché ci credessero, ma per il solo fine di tentare alleanze con gli imperialisti europei contro gli Stati Uniti, che avevano rotto l’alleanza con l’URSS. La teoria dell’Europa colonia americana non era altro che una carta del gioco diplomatico e propagandistico per ritornare a quella «coesistenza pacifica», propugnata e sostenuta da Stalin prima ancora che da Krusciov, con gli Stati Uniti, che questi ultimi avevano rotto con la guerra fredda. Appena la «coesistenza pacifica» fu ripristinata dagli Stati Uniti la teoria staliniana venne messa in soffitta. Evidentemente non doveva e non poteva essere più sostenuta. Infatti, gli Stati Uniti passavano alla «coesistenza» con l’URSS proprio perché i gruppi capitalistici europei si erano andati rafforzando sino a creare un mercato comune in cui il processo di internazionalizzazione dei capitali, statunitensi inclusi, raggiungeva un grado altissimo. Cioè avveniva un processo inverso a quello della dipendenza dagli Stati Uniti, che aveva caratterizzato la Europa nell’immediato dopo-guerra (piano Marshall ecc). La strategia che il PCI impose al movimento operaio nella fase della «guerra fredda» aveva avuto proprio a Genova la principale base operativa. In nessun grande centro come a Genova, il PCI aveva potuto portare la classe operaia a battersi, nel quadro della strategia sovietica, contro la «colonizzazione» americana, contro i piani ERP e Marshall, contro la C.E.C.A. La politica del PCI portava la classe operaia a battersi per il rafforzamento del capitalismo di Stato italiano e per l’appoggio al le aziende IRI che, nella propaganda togliattiana, dovevano rappresentare appunto gli «interessi nazionali» da difendere contro l’imperialismo americano. A Genova, capitale del capitalismo di Stato italiano, la politica del PCI, la politica dello stalinismo applicato all’Italia, ebbe il massimo campo di attuazione e dimostrò in pieno le sue caratteristiche. Data l’assenza a Genova di grossi monopoli privati tipo FIAT a Torino, la politica del PCI fu costretta a perdere ogni ambiguità ed a definire chiaramente il suo obiettivo. In nessuna città come a Genova può essere vista chiaramente la funzione del PCI nel mettere al servizio del capitalismo di Stato la classe operaia, e ciò sia nella fase della «guerra fredda» che della coesistenza: prima per rafforzare un capitalismo di Stato italiano che, nella misura in cui cresceva, sviluppava i suoi interessi in contrasto con l’egemonia americana, poi per appoggiare una forza economica interessata ad una serie di riforme di tipo socialdemocratico in cui il PCI è ormai di fatto inserito. Ciò spiega perché, da un lato il PCI appoggia la «programmazione», l’IRI il «settore pubblico» e perché, dall’altro, critica la collaborazione IRI-monopoli privati e richiede la «programmazione democratica» a cui dovrebbero partecipare sindacati, regioni, enti locali, cioè organizzazioni in cui i dirigenti del PCI sono presenti.
Si può dire, quindi che la politica del PCI sia fallita a Genova? Non si può dire. Gli obiettivi che tale politica si prefiggeva sono stati parzialmente raggiunti. La classe operaia genovese non ha contrastato, ma anzi favorito, lo sviluppo del capitalismo di Stato, soprattutto negli anni di crisi economica In cui gli operai dell’Ansaldo, ad esempio, furono spinti dal PCI alla «ricostruzione nazionale» di aziende che non erano dei «privati» ma di «tutti».
Il secondo obiettivo raggiunto fu quello di favorire la riconversione delle aziende IRI e di condurre la lotta operaia, nel momento in cui difendeva il posto di lavoro dalla prospettiva della disoccupazione, a sostenere il rafforzamento delle aziende statali come linea generale del movimento operaio. In questo modo i gruppi dirigenti dell’IRI hanno potuto portare avanti a oro offensiva antioperaia, utilizzando le lotte per l’occupazione come strumento per ottenere finanziamenti per le loro aziende e per raggiungere, specie nel settore siderurgico, una produttività di livello europeo tale da sostenere la concorrenza sui mercati internazionali. Altro che «colonia americana»! Con questa propaganda lo stalinismo ha favorito il capitalismo di Stato italiano sino al punto che questo è diventato imperialistico ed è presente attivamente sul mercato mondiale! Naturalmente questa strategia l’ha pagata duramente la classe operaia genovese perché era una strategia che strumentalizzava la sua forza a fini prettamente capitalistici.
Il proletariato di Genova, ancora più di quello di Milano o di Torino, ha pagato duramente l’essere stato per tanti anni una massa di manovra dell’opportunismo sostenitore del capitalismo di Stato, anche perché in questa operazione storica del rafforzamento del capitalismo in Italia nella sua principale forza motrice, non vi sono stati a Genova margini di riformismo e spazi per la formazione di aristocrazia operaia, se non in ristrette zone del ramo dei trasporti marittimi.
Non vi sono stati perché era proprio dal rafforzamento del capitalismo statale a Genova che doveva partire la possibilità di sviluppo del capitalismo nel «triangolo», e se margini di riformismo e possibilità di aristocrazia si potevano aprire era negli altri lati del «triangolo» e non a Genova che si sarebbero aperti. Ecco perché Genova ha i salari industriali più bassi del «triangolo» ed un più alto indice di disoccupazione, il quale concorre a mantenere basso il prezzo della forza-lavoro. Ecco perché uno dei problemi più assillanti per la classe operaia è sempre stato quello della occupazione e della difesa del posto di lavoro.
Ecco perché la politica riformistica del PCI nel momento in cui raggiungeva i suoi obiettivi entrava in crisi nel controllo della classe operaia. Realizzandosi, tale politica si consumava.
Oggi il PCI a Genova è costretto ad andare a rimorchio non più solo dell’IRI ma addirittura dei gruppi animatoriali che promuovono «campagne cittadine» per contrattare il loro inserimento nella programmazione del MEC nel settore cantieristico, portuale e marittimo.
Così come lo sviluppo siderurgico a Genova doveva fornire il prodotto base all’industria manifatturiera a prezzi europei, così oggi la produzione cantieristica deve fornire a prezzi competitivi le navi necessarie all’industria dei trasporti marittimi. Per il MEC sorge il problema di concentrare l’industria cantieristica e di reggere la concorrenza giapponese: per fare questo è necessario ridurre al massimo le sovvenzioni che ogni singolo Stato dà ai cantieri e all’armamento. Tali sovvenzioni finiscono con il gravare sul processo di concentrazione che a livello MEC stanno subendo le industrie manifatturiere, in quanto alzano i costi dei trasporti e, in definitiva, finiscono con il frenare l’espansione mondiale dei monopoli europei pressati sempre più dalla concorrenza americana ed internazionale.
In fondo la riorganizzazione cantieristica decisa dal MEC non è che un aspetto, se pure importante, della riorganizzazione e della concentrazione di tutte le industrie dei trasporti. E’ una misura che, come ieri è stato per la concentrazione siderurgica, va a vantaggio del capitalismo europeo nel suo complesso, anche se colpisce oggi alcuni singoli gruppi che vogliono contrattare con concessioni il loro appoggio. Come ieri la riduzione del prezzo dell’acciaio ha favorito lo sviluppo delle grandi, medie e anche piccole industrie, così domani la riduzione del costo di trasporto servirà a tutti i settori del capitalismo e costituirà un potente fattore di sviluppo. Il protezionismo, inoltre, serve poco ed è inattuabile nell’industria marittima perché non impedisce la costituzione di grandi flotte internazionali che fanno la parte del leone nei trasporti e nei noli. Lo Stato italiano può intervenire con premi e sovvenzioni affinché gli armatori acquistino navi costruite in Italia anziché in Giappone, ma alla lunga ciò non favorisce la concorrenza del capitalismo italiano nei confronti di quello giapponese poiché nel prodotto italiano il costo di trasporto inciderà più che su quello giapponese. Lo stesso discorso può essere fatto per il MEC nel suo complesso.
Questi problemi sono i problemi tipici dello sviluppo capitalistico nella sua fase imperialista: accantonati da una parte, rispuntano dall’altra. Per affrontarli la classe operaia necessita dello strumento scientifico d’analisi costituito dal marxismo e di una strategia globale che comprenda tutti i fenomeni complessi e multiformi dell’imperialismo. Il marxismo è una scienza troppo seria perché ci si possa scherzare sopra con le cretinate di chi crede, per conto della Cina, che i capitalisti europei sfruttino i lavoratori non per trarne il profitto, non per portare avanti la lotta di conquista del mercato mondiale, non per sviluppare la concorrenza in direzione del mercato sovietico con le operazioni FIAT, ma semplicemente per fare dell’Europa una colonia americana. Che alla Cina serva oggi dire questo, come ieri serviva all’URSS, per tentare eventuali alleanze con i De Gaulle europei è pacifico; ma che questo serva agli operai genovesi è cosa che gli operai genovesi hanno già provato e stanno rifiutando.
E’ questa loro amara esperienza che li porta, da alcuni anni, a rompere spontaneamente con la politica del PCI ogni qualvolta scendono in piazza. La classe operaia genovese non ha ancora piena coscienza di rappresentare il punto più avanzato di rottura con la politica dell’opportunismo, perché non ha la piena consapevolezza di essere stata per molti anni il più avanzato banco i prova della strategia dell’opportunismo. Questo processo è nei fatti, non ancora nelle coscienze ed i fatti costringono gli operai genovesi a vedere che l’appoggio al capitalismo statale è stato contrario ai loro interessi, e nei fatti gli operai respingono la politica del PCI che ne è stata la maggiore protagonista.
Non si tratta solo di crisi organizzativa del PCI, di «estremismo» o di insignificanti fenomeni staliniani di retroguardia. Il problema non è così ristretto e non può essere così immiserito. Non si tratta neppure di singoli episodi di lotta di piazza che non sono altro che sintomi di un processo più complesso. Genova rappresenta da alcuni anni la  maggiore esperienza che il proletariato italiano ha fatto della strategia dello opportunismo e questa esperienza si manifesta nel rifiuto spontaneo della linea del PCI nelle lotte operaie e nella incapacità dell’apparato del PCI di mantenere il controllo su vasti strati operai. Per questa sua condizione oggettiva, Genova può rappresentare la base di partenza di tutta la classe per una analisi critica dell’opportunismo, dello sviluppo capitalistico, della funzione del proletariato in tale sviluppo, della necessità inderogabile dell’ «autonomia»: può rappresentare, cioè, il punto di saldatura tra la teoria e l’organizzazione leninista e l’esperienza della classe. Da questo raccordo la strategia rivoluzionaria uscirebbe come applicazione della teoria marxista nella concreta realtà di lotta delle fabbriche e si irradierebbe, Putilov d’Italia, per tutta la penisola. Nella prospettiva è una possibilità, ma nella volontà rivoluzionaria è una certezza.

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