Giovanni Poggi – Apologia di capitalismo

Nell’ultima settimana di gennaio il Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, Nicolaj Podgorny, ha effettuato una visita di stato in Italia. Questo avvenimento e stato salutato con entusiasmo da diverse parti politiche: dal capitalismo di Stato russo a quello italiano, dal governo di centro-sinistra all’opposizione del PCI.
E’ mancato un giudizio da parte del proletariato: una analisi marxista. Per fare cio occorre innanzi tutto vedere come questo aspetto della sovrastruttura diplomatica e maturato prima a livello di struttura economica tra il mercato dell’Europa orientale e quello dell’Europa occidentale, e in particolare tra il capitalismo italiano e quello sovietico.
Durante la seconda guerra mondiale imperialista si era chiusa per l’URSS la fase della industrializzazione prevalentemente autarchica, che aveva avuto come riflesso ideologico e politico lo stalinismo e le teorie sulla «costruzione del socialismo in un paese solo», sulla «difesa dell’URSS» e cosi via.
La partecipazione dell’URSS, come protagonista, alla guerra e alla suddivisione nel mondo in sfere di influenza, cioe in mercati imperialistici, dopo la sconfitta della Germania, gettava le basi per la caduta dello stalinismo stesso e per il successivo avvicinamento tra i nuovi blocchi economici.
Dopo i primi anni del dopoguerra, i gruppi capitalistici europei si riorganizzano, e integrandosi sia tra loro che con il capitalismo americano, divenendo, cioe, sempre piu internazionali, iniziano la conquista del mercato dell’Europa orientale. In questa fase e l’imperialismo europeo, e in particolare quello francese, italiano e tedesco, che fa da battistrada, anche se vi partecipano di riflesso i capitali americani.
Questa realta, se smaschera come opportunista e come appoggio oggettivo all’imperialismo internazionale la politica di «coesistenza pacifica» dei filosovietici, suona condanna anche per le superate posizioni di retroguardia dei gruppi staliniani e filocinesi, che fanno  dell’Europa e dell’Italia «colonie americane» il loro cavallo di battaglia per raccogliere alleati borghesi ai fronti antimperialisti rivolti esclusivamente contro gli USA e l’URSS, attuali avversari diretti della Cina.
L’accordo FIAT-URSS, di alcuni mesi orsono, gia ampiamente commentato su questo giornale (vedi «Lotta comunista» n. 5), ha dato nuovo impulso a questa tendenza.
L’accordo suddetto (e bene ricordarlo, con un investimento di circa 900 miliardi di lire e pari a un settimo degli investimenti annui del capitalismo italiano) sara superato dal progettato contratto con l’ENI, che si assicurerebbe la fornitura di 4 o 5 miliardi di metri cubi di metano, attraverso il metanodotto piu grande del mondo, che collegherebbe i giacimenti della Siberia e dell’Ucraina con Trieste e quindi con tutta l’Europa. Per la costruzione dell’opera occorreranno un milione e mezzo di tonnellate di tubi, di cui gran parte dovrebbe fornirli l’IRI-Italsider. Dietro a questi contratti-pilota ve ne sono molti altri: nel settore della gomma, dalla Chatillon (Edison) per un valore di 4,8 miliardi di lire, alla Pirelli (5,4 miliardi); nelle macchine calcolatrici, l’Olivetti (4,1 miliardi); nella chimica, la Montedison (34 miliardi); nel settore delle maglierie, la BPD (400 milioni) e cosi di seguito fino a raddoppiare l’interscambio tra i due paesi entro il 1969, anno in cui scade l’accordo commerciale stipulato nel 1965.
L’interscambio ha raggiunto, nel 1966, la cifra di 143 miliardi di lire, di cui 99 di merci sovietiche importate in Italia, e 44 di merci italiane esportate in URSS, portando l’imperialismo italiano al quarto posto tra i paesi occidentali, nel commercio con l’URSS.
Questi dati dimostrano l’interesse reciproco dei due capitalismi ad integrarsi; il «vantaggio reciproco», come lo definisce «L’Unita» in termini schiettamente borghesi. Dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, la natura capitalistica dell’URSS, e la politica del PCI di puntello del capitalismo, nelle sue forme odierne di integrazione e di sovranazionalita.
Lo sviluppo ditale politica di distensione e di avvicinamento e incensato da tutti: a cominciare da Podgorny stesso, di cui non si contano le attestazioni di benemerenza ai grandi monopolisti ,ai finanzieri, ai ministri e ai burocrati, a tutta la borghesia italiana. Per non parlare della «Izvestia» la cui spudoratezza raggiunge un limite tale da costringere «L’Unita» stessa a parlare degli «sbagli di un giornalista superficiale e frettoloso» (come se fosse cosi semplice liquidare la questione!).
Entusiasti sono i giornali borghesi:
dal «Giorno>, che ricorda in Enrico Mattei un precursore, alla «Stampa» che non vede limiti all’attuale collaborazione, al «Messaggero» che si commuove al pensiero dell’Europa di domani senza frontiere da Est ad Ovest, e l’elenco potrebbe continuare.
In fine l’opportunismo, per bocca del PCI, attacca quelle frazioni piccolo-borghesi, ancora legate alla vecchia politica della «diga anticomunista» perché non si rendono conto «delle enormi possibilita per il mercato della mano d’opera e per quello dei capitali» (un linguaggio sempre piu apertamente borghese).
Il PCI rivendica inoltre il privilegio di avere voluto questa politica gia da molti anni, negli anni della «cortine di ferro».
E’ su questo punto che occorre soffermarci: la classe operaia italiana, guidata dal PCI, ha lottato aspramente negli anni ’50 per questo obiettivo borghese, ha scioperato, ha manifestato, si e fatta licenziare ed arrestare. Molti proletari sono morti per questo, ed oggi, che lo sviluppo del capitalismo in Italia e in Russia rende attuale questa politica, la classe operaia si trova schiacciata e sfruttata piu di prima.

E’ il tragico destino delle masse proletarie, quando guidate dai partiti controrivoluzionari,  scendono  generosamente in lotta per conquiste borghesi.
Cosi e stato per la ricostruzione post -bellica, per riconsegnare poi le industrie riassestate in mano alla borghesia; cosi e stato per l’appoggio del capitalismo di Stato, per pagare, poi, con licenziamenti e bassi salari questa «funzione pubblica»; cosi e anche per l’apertura dei rapporti commerciali con l’URSS.
Gli operai italiani hanno pagato la recessione con licenziamenti e riduzioni d’orario, pagano la ripresa con l’aumento dei ritmi di sfruttamento e con la  riorganizzazione aziendale, pagano con lotte contrattuali che durano anni, con il blocco salariale e la politica dei redditi, e questi opportunisti controrivoluzionari, hanno il coraggio di far passare come una loro vittoria il fatto che il «compagno» Podgorny vada in estasi davanti ai grandi complessi monopolistici, visiti la FIAT a fianco di Agnelli, stringa la mano a Boldrini e a Petrilli, brindi in Campidoglio e assista alla «prima» della Scala !

Il proletariato, oltre che sconfitto sul piano politico e organizzativo, e anche frastornato ideologicamente e propagandisticamente, da questa vera e propria apologia del capitalismo. Quegli operai, e sono ancora molti, che vedono in buona fede nell’URSS un alfiere del comunismo internazionale subiranno un’altra doccia fredda, un’altra delusione, ma forse capiranno che il comunismo e qualcosa di diverso: acquisteranno coscienza di se stessi e della loro funzione storica.
Non vi e operaio cosciente che non si indigni di fronte ai <colloqui di pace» tra Podgorny e Paolo VI. Colloqui pacifici, certamente, distanti come sono migliaia di chilometri dal rombo dei cannoni e dalle fiammate del napalm nel Vietnam: un altro angolo di mondo, dove la stessa politica imperialista non si attua piu attraverso le mediazioni diplomatiche e i discorsi, ma con rastrellamenti e bombardamenti a tappeto.
Due facce della stessa medaglia !

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