Giovanni Poggi – Il laburismo contro i marittimi inglesi

Il sindacato dei marittimi inglesi, forte di oltre 62 mila iscritti, ha proclamato lo sciopero generale: nel giro di pochissimi giorni decine di migliaia di marittimi abbandonano il lavoro e ben presto centinaia di navi intasano le banchine dei porti; i portuali, i ferrovieri solidarizzano, non collaborano e in certi casi, come i portuali di Liverpool scendono in sciopero essi stessi. Il governo laburista proclama lo stato di emergenza e minaccia l’intervento della Marina Militare: una misura che nel dopoguerra non era mai stata presa, neppure dai governi conservatori.
Questi sono i fatti: vediamo ora le ragioni più profonde di questo scontro di classe così radicale.
Il capitalismo inglese sta dibattendosi ormai da anni in una fase di stagnazione, ha molti settori moderni e notevoli punti di forza nel commercio internazionale, ma il sistema economico nel suo complesso ha bisogno di razionalizzarsi, di rimodernarsi e di riprendere vigore. Questa tendenza si manifesta nelle concentrazioni industriali e finanziarie, nella integrazione del capitale privato con quello statale: costituzione della corporazione per la riorganizzazione industriale (IRC); osmosi tra dirigenti di industrie private e funzionari statali, programmazione e politica dei redditi preannunciata da Wilson.
Come è logico in un sistema capitalista, la politica dei redditi, mentre prevede una espansione economica del 25% nel periodo fra il 1964 e il 1970, non può che rivolgere il suo controllo sul livello salariale. Ecco allora le polemiche tra i sindacalisti al congresso delle Trade Unions a Brighton, la preferenza dei sindacati nazionali per le revisioni automatiche dei contratti legate al costo della vita, che permettano la pianificazione degli investimenti in capitale variabile e quindi una maggiore stabilità del sistema, e infine il livello del 3,5% fissato dai programmatori laburisti per l’aumento annuo dei salari.
Naturalmente le richieste dei marittimi di una riduzione d’orario settimanale da 56 a 40 ore, che si traduce in un aumento d elle retribuzioni del 17 % e la richiesta di un salario garantito mensile di 60 sterline cozzano inevitabilmente contro questo piano della borghesia inglese: lo scontro è d uro, gli armatori si irrigidiscono, e il governo « socialista » svolge puntualmente la sua f unzione d i « comitato d’affari » della borghesia. Non bisogna però lasciarsi ingannare dalle sparate demagogiche dei dirigenti sindacali: lo sciopero è il primo dopo 55 anni ed è stato preceduto da una serie lunghissima di a scioperi non ufficiali », una tipica manifestazione di lotta del proletariato contro la moderazione delle direzioni sindacali. I sindacati inglesi sono tipicamente riformisti (appunto tradeunionisti) e ormai da quasi un secolo sono considerati parte integrante del sistema borghese. Negli ultimi anni si è intensificato il fenomeno della scissione tra le direzioni sindacali corporative e totalmente integrate, monopolizzate quasi esclusivamente da corrotte aristocrazie operaie, che col sistema delle paghe legate alla produttività e alla funzione, prosperano con le « briciole » dell’imperialismo inglese, e le spinte delle commissioni di fabbrica che interpretano, pur con i limiti propri del sindacalismo, la protesta della base operaia.
Da ciò il fenomeno degli « scioperi selvaggi », gli scioperi non dichiarati non ufficiali, che hanno caratterizzato la lotta di classe in Inghilterra. Evidentemente questa è la spina nel fianco della borghesia, e quindi il governo laburista presenta ai Comuni un progetto di legge che punisce anche con la prigione quei sindacalisti che non ottempereranno alla regola del preavviso nelle agitazioni sindacali e allo obbligo di sottoporre all’ente di controllo governativo le loro rivendicazioni. Come era prevedibile le direzioni nazionali dei sindacati si oppongono a queste misure repressive e se lo fanno è solo per richiedere essi stessi questo potere costituendo l’ente di controllo nel seno della direzione generale delle Trade-Vnions: insomma un problema di competenze su chi ha il diritto e il dovere di incatenare le lotte operaie.
Questo a grandi linee è il quadro economico, politico e sindacale in cui si svolge lo sciopero dei marittimi: uno sbarramento enorme di interessi capitalistici e di cani da guardia, sindacali e governativi, della borghesia che operano concordemente per spegnere lo incendio che i rapporti di classe hanno loro malgrado suscitato. Se sono momentaneamente in contrasto e si scambiano parole di fuoco è solo per una lotta ` di potere all’interno del sistema e basta. Un’ultima considerazione vi è da fare sugli insegnamenti di questa lotta operaia: l’oggettiva evidenza con cui si pone, in una società capitalista molto avanzata, lo scontro diretto, senza diaframmi ed obiettivi intermedi, del proletariato contro la borghesia.
L’Inghilterra è necessariamente legata al commercio per il funzionamento della sua economia: importazione di materie prime ed esportazione di prodotti finiti, oltre naturalmente ai prodotti dell’agricoltura che lo sviluppo dell’industria ha fatto sparire in Gran Bretagna. Questo è il frutto della divisione internazionale del lavoro, cioè della logica dello sviluppo del capitalismo nella sua fase imperialista. Ciò fa sì che soltanto 60.000 marittimi possano paralizzare con la loro lotta una macchina economica come quella inglese, forte di un esercito di milioni e milioni di proletari possano creare una psicosi da stato d’assedio ed in breve tempo causare reazioni imprevedibili che possono enormemente aggravare la tensione sociale e quindi il punto di rottura rivoluzionario.
Ovviamente tutto ciò non avviene per le ragioni suddette, ma da questa esperienza possiamo trovare conferma ad alcune fondamentali tesi marxiste: come nel capitalismo avanzato non vi sia possibilità di vie intermedie democratiche o laburiste, ma una unica tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato. Come la concentrazione, l’integrazione delle diverse economie a livello mondiale, rendano sempre più pronunciato il processo di internazionalizzazione del capitale e bollino, se ancora ve ne fosse bisogno, come non marxista, piccolo borghese e controrivoluzionaria ogni strategia basata sulle « vie nazionali al socialismo )” sul « policentrismo » togliattiano. Come, infine, lo sviluppo stesso del capitalismo acuisca le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione sociali crei, e oggettivamente rafforzi nel suo seno stesso il proletariato: la classe che per affermarsi deve distruggerlo.
Manca oggi la forza organizzativa internazionale per l’intervento cosciente porti di produzione sociali; crei, e oggettive sono ormai enormi, lo dimostrano episodi come questo dove il capitalismo rischia la crisi per un attacco isolato del proletariato, ancora tradeunionistico ancora riformistico, ancora diremmo, incosciente.
G. Poggi

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