Giovanni Poggi – La lotta di classe nel mondo

Un’interessante statistica degli scioperi resa nota dal B.I.T. ci fornisce l’occasione per alcune considerazioni sulla lotta di classe nel mondo durante il decennio scorso. La statistica si riferisce al periodo 1955-1964 ed assume come indice le giornate di sciopero per 1000 lavoratori in un anno

Stati Uniti giornate 1044

Italia » 875

India » 703

Canada » 597

Danimarca » 509

Belgio » 498

Irlanda » 495

Giappone » 391

Australia » 378

Francia » 336

Finlandia » 303

Inghilterra » 294

Norvegia » 277

Nuova Zelanda » 123

Paesi Bassi » 53

Germania Occ. » 52

Svezia » 14

Svizzera » 5

Non sono compresi nell’elenco i paesi del cosiddetto a campo socialista », dove in teoria non si sciopera: solo in teoria, però, perché in pratica la lotta di classe e lo sciopero, che è una delle sue espressioni più immediate, esplodono molto spesso, come vedremo più ampiamente in seguito.

L’analisi marxista ha sempre visto nello sciopero uno degli indici per misurare l’intensità della lotta di classe e dello sviluppo economico. che l’accompagna: Lenin stesso si valse ampiamente di tali statistiche per analizzare il comportamento del proletariato russo ed internazionale e determinare di conseguenza la tattica del partito bolscevico.

La prima considerazione che si può trarre da questi dati è la constatazione dell’acutezza con cui si presenta lo scontro di classe, in campo economico, negli Stati Uniti. Gli USA, attraverso due guerre imperialiste vittoriose una crisi economica come quella del 1929, un grande sviluppo tecnologico ed una massiccia applicazione dell’automazione, hanno incrementato enormemente l’accumulazione capitalistica e il conseguente potenziale produttivo ponendosi di gran lunga alla testa di tutta l’economia mondiale. Hanno scalzato gradatamente, ma inesorabilmente tutte le potenze europee dalle loro posizioni in Asia e Africa, giungendo infine alla penetrazione economica nella stessa Europa.

Questa espansione imperialista permette alla borghesia americana di concedere molte a briciole » ad una considerevole fascia di aristocrazia operaia, ma nonostante questo, e nonostante i limiti tradeunionisti dei sindacati inevitabili data la mancanza di una guida rivoluzionaria, lo scontro tra proletariato e borghesia non accenna a diminuire, ma anzi ad aumentare.

Il marxismo è confermato: lo sviluppo capitalista non fa che ingigantire le contraddizioni del sistema e rendere più drammatica le condizioni di quei milioni di proletari sulle cui spalle si regge l’impalcatura imperialista. La produzione aumenta a ritmo accelerato ma esplode sanguinosamente la rivolta del proletariato negro nel ghetto di Los Angeles e i minatori dei Monti Appalacchiani fanno saltare i ponti; i tassi di profitto della General Motors si mantengono altissimi, ma una componente indispensabile del a boom » è la guerra del Viet-Nam oggi, come lo era quella di Corea ieri.

Importante la posizione dell’Italia dove ci troviamo di fronte a una situazione tipica di sviluppo capitalistico: un’economia che ha segnato tassi di sviluppo eccezionali nell’ultimo decennio (con un incremento, nella produzione industriale del 7,5% nel terzo trimestre del 1965 rispetto al terzo trimestre del 1964, l’Italia supera non solo tutti i paesi del MEC, che rimangono al disotto del 4%, ma anche gli USA che toccano il 7,3%), Questo sviluppo è inevitabilmente accompagnato da una forte proletarizzazione che incontra però molte resistenze: la politica produttivistica di a programmazione democratica inserita in vaste alleanze di classe dei partiti di sinistra fa sì che le lotte operaie non siano di rottura ma di correzione del sistema e quindi facilmente assorbibili dallo stesso, ciò permette l’esistenza di una vasta classe piccolo e medio borghese che vive della suddivisione della massa di plusvalore prodotto. In Italia la percentuale di popolazione addetta all’agricoltura è ancora del 25% contro il 7% degli U.S.A., e sempre negli U.S.A. la densità di popolazione per ogni esercizio commerciale è di sette volte superiore a quella italiana. Queste contraddizioni tra una industria in rapida ascesa e una correlativa sproporzione con il settore agricolo, tra le concentrazioni e le creazioni di poli di sviluppo e l’esodo disordinato dalle campagne, il caos sociale delle grandi città l’emigrazione la mancanza di qualificazione della mano d’opera, la disoccupazione, lo aumento del costo della vita, determinano uno scontro tra le frazioni interne della stessa borghesia, e la nascita di un proletariato giovane e combattivo, difficilmente controllabile sia dai sindacati che dai partiti. Esso è stato l’artefice con le sue lotte « spontanee » di quella tensione sociale dimostrata dall’altissima percentuale di scioperi nel decennio scorso. Basterebbero i due soli esempi degli U.S.A. e dell’Italia a dimostrare ancora una volta quanto sia infondata la vecchia concezione socialdemocratica che teorizza la possibilità di un benessere comune e di una pace sociale attraverso la politica di progresso economico, di riforme, di piani di sviluppo concordati tra i rappresentanti delle varie classi a produttive » sotto la tutela arbitrale dello Stato democratico costituzionale. Il decennio scorso è stato infatti un ciclo di espansione per l’economia capitalistica, ma la realtà delle cifre dimostra come la lotta di classe continui e si inasprisca restando alla base della vita stessa della società borghese.

Vediamo ora come questa tendenza sia continuata o si sia modificata negli ultimi mesi: alcune importanti lotte si sono sviluppate e sono in corso tuttora in vari paesi.

U S A

Con lo sciopero dei trasporti a New York abbiamo visto come solo 30.000 operai siano in grado di bloccare 15 milioni di persone e di paralizzare il massimo ganglio del capitalismo mondiale, gettando nel caos una delle città più disciplinate, e costruita in previsione di una enorme circolazione di autoveicoli. Danni per 63 miliardi al giorno, attività dimezzata, impossibilità di raggiungere ospedali e di spegnere incendi, tensione altissima, arresto di sindacalisti: queste alcune delle conseguenze dell’ultimo esempio di lotta di classe negli U.S.A. che per molti aspetti può essere collegata alla famosa lotta dei 116 giorni di sciopero dei siderurgici che aveva gettato in crisi il settore.

GRAN BRETAGNA

Un caso tipico di gestione socialdemocratica del potere in una società capitalistica. I laburisti sono al governo e fanno i piani: il ministro Callaghan però si preoccupa essenzialmente della – stabilità della moneta e dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti mantenendo le restrizioni creditizie, tale quale il nostro Colombo. Il costo della vita aumenta, gli operai premono sulle direzioni sindacali laburiste per minacciare lo sciopero dei ferrovieri dei trasporti pubblici e dei minatori.

GERMANIA

Un altro dei paradisi capitalisti che, giunto ad un punto critico vede franare lentamente i pilastri del la sua economia di mercato: il costo della vita aumenta, si pensa di bloccare l’immigrazione e si invitano i tedeschi a ridurre le ferie all’estero. Il cancelliere Erhard chiede agli operai « un’ora di lavoro gratis per la patria ». Ma nell’anno in corso 11 milioni di proletari tedeschi entreranno in lotta per i contratti e, nonostante le minacce degli industriali (le serrate o il licenziamento degli stranieri) e la demagogia e il freno esercitato dai sindacati, tutto fa pensare che la pesante pace sociale che inchioda il proletariato più forte d’Europa verrà infranta, come dimostrano le fermate spontanee di migliaia di operai nelle industrie metallurgiche che nell’Assia e nella Renania settentrionale, sfuggono al controllo dell’I.G. Metal.

ITALIA

Oltre 6 milioni e mezzo di lavoratori saranno impegnati nel rinnovo dei contratti nelle lotte contro i licenziamenti, per il mantenimento del posto di lavoro. Lo sciopero dei metalmeccanici potrà determinare una forte spinta di classe (come già nel 1962) se sarà superata la demagogia dei vertici sindacali che dopo la sparata propagandistica dello sciopero del febbraio già ritornano precipitosamente alle lotte brevi e articolate e agli inviti alle piccole imprese e a quelle statali per accordi separati.

BELGIO

La crisi dell’industria carbonifera è esplosa ancora una volta: le miniere sono « improduttive », cioè nel linguaggio borghese, il capitale investito non rende profitto tale a quello che renderebbe se investito nell’industria petrolifera, quindi si chiudono i pozzi. I minatori scioperano, manifestano, erigono barricate, e la polizia o i paras sparano e uccidono: c’è la pena capitale per chi si oppone alla legge del massimo profitto. La lotta dei minatori in tutti questi anni è sempre stata un filone oggettivamente rivoluzionario che si snoda attraverso i continenti: dal Belgio alle Asturie, dal nord della Francia ai monti Appalacchiani negli U.S.A. Questi proletari ancora a lungo combatteranno incatenati ad un settore che il capitalismo mondiale ha condannato, scegliendo altre fonti energetiche, come il petrolio e l’uranio, e potranno avere successo soltanto se inquadrate in una lotta rivoluzionaria generale.

SPAGNA

Il proletariato spagnolo sviluppa giorno per giorno la forza per abbattere il franchismo, e speriamo con esso il capitalismo che abbandona lentamente i lustrini frusti del « Caudillo », per vestirsi da democratico antifascista. Gli scioperi ormai sono un dato di fatto, ed il pesante apparato di classe, che nasce dal suo seno stesso non riesce a fermarli. I metallurgici chiedo no un minimo giornaliero di 25C pesetas e le 48 ore settimanali.

GRECIA

La borghesia greca è divisa: di versi settori di essa, che esprimono di volta in volta un capitalismo agra rio e armatoriale, un capitalismo industriale più moderno e « democratico », una piccola e media borghesia parassitaria e militare, legata in modo diverso e contraddittorio all’imperialismo americano o inglese, hanno lottato nei mesi scorsi apertamente tra di loro. Il proletariato aveva saputo esprimere con scioperi e manifestazioni di strada la sua capacità di lotta, ma la guida opportunista del partito di « sinistra » E.D.A. ha portato gli operai ad appoggiare una frazione della borghesia contro l’altra il « democratico » Papandreu contro l’« autoritario » re Costantino. Il risultato di questo abbandono di ogni politica autonoma di classe rivoluzionaria è stato il compromesso che ha portato al potere Stefanopulus. Il proletariato greco, uno dei più combattivi di Europa nonostante i tradimenti e le sconfitte, continua a resistere: gli scioperi si susseguono a catena, e il « democratico »Stefanopulus, garante della « costituzione » militarizza il personale dei servizi pubblici ed invia soldati a sostituire gli scioperanti per stroncare la lotta.

UNGHERIA e JUGOSLAVIA

La ventata di riforme che attraversa i paesi dell’Europa orientale non è altro che la necessità, per queste società organizzate secondo criteri capitalistici, di inserirsi più attivamente nel mercato mondiale e nella conseguente divisione internazionale del lavoro, dopo una fase di riorganizzazione interna, in cui forme di pianificazione più centralizzate erano compatibili. Questa ristrutturazione dell’economia, che comporta taglio di settori meno competitivi, potenziamento di altri e ridimensionamenti aziendali è, come in tutte le società capitaliste pagata dalla classe operaia con disoccupazione, intensificazione dello sfruttamento, aumento dei prezzi (in Ungheria fino al 50% in più per la carne). I1 proletariato si ribella, sciopera, manifesta per le strade a Budapest o in Iugoslavia, la polizia interviene, disperde, colpisce e arresta i « facinorosi », i « sovversivi », gli « attentatori alla sicurezza dello Stato ».

ISRAELE

Anche qui i prezzi aumentano del 10%, i lavoratori chiedono adeguamenti salariali che sono rifiutati il paese è scosso da scioperi che sfuggono al controllo del sindacato opportunista Histadrouth. Il proletariato fa da solo: prima i servizi pubblici, poi gli ospedalieri, i tessili, i distributori di benzina paralizzano il paese, ed infine i portuali di Haifa ed Achdod bloccano il maggior prodotto di esportazione gli agrumi. Gli scioperanti attaccano nel periodo del raccolto, bloccando le navi, intasando i magazzini, interrompendo la spedizione ed il raccolto stesso: si colpisce l’economia nazionale, la borghesia israeliana nei suoi interessi più forti senza falsi tabù su]l’interesse generale della produzione scavalcando spontaneisticamente l’opportunismo sindacale.

La caratteristica spontaneista una delle constanti di questi scioperi dal Belgio all’Ungheria, dalla Spagna ad Israele. La spontaneità in definitiva non è che la forma elementare di lotta della classe, ancora a livello tradeunionistico, che tende però a superare i legami angusti delle due correnti mondiali dell’opportunismo, che fino ad oggi dominano il movimento operaio: la socialdemocrazia classica e lo stalinismo. In queste forme di lotta abbiamo l’embrione di coscienza nella classe della propria forza dell’importanza della propria funzione nell’economia: si colpisce l’avversario nei suoi punti più deboli, comprendendo l’importanza decisiva della prova di forza economica, se non ancora politica, nella soluzione dei contrasti di interesse, pur restando nei limiti della società borghese. Possiamo oggi constatare un riacutizzarsi delle lotte e quindi una tendenza generale della classe a risalire la china in cui l’aveva ricacciata l’ondata controrivoluzionaria iniziata nel 1925.

Certo ci troviamo in una situazione mondiale del movimento operaio quale poteva essere quella precedente alla spinta rivoluzionaria del 1905, ma per il marxismo la storia non è un susseguirsi progressivo di eventi ma un contrasto dialettico di forze rivoluzionarie e controrivoluzionarie che, nella misura in cui si scontrano e prevalgono oggettivamente e soggettivamente la una sull’altra, muovono la storia nelle sue diverse fasi. Noi oggi non possiamo certo prevedere una crisi generale del capitalismo mondiale ma sono evidenti i sintomi di crisi parziale causati dall’essenza stessa della società capitalistica, dalla esistenza dei suoi rapporti di produzione, dalle contraddizioni insanabili che la dilaniano, dall’ingigantirsi pauroso dello scontro imperialista, che coinvolge contemporaneamente interi continenti e miliardi di uomini. Tutto ciò tenderà ad inasprire la lotta di classe, e d’altra parte un elemento che favorisce oggettivamente la radicalizzazione dello scontro è la forte proletarizzazione del decennio scorso. Le borghesie nazionali del cosiddetto « Terzo mondo », portando avanti anche se non fino in fondo, le loro rivoluzioni coloniali hanno non solo acutizzato lo scontro imperialista mondiale, ma hanno creato le basi oggettive per la creazione di mercati nazionali che permettono lo sviluppo capitalistico moderno. Ciò comporta la formazione di un proletariato antagonista. Quindi la lotta di classe assumerà sempre più carattere mondiale, dall’Asia al l’Africa all’Europa. Milioni di proletari entreranno in lotta nel prossimo decennio, ed è in questo quadro che si sente la necessità di una strategia mondiale in cui deve essere presente il movimento operaio italiano, che per le caratteristiche stesse della sua storia e per la grande partecipazione alla lotta negli anni passati, ha e deve avere una posizione d’avanguardia.

Tra una spinta spontanea oggettivamente limitata e non suscettibile di sviluppi ed una tendenza all’isolamento programmatico, che non percepisce i movimenti della realtà ed è altrettanto sterile, occorre trovare il momento di superamento marxista tra spinta oggettiva del le masse lavoratrici e coscienza teorica organizzata.

L’ondata controrivoluzionaria che si è abbattuta sul movimento operaio internazionale, a seguito della crisi aperta dalla prima guerra mondiale imperialista, e che si è manifestata nel predominio della socialdemocrazia da un lato, e dallo stalinismo dall’altro, fu certamente favorita dal fatto che il proletariato rappresentava ancora una classe ristretta in campo mondiale. L’opportunismo sfruttò per decenni queste condizioni oggettive mentre lo sviluppo del capitalismo e la sua diffusione in tutti i continenti ristagnavano e producevano la seconda guerra imperialista.

Oggi, con lo sviluppo del capitalismo stesso, le condizioni oggettive che hanno permesso la a lunga ondata » controrivoluzionaria, si stanno esaurendo. Non è questione di pochi anni, ma non è neppure questione di lunghi decenni. Possiamo ben dire che stiamo, in campo internazionale risalendo la china, come del resto dimostrano i fatti.

Giovanni Poggi

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