Giovanni Poggi – Le prospettive del capitalismo in Liguria

In questi ultimi mesi si è particolarmente sviluppata la discussione sulla situazione economica della Liguria e sulle prospettive che si aprono alla regione alla luce dei diversi programmi e progetti elaborati sia dal centro, col piano Pieraccmi e il piano azzurro per i porti, sia localmente, con le analisi dell’istituto Ligure di Ricerche Economiche e Sociali (ILRES) e il progetto Capocaccia predisposto dal Consorzio Autonomo del Porto di Genova.
La polemica si è aperta tra le varie organizzazioni politiche ed economiche nazionali ed anche internazionali: la borghesia inglese, interessata alla razionalizzazione italiana in vista del suo ingresso nel MEC, elargisce i propri suggerimenti attraverso l’autorevole «Economist». I gruppi di potere, vecchi e nuovi, i circoli dirigenti dell’IRI e gli armatori, i monopoli dell’auto, della chimica e del petrolio, i burocrati e i piccoli borghesi dei partiti, dei sindacati e degli Enti locali lottano con tutti i mezzi per conquistarsi il posto migliore nell’ulteriore sviluppo del capitalismo dopo l’attuale riorganizzazione.
Ogni demagogia, ogni «campagna cittadina», ogni trasformismo e ogni alleanza sono validi per assicurarsi una collocazione nel processo di produzione e di distribuzione tale da permettere una posizione privilegiata nella suddivisione della massa di plusvalore che verrà prodotto dalla classe operaia nei prossimi anni. Tutte le frazioni borghesi si rifanno, nella loro propaganda, al popolo; si richiamano agli interessi degli operai, strumentalizzandoli cinicamente e coscientemente. Il proletariato paga ancora una volta, tragicamente, la mancanza della sua autonomia di classe, la mancanza di una sua organizzazione politica che lo guidi nella lotta per i suoi interessi di classe e non per quelli di chi lo sfrutta.
I documenti pubblicati e i dati riportati particolarmente nel Progetto di Programma di Sviluppo Economico Regionale dell’ILRES, servono comunque a confermare alcune tesi già da noi sostenute in altre occasioni (vedi ad esempio «Lotta Comunista» n. 8-9 dell’ottobre-novembre 1966).
Dicevamo allora che Genova era la capitale del capitalismo di Stato e che lo sviluppo di tale settore pubblico (siderurgia, meccanica, cantieristica ed elettronica), con l’appoggio dei partiti cosiddetti di sinistra, aveva permesso il notevole slancio produttivo ed imperialistico di tutto il capitalismo italiano, fornendo i prodotti di base dell’industria a prezzi competitivi sul mercato mondiale.
Ed ecco i dati dell’ILRES: le industrie a partecipazione statale raccolgono in Liguria il 25% del totale degli addetti al settore manifatturiero, contro il 2% in Piemonte e il 4% in Lombardia. Nella sola Genova, delle otto società industriali con più di mille addetti solo due sono private; di quelle statali l’ItaIsider, con 12062 dipendenti, è la più grande.
Il gruppo IRI si è enormemente potenziato negli ultimi quindici anni. Gli investimenti sono passati da 178,2 miliardi nel 1955 a 777,1 miliardi nel 1965 e in particolare la siderurgia, la metallurgica e le ricerche minerarie hanno assorbito dai 14,7 miliardi del 1955 ai 235,6 del 1965. Inoltre nel 1964 il fatturato del gruppo IRI è stato di 1622,6 miliardi, di cui 929,1 forniti dai settori siderurgico, meccanico e cantieristico.
I dipendenti nei soli settori siderurgico e meccanico sono passati da 100.000 nel 1953 a 130.000 nel 1964. Oggi l’IRI è uno dei maggiori gruppi imperialistici italiani ed europei suoi capitali (75 miliardi nel 1966) e i suoi prodotti in tutto il mondo.
Ciò ha permesso inoltre l’espansione dei grandi monopoli tipo FIAT e Montedison, che si sono lanciati in operazioni imperialistiche ancora più ardite.
Questo sviluppo capitalistico ha avuto la sua base di partenza a Genova: è qui che i salari operai sono rimasti i più bassi del triangolo che l’aumentata produzione si è ottenuta con un minor numero di addetti. Tra il 1951 e il 1961 il settore industriale in Liguria ha avuto un incremento dell’occupazione di appena il 2%, contro un corrispondente 25% in Piemonte e 29% in Lombardia. L’industria di Stato in particolare ha avuto un calo notevole: l’Ansaldo è passata da 30.000 a meno di 8.000 dipendenti e nelle sole industrie meccaniche e cantieristiche la diminuzione è stata di 7.000 unità dal 1961 ad oggi.
Per attuare questa politica occorreva una forte concentrazione industriale e un esercito di riserva di disoccupati per mantenere bassi i salari. In Liguria vi sono pertanto 22 stabilimenti con più di 1.000 dipendenti, che raccolgono il 28,4% degli addetti all’industria, e i capoluoghi di provincia addensano il maggior numero di operai industriali (Genova 82,9% sul totale della provincia).
Mancano differenziazioni merceologiche e medie industrie, come esistono in Lombardia e Piemonte. Questo processo di concentrazione ha accentuato la proletarizzazione senza tener conto dell’immigrazione, tra il 1955 e il 1964, 207.000 persone si sono spostate dai centri minori verso i centri maggiori; tutta la fascia dell’entroterra agricolo si sta ulteriormente impoverendo e spopolando; nella sola Genova, nel 1965, oltre 1700 aziende artigiane hanno cessato l’attività.
La dilatazione riscontrata nei settori del commercio al dettaglio e all’ingrosso non contraddice i dati sopra riportati in quanto denota eventualmente l’estinzione di una piccola borghesia produttrice agricola ed artigiana, ed il formarsi di una piccola borghesia con caratteristiche particolarmente parassitarie.
Il proletariato ligure ha sempre lottato nel dopoguerra per la difesa del posto di lavoro: oggi esistono nei centri industriali liguri, da Genova a Savona a La Spezia decine di migliaia di operai disoccupati, anche altamente specializzati. Mentre in tutta Italia si parla di ripresa, a Genova si lotta per il trasferimento della «Mira Lanza»e della «Morteo» oltre che per il continuo stillicidio delle aziende IRI, a Savona si vuoi liquidare la nuovissima Servettaz-Basevi, a La Spezia si vuol chiudere il cantiere del Muggiano.
In Liguria il numero di addetti per ogni 1.000 abitanti, era, nel 1961, di 225, contro i 290 del Piemonte e i 314 della Lombardia. Inoltre la occupazione precaria, legata alla saltuarietà del lavoro nelle riparazioni navali e nei traffici portuali interessava, sempre nel 1961, 56.000 unità, pari al 20,3% delle forze di lavoro industriali, mentre nelle altre regioni del «triangolo» questa percentuale è solo del 10%.
In conclusione: oltre 100.000 tra disoccupati e sottoccupati; salari tra i più bassi, scarse o nulle possibilità d’impiego per le nuove leve operaie e tecniche, settore del commercio inflazionato, carovita e affitti molto alti e case miserabili nelle periferie: questa è la Liguria dove il capitalismo di Stato e con esso tutto il sistema borghese hanno accumulato masse enormi di capitali e di profitti.
Un altro nodo fondamentale, per la grande borghesia italiana ed europea, è il porto di Genova. Nello scalo ligure sono State manipolate 39 milioni di tonnellate di merci nel 1966; nonostante questa cifra si calcola che siano stati persi dai 10 ai 12 miliardi di lire per attese delle navi in rada e perdite di tempo nelle operazioni, causate dalle attrezzature insufficienti. Bisogna tener presente che il porto di Genova, per poter raggiungere i livelli produttivi dei grandi porti esteri dovrebbe passare dalle 5-8 tonnellate/ora per «mano» alle 15-20 nelle merci non standardizzate, e dalle 700-800 tonnellate di resa media giornaliera per accosto alle 20.000-30.000 nelle rinfuse.
Inoltre il numero dei vagoni ed autotreni impiegati dovrebbe aumentare di almeno trenta volte, paralizzando completamente ogni attività, se si pensa che già con gli attuali livelli di traffico il porto di Genova è costretto ad osservare un orario normale di sole otto ore giornaliere per permettere il deflusso della merce via terra.
Il porto sta diventando un’industria: parlare di Genova trasformata in «città di servizi» non esaurisce il problema delle nuove prospettive di sviluppo capitalistico ed ancor meno serve a tracciare una strategia di lotta operaia. Il polo di Rivalta Scrivia è ormai una realtà e questo grande emporio commerciale europeo, a cui sono interessati tutti i grandi gruppi monopolistici italiani e stranieri, avrà ripercussioni enormi non solo verso il settore industriale, ma anche verso tutto l’assetto distributivo del paese. La progettata fusione tra le flotte mercantili della «Linea C» (Costa) e della Cameli, a cui si aggiungerebbero le flotte controllate dalla «Centrale» (la Tito Campanella e la Trasmarittima) e della Montedison (Montemar) farà seguito alla operazione con cui lo scorso anno gli Stessi Costa e Cameli, e il savonese Serra, avevano acquistato la flotta Italnavi (Fiat).
Questa concentrazione armatoriale avrà una flotta di 44 navi, con due milioni di tonnellate e controllerà pertanto un terzo del naviglio mercantile italiano. Sarà questa grande società di armamento, legata a doppio filo coi gruppi di Rivalta Scrivia, che costruirà, come sta già facendo, le prime navi italiane atte al trasporto di contenitori e attraverso accosti perfezionati, «autonomie funzionali», scardinamento delle vecchie norme di lavoro nei porti, salderà l’industria del trasporto all’industria di trasformazione.
Le previsioni del grande capitale sono grandiose: per il solo Piemonte si calcola che fra dieci anni la produzione industriale sarà raddoppiata, i traffici aumenteranno presumibilmente del 60% nei prossimi cinque anni e di quattro volte entro quindici anni. Sulla «Stampa»del 15 aprile 1967 il prof. Renacco, presidente del Comitato Piemontese per la Programmazione, cioè il portavoce degli interessi FIAT, ricorda l’assoluta necessità dell’attuazione del sistema portuale ligure, il cui ritardo causerebbe lo strozzamento del ciclo di espansione che sta iniziando appunto dal Piemonte e dalla Lombardia. Vengono aspramente criticate le dispute localistiche tra Genova e Savona e le lungaggini burocratiche del governo, promettendo la partecipazione massiccia dei grandi gruppi monopolistici alla spesa che si aggira sui 150 miliardi per i progetti di Genova-Voltri e Savona-Vado.
La grande borghesia vuole premunirsi in quanto non intende trovarsi nuovamente in una situazione come quella del 1960-62, quando il ciclo di espansione capitalistico fu frenato e soffocato dalle insufficienti infrastrutture, dalle inadeguatezze legislative, dalla voracità di una piccola borghesia commerciale, in gran parte parassitaria, che per la sua collocazione strategica nei nodi dei traffici ha potuto notevolmente beneficiare del plusvalore prodotto nell’industria manifatturiera, a scapito dell’accumulazione capitalistica
Si crea pertanto il centro di smistamento di Rivalta Scrivia, si completano le autostrade e i canali, si tende a superare la barriera delle Alpi con circa dieci trafori progettati, si vogliono costruire assi ferroviari commerciali in esclusiva con elevate medie di percorrenza. A Rivalta Scrivia giungerebbero da Genova 1500 vagoni contenitori al giorno, la direttissima ferroviaria dei Giovi trasporterebbe oltre appannino 4000 carri al giorno per 28 milioni di tonnellate di merci all’anno (150 km/h di velocità media). I collegamenti nel triangolo sarebbero coperti alla velocità commerciale di 180 km/h: un’ora circa tra Genova e Milano, un’ora e dieci minuti da Genova a Torino, un’ora e dieci minuti da Torino a Milano.
Alla luce di questi dati, di questi calcoli della grande borghesia, si deve vedere il problema delle regioni: parlare a questo punto di regioni distinte diventa sempre più un astrazione «democratica». Oggi la regione economica supera totalmente i confini giuridici; per la Liguria si configura ormai una regione economica comprendente Genova e la Riviera di Ponente con Savona, Vado, Albenga (scartando per esempio La Spezia, legata economicamente alla Toscana e all’Emilia) il basso Piemonte con Rivalta, Ovada e tutto l’Alessandrino e la Valbormida fino a Fossano.
Lo scontro di classe si porta a livelli più vasti anche da un punto di vista geografico e quindi il proletariato deve lottare sul terreno più avanzato del capitalismo e non alla retroguardia con inutili «campagne cittadine»
Per la piccola e media borghesia la lotta invece si svolge in campo locale: il bottegaio e il piccolo spedizioniere non possono, in quanto tali cioè in quanto piccola borghesia commerciale, spostarsi da Genova ad Alessandria; il metallurgico invece sia a Genova che a Ovada, come in qualsiasi altra città del mondo, può impiegarsi sempre come metallurgico senza vedere per questo diminuire il valore della sua forza-lavoro. La piccola borghesia commerciale invece, se il traffico industriale di una città diminuisce, vede diminuire il valore commerciale di locazione o di vendita del suo esercizio e quindi nel caso ad esempio che le condizioni di mercato permettessero il trasferimento dell’esercizio da una località ad un’altra, essa perderebbe tuttavia una buona parte del suo capitale in quanto nel luogo di destinazione l’incremento dell’attività industriale ha indotto un aumento nei valori di locazione o di acquisto di un dato esercizio.
E’ per questo che i partiti opportunisti espressione di questi interessi di classe piccolo borghesi, con i loro burocrati e funzionari, frazione essi stessi di questa borghesia parassitaria, portano la lotta a livello di Consigli Comunali e Provinciali e di Regioni intese giuridicamente, in quanto è a questo livello che si svolgono le elezioni ed è quindi entro questo ambito che la loro politica piccolo borghese permette loro di ottenere i tanto sospirati successi. Così il PSU, il PCI e il PSIUP, appoggiano sostanzialmente il progetto ILRES e chiedono agli operai di lottare per il potenziamento dell’industria di Stato e per il potere pubblico nei porti, per l’Ente Regione e per la «programmazione democratica». Questa è ancora una volta la vecchia politica borghese, grande e piccola, la cui nefaste conseguenze sono come sempre sopportate dal proletariato.
Ad esempio una delle tesi propagandate dall’opportunismo si basa sulla «decadenza della Liguria». Sostanzialmente questa tesi sostiene che i monopoli riducono la Liguria ad «area di servizi» e disinvestono nelle varie zone del litorale ligure. Il capitalismo di Stato, inoltre, soggiogato alle esigenze dei monopoli non incrementerebbe la produzione industriale nelle sue aziende e le lascerebbe decadere. Per i porti, i monopoli tenterebbero, attraverso le «autonomie funzionali», il controllo «privatistico» contro il controllo «pubblico».
A questa situazione, i partiti ed i sindacati opportunistici contrappongono un fronte «unitario» tra classe operaia, piccola borghesia e, in certi casi, (come a Genova nell’ottobre 1966) anche grande borghesia, all’insegna degli interessi «regionali» e» cittadini» e con l’obiettivo di costringere il capitalismo di Stato ad incrementare le sue aziende in Liguria, a rammodernare gli impianti portuali, ad investire nel sistema dei trasporti. Tale «fronte unitario» dovrebbe poi attuare, in collaborazione col capitalismo statale, una «gestione democratica», tramite enti locali e vari organismi, sindacati, ecc., della «programmazione ligure».
Facendo leva sulla difesa del posto di lavoro, che è un problema concreto per migliaia di operai respinti nell’esercito della disoccupazione, il «fronte unitario» conduce una serie di lotte secondo le linee opportunistiche e collaborazionisti che abbiamo citato. Insomma le lotte operaie sono condotte per obiettivi. estranei alla classe operaia stessa.
Noi riteniamo, invece, che la classe operaia deve condurre la sua lotta anticapitalista sempre laddove si manifesti una contraddizione, ma deve farlo in modo completamente autonomo per difendere i suoi interessi non solo storici ma anche immediati e per far sì che gli eventuali risultati della sua lotta vadano a suo vantaggio e non, come quasi sempre è accaduto, a vantaggio di altre classi o strati sociali, grandi o piccolo borghesi. Inquadrata in questa strategia, anche la lotta per la difesa del posto di lavoro e contro il pericolo di disoccupazione ha una funzione tattica ed è un momento di una lotta più generale. Per questa ragione, e non per ragioni «campanilistiche», noi interveniamo attivamente in questo tipo di lotte operaie.
Ma occorre che sia ben chiarito che non di «decadenza della Liguria» si tratta ma di «riconversione» del capitalismo in questa regione. Riconversione sia nell’industria pesante e manifatturiera che in quella dei trasporti; e come ogni «riconversione» capitalistica quella che avviene in Liguria tende ad alzare la produttività del lavoro e, per certi settori, a diminuire l’occupazione.
Come abbiamo visto, il capitalismo statale o privato destina e destinerà una quota notevole di investimenti anche nella zona ligure. L’organo della FIAT calcola che nel 1968-1970 si avrà «una disponibilità regionale di 10.278 miliardi e consumi pubblici e privati pari a 6578 miliardi». Gli investimenti «infrastrutturali», previsti nel quinquennio, ammontano a 1543 miliardi. Si tratta di una forte quota di investimento capitalistico che creerà un vera e propria moderna industria dei trasporti, organicamente inserita e fittamente collegata con i maggiori Centri produttivi del capitalismo italiano ed europeo. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un processo non di «decadenza» ma di «sviluppo» capitalistico, non di «mancanza» ma di «investimento» di capitali, non di «terziarizzazione» ma di «industrializzazione» dei trasporti.
Questo processo viene attuato sulla pelle della classe operaia, la quale, inquadrata nei «fronti unitari» che chiedono.» investimenti» di capitale statale, non ha possibilità e capacità di difesa e di iniziativa perché non ha una visione generale dell’attuale processo di sviluppo capitalistico ed è portata a lottare «localisticamente» ogni qual volta è colpita in una singola azienda, più o meno coinvolta nella «razionalizzazione».
Il risultato è che la classe operaia ligure paga per intero tutta questa fase di «ristrutturazione» industriale. In venti anni l’occupazione operaia nelle aziende industriali statali è scesa del 50% per un totale dl 20.000 lavoratori. La disoccupazione è aumentata notevolmente: si calcolano circa 18.000 edili disoccupati e circa 10.000 operai rischiano di perdere il posto nelle fabbriche. Inoltre su un previsto aumento di domanda per 100.000 posti nuovi, solo 20-30.000 saranno disponibili nel prossimo quinquennio. Si accumulano, quindi, tutta una serie di fattori sociali che possono fare della Liguria, proprio in una fase di «sviluppo» e non di «decadenza», una delle punte più avanzate della lotta operaia e della strategia rivoluzionaria.
Noi abbiamo sempre detto che il proletariato deve lottare per i suoi esclusivi interessi con i suoi tipici mezzi di lotta rivoluzionari. Non esistono, in una società borghese, industrie pubbliche «di tutti» da potenziare a scapito delle industrie monopolistiche dei privati: il capitalismo è un tutto unico sia nella sua forma statale che in quella privata. Lo stato, fascista o democratico, è sempre «l’espressione della classe dominante» che si deve distruggere e non riformare: solo la rivoluzione comunista e l’instaurazione della dittatura del proletariato possono risolvere i problemi di tutti gli operai.
La rivoluzione non è una attesa messianica delle barricate, ma un processo storico che si sostanzia in una lotta costante, quotidiana, che è insieme teorica, politica ed economica.
Questo lo ripetiamo a tutti quegli opportunisti che vogliono il capitalismo di stato, la democrazia, le alleanze progressiste e le riforme sociali.
Per giustificare questa linea politica essi devono stravolgere la realtà parlando di crisi nell’industria di Stato.
I più elementari principi marxisti ci insegnano che il capitalismo si sviluppa in modo caotico senza tener conto delle utopie piccolo-borghesi di coloro che vogliono razionalizzarlo. L’evoluzione di un settore economico si rileva dal volume degli investimenti e dei profitti, dai mercati conquistati e dalle previsioni per gli anni futuri. La produzione capitalistica non si fermerà certamente di fronte ai disagi dei «pendolari» genovesi e alle maestranze qualificate e disoccupate.
Solo degli incurabili piccolo-borghesi, incapaci di intendere e di volere marxisticamente possono meravigliarsi di ciò e vedere la crisi delle industrie nel calo dell’occupazione e nei trasferimenti di aziende, trascurando le cifre della produzione, dei profitti e degli investimenti.
Con questo si concede loro la buona fede, il che può anche essere vero per alcuni attivisti di base, ma non lo è certamente per quei burocrati piccolo-borghesi che usano la più sfrenata demagogia verso gli operai per potersi servire cinicamente della loro forza e collocarsi così in quegli innumerevoli organismi burocratici in cui si ramifica la società borghese democratica e dove giunge qualche fetta di plusvalore operaio.
Verso costoro il discorso deve essere un altro, deve essere il discorso di lotta e differenziazione più rigorosa da quei politicanti borghesi che si mascherano da socialisti e comunisti, e impestano il movimento operaio da decenni.

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