Giovanni Poggi – Le schede bianche e la crisi del parlamentarismo

Nelle elezioni parziali del 27 novembre si è ripetuto il fenomeno delle schede bianche: nei tre capoluoghi dove si è votato (Trieste, Ravenna e Massa Carrara) il numero dei suffragi andato disperso tra schede bianche e gruppi di protesta con liste locali è stato del 10%. Le 11.000 schede bianche di Trieste, la città che con Genova in ottobre ha espresso violenti moti spontanei di classe, hanno particolarmente allarmato il giornale della FIAT.
Nell’editoriale del 2 dicembre della «Stampa», Nicola Adelfi parla di sfiducia nel sistema e nei partiti, di pericolo che alle elezioni generali le schede bianche possano diventare una «valanga distruttrice»e di necessità per la «classe politica» di riprendere un contatto reale con il paese.
Già nei mesi scorsi, in occasione di altre consultazioni parziali, la borghesia aveva espresso la sua preoccupazione: migliaia di schede bianche vi erano state a Genova, a Firenze, a Bari è particolarmente a Roma. L’opportunismo per bocca dei più alti dirigenti del Pci e del Psi avevano deplorato l’accaduto, condannando aspramente e pubblicamente quei compagni che avevano ceduto alle sollecitazioni astensioniste dei soliti «gruppetti estranei al movimento operaio».
Questo è ormai chiaramente un sintomo di crisi del sistema: una crisi che investe tutta la sovrastruttura ideologica e politica della società capitalistica italiana. Il fatto stesso che la grande borghesia se ne preoccupi a tal punto da biasimare apertamente i corrotti politicanti, dimostra quanto questo colpo incida sulle strutture portanti del complesso edificio ideologico-politico-istituzionale dietro al quale si maschera la dittatura di classe del capitale.
Noi leninisti valutiamo tutte le componenti di questo aspetto della realtà politica italiana, non ci lasciamo entusiasmare e non prendiamo tutti i voti di protesta in blocco come fatto positivo. Noi sappiamo che sul loro numero incidono posizioni qualunquiste, tipicamente borghesi, e lotte di correnti e personalismi nei partiti, ma sa piamo anche che decine di migliaia di quelle schede bianche nei grandi centri sono schede operaie: astensionismo proletario che si pone, anche se confusamente e in modo disorganizzato, in una posizione avanzata della ripresa rivoluzionaria in Italia.
I militanti dei Gruppi Leninisti sono, da sempre, astensionisti, e propagandano l’astensionismo elettorale. Sappiamo di non essere i soli a dire questo: è bene però ricordare che, se la soluzione tattica contingente è identica anche per altre organizzazioni, non lo è però la motivazione politica, e la più ampia strategia storica in cui essa si colloca.
Così, assolutamente diverso è l’astensionismo anarchico di tipo individualista, e quello spontaneista che giunge a negare la funzione stessa del partito.

Diverso ancora è quello di tipo bordighista, che si riallaccia ad una più vasta concezione caratterizzata da un lato da una concezione metodologica ancora legata al meccanicismo positivista, dall’altro dalla eredità politica di tutta la tradizione del massimalismo italiano, ciò che la porta in fondo a ridursi poi al nullismo e alla liquidazione storica del partito nelle fasi più acute della controrivoluzione.
Le varie correnti filocinesi, infine, sostengono oggi l’astensionismo, ma non per delle valutazioni scientifiche, che si concretizzano in una linea politica alternativa al parlamentarismo, bensì semplicemente per delle considerazioni di carattere organizzativo: impossibilità tecnica di presentare dei candidati, cosa che si ripromettono di fare, però, nell’immediato futuro.
Noi leninisti non lottiamo contro il parlamentarismo per una questione di principio di tipo anarchico, nè possiamo più limitarci al problema della utilizzazione o meno della tribuna parlamentare a fini rivoluzionari.
Il parlamento non può più costituire una tribuna di denuncia per il socialismo, da quando il capitalismo, entrato nella sua fase imperialista, ha dato il via a quei fenomeni di imputridimento e di parassitismo che caratterizzano le istituzioni democratico – parlamentari attuali. L’involucro democratico-parlamentare del capitalismo è superato dalla stessa borghesia, che lo mantiene in vita per non creare inutili scosse nel sistema con la sua liquidazione, pur svuotandolo gradatamente di contenuto. Le grandi decisioni economiche e politiche vengono prese al di fuori dell’aula di Montecitorio: l’oligarchia finanziaria importa ed esporta capitali, concentra, fonde, vende i complessi industriali a livello internazionale o quanto meno europeo, indipendentemente da tutte le leggi antitrust delle commissioni parlamentari antimonopolio.
Di fronte a questa realtà diventa ridicola, se non fosse tragica, la farsa «democratica» degli opportunisti dei partiti cosiddetti operai, con le loro interpellanze parlamentari, le loro delegazioni dai ministri, le loro raccolte di firme per le leggi di iniziativa popolare per il disarmo della polizia o per la distruzione delle bombe atomiche. Tutto ciò non serve e non è mai servito a nulla, se non ad ingannare la classe operaia, e i marxisti e tutti gli operai coscienti lo sanno benissimo.
Quando parliamo di parassitismo, possiamo ricordare l’aumento degli stipendi ai parlamentari e le favolose liquidazioni degli alti burocrati dei vari enti previdenziali: questo non è un qualunquismo, nè moralismo, ma la dimostrazione, attraverso alcuni esempi più evidenti, della validità delle tesi leniniste dell’imputridimento causato dall’imperialismo, attraverso la concessione delle sue briciole, ricavate dai sovrapprofitti, ai piccoli borghesi, ai burocrati, agli opportunisti di tutti i colori.
I miti del parlamento, delle elezioni, della democrazia, devono crollare: questi miti, così forti, della borghesia e dell’opportunismo che tengono inchiodati alla loro condizione di schiavi salariati milioni di proletari, devono essere combattuti senza sosta dai leninisti, dall’avanguardia cosciente della classe. Questa è la via per ottenere l’autonomia ideologica, politica e organizzativa, l’unica base da cui può riprendere la spinta rivoluzionaria. Su questi punti dobbiamo distinguerci da ogni tipo di opportunismo, anche se ciò ci costa attualmente l’incomprensione di una parte della classe operaia; non possiamo transigere, poiché è su questa questione che, sempre, nella storia del socialismo, si sono separati i rivoluzionari dai controrivoluzionari: la teoria del partito e la teoria dello Stato.
Prima di concludere ancora due esempi tratti dalla cronaca recente:
Valletta, presidente della FIAT, e stato nominato dal Capo dello Stato, senatore a vita e pare che in Parlamento farà parte del PSU. A Bologna il Card. Lercaro è stato nominato dal sindaco «comunista» Fanti cittadino onorario della città più «rossa» d’Italia.
I due partiti opportunisti si rinfacciano a vicenda questi fatti, ironizzando sui loro giornali, ma tutto questo è fatto solo a fini puramente propagandistici ed elettorali: il PSU, ad onta del suo laicismo, collabora da anni col partito cattolico, manda i suoi dirigenti in visita al Papa e non accenna certo oggi a cambiare strada; il PCI, che sbraita verso i socialisti per Valletta, ha forse dimenticato le «benemerenze» acquistate dall’industriale torinese con l’accordo FIAT-URSS… o aspetta invece che gli venga conferito l’Ordine di Lenin?
A questo punto non resta che una conclusione: lavorare affinché le schede bianche diventino milioni, affinché l’astensionismo operaio sia cosciente, preciso, indirizzato in una organizzazione rivoluzionaria e possa diventare una forza storica poderosa.
Allora, la «valanga» che spaventa il giornale della FIAT sarà veramente distruttrice, demolirà ogni residuo della società borghese, ogni senatore à vita e ogni cittadino onorario: sarà la rivoluzione proletaria.

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