Giovanni Poggi – Ne’ Washington ne’ Pechino

In margine ad un processo: Ne’ Washington ne’ Pechino

Un episodio significativo è avvenuto a Milano: un gruppo di giovani radicali e filocinesi sono stati arrestati e processati per aver diffuso volantini contro l’imperialismo americano. Noi esprimiamo la nostra solidarietà verso questi giovani che si pongono anche se confusamente alcuni problemi di lotta all’imperialismo e al capitalismo. Critichiamo l’impostazione che al problema hanno dato gli opportunisti tendente a porre sullo stesso piano di difesa della libertà, e rispetto della legalità, il caso degli studenti del « Parini » e il caso dei volantini antimperialisti.

Nella vicenda del giornale dei liceali abbiamo assistito ad una lotta tra due correnti della borghesia: una frazione progressista, spregiudicata, alla « svedese » che vede i suoi figli, la futura classe dirigente, perseguiti, interrogati, visitati come criminali da una frazione della borghesia, superata, conservatrice che teme il nuovo anche quando viene dalla sua stessa classe.

Questi si pongono il problema di riformare, di migliorare il sistema borghese, mentre i filocinesi si contrappongono, almeno nelle intenzioni ad esso. E’ evidente il tentativo dei cosiddetti partiti operai di far rientrare nei binari consueti della a via democratica » la ribellione dei giovani di Milano contro l’imperialismo ma anche contro di loro. Non á caso alcuni sono stati fermati dalla polizia in seguito a tafferugli avvenuti ad un comizio di Ingrao. Scopertamente inoltre gli opportunisti tentano di strumentalizzare il fatto esaltando l’assoluzione al processo di prima istanza come « un successo di grande rilievo nella battaglia per il rispetto delle libertà costituzionali »(L’Unità, 31 marzo). Il fatto viene quindi presentato come una lotta della « democrazia» contro il « fascismo », della a pace » contro la « Guerra » per il consolidamento delle istituzioni nate dalla resistenza, per il consolidamento, insomma, della società borghese.

Noi non ci appelliamo alla legalità borghese, ma alla solidarietà proletaria; ed è proprio in ragione di questo nostro costume rivoluzionario che non ci possiamo esimere da fare alcune considerazioni sulle posizioni dei giovani filocinesi.

L’imperialismo è la fase di sviluppo del capitalismo in cui stiamo vivendo. Esso è internazionale così come il modo di produzione capitalistico, anzi lo è proprio in quanto è imperialismo, cioè ha superato i confini del mercato interno. Esiste un mercato mondiale capitalista, con dei prezzi espressi dalla concorrenza internazionale: in questo immenso mercato operano le spinte contrastanti degli Stati maturi imperialisticamente.

E’ lo scontro tra gli opposti imperialismi, che attraverso lotte, accordi sovranazionali, guerre e spartizioni di mercati, che si intrecciano spregiudicatamente, trasferisce la anarchia della produzione capitalistica a livello internazionale facendole assumere aspetti e drammaticità mondiali.

Questa situazione del capitalismo mondiale non si può sintetizzare soltanto nell’imperialismo americano, concentrando tutta l’attenzione e la propaganda contro di esso. Pur non sottovalutando affatto lo Stato di gran lunga più potente, si deve cogliere il nesso tra le diverse forze imperialistiche in lotta, per poter indicare una vera strategia rivoluzionaria al proletariato internazionale. Invece di affrontare tutto il problema marxisticamente, i filocinesi si limitano a fare una propaganda solo contro l’imperialismo americano, nel tentativo di essere « attuali » « di fare qualcosa subito ».

Si deve lottare contro tutto l’imperialismo mondiale; anche contro quello inglese, francese, tedesco o russo. E’ la dipendenza dalla Cina che non permette questo ai giovani di Milano. La politica di Stato cinese è la politica di una società organizzata secondo modi di produzione capitalistici, di un capitalismo di Stato. E’ nata da una rivoluzione populista e contadina, che ha gettato le basi per uno sviluppo del capitalismo nazionale, che entra necessariamente in conflitto con l’imperialismo americano in Asia.

Questi fatti storici e cioè: la rivoluzione democratico – borghese in Cina la creazione delle basi politiche é sociali per la formazione di un mercato interno in cui si liberano le forze produttive che sviluppandosi si scontrano con l’imperialismo, devono essere valutati positivamente dai marxisti, in quanto estendendo il capitalismo industriale formano masse di proletari e creano i presupposti economici e politici della rivoluzione internazionale.

La rivoluzione cinese avrebbe potuto essere, e tale era secondo la strategia leninista, una doppia rivoluzione: una rivoluzione in permanenza, in cui il partito comunista organizzando il proletariato urbano avrebbe potuto porsi alla testa del le masse contadine, portare a fondo le rivendicazioni democratico-borghesi, ed operare il salto qualitativo verso la rivoluzione socialista e la dittatura del proletariato. Il compito sarebbe stato facilitato dall’appoggio della Terza Internazionale, nata in funzione di questa strategia. La controrivoluzione staliniana indicò una strategia totalmente diversa, fece entrare il Partito Comunista Cinese nel Kuomintang diretto da Ciang Kai Scek; ciò condusse alle stragi di proletari a Canton e Shangai nel 1927. Il Partito Comunista, distrutto e vinto come partito operaio, divenne espressione della corrente populista e contadina di Mao Tse Tung. La Cina si avviò definitivamente verso la rivoluzione democratico-borghese, senza possibilità di andare oltre anzi senza arrivare neppure sino in fondo: per esempio l’unità nazionale non è completa. La Cina non è in grado di portare la guerra rivoluzionaria fuori dai suoi confini ed attaccare Formosa. Il risultato è che oggi la Cina non è, e non potrebbe essere, socialista.

Il socialismo non può esistere in un paese solo, perché il mercato mondiale è capitalista ed uno Stato entra con la sua produzione in questo mercato, ne è condizionato partecipa alla divisione internazionale del lavoro, adegua necessariamente la sua organizzazione sociale interna alle leggi della concorrenza internazionale, alle categorie economiche classiche del capitalismo: mercato, salari, prezzi, moneta, profitto, ecc. Poco importa a questo punto che la « proprietà » dei mezzi di produzione sia dello Stato invece che dei privati, il « possesso », cioè la facoltà di decisione per quanto riguarda il volume degli investimenti, della produzione e dei salari, sarà esercitato da una classe di tecnici, direttori di industrie burocrati, che costituiscono la classe borghese: la classe dominante.

La classe operaia non detiene il potere politico, è sfruttata, produce plusvalore. Ripetiamo: non può esistere socialismo in un Paese solo e tanto meno se questo Paese è economicamente arretrato, come la Russia del 1917 e la Cina del 1948. Lenin dichiarava apertamente che l’economia che si stava costruendo in Russia dopo la rivoluzione, era un’economia a capitalismo di Stato. Ciò che caratterizzava come rivoluzionaria la politica dell’URSS non era un’utopistica « costruzione del socialismo » inattuabile in quel momento e in quelle condizioni, bensì il potere politico del proletariato russo, la dittatura del proletariato che metteva a disposizione del movimento operaio internazionale il caposaldo sovietico, che dava la possibilità alla rivoluzione di estendersi a catena, dopo aver rotto « l’anello più debole ». IL partito bolscevico al potere promosse la formazione della Terza Internazionale che doveva effettivamente dirigere tutti i partiti comunisti, fossero essi all’opposizione come in Germania e in Italia o al potere come in Russia. La direzione del l’Internazionale Comunista secondo Lenin doveva ad un certo punto addirittura essere trasferita a Parigi o a Berlino, nel cuore della rivoluzione, nei Paesi capitalisticamente più avanzati (altro che « campagne del mondo contro città del mondo » dei « leninisti » cinesi, secondo la teoria di Lin Piao!).

Alla testa della rivoluzione mondiale c’era l’Internazionale Comunista, di cui il partito russo era una sezione nazionale: questo è l’internazionalismo marxista. Lo stalinismo fu controrivoluzionario, non tanto perché costruì il capitalismo di Stato in Russia ma perché invertì i termini nella politica internazionale: l’Internazionale Comunista divenne uno strumento della politica estera dell’URSS, della politica di Stato russa che si inseriva nella lotta imperialista alleandosi e combattendo ora con un gruppo ora con un altro.

Non a caso i filocinesi si proclamano stalinisti, come afferma il loro organo di stampa « Il Comunista » del gennaio-febbraio 1966: « Noi affermiamo che la direzione staliniana è stata una direzione leninista… noi riteniamo che, vivo Stalin, l’Unione Sovietica ha battuto coerentemente la via della edificazione socialista. Ha assolto fondamentalmente ai suoi doveri internazionalistici ha costituito il baluardo più sicuro contro l’offensiva fascista, ha potentemente contribuito alla maturazione del movimento comunista internazionale ». La Cina non potrebbe rinnegare quella politica che oggi essa stessa porta avanti, non potrebbe giustificare le sue molteplici prese di posizione verso gli U.S.A. e verso la Francia verso il Giappone e verso i piccoli dittatori africani che diventano « socialisti » solo perché sono antiamericani, se non rivendicasse per sé la funzione di Stato guida. Non si possono far risalire tutti i mali presenti del movimento operaio alla direzione di Krusciov e al XX congresso: questa non è una analisi marxista. Il « revisionismo » di Krusciov ed oggi di Kossighin, è il necessario completamento del periodo precedente.

La rivoluzione russa ha liberato le forze produttive dagli intralci dello zarismo, ha iniziato una nuova lotta tra le classi: tra la classe operaia e la borghesia. La sconfitta della rivoluzione internazionale dal 1919 al 1923 e la distruzione fisica del partito bolscevico hanno permesso la vittoria della corrente staliniana che esprimeva questa nuova classe borghese formatasi con la N.E.P La Russia arretrata divenne uno Stato industriale attraverso la politica di centralizzazione estrema di Stalin: questo è stato lo sviluppo del capitalismo di Stato in Russia, non la costruzione del socialismo. Raggiunta una maturità imperialistica il capitalismo russo ha bisogno di riorganizzarsi, di razionalizzarsi (il decentramento e le riforme di Liberman) di potenziare il mercato interno (il « comunismo del gulasch » di Krusciov) di avere rapporti commerciali internazionali più frequenti e tranquilli (la coesistenza pacifica). Questo è il « revisionismo », la tappa successiva allo a stalinismo » nello sviluppo del capitalismo russo. La Cina non può portare troppo a fondo la sua critica alla Russia, poiché sta attraversando una fase analoga a quella della industrializzazione degli anni ’30 in URSS.

La Cina sviluppa il capitalismo di Stato tale quale la Russia, soltanto ad un grado diverso: ieri, nei 1956 era l’ala destra del cosiddetto a campo socialista », oggi è l’ala sinistra, domani ritornerà alla destra secondo le necessità della sua economia. E i filocinesi italiani? Rimarranno di nuovo orfani? Essi devono liberarsi di quello che noi riteniamo un residuo della politica del PCI dove essi si sono formati: cioè liberarsi dal mito della massa e dello Stato guida. Si è leninisti oggi, se si ha il coraggio di ricominciare da capo, di ripristinare la scienza marxista nel proletariato di costruire un partito rivoluzionario senza sperare nell’aiuto di nessuno. La rinascita del movimento rivoluzionario internazionale deve basarsi oggi sulla scienza marxista, sulla realtà di lotta di centinaia di milioni di proletari nel mondo e sulla esperienza storica.

Per concludere: i giovani di Milano devono capire che il socialismo non si identifica con un maggior livellamento dei salari o con la giubba « spartana » di Mao-tse-tung. Devono rendersi conto anche che l’internazionalismo non è tale solo perché lo si proclama, ma perché lo si attua, creando una organizzazione internazionale a cui affidare i massimi poteri di direzione – questo non è l’obiettivo della Cina. Infine che l’imperialismo è un fenomeno economico e politico mondiale, molto complesso e contraddittorio, che si concretizza non solo nei bombardamenti del Vietnam, ma anche nell’acciaio tedesco o nel grano francese, indipendentemente dal fatto che l’acquirente sia la Cina Popolare.

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