Giovanni Poggi – Opportunismo filocinese

Come abbiamo più volte fatto rilevare, la politica di dipendenza dalla Cina, intesa come stato-guida del socialismo, è la causa prima di tutti gli sbandamenti e le crisi del movimento filo-cinese.
Queste contraddizioni sono destinate ad aumentare in futuro. Ormai il «filo-cinesismo» sta uscendo dalla fase massimalista e demagogica: il richiamo sentimentale ai vecchi miti dell’opportunismo di stile staliniano, rimasti vivi nell’animo di molti iscritti del PCI, nonostante la destalinizzazione, non basta per creare un movimento politico.
Ecco che allora le varie correnti si differenziano, per lo meno sul terreno tattico, precisano le loro posizioni teoriche, smascherandosi così apertamente come opportuniste e controrivoluzionarie. E’ il caso della corrente che fa capo al «Il Comunista» che nel numero 31 di marzo-aprile, nell’articolo di fondo «La nostra strategia» dichiarava:
…« Noi affermiamo che la vittoria della rivoluzione socialista in Italia passa attraverso la lotta antimperialista e che è possibile creare un vasto fronte di forze anche non proletarie disposte a battersi contro l’imperialismo degli Stati Uniti ed i suoi servi, sotto la guida della classe operaia e della sua avanguardia. Per le condizioni storiche dello sviluppo del capitalismo in Italia, Il nostro paese non è mai stato in grado di esprimere una borghesia nazionale che sapesse e potesse svincolarsi decisamente dalla dipendenza dallo straniero sul piano economico, finanziario, politico e militare.»
Le «forze non proletarie» di cui si ricerca l’alleanza sono gli «strati inferiori della borghesia urbana e rurale» (cioè la piccola borghesia tanto cara al PCI «revisionista» NdR.).
Inoltre, per meglio giustificare questa strategia, in un articolo delle pagine interne si dice:
«… Innanzi tutto la progressiva concentrazione monopolistica ha come inevitabile conseguenza il progressivo impoverimento della borghesia nazionale impoverimento che giungerà fino a ridurre il ceto delle classi borghesi più povere fino al sottoproletariato.. Essendo i monopoli lo strumento del capitale finanziario, in larga parte statunitense, sarà possibile per il proletariato averle alleate nella lotta antimperialista…».
Anche questa non è altro che la politica di alleanza antimonopolistiche del PCI: i filosovietici parlano di alleanza con strati borghesi contro gli «anti-democratici» monopoli per attuare la Costituzione e realizzare la via italiana al socialismo secondo i principi della coesistenza pacifica, i filocinesi dicono le stesse cose per creare un fronte nazionale antimperialista e trovare alleati alla Cina nella lotta contro gli Stati Uniti.
Le forme esteriori cambiano, ma identica è la sostanza della collaborazione di classe, della rinuncia ad una politica autonoma del proletariato in omaggio agli interessi nazionali di uno dei due Stati-guida del fantomatico «campo socialista».
Per noi, in un paese capitalistico avanzato come l’Italia, ogni politica di alleanza con strati e frazioni della borghesia contro altri, è una politica di collaborazione di classe, che subordina gli interessi del proletariato a quelli di altre classi, trasformandolo in massa di manovra nelle mani della piccola borghesia o del capitalismo di Stato.
I «teorici» del» Comunista per giustificare la loro linea politica, arrivano a distorcere la realtà e a presentare la borghesia italiana come incapace di svolgere un ruolo autonomo nella politica internazionale.
Questo è falso: l’Italia è uno dei dieci paesi imperialisti che si dividono il mercato mondiale, per alcune produzioni tra le più importanti è ai primi posti nella graduatoria internazionale, l’integrazione col capitale americano, tedesco o di altri paesi non è a senso unico, ma è accompagnata da esportazione di capitale italiano e dall’interscambio sempre crescente.
Non abbiamo qui la possibilità di presentare tabelle e dati statistici dettagliati (cosa che ci ripromettiamo di fare in uno dei prossimi numeri del giornale) ma per documentare ciò che abbiamo detto basterà ricordare l’accordo FIAT – URSS, o la lotta dell’ENI contro le «sette sorelle» del petrolio americano, o ancora la posizione di primo piano della Montedison, o la produzione di 12 milioni di tonnellate di acciaio dell’IRI, o infine la preminenza europea dell’industria italiana degli elettrodomestici, e i mercati internazionali conquistati dalla Olivetti, dalla Pirelli, dalla SNIA.
Insomma, l’Italia è un paese maturo imperialisticamente, e i «teorici» filocinesi fanno proprie le tesi borghesi e opportuniste sull’Italia arretrata e bisognosa di riforme. Queste tesi si basano su alcuni aspetti della realtà italiana, come la emigrazione e lo spopolamento delle campagne, la mancanza di aule scolastiche o di letti d’ospedale, ma tralasciano altri aspetti più importanti e rivelatori della tendenza di sviluppo del capitalismo e cioè la concentrazione e l’aumento della produzione nelle industrie fondamentali, l’esportazione di capitali e di merci in tutto il mondo.
Questo fenomeno è tipico del capitalismo, è nella natura stessa di questo modo di produzione: si concentrano capitali nell’industria chimica o petrolifera e si tralasciano gli investimenti nell’agricoltura o nei servizi pubblici. Ciò non deve meravigliare dei marxisti, che dall’analisi di questa anarchia sociale del capitalismo trovano le basi per la loro strategia rivoluzionaria. Anche nei ghetti negri di Los Angeles o di Chicago, nelle zone depresse dei monti Appalacchiani o del profondo Sud esiste la miseria, la disoccupazione, l’analfabetismo: e forse per questo gli Stati Uniti sono meno imperialisti? Certamente no! E’ per le leggi oggettive che regolano lo sviluppo di una società capitalistica che si innalzano poderosi grattacieli sopra le misere casupole dei negri di Haarlem, o degli emigrati di Milano, il che è solo un aspetto diverso dello stesso problema.
I borghesi, gli opportunisti del PCI e i filocinesi non sono marxisti e dimenticano, o fingono di dimenticare queste caratteristiche del capitalismo, chi per rinunciare ad ogni prospettiva rivoluzionaria e rivendicare riforme borghesi per correggere il sistema, chi usando ancora una certa fraseologia rivoluzionaria per trovare alleati allo Stato cinese in «nazioni, paesi e classi diverse, che hanno un nemico comune da accerchiare e distruggere: l’imperialismo degli USA».
In Italia, in Europa, in America da quasi un secolo, e ormai anche in diversi paesi di altri continenti, dall’Egitto all’India al Venezuela, si pone all’ordine del giorno senza altre tappe storiche intermedie la rottura violenta del sistema e la presa del potere: la dittatura del proletariato. Negare che questo sia compito fondamentale e unico del movimento comunista internazionale significa porsi al di fuori del solco rivoluzionario, significa strumentalizzare l’analisi della realtà, l’arma scientifica principale del marxismo, ai fini di uno schematismo teorico e strategico democratico-populista, espressione a sua volta degli interessi nazionali di uno Stato a struttura economica capitalistica statale: la Cina Popolare.
E’ dall’applicazione di un metodo d’analisi preciso e dalla conseguente conoscenza scientifica di una determinata realtà sociale che per un marxista deriva una strategia rivoluzionaria ed una organizzazione atta allo scopo.
Quando Marx, dalla parola d’ordine dell’appoggio alle rivoluzioni democratico-borghesi del 1848 passa a dichiarare, con la Comune di Parigi del 1871 l’inevitabilità ormai dello scontro diretto tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato lo fa in base all’analisi scientifica dello sviluppo del capitalismo e dei rapporti tra le classi in Europa.
Non diversamente si comporta Lenin quando nella rivoluzione del 1905 indica una «dittatura democratica degli operai e dei contadini», e in quella del 1917 esclusivamente una dittatura del proletariato.
Diversamente invece si comportano i filocinesi del «Comunista» che partono dai principi teorici e strategici maoisti della «guerra di popolo» ed arrivano a dipingere una falsa immagine della società italiana, che si possa adattare alla loro tattica. Questo è l’aspetto controrivoluzionario: il voler adattare l’Europa ad una strategia asiatica, il proletariato industriale ad una tattica propria dei contadini di un paese arretrato. In definitiva voler abbassare i compiti storici del proletariato dei paesi capitalistici più avanzati, che sono di direzione di una rivoluzione democratico-borghese come quella maoista che ha avuto il suo avvio proprio dalla strage del proletariato di Shanghai e Canton nel 1927.
Infine, sempre nel n. 34 del «Comunista» abbiamo ancora un chiaro esempio di questa politica: è la solidarietà che il giornale esprime verso i nazionalisti altoatesini condannati a Milano. Questo è un altro tentativo di creare ad arte problemi di nazionalismi e di autodeterminazioni per il proletariato in un’area, come l’Europa, dove simili questioni sono superate non solo per il proletariato, ma per la stessa borghesia che ragiona ormai da decenni in termini di Comunità Europea e di Comunità Atlantica.
Il nazionalismo è rimasto patrimonio di una frangia della piccola borghesia che, se è stata utilizzata dall’imperialismo europeo ad un certo grado del suo sviluppo  negli anni ’20 e ’30, durante la fase «fascista» della dittatura borghese, ora nella fase «democratica» di tale dittatura è stata definitivamente messa da parte.
Ed è appunto ai residui neonazisti pangermanisti che i «marxisti» del «Comunista» si sono ridotti a dare la loro solidarietà nel tentativo di creare nel proletariato una psicosi da «liberazione di Formosa».
Adesso, per concludere, di fronte al delinearsi ditali posizioni, è utile ripetere il nostro giudizio sui movimenti filocinesi: critica teorica e politica senza nessuna concessione, per denunciare l’opportunismo sotto qualunque forma esso si manifesti, e nello stesso tempo interesse e attesa per le manifestazioni di «filocinesismo» a livello di base. Noi dobbiamo tenere conto del fatto che strati, a volte anche considerevoli, di classe operaia, nel richiamarsi a parole d’ordine filocinesi esprimono una rivolta sincera contro l’opportunismo più apertamente riformista; lottano, in modo anche confuso, contro le sue manifestazioni più evidenti, dall’elettoralismo e parlamentarismo al pacifismo e alla democrazia, fino al piatto ed inetto riformismo sindacale.
Questi sono episodi nella lotta di classe che bisogna valutare positivamente, anche se in questo momento seguono, a causa dell’opera di diseducazione politica svolta per decenni dai partiti ufficiali del movimento operaio, direttive opportunistiche e sostanzialmente controrivoluzionarie.

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