G.P. – Il gollismo rappresenta gli interessi del grande capitale francese nella lotta per la suddivisione imperialistica del mercato internazionale

Il « neutralismo » di De Gaulle tanto osannato dall’URSS, dalla Cina e dai loro partiti satelliti dell’Europa Occidentale, si traduce per la classe operaia francese in maggiore sfruttamento e divisione. Solo un partito rivoluzionario può aiutare le masse proletarie a liberarsi dai miti nazionalistici che l’opportunismo, per la sua stessa natura, è incapace di controarrestare ed anzi può, in certe situazioni, avallare e diffondere.

Le ultime clamorose prese di posizione della Francia sul piano internazionale per quanto riguarda i problemi del MEC e la guerra nel Vietnam rendono necessario ribadire ancora una volta l’interpretazione marxista che noi diamo al fenomeno gollista e che si basa, non su semplici aspetti esteriori secondo l’uso opportunista, ma su un preciso metodo d’analisi scientifica. Bisogna innanzi tutto ricordare cosa rappresenta il gaullismo, che come ogni forma politica, non è che l’involucro Sovrastrutturale di una determinata struttura economica e sociale in movimento. Il potere del Generale esprime essenzialmente gli interessi del grande capitale, di quella grande borghesia francese che è proiettata nella lotta imperialista per la suddivisione del mercato mondiale, e poco importa se la politica gollista sacrifica gli interessi coloniali di una frazione della borghesia stessa (i « piedi neri »d’Algeria, per esempio) attuando un corso economico e finanziario a più ampio raggio che solo grandi concentrazioni nazionali e sovranazionali possono appunto sostenere.

La IV

Repubblica

Il parlamentarismo della IV repubblica era diventato uno strumento invecchiato incapace storicamente di risolvere i problemi che il nuovo assetto mondiale poneva alla Francia: dall’Indocina a Suez, dal MEC all’Algeria. Fu De Gaulle che trasformò attraverso gli accordi di Evian 11 guerra di Algeria da una sconfitta del colonialismo francese in una vittoria dell’imperialismo francese, anche se, con la creazione del nuovo Stato indipendente, la suddivisione e lo sfruttamento del mercato algerino vengono attuati in compartecipazione con l’imperialismo americano, russo ed anche italiano.

Vediamo ora quali mutamenti nei rapporti tra le classi si sono verificati in Francia negli otto anni di regime presidenziale. E’ stata portata molto avanti la politica di integrazione del movimento operaio nel sistema: i sindacati sono ingabbiati nelle commissioni per la programmazione, lo sciopero, anche se formalmente rispettato, viene sottoposto a forme di controllo che tengono presente l’« interesse nazionale » e il buon andamento dell’economia, si è infine frantumata ulteriormente l’unità oggettiva della classe operaia, allargando ancora il ventaglio delle qualifiche, degli scatti, dei premi aziendali. Ciò è dimostrato dalle cifre: negli otto anni considerati, per esempio, l’incremento annuo del livello di vita è così ripartito: 4,25% in più per i « quadri », cioè per i dirigenti, tecnici, managers: (la base del gollismo); 2,87% per gli operai, e se si tiene conto che questa media scende tra lo 0,2 e lo 0.4% per lo « smigard » (il manovale non specializzato) Si vedrà quale accrescimento vi è stato nella suddivisione di classe della società e quindi nello sfruttamento del proletariato. Nell’ambito dell’Europa, la politica gollista tende a valorizzare la propria economia nazionale, cercando di trasformare, attraverso facilitazioni doganali interne verso la concorrenza, i cinque paesi del MEC in un mercato preferenziale per i suoi surplus agricoli. La borghesia francese otterrebbe così una soluzione temporanea allo squilibrio, inevitabile in regime capitalista tra i due settori: industriale e agricolo, trasferendo tale contraddizione, attraverso gli accordi comunitari, sull’agricoltura tedesca o italiana.

Inoltre, sempre nell’ambito del MEC, la Francia favorisce la creazione di grandi concentrazioni economiche e la centralizzazione di investimenti e di produzione indispensabile alla tendenza imperialista dei gruppi più avanzati del capitalismo francese, in concorrenza con gli Stati Uniti o con gli altri imperialismi. E’ tale ripresa imperialista della vecchia Europa, alla cui testa vuole porsi la spinta più dinamica del capitalismo francese, che necessita di grandi investimenti e quindi di grandi trusts continentali.

Di qui nasce pure la politica di blando neutralismo e di critica verso gli USA che si concretizza nelle ultime iniziative verso L’URSS e verso il Nord Vietnam. La concorrenza tra imperialismo francese ed americano non porterà certo alla sconfitta di quest’ultimo, ma nonostante il susseguirsi di rivolte antifrancesi e filoamericane in Africa ( Alto Volta, Dahomey ecc. ) le iniziative francesi verso i paesi dell’Est europeo e verso il Sud-Est asiatico possono costringere l’imperialismo statunitense a venire a patti e compromessi.

PCF e PCI di fronte al gollismo

Vediamo ora quale è l’atteggiamento dei partiti comunisti filosovietici in Francia e in Italia verso il gollismo.

Innanzi tutto è da notare che essi non hanno mai dato una definizione scientifica del gollismo che facesse seguito ad una pur sommaria analisi marxista: e che non hanno mai voluto prendere una chiara posizione e neppure stimolare un metodo di analisi che, partendo dai contrasti di classe che hanno originato il gollismo, avrebbe portato forse troppo lontano: alla critica dei partiti opportunisti, appunto.

Secondo il PCF ed il PCI, De Gaulle inizialmente era « fascista », una facile etichetta che ha molta presa sulle masse, ml che oggi non significa nulla.

Comunque è sufficiente per sfruttare il sentimento antifascista del proletariato ed organizzare marce e cortei per difendere il parlamento, la costituzione, la democrazia: forme sorpassate della dittatura borghese, che la borghesia stessa mette da parte. Il partito rivoluzionario dovrebbe, in questa crisi, portare a fondo la distruzione dello stato preesistente e proporre, con la forza delle masse in movimento, una soluzione ancora più avanzata di quella gollista: la rivoluzione socialista. Gli opportunisti del PCF e della SFIO, invece, costringono il proletariato a lottare su una posizione di difesa, conservatrice, oggettivamente reazionaria, che vuol fare girare all’indietro la ruota del la storia.

Il “neutralismo” gollista

De Gaulle vince e, superata la fase di assestamento, inizia gradatamente la sua politica di sganciamento dagli Usa e di equidistanza; a questo punto, per il PCF e il PCI il « fascista » diventa « neutralista »campione della coesistenza pacifica. Tale tendenza si è accentuata negli ultimi tempi con i tentativi della Francia per reinserirsi in Indocina appoggiando il Vietnam del nord contro gli U.S.A., come dimostra la risposta del generale alla lettera di Ho Ci Min. L’apoteosi coesistenziale è iniziata poi dopo l’annuncio della visita di De Gaulle a Mosca nel prossimo giugno.

L’U.R.S.S. tenta di riprendere la iniziativa in Europa affiancando la Francia e le sue mire antiamericane, ed allora il viaggio a Mosca diventa: « un esempio tipico di realizzazione pratica dei principi di coesistenza pacifica ». Come commenta l’Isvetia, secondo il resoconto dell’Unità del 4-2 66: i buoni rapporti franco-sovietici, che hanno sempre giocato a favore degli « abitanti di quella grande casa che è l’Europa » saranno una garanzia per la sicurezza europea e contribuiranno « indubbiamente al benessere dei nostri due popoli » (lo « smigard »parigino vedrà finalmente cadere le barriere sociali! ) .

Gli opportunisti di casa nostra si adeguano come sempre alla politica estera dell’URSS, e sull’Unità del 6-2-1966 esce un articolo che ineffabilmente ci presenta De Gaulle come paladino della pace e dell’indipendenza europea contro le mire « guerrafondaie » degli USA e dei soliti « revanscisti di Bonn »… Almeno fino a quando non sarà Erhard ad andare a Mosca…. Naturalmente questo quadro serve per criticare la presa di posizione dell’Italia alla riunione del Lussemburgo, tendente ad isolare la Francia, perché: « Il risultato di un:. simile politica non esito nel definirlo disastroso ai fin; dell’unità europea » e quindi « il futuro governo italiano dovrebbe sforzarsi di ricucire al più presto i rapporti politici con la Francia dopo il Lussemburgo, riflettere seriamente sulla prospettiva offerta dalla linea di blando neutralismo cui Parigi accenna e rinunciare invece all’integrazione politica alla tedesca o all’americana »

(Unità 6 febbraio 1966). Il perché di queste prese di posizione contraddittorie lo si trova chiaramente negli interessi politici ed imperialistici del capitalismo di stato sovietico a cui i partiti pseudo-comunisti filo sovietici si sono sempre adeguati: dall’accordo Molotov-Ribbentropp, all’alleanza angloamericana e sovietica contro il nazismo, alla successiva rottura del dopoguerra, alla coesistenza Krusciov-Kennedy fino all’amicizia franco-sovietica.

Il gollismo e la Cina

Le correnti filocinesi non sono da meno però, come dimostrano proprio gli equilibrismi verso De Gaulle causati dagli scambi economici più o meno considerevoli tra Francia e Cina.

Questa è l’essenza dello stalinismo, che rimane tuttora, anche se l’uomo Stalin è stato buttato alle ortiche; e ciò sta a dimostrare, ancora una volta, come siano le classi e le loro spinte oggettive a fare la storia e non l’ambizione di un uomo. L’aspetto internazionale più significativo della controrivoluzione staliniana, negli anni ’30, fu appunto la trasformazione dell’Internazionale comunista da supremo organo dirigente della rivoluzione mondiale in uno strumento del ministero degli esteri dell’URSS, che all’interno stava consolidando le sue strutture capitalistiche statali. Questa strategia nazionalistica, che ha avuto in Stalin l’iniziatore, è continuata sotto Krusciov ed ora sotto Bresnev e Kossighin.

Mollet non cambia

Vediamo ora più da vicino la politica del PCF, e del PCI che l’appoggia, non ostante che tra le righe, a volte, voglia differenziarsi. Ciò è dimostrato dagli accordi CGIL-CGT, e da quelli PCI-PCF sugli operai italiani in Francia: « Il PCI raccomanderà ai suoi iscritti e militanti emigrati in Francia di iscriversi e militare nel PCF » (vedi Unità del 11-2-1966).

Il PCF porta avanti una strategia generale da mistificazione unitaria, che vuole mascherare la progressiva socialdemocratizzazione secondo il modello classico europeo, che si differenzia, nella forma, ma non nella sostanza, dall’opportunismo staliniano vecchia maniera. E’ in tale strategia che si colloca la collaborazione con la SFIO e Guy Mollet, e l’appoggio alla candidatura del radicale Mitterand: alleanza con forze borghesi, che difendono una politica borghese, dichiaratamente e senza concessioni alla demagogia opportunista.

Guy Mollet, questo socialdemocratico di destra, che dalle corrispondenze dell’Humanité e dell’Unità appare come una specie di figliuol prodigo rientrato nell’ovile di classe, in un’intervista televisiva del mese di gennaio, ad un giornalista, che gli chiedeva il suo giudizio di ministro, ai tempi delle repressioni di Suez e dell’Algeria, dichiarava: « Se fosse da rifare lo rifarei » (Le Monde del 26-1-1966). Rifarebbe il bombardamento di Port Said e le torture d’Algeri, nulla è cambiato nella politica di questo difensore del capitalismo, ma per gli opportunisti del PCF e del PCI l’alleanza con questi signori è la a via nazionale al socialismo » che salverà democrazia, repubblica e parlamento. E’ il PCF che si sposta sempre più scopertamente verso la socialdemocrazia classica, così come in Italia è il PCI che si sposta verso i socialisti non viceversa come la demagogia opportunista vorrebbe far credere alle masse.

Le simpatie golliste della Tass

Il risultato di questa politica di aperto abbandono di ogni residuo di marxismo-leninismo è il disarmo totale della classe operaia e la rinuncia ad ogni sua autonoma collocazione politica nello sviluppo della lotta di classe internazionale. Il movimento operaio diventa massa di manovra a rimorchio delle frazioni della borghesia che se ne servono nelle loro lotte interne. Ciò comporta confusione, sfiducia, apatia nella classe, che vede contraddette le sue istintive aspirazioni socialiste dai partiti in cui ancora crede: la dimostrazione pratica di ciò la si è avuta nelle elezioni presidenziali in Francia, quando molti tradizionali elettori comunisti hanno dato il loro suffragio al generale De Gaulle, frastornati dalle opposte demagogie propagandistiche del PCF « unitario » e dell’agenzia sovietica TASS che vedeva più favorevolmente una vittoria del gollismo.

Un ultimo, ma non meno grave, effetto dell’opportunismo sulla classe operaia francese ed internazionale, è l’accentuarsi del nazionalismo. Il proletariato è sempre vittima della propaganda della classe borghese, che investe della sua ideologia tutta la società: il nazionalismo e il socialpatriottismo, come il riformismo e la fiducia nello Stato di diritto e nelle sue istituzioni, sono le armi con cui la borghesia, attraverso l’opportunismo socialdemocratico, esercita la sua dittatura sul proletariato. La funzione storica dei partiti marxisti-leninisti è quella di distruggere questi miti tra le masse con la forza della scienza economica marxista e con la politica internazionalista: niente di tutto ciò viene fatto dai partiti comunisti ufficiali, filosovietici e filocinesi che siano, ma anzi viene da essi portata avanti la vecchia linea socialdemocratica dipinta con nuove frasi rivoluzionarie.


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