R. Gigante – I cosiddetti aiuti all’India sono un affare per il capitalismo


In un nostro precedente articolo dell’ottobre 1964 avevamo affrontato il problema della fame nel Terzo Mondo ed oggi a distanza di due anni, analizzando la fame dell’India, constatiamo che quanto da noi previsto si è puntualmente verificato che la filantropia dell’imperialismo mostra tutta la sua ipocrisia nel promuovere le « catene della solidarietà » aiutata anche in questo dai suoi sergenti maggiori del PCI e del PSI.

Scrivere oggi un articolo sulla fame nel Terzo Mondo significa rifare in forma allargata quello che è già stato fatto nell’articolo succitato e quindi anziché riaffrontare l’argomento, preferiamo rimandare i compagni che vogliono approfondirsi al libro della Luxemburg L’accumulazione del capitate e precisamente al capitolo XXVII intitolato « La lotta contro l’economia naturale ». Il capitolo spiega in forma dettagliata come lo sviluppo del capitalismo ha distrutto l’economia naturale in India, in Egitto e negli Stati Uniti, come ha « liberato » i lavoratori dal legame con la terra, come li ha trasformati in una massa impoverita e proletarizzata.

Oltre a questo c’è il capitolo XXIV del Capitale di Marx, la dove parla della carestia nella provincia di Orissa, dove, nel 1866 morirono di fame oltre un milione di indiani. Marx aggiunge che approfittando della situazione i dirigenti indiani di allora, in combutta con gli inglesi, si arricchirono enormemente con la speculazione sui generi alimentari, cosa che certamente sta succedendo anche oggi, giacche le sommosse dello scorso luglio a Bombay e nel Kerala ed oggi a Calcutta, non sono state originate dai decessi per inedia, ma dall’aumento dei prezzi dei viveri. Che ci sia una speculazione in corso, non vi è alcun dubbio, da una parte gli usurai che speculano direttamente sui prezzi, dall’altra parte i politici più scaltriti, che si interpongono come mediatori tra l’arrivo degli aiuti e la loro distribuzione. UNRRA e Pontificia Opera di Assistenza insegnano.

In India la ferocia dell’accumulazione primitiva e la maledizione del capitalismo mondiale, la divisione sociale del lavoro su scala mondiale e l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo hanno luogo con una intensità ed una violenza di cui l’accumulazione primitiva in Inghilterra è stata un pallido esempio. Un impiegato di banca prende 6.000 lire al mese, un direttore della stessa banca 4 milioni.

Lo stesso giorno in cui nel Bengala Occidentale si registrò la cifra record del 1964 di 5000 morti, il Partito del Congresso stava spendendo 150 milioni di lire per in trattenere i delegati alla Conferenza annuale.

Attraverso il progresso tecnico dei cui benefici si impossessa, la borghesia crea la sovrappopolazione e poi scaglia in faccia ai disoccupati l’accusa che essi stessi sono responsabili della propria miseria.

Questi problemi non hanno soluzione nell’ambito del sistema attuale, in quanto il processo di sviluppo capitalistico deve partorire miseria e fame per produrre ricchezza e progresso. Infatti la fame dell’India è figlia dell’imperialismo e della borghesia indiana.

E’ per questo che è necessario denunciare l’ipocrisia delle « filantropiche » catene di solidarietà e degli a aiuti ai paesi sottosviluppati ».

L’imperialismo e la stessa borghesia indiana fanno, con questi sistemi, lucrosi affari sulla pelle degli affamati indiani!

Delle speculazioni in atto in India abbiamo già detto, ma possiamo aggiungere altri fatti a sostegno della nostra tesi.

La Lloyd’s List del 21 febbraio 1966 annuncia:

« Un tono molto soddisfacente regna nel mercato marittimo di New York dovuto principalmente all’aumento della domanda di tonnellaggio per i trasporti di grano in India. Si sente il beneficio dell’affare indiano e le rate dei noli sono salite a 101/ per tonnellata ».

In Italia le industrie presso le quali vengono fatti gli acquisti per i rifornimenti all’India, fanno affari d’oro.

L’Espresso ha messo in evidenza il fatto che la Federconsorzi ha guadagnato parecchio vendendo allo Stato il grano per l’India!

Ma osserviamo con più attenzione l’atteggiamento statunitense.

Le notizie che vengono dagli USA dicono che il Piano di dodici anni del 1953 di aiuti ai Paesi sottosviluppati sta per scadere; che si è dimostrato poco redditizio per gli Stati Uniti i quali alla fine del 1964 avevano con la sola India un credito di 2 mila miliardi di lire e non sapevano come utilizzare questa somma che era costituita da fondi in rupie spendibili soltanto dentro al paese; che il presidente Johnson aveva presentato un nuovo progetto di legge di aiuti ai Paesi sottosviluppati articolato in maniera diversa; che tale progetto prevedeva invio di viveri per cinque anni, in conto corrente in dollari e che alla fine dei cinque anni il paese beneficiato doveva pagare gli aiuti in dollari e non più in moneta nazionale.

Cosi mentre in Italia si faceva la campagna per fare regali, negli Stati Uniti si faceva esattamente il contrario ossia si diceva « basta con i mezzi regali, se volete mangiare ci dovete pagare in dollari ».

Gli increduli sono pregati di controllare il Time del 18 febbraio – edizione atlantica pag. 17. Il messaggio del presidente comincia così:

« Propongo che gli Stati Uniti guidino il mondo in una lotta contro la fame… in questa lotta la chiave della vittoria è aiutarsi da sé stessi ».

Il che corrisponde ai due proverbi della borghesia « aiutati che il ciel ti aiuta » ed « ognuno per sé e Dio per tutti ».

Il problema dietro le parole di Johnson, sono le montagne di viveri immagazzinati e che non hanno compratori. Ecco alcune cifre a titolo di esempio:

286 milioni di quintali di grano per pane;

550 milioni di quintali di altri grani;

385 mila quintali di riso;

67 milioni di litri di latte evaporato.

Gli Stati Uniti sono la potenza capitalistica più sviluppata e avanzano questi progetti di legge in base alla loro esperienza (UNRRA Piano Marshall, Aiuti ai paesi sottosviluppati) .

Per tutto quanto detto, dare oggi le mille lire per l’India non risolve niente, anzi contribuisce a rafforzare quelle forze che stanno alla base di questo stato di cose, che stanno alla base della fame, della disoccupazione, della morte per inedia, dello sfruttamento.

I partiti riformisti, PCI compreso, dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il loro carattere controrivoluzionario quando non denunciano queste cose ma anzi si accodano ai proclami di « solidarietà » lanciati dal Vaticano e dalla borghesia italiana nella veste del Presidente della Repubblica.

I rivoluzionari, invece, fedeli all’insegnamento dell’Ottobre sovietico, dicono: solo la Rivoluzione socialista nelle metropoli imperialiste può dare una soluzione al problema della fame, può far saltare alle masse proletarie e contadine dei paesi sottosviluppati il doloroso processo dello sviluppo capitalistico.

Il compito di un comunista non è quello di accodarsi alle iniziative della borghesia che fa l’elemosina per mettersi a posto con la coscienza e per paura di quello che potrebbe accadere.

La società capitalistica è alle corde: quanto più predica l’aiuto ai nullatenenti, tanto più l’indebita; quanto più beneficenza fa; tanta più miseria sorge; quanto più desidera la pace, tanto più prepara la guerra; e quanto più si convince di essere eterna, tanto più è prossima a crepare.

Un comunista non sottoscrive né per gli affamati in India né per gli ospedali del Viet-Nam né per le tende dei disoccupati. Lavora per la rivoluzione proletaria unica salvezza di tutti i dannati della terra perché solo la dittatura del proletariato dei paesi avanzati sarà in grado di spazzar via i pregiudizi e l’oppressione della dittatura borghese.

Allora gli aiuti all’India cammineranno paralleli con l’abolizione della proprietà privata, con l’abolizione della produzione mercantile e con l’avvento della produzione socialista.

L’irrazionale farà posto al razionale, il sentimentalismo alla scienza e l’odio e l’antagonismo saranno finalmente soppiantati dalla fratellanza universale.

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