I mali della ricchezza USA

«Mali. della ricchezza agricola americana » è il titolo di un’articolo che abbiamo ripescato nella rivista « Relazioni Internazionali »dell’11 settembre 1965 mentre cercavamo i « mali della miseria indiana ».

Dice la rivista che una parte dell’umanità è affamata ma non è in grado di comperare il surplus agricolo americano. I donativi statunitensi « turbano il mercato internazionale (i concorrenti arrivano a parlare di dumping virtuale)».

La situazione è aggravata dal raccolto statunitense del 1965, « record assoluto » (cioè, aggiungiamo noi, la situazione è aggravata dall’aumento della a ricchezza ». Bella conclusione per un mondo, come è quello attuate capitalistico, che a parole dice di voler combattere la «miseria» mentre nei fatti è sconvolto se aumenta la sua a ricchezza »! ).

Nonostante vent’anni di politica agraria del governo statunitense tesa a ridurre la produzione, il 1965 ha dato un a gigantesco raccolto »: 1,4 miliardi di bushels di grano, 41 miliardi di bushels di mais, 120 milioni di tonnellate di fieno.

Detratti i consumi interni ed i donativi all’estero, il surplus depositato nei magazzini ha un ammontare di 7 miliardi di dollari, e per la sola manutenzione vengono spesi 360 milioni di dollari all’anno.

Non riuscendo a collocare il surplus sul mercato mondiale a prezzi remunerativi, l’agricoltura USA, dice « Relazioni Internazionali », è tenuta in piedi da un sistema macchinoso di prezzi politici.

Molti ne chiedono l’abolizione e la « riduzione di 20-30 milioni di ettari coltivati per stabilizzare i prezzi di mercato ». Freeman, ministro della agricoltura sostiene invece che « un ritorno al mercato libero significherebbe… un immediato disastro per l’agricoltura ». Le ripercussioni sarebbero:

a) il reddito delle aziende agricole si dimezzerebbe

b ) i valori fondiari scenderebbero del 25-30%

c) i prezzi del bestiame scenderebbe del 10-20%

d) fallirebbero 300.000 aziende dalla produzione lorda unitaria sui 20.000 dollari annui.

Anche con il sostegno dei prezzi agricoli 2 milioni e mezzo di agricoltori « non sono e non saranno in grado di gestire in attivo le loro aziende ».

Dobbiamo tenere conto che nel l’agricoltura statunitense è impiegato solo il 7% della popolazione attiva. Malgrado ciò la crisi agricola negli USA si presenta nella forma della sovrapproduzione, da un lato, e dalla sproporzione di produttività nei confronti dell’industria, dall’altro. La rivista commenta:

«… sono problemi molto seri; tanto seri che si afferma senza mezzi termini l’inesistenza di una soluzione. A lungo termine, non è detto che siano difficoltà meno gravi di quelle dell’agricoltura sovietica, nonostante l’America trabocchi di raccolti e l’URSS sia costretta a comprare cereali all’estero, laddove dovrebbe essere una grande esportatrice. In un certo senso si può dire che i problemi agricoli sovietici sono tali da alleviarsi col tempo, quelli americani da peggiorare ».

Il fatto che, aggiungiamo noi l’URSS non sia una grande esportatrice di cereali agisce come freno alla crisi agricola americana. Anzi siccome l’URSS rappresenta una forte domanda (assieme alla Cina) sul mercato dei cereali i paesi esportatori come gli USA, trovano ancora uno sbocco che permette di sostenere le loro strutture agricole Uno dei maggiori concorrenti degli Stati Uniti, l’Australia, ha venduto più della metà del suo raccolto di grano 1964-65 alla Cina e all’Unione Sovietica. Secondo l’ufficio governativo di statistica australiano il 39,8% del grano esportato è stato acquistato dalla Cina ed il 15,1% dall’URSS.

Anche il deficit cerealicolo dei paesi come l’India contribuisce a questo sostegno. Miseria e ricchezza intrecciano i loro « mali » in un unico nodo: il sistema di produzione capitalistico. Può sembrare paradossale ma è vero.

Di qui la conclusione senza risposta che si pone · Relazioni Internazionali»: « E’ davvero sconcertante constatare quanto seri sono i problemi posti dalla ricchezza e dalla modernità dell’agricoltura americana ».


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