Integrazione operaia o disintegrazione borghese

Da tempo si sta parlando anche in Italia della «integrazione» della classe operaia e a tale proposito sono state formulate le più disparate tesi ed ipotesi. Sono sorti addirittura gruppi che hanno come piattaforma esclusiva una intellettualistica teoria della «integrazione» operaia. Altri gruppi, particolarmente del P.S.I.U.P., hanno fatto di una «contestazione» non ben definita ad una ancor meno definita «integrazione» il cavallo di battaglia di una loro strategia sostanzialmente opportunistica e parlamentare.
E’ accaduto, infatti, che nella mistificazione ideologica che partiti e gruppi operano verso la classe operaia, una serie di termini siano stati assunti dalla sociologia borghese di derivazione anglosassone. Gli stessi uomini che per anni hanno adoperato i termini letterari del linguaggio togliattiano per esprimere una ideologia opportunistica e controrivoluzionaria si sono rivolti, quando si sono accorti che il «vecchio stile» sempre meno riusciva a coprire l’essenza della loro politica, all’arsenale ideologico e al linguaggio specializzato degli intellettuali borghesi americani. Ne è nato lo «stil nuovo» dell’opportunismo italiano in cui la parola «integrazione» c’entra in ogni verso.
Dire che la classe operaia è «integrata» è dire una cosa che non ha senso.
Cosa vuol dire «integrata»? Vuoi dire che la classe operaia fa parte del sistema capitalistico? Come se potesse esistere un sistema capitalistico senza rapporti di produzione in cui il salario è la parte determinante, fondamentale, qualificante! L’attuale sistema di produzione capitalistico esiste proprio perché ha «integrato» la forza lavoro nel processo di riproduzione allargata del capitale. Sotto questo aspetto la classe operaia esiste solo perché è «integrata».
Ma i teorici della «integrazione» sono incapaci di verificare questo elementare dato della realtà sociale scoperto dal marxismo, intenti come sono a ricercare le presunte «novità» che il «vecchio» Marx non aveva previsto. Finiscono con il rifugiarsi nel campo delle ideologie e delle sovrastrutture e lì scoprono finalmente l’integrazione. Da buoni ideologi, insomma, da buoni borghesi.
«Le idee dominanti in una società sono le idee della classe dominante», aveva già detto il «giovane» Marx. Ciò significa che anche sotto l’aspetto «ideologico» la classe operaia è «integrata» alle «idee dominanti» del capitalismo.
Dire che occorre impedire la «integrazione» della classe operaia significa rifiutare la concezione di Marx sul rapporto struttura economica-ideologica, significa ritenere che le idee siano indipendenti dalla formazione economico-sociale che le esprime, significa non riconoscere che la classe che domina la società nella sfera della produzione e nella sfera della distribuzione la domina anche nella sfera del pensiero. I teorici della «integrazione», da ideologi idealisti, credono invece che ci sia un mondo delle idee al di sopra del mondo della produzione. Rappresentano, essi stessi, il migliore esempio di ciò che negano, l’esempio migliore della più perfetta «integrazione» alla ideologia borghese cioè a quella ideologia che vuol fare credere agli uomini di essere quello che in realtà non sono. Poiché in fondo altro non sono, questi teorici, che gli ultimi epigoni della democrazia borghese, gli ultimi retori della «libertà individuale» e di tutti gli altri miti che infaticabilmente, da secoli, i pensatori della borghesia innalzano per nascondere una realtà in cui la cosa domina il soggetto, la merce il produttore, il capitale ogni rapporto tra uomo e uomo. Non si può impedire il divenire di qualcosa che c’è già. La cosiddetta «integrazione» non è altro che la società capitalistica. Per combatterla occorre, prima di tutto, conoscerla e non si può combatterla se le si concede qualcosa che non ha: la libertà di pensiero e la libertà di coscienza.
L’estensione dei rapporti mercantili a tutti gli aspetti dei rapporti tra uomo e uomo ha vanificato questi due miti e solo dal riconoscimento di questo fatto storico si può partire per risolvere il problema della libertà non più nei termini impossibili del singolo ma in quelli possibili della classe.
Non si può, quindi, impedire una «integrazione», se così vogliamo chiamarla, che c’è già. Si può, invece, provocare una «disintegrazione» della società borghese, si può lottare per scomporla nelle sue parti antagonistiche, nelle sue classi, nelle sue tensioni di classe, nei suoi violenti scontri sociali.
Questa è l’unica via possibile, l’unica via del partito leninista: la via della completa autonomia di classe.
L’inizio della «disintegrazione» della società borghese parte, questa volta sì, dalla coscienza dell’operaio, anche del singolo operaio. E la coscienza del singolo operaio non è il mito della coscienza, ma la conoscenza di sé stesso, la conoscenza della sua condizione e di ciò a cui lo ha ridotto il modo di produzione capitalistico. Nella misura in cui l’operaio conosce realmente sé stesso, la sua coscienza diventa una coscienza-conoscenza di classe. Nella misura in cui conosce tutti gli aspetti e tutti i rapporti della sua «integrazione» comprende che la sua condizione non è altro che la condizione della sua classe.
Lo strumento di questo processo di presa di coscienza e di inizio della «disintegrazione» della società borghese è l’organizzazione che realizza l’incontro tra la teoria e l’analisi marxista della realtà capitalistica e gli operai che la realtà stessa spinge a ribellarsi alla loro condizione di sfruttati.
La teoria marxista permette agli operai di conoscere sé stessi e gli operai, divenuti coscienti, danno forza alla teoria.
La scienza marxista più la forza degli operai coscienti: ecco il partito leninista, ecco la organizzazione scientifica e pratica, condotta giorno per giorno, della «disintegrazione» della società borghese.
Organizzare la «disintegrazione» del capitalismo, organizzare la diffusione della scienza marxista tra gli operai, organizzare le lotte operaie che giungono al livello della teoria, partire dal pensiero per raggiungere la prassi e risalire dalla pratica operaia di ogni giorno sino al programma comunista: ecco il modo concreto in cui mentre si forma il partito leninista operaio comincia a «disintegrarsi» la società borghese.
E’ questo l’unico modo dialettico e storicamente possibile per far sì che la formazione del partito rivoluzionario e l’attacco al capitalismo procedano contemporaneamente e si fondano in una unica prospettiva. Ogni operaio che acquisisce una coscienza marxista rappresenta una pietra di più all’edificio del partito ed una di meno a quello della borghesia.
Ecco ciò che conta. Tutto il resto sono chiacchiere, programmi verbali da intellettuali piccolo-borghesi o scuse per trovare nell’integrazione altrui un alibi per la propria inazione.
E ciò che conta è lavorare per la rivoluzione proletaria ogni giorno, sempre, in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione, operaio su operaio, militante su militante, gruppo su gruppo, con modestia ma con tenacia, con freddezza e con passione. Come ci ha insegnato Lenin, il grande maestro della «disintegrazione» rivoluzionaria. Lenin non andava a cercare i meccanismi della integrazione ma le sostanze infiammabili» della rivoluzione. I meccanismi della integrazione li aveva scoperti quando aveva letto il «Capitale» di Marx ed affermato che senza il partito la classe operaia resta ferma al tradeunionismo, cioè alla ideologia borghese.
Le «sostanze infiammabili» della rivoluzione le aveva, invece, scoperte nell’analisi scientifica e nella lotta per la costruzione del partito.
Su questa strada noi, leninisti d’Italia, proseguiamo il nostro lavoro.
C’è un intenso processo di socialdemocratizzazione che abbraccia larghe parti della classe operaia. Non è altro che il riflesso ideologico di un fenomeno che è già avvenuto nella realtà. Gli attuali partiti pseudo socialisti e pseudo comunisti, da perfetti organismi opportunistici, non fanno altro che adeguarvisi. Loro non hanno da salvare che la società borghese.
Per noi rivoluzionari la lotta contro la socialdemocratizzazione non è una lotta per salvare un movimento operaio non ancora socialdemocratico. Nelle due varianti del riformismo e del massimalismo il movimento operaio è sempre stato socialdemocratico. Quello che oggi viene definito «socialdemocratizzazione» è l’abbandono progressivo della demagogia massimalistica, il ricongiungersi, in modo aperto, del massimalismo al riformismo dichiarato.
E’ un’opera di demistificazione da parte dello stesso opportunismo e può essere utile al partito rivoluzionario a condizione che sappia agire leninisticamente, cioè che non si limiti a registrare il fatto ma intervenga in modo attivo per far esplodere tutte le contraddizioni che emergono. Se in Italia la socialdemocrazia ha avuto per molto tempo un aspetto massimalistico una ragione ci deve essere e questa deve essere ricercata nello sviluppo del capitalismo italiano stesso, nel suo ritardo, nei suoi squilibri.
Per questa ragione il massimalismo costituirà ancora per un certo periodo una delle ultime trincee di difesa dell’opportunismo. Il compito dei leninisti in Italia è di intervenire in questa contraddizione, è di smascherare la demagogia massimalista, è di liberare tutte quelle forze di classe che credono di agire per il socialismo mentre, nei fatti, l’opportunismo di ogni tinta le porta ad agire per la socialdemocrazia.

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