La classe operaia paga per tutti

Il proletariato se abbandona la via rivoluzionaria e segue l’inganno democratico si degrada a massa sociale senza forza, senza prospettiva, senza avvenire

A noi piacciono poco le commemorazioni perché pensiamo che non si possa vivere sulle glorie passate e che ogni nuova generazione di marxisti rivoluzionari debba imparare a costruire l’avvenire. Ma proprio per questo, proprio perché rappresentiamo le nuove generazioni rivoluzionarie, ci sentiamo tanto profondamente legati al passato della nostra classe e del movimento operaio da non sentire il bisogno di commemorarlo. Collegati al corso storico delle lotte di classe sentiamo, invece, la necessità di fare un bilancio.

Ottanta anni fa nasceva negli Stati Uniti, bagnato dal sangue generoso dei precursori, uno dei più grandi e nobili movimenti di emancipazione del proletariato. Nasceva il Movimento per le otto ore di lavoro. Nasceva sotto l’insegna del l’internazionalismo cioè di una nuova concezione universale che dichiarava apertamente la patria, la religione, il capitalismo, l’esercito nemici dell’umanità.

Con questi ideali semplici ed universali, non camuffati ma coraggiosamente proclamati il proletariato internazionale seppe trovare le forze, lo slancio, l’entusiasmo i martiri per scatenare una grossa battaglia e per vincerla. Le otto ore furono una conquista storica della classe, un segno di maturità, una prova della capacità rivoluzionaria del proletariato, una conferma che a l’emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi», come aveva detto Marx.

Tanti anni sono passati, guerre e rivoluzioni, dittature fasciste e riformismi socialdemocratici eppure il bilancio di classe ché possiamo fare non va più avanti di quella lontana conquista fatta sul le piazze insanguinate e non nelle cabine elettorali.

La classe operaia è, oggi, inquadrata in organizzazioni mastodontiche che hanno decine di migliaia di funzionari, che raccolgono milioni di voti, che eleggono centinaia di parlamentari eppure in questa società, all’Est é all’Ovest, la classe operaia non conta niente. Piazzata all’ultimo gradino della gerarchia sociale, lavora per tutti ed è sfruttata da tutti. Appena rialza la testa è subito schiacciata, appena reclama migliori condizioni di lavoro è subito tacitata appena tenta di rivendicare la sua autonomia viene definita dalle organizzazioni che dicono di rappresentarla, « settaria ». Il bilancio della « condizione operaia » non è mai stato negativo come quello attuale. Non può essere altrimenti. Quando il proletariato abbandona la via maestra della sua dignità rivoluzionaria per accontentarsi di ipotetiche e promesse riforme si degrada a massa sociale senza nerbo, senza scopi, senza avvenire. Quando il proletariato abbandona la sua autonomia ed il suo rigore di classe per blandire gli altri strati sociali credendo di ottenere qualcosa contingentemente si svirilizza, non ottiene niente è trattato a pesci in faccia. La grande borghesia, gli strati intermedi e parassiti, vedono il gigante che Si inginocchia, non ne hanno più timore, sanno che le sue reazioni sono timide, sporadiche, prontamente frenate dai partiti opportunisti.

La forza del proletariato è una sola: la sua organizzazione, il suo partito leninista la sua violenza rivoluzionaria, la sua dittatura, il suo « terrore rosso ». Il proletariato non ha i soldi la cultura l’astuzia, l’ipocrisia, la sofisticata capacità di corruzione delle altre classi. Esso ha solo la forza rivoluzionaria da impiegare in tutte le lotte di classe, anche nei periodi che non sono favorevoli alle rivoluzioni anche nei periodi controrivoluzionari come quello attuale.

E se abbandona questa forza, se si lascia convincere dai partiti che lo incanalano nelle « vie democratiche », se lascia cadere la sua preziosa arma esso è già sconfitto. Gli opportunisti ci rispondono che non si può fare la rivoluzione. Credono di avere dato chissà quale sentenza ed invece hanno messo a nudo la loro natura. Nessuno più di noi marxisti sa quando un momento è rivoluzionario o controrivoluzionario. Ma nessuno più di noi sa che quando il proletariato non è animato da uno spirito rivoluzionario e non ha la chiara prospettiva di giungere ad una soluzione violenta della sua condizione subalterna e sfruttata, non riesce ad ottenere neppure vittorie parziali e contingenti. Noi siamo contro il riformismo, ma crediamo alla necessità e alla possibilità di conquistare determinati obiettivi ancora prima della rivoluzione. Ma per ottenere queste conquiste contingenti che rafforzano il movimento operaio e gli danno coscienza della sua forza è indispensabile che vi sia la guida di un partito rivoluzionario e leninista, che sulla base di un rigoroso programma marxista prepari i suoi quadri infonda fiducia alle masse, le educhi al socialismo, le elevi ad una dignità e coscienza di classe.

Il bilancio della condizione operaia, invece, è il bilancio disastroso della mancanza di un partito leninista rivoluzionario. I partiti attuali che si proclamano socialisti hanno portato a fondo la loro parabola socialdemocratica all’ombra delle poltrone ministeriali. Il partito che si proclama comunista di comunista ha solo il nome ed è diventato un enorme carrozzone elettorale che tende le mani a tutti da Saragat a Montini, per entrare nelle stanze dei bottoni e dei bottoncini.

Intanto la classe operaia paga per tutti. Il mazziniano storico La Malfa ha stancato mezza Italia con le sue favole risorgimentali sulla politica dei redditi, ma si e sempre dimenticato di dire come è ripartita questa famosa « torta dei redditi». Lo facciamo noi prendendo proprio l’anno 1963, cioè quell’anno che, secondo gli apologeti del capitalismo ed i sociologiche scoprono il superamento di Marx nei loro poco pauperizzati stipendi, sarebbe stato l’anno delle « vacche grasse » per il proletariato.

Su un reddito nazionale netto di 24.339 miliardi di lire, i salari del settore privato (industria, agricoltura, servizi) hanno preso 10.040 miliardi. La Pubblica Amministrazione ( Stato, Enti Locali, Enti Previdenziali ecc.) ne ha presi di più: 10.387. Se si calcola che di questi 10.387 miliardi solo 1.989 sono andati ad investimenti, si vede subito in quale misura la classe operaia ha contribuito a mantenere uno Stato che è strumento di chi la sfrutta.

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