L’accordo sui licenziamenti: un esempio della integrazione del sindacato nella produzione capitalistica

Gli accordi sui licenziamenti collettivi ed individuali, firmati dalla C.G.I.L. e dagli altri sindacati con le associazioni padronali, sono stati presentati come una « Vittoria » della classe operaia.

Questo clamore propagandistico è stato accompagnato in Parlamento dalla presentazione da parte del PCI di un progetto di legge sulla « giusta causa del licenziamento ».

Cosa significa tutto ciò dal punto di vista della lotta della classe operaia? Che riflessi questi accordi e questo progetto di legge possono avere sulla situazione reale degli operai?

Ci limitiamo ad analizzare dei fatti e a definire cosa, nella loro essenza, rappresentano tali accordi.

Innanzitutto, negli accordi, è accettata di fatto la politica dei licenziamenti. Lo scopo degli accordi si limita a regolamentarla.

Accettare giuridicamente, da parte del sindacato, la regolamentazione della disciplina e del rapporto di lavoro significa assoggettare sempre più il proletariato allo Stato capitalista, attenuare l’antagonismo di classe, alimentare una nefasta « fiducia » nelle leggi.

Le leggi che regolano il rapporto di lavoro diventano infatti nella strategia degli opportunisti, una parte essenziale delle loro « riforme democratiche di struttura “, una rotella del loro meccanismo della « pianificazione democratica », in pratica « l’inserimento di rappresentanze operaie negli istituti statali ».

Da anni la CGIL, il PCI e PSI, per non parlare delle organizzazioni pubblicamente socialdemocratiche, si battono per questi fini.

Ad ogni loro pretesa vittoria ha corrisposto, di fatto, una sconfitta operaia.

Negli anni ’50 PCI, PSI e CGIL lanciarono la parola d’ordine del « riconoscimento giuridico delle Commissioni Interne », riconoscimento che avrebbe significato, da un lato, trasformare le C.I. in strumenti della regolamentazione statale e, dall’altro, avvilire il contratto collettivo di lavoro.

Nel 1962 fu celebrata la cosiddetta vittoria parlamentare della legge « erga omnes » che estende la validità a tutta la categoria del contratto nazionale.

In effetti il padronato non ha mai applicato la norma giuridica che prevede che se una categoria non ha un contratto collettivo vi si estende quello stipulato da una sola azienda.

Gli accordi attuali non Sono che una tappa di una politica che dura da vent’anni. All’articolo 1~ dell’accordo sui licenziamenti collettivi è detto:

« La direzione dell’azienda qualora ravvisi la necessità di attuare una riduzione del numero dei lavoratori per riduzione o per trasformazione di attività o di lavoro, ne darà preventiva comunicazione… ».

In tal modo i capitalisti possono operare licenziamenti adducendo motivi di riduzione e trasformazione di attività.

Noi marxisti sappiamo benissimo che la produzione capitalistica ha bisogno di forza-lavoro e che nessun capitalista riduce la sua attività per il gusto di ridurla. Ma ogni capitalista tende ad intensificare al massimo lo sfruttamento della forza-lavoro che compera sul mercato ad un determinato prezzo (salario) e questa intensificazione dello sfruttamento avviene attraverso un processo di trasformazione tecnologica.

La politica degli opportunisti si risolve, quindi, a predisporre la forza-lavoro ed il mercato della forza-lavoro a tale processo.

L’accordo sui licenziamenti collettivi e individuali e la legge sulla giusta causa rientrano nell’interesse della intera classe capitalistica anche se singoli capitalisti ó singoli settori capitalistici arretrati possono non comprendere una politica generale della loro classe, tesa a regolamentare il mercato della forza-lavoro in vista di determinati piani di investimenti.

Questi piani di investimenti sono, infine, determinati dalla situazione del mercato interno e dalla situazione del mercato internazionale, situazioni che portano al capitalismo italiano l’esigenza di produrre a determinati costi di produzione.

Coloro che, come i dirigenti della CGIL, parlano sempre di investimenti di capitali dimenticano, dimostrando così la loro ignoranza della teoria marxista, che gli investimenti di capitali comprendono capitale costante e capitale variabile, cioè materie prime-rnacchine e forza lavoro. Determinare un piano di investimenti significa, quindi, determinare un investimento di forza-lavoro. Gli accordi di ogni tipo che i capitalisti stabiliscono con i sindacati hanno questo fine di stabilizzazione della componente più mobile dell’investimento del capitale. Sotto questo aspetto, gli accordi sindacali possono essere paragonati ad accordi con fornitori di materie prime, per cui l’imprenditore capitalista tende a stipulare accordi di acquisto a prezzi stabili.

Gli accordi sui licenziamenti rappresentano, per i capitalisti una stabilizzazione della forza-lavoro. Sotto questa luce di classe debbono essere letti ! All’articolo 2 si sostiene che:

« Nel caso in cui l’azienda motivi il provvedimento come conseguenza di trasformazione o riorganizzazione tecnologica »la organizzazione sindacale concorda i licenziamenti con la controparte cioè, in altre parole, si adegua al piano aziendale di investimenti di capitale (costante e variabile), intervenendo, pertanto, nella sola parte che riguarda il capitale variabile.

Migliore dimostrazione del ruolo che viene a svolgere il sindacato come fattore necessario del processo di produzione capitalistico, è difficile trovarla, Proseguiamo nella dimostrazione della integrazione del sindacato nel sistema capitalista.

Tra l’altro viene accettato un tipico « criterio borghese » di giudizio dove, sempre nell’articolo 2, si dice:

« L’azienda tanto in caso di accordo come in caso di insuccesso della procedura conciliativa terrà conto della identificazione dei lavoratori da licenziarsi dei seguenti criteri in concorso tra loro: esigenze tecniche produttive, anzianità, carichi di famiglia. Cosa si nasconde dietro questa formulazione ?

1 ) Intanto che per ridimensionamento tecnologico l’azienda può licenziare operai.

2) Con il criterio delle « esigenze tecniche produttive » all’azienda è permesso di mantenere l’organico specializzato che le conviene e di licenziare i non specializzati, ed in ogni caso quegli operai specializzati che, per ragioni di mutate produzioni, vengono cacciati nell’esercito industriale di riserva.

3) Con il criterio del « ridimensionamento tecnologico »all’azienda è permesso di far valere mancate commesse di lavoro per giustificare i licenziamenti .

Noi, marxisti rivoluzionari, rovesciamo tutto il ragionamento dei riformisti.

E’ appunto l’alto grado di sviluppo tecnologico e produttivo che permette di affrontare una battaglia generale del proletariato tesa a realizzare l’obiettivo delle 36 ore di lavoro settimanale a parità di salario. In secondo luogo, i sindacati in nessun modo debbono scendere a concordare con i capitalisti la quantità ed i criteri discriminanti il licenziamento di proletari, ma affermare e ribadire il principio della solidarietà di classe attraverso la lotta, il principio che non c’è differenza tra operaio e operaio.

Infine, vediamo l’accordo sui licenziamenti individuali limitiamo a individuare un punto che caratterizza tutta la linea opportunista dei dirigenti sindacali Nell’art. 17 si dice:

« In caso di scarso rendimento l’azienda procederà ad una ammonizione scritta del lavoratore segnalandolo alla Commissione Interna che inviterà il lavoratore a normalizzare il proprio rendimento. Qualora l’Azienda, considerando che queste ammonizioni non abbiano sortito il loro effetto, proceda al licenziamento, si applicherà la procedura di cui al presente accordo ». I valletti della borghesia e del capitalismo le forniscono l’arma più micidiale contro il proletariato.

Il capitalismo è giunto ad uniformare la forza-lavoro nei ritmi e nei tempi di produzione stabiliti, in modo che l’operaio è costretto a produrre uniformemente la stessa quantità e qualità di merce nell’unità di tempo uniforme. Concedere all’azienda capitalistica il criterio di scarso rendimento significa, oggettivamente, permetterle una maggiore intensificazione dei ritmi di lavoro non sul singolo operaio ma nell’intero processo di produzione.

I dirigenti sindacali, gli opportunisti di ogni risma, che dicono di rappresentare il proletariato ed hanno la spudoratezza di proclamarsi marxisti hanno persino dimenticato una delle più belle pagine di Marx in cui si dice che la produzione capitalista è il risultato del lavoro sociale, cioè è una produzione sociale e collettiva della forza-lavoro. Il sistema di produzione capitalistico, dice l’insegnamento di Marx, annulla il lavoro individuale e crea un lavoro sociale in cui le singole capacità individuali sono livellate, in cui la forza di un singolo operaio compensa la debolezza dell’altro.

Questo insegnamento. che ogni operaio conosce perché lo vive, non suona più all’orecchio ovattato dei burocrati intenti dietro le loro scrivanie a firmare accordi sulle spalle del proletariato .


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