Lenin e la politica estera

Pubblichiamo due contributi su un particolare aspetto delle attività di Lenin che è organicamente collegato alla strategia rivoluzionaria dell’Ottobre: la politica estera del governo bolscevico. Come dice giustamente Cicerin, la Repubblica dei Soviet aveva adottato una politica estera che ” ancora più della sua stessa politica interna ” si differenziava da quella degli Stati borghesi.
Tale politica estera ” di tipo molto particolare ” è uno di quei ” principi ispiratori ” formulati ed applicati da Lenin, di cui parla Cicerin.
Per Lenin la politica estera della rivoluzione russa, che nel suo pensiero non era altro che l’inizio della rivoluzione internazionale, doveva dimostrare la sua natura proprio nel campo dei rapporti internazionali, nei rapporti con le classi internazionali, nei rapporti con gli Stati che di queste erano l’espressione.
Se nel campo della politica interna la dittatura del proletariato incontrava degli ostacoli oggettivi e insormontabili nell’applicazione del suo programma, nel campo della politica estera doveva invece svilupparsi secondo i ” principi ispiratori ” della rivoluzione proletaria. Lenin ha spesse volte ribadito che il programma teorico e politico della Rivoluzione d’Ottobre, proprio per la sua natura internazionalistica, aveva raggiunto il suo massimo sviluppo nella politica internazionale. Nelle sue considerazioni strategiche del 1923, nel suo ultimo importantissimo scritto teorico-politico, il bilancio dell’esperienza di quasi sette anni di rivoluzione trova un solo punto completamente positivo, quello della politica estera; trova un solo apparato completamente sovietico, quello del Commissariato degli Esteri, verso il quale, non a caso, erano state convogliate le maggiori e migliori energie del partito a scapito di altri settori i quali, ricorda Lenin, erano rimasti ancora in mano purtroppo alla burocrazia zarista. Questo enorme sforzo del partito verso la politica internazionale può essere considerato senz’altro uno degli altri ” principi ispiratori ” della politica estera leninista. Ed è proprio in questo settore che la rivoluzione sovietica trova il massimo attacco all’imperialismo. Se la rivoluzione si fosse chiusa in se stessa, se si fosse limitata ad una serie di misure economiche interne, dall’organizzazione delle industrie alla nazionalizzazione delle terre, se il suo attacco di classe si fosse concentrato esclusivamente all’esproprio della borghesia russa, la borghesia internazionale non si sarebbe certamente mobilitata per parare un colpo, che, in fondo, restava ancora periferico e internazionalmente controllabile. La borghesia internazionale si mosse, invece, sullo stesso terreno in cui si mosse l’Ottobre e rispose alla ” sfida internazionale ” del Partito. Comprese strategicamente che da quella parte le sarebbe stato sferrato il colpo mortale. Oggi, a distanza di cinquant’anni, possiamo constatare come la borghesia mondiale comprese meglio del proletariato, succube ancora di visioni nazionali, la effettiva portata storica dei ” principi ispiratori ” della politica di Lenin , cioè di una politica che capovolgeva tutti i canoni tradizionali della diplomazia e faceva di uno stato rivoluzionario un potente strumento della lotta di classe nel mondo. La controrivoluzione, forte di questa ” coscienza “, sferra l’attacco per ” isolare ” la Russia rivoluzionaria. Su questo fronte vince; la rivoluzione si chiude in se stessa, diventa il ” socialismo in un solo paese “, diventa la controrivoluzione interna staliniana.
La politica estera dell’URSS, rinnegherà, come in tutti gli altri campi i ” principi ispiratori ” di Lenin e diventerà una politica estera di tipo tradizionale che di ” particolare ” non ha più nemmeno le forme. Lo scritto di Cicerin illustra alcuni momenti ” tattici ” della strategia di Lenin, momenti che non possono essere compresi se non tenendo presenti, come lo stesso autore ammonisce, ma non illustra, le linee fondamentali della concezione leninista, gli obiettivi della rivoluzione internazionale che perseguiva, l’analisi scientifica della situazione mondiale che li ispirava. Nel suo scritto ” Lenin e la Rivoluzione Cinese ” il compagno Cervetto illustra i criteri di quella che definisce la ” scienza della politica estera di Lenin “. Non possiamo non rimandare a quella lettura, anche per una più completa lettura di Cicerin e di Narimanov.
Giorgio V. Cicerin (1872-1936) militò sino al 1917 nella corrente menscevica. Durante la guerra fece parte della frazione menscevica-internazionalista e aderì al bolscevismo nel 1917. Rientrato in Russia nel 1918 assunse la carica di Commissario agli affari Esteri che conservò fino al 1930.
Nariman Narimanov (1871-1925) partecipò nell’Azerbaidjan al gruppo ” Gummet ” affiliato all’organizzazione bolscevica di Baku. Nel 1919 diresse la sezione del Medio Oriente nel Commissariato degli Affari Esteri. Gli scritti che traduciamo furono pubblicati originariamente nel 1924.
CICERIN: LA POLITICA ESTERA DI LENIN

Non è ancora venuto il momento di esporre in modo sistematico la politica estera di Vladimir Ilic. Tutto il mondo riconosce ormai che la Repubblica dei Soviet ha adottato una politica estera di tipo molto particolare, che, ancora più della sua stessa politica interna, si differenzia nettamente a causa della sua novità da quella degli altri Stati.
Prima della Rivoluzione d’Ottobre nessuno aveva cercato di definire un programma per la politica estera di uno Stato socialista circondato da Stati capitalistici. Neanche Vladimir Ilic, d’altra parte, ha mai esposto in modo sistematico la politica estera del governo sovietico nel suo insieme. Ne teneva però sempre presenti i principi ispiratori e li applicava agli innumerevoli casi concreti; formulava solo certe concezioni essenziali, per di più sotto forma generalizzata.
Per sistematizzare i fatti della nostra politica estera, quale si presentava a Lenin in quel momento in cui se ne occupava, è necessario attendere che tutti i documenti siano riuniti e che un gran numero di problemi attuali all’epoca, passino a far parte della storia.
Finché Lenin prendeva parte attiva alla vita dello Stato, in tutti i suoi dettagli, le mie funzioni mi obbligavano ad essere costantemente in rapporto con lui. Durante i primi anni di vita della nostra repubblica, noi avevamo tutti i giorni dei colloqui telefonici, a volte molto lunghi; inoltre ci incontravamo per esaminare nei dettagli gli affari diplomatici di una certa importanza. Lenin andava subito al fondo di ogni questione, dandole la più ampia interpretazione politica. Faceva sempre una brillante analisi della situazione diplomatica e i suoi consigli, il testo stesso della risposta ad un governo, potevano servire come esempio di diplomazia e di cautela. Il mio primo contatto con Lenin nel campo della politica estera risale all’epoca dei dibattiti suscitati dall’ultimatum tedesco. Era molto difficile per tutti noi distaccarci dalle vecchie vedute di un partito rivoluzionario clandestino per passare al realismo politico di un governo investito di piena autorità. Compresi tuttavia che essa era inevitabile e partii per Brest Litovsk.
Vicino a Pskov dovemmo fermarci quasi tutta una giornata, dato che il nostro treno non poteva proseguire oltre. Ricevemmo allora un telegramma di Lenin:” E’ inammissibile esitare “. Rispondemmo che eravamo trattenuti nostro malgrado e che ci saremmo rimessi in viaggio appena possibile.
Il realismo politico di Lenin ci risparmiò molti errori che altri compagni, più impressionabili, avrebbero commesso.
Benché la pace di Brest fosse stata firmata, le truppe tedesche non tenevano conto alcuno delle linee di demarcazione e continuavano ad avanzare soprattutto in Ucraina. L’intervento di Lenin permise di prevenire certi atti dovuti al panico o alla disperazione. Dietro sua raccomandazione, il nostro governo si rivolse al governo tedesco per segnalargli la situazione intollerabile che si era creata e per proporgli nuove trattative; queste ultime sfociarono nel mese d’agosto nella firma di un accordo supplementare che permise di iniziare l’evacuazione delle regioni occupate dai tedeschi. Lenin seguiva attentamente le peripezie delle trattative, ricorrendo di volta in volta alle concessioni opportune e alla fermezza, quando era necessario porre fine alle esigenze eccessive della parte avversa. La presenza a Mosca, capitale rivoluzionaria, del conte di Mirbach che rappresentava la monarchia militare tedesca, generava a volte delle situazioni molto delicate. Vladimir Ilic trovava sempre il modo di uscirne, dando così prova di quello stesso realismo politico che gli aveva suggerito la firma del trattato di Brest. Se non dimenticava mai la gravità della nostra situazione e la necessità di concessioni, egli poneva però molta attenzione a che la dignità del nostro stato fosse sempre rispettata. “Questa rivendicazione è assurda; non dobbiamo soddisfarla “, dichiarava a volte. Il momento più critico fu quando il conte di Mirbach venne assassinato, dato che ci si poteva attendere l’offensiva immediata del partito militare tedesco. Ebbi a questo proposito parecchi incontri con Vladimir Ilic. Egli diede un giudizio molto giusto sulle difficoltà in cui sarebbe incorsa la Germania se ci avesse attaccato, e rigettò quindi la rivendicazione del governo tedesco che pretendeva di introdurre a Mosca un distaccamento armato. Vladimir Ilic attese nella calma più assoluta la reazione alla nostra risposta: la sua intuizione non lo aveva ingannato perché il compromesso ottenuto confermò le sue conclusioni.
Nel mese di agosto l’Intesa era già praticamente in guerra con noi; essa aveva occupato Arcangelo e spingeva verso il Sud, servendosi all’Est dei Cecoslovacchi; nel Sud, essa stimolava la avanzata dell’ ” esercito dei volontari ” di Alexeev. In queste condizioni Vladimir Ilic cercò di sfruttare l’antagonismo tra le due coalizioni imperialistiche per indebolire l’Intesa.
A quell’epoca la nostra azione diplomatica a Berlino si sforzava soprattutto di interessare gli uomini d’affari ad una collaborazione economica con la Repubblica dei Soviet. Il compagno Ioffe, che adempiva brillantemente a questo compito, faceva loro osservare che la Russia, una volta trasformata in deserto come l’Ucraina, li priverebbe dei vantaggi che avrebbero potuto dar loro dei rapporti economici col paese rinnovato.
In quell’occasione Vladimir Ilic formulò per la prima volta il suo piano consistente nell’attirare il capitale straniero accordandogli importanti concessioni. Dopo parecchi incontri che noi avemmo a questo proposito, il piano, definitivamente stabilito dal compagno Bronski, se non mi sbaglio, fu sottoposto contemporaneamente al governo tedesco e al nostro amico americano, il colonnello Raymond Robins, che lo portò in America.
Le difficoltà inaudite di questo primo passo erano generate da un lato dalla pressione dell’imperialismo tedesco, dall’altro dall’Intesa sempre più esigente. Io mi ricordo la visita dei rappresentanti di quest’ultima a proposito dell’occupazione di Vladivostoc da parte dei Giapponesi. Vladimir Ilic mi suggerì in dettaglio il modo mezzo diplomatico e mezzo sarcastico di rispondere alla dichiarazione ipocrita dell’Intesa che iniziava allora il suo intervento.
La nostra più grande preoccupazione consisteva allora nell’aggiornare le misure che essa contava di prendere contro di noi e nel prolungare al massimo la tregua. I miei reiterati tentativi di concludere un accordo con l’Intesa potevano, anche in caso di fallimento, ritardare la rottura.
Nei nostri colloqui telefonici, Lenin mi dava consigli molto precisi che testimoniavano una grande cautela ed una maestria nel parare i colpi dell’avversario. Egli sapeva attenuare i conflitti più gravi. Ad esempio noi esigevamo il richiamo dell’ambasciatore francese Noulens che aveva rilasciato una intervista alla stampa sul futuro intervento.
Noi avevamo dichiarato di non considerarlo più come persona grata e l’avevamo privato del diritto di corrispondenza e di altri privilegi. Ma agendo così noi rischiavamo di compromettere la tregua che ci era costata tanti sforzi, così Lenin intervenne per far cessare le rappresaglie.
Fu ugualmente in seguito ai miei colloqui con Lenin che io incontrai il generale Lavergne capo della Missione militare francese; il nostro lungo incontro restò però senza risultato. La Francia che impegnava le sue forze in un corpo a corpo decisivo, voleva a tutti i costi ristabilire il fronte orientale della Germania; i miei tentativi di far comprendere a Lavergne e agli altri rappresentanti dell’Intesa l’impossibilità in cui noi ci trovavamo di riprendere la lotta, non ebbero altro effetto che di raddoppiare i loro sforzi in vista di ricreare questo fronte, fosse anche contro la nostra volontà. Lenin mi spiegava l’importanza che aveva per la Francia la politica militare continentale.
Soprattutto mi ricordo l’interesse di Vladimir Ilic per la visita del conte di Lubersac. I primi embrioni dell’armata popolare russa, cioè dell’armata rossa, entusiasmavano questo giovane ufficiale francese.
Nello stesso tempo Lenin apprezzava nel suo giusto valore il ruolo dell’Inghilterra nell’arena mondiale, seguiva attentamente i tentativi che noi facevamo per intenderci con essa attraverso la mediazione di Lockart, che era stato mandato soprattutto a questo scopo; ad un dato momento l’accordo ci sembrò possibile, sino alla rivolta dei Cecoslovacchi, quando la politica inglese si era ormai impegnata sulla via dell’intervento attivo. Vladimir Ilic mi disse un giorno che l’Inghilterra avrebbe cercato di intendersi a turno con tutto il mondo contro di noi. Secondo me essa era abbastanza abile per voler intendersi anche con noi. ” Si, ma noi saremo gli ultimi “, fu la risposta.
All’attacco dichiarato dall’Intesa, attacco che essa rafforzava attraverso un lavoro di isolamento e di tentativi di provocare rivolte all’interno del nostro paese, Vladimir Ilic credette necessario rispondere con parecchi colpi violenti. Secondo lui la cautela era superflua in momenti simili ed era necessario usare la forza. Ciononostante Vladimir Ilic si preoccupava di prevenire le complicazioni superflue.
Ad esempio noi avevamo convinto gli ambasciatori dell’Intesa che si trovavano a Vologda a partire, invitandoli subito a Mosca. Dal momento che essi non volevano venirci, lasciarono la Russia, ma, grazie alla nostra condotta, la loro partenza avvenne in modo corretto, il che facilitò in seguito i nostri rapporti con gli Stati che essi rappresentavano.
(continua a pag. 4)

(segue da pag. 3)

In piena crisi dei nostri rapporti con l’Intesa, Vladimir Ilic insistette perché le fossero inviate le nostre prime proposte di pace. Innanzitutto era necessario informarsi su quello che desiderava in fin dei conti l’Inghilterra. Rivolgemmo a questo fine una domanda tramite la mediazione dell’ambasciatore americano Poole. Fatto questo inviammo le nostre proposte ufficiali tramite il segretario della missione norvegese Christiansen, che ci dimostrava dell’amicizia. L’Intesa esigeva in quel momento che le truppe tedesche restassero sul posto sino all’arrivo delle forze alleate, per trasmettere il potere a queste ultime. La Repubblica tedesca accettò, prendendo così una parte attiva ai preparativi dell’intervento contro il nostro paese. Tale era la politica di Haase e di Kautsky. Ma i soldati tedeschi, senza tener conto degli ordini dei loro capi, se ne ritornarono alle loro case. Nella misura in cui le truppe tedesche si ritiravano, i territori liberati erano costituiti in repubbliche sovietiche. Fu allora che il programma nazionale di Lenin iniziò ad attuarsi. Questo programma influenzò i nostri stessi avversari che non sapevano più se fosse necessario sostenere la Russia delle guardie bianche, ” una e indivisibile “, o i movimenti controrivoluzionari delle minoranze nazionali. Questa contraddizione propria della politica dell’Intesa e soprattutto della politica francese, risultò funesta per i nostri nemici.

Durante tutta la durata dell’intervento, Lenin insistette affinché noi indirizzassimo ai nostri avversari delle proposte di pace. Lungi dal temere che un tale gesto potesse essere interpretato come una dimostrazione di debolezza, egli riteneva al contrario che questo fosse uno dei mezzi migliori per esercitare una pressione sull’interventismo bellicista nei paesi dell’Intesa. Egli sosteneva anche la necessità di far appello agli interessi economici degli Alleati; questa idea divenne in seguito essenziale per la politica estera di VIadimir Ilic e si sviluppò sempre più. La nostra nota del 4 febbraio 1919, debitamente dibattuta con Lenin, annunciava l’intenzione di pagare i nostri debiti senza precisare però i mezzi
con cui noi pensavamo di attuare tale proposito e proponeva agli Alleati il sistema delle concessioni. Questo programma fu più tardi sviluppato nelle nostre proposte trasmesse all’emissario americano Bullit. Ogni parola di quel documento era stata messa da Lenin; vi si fissavano anche i dettagli per la accettazione. Vladimir Ilic diceva: ” Se essi non acconsentono adesso, le nostre condizioni non saranno più così vantaggiose un’altra volta “.
Qualche mese più tardi, dopo la formazione alle nostre frontiere di repubbliche borghesi, i Paesi Baltici e la Finlandia, Lenin inaugurò nei nostri rapporti con esse, una politica di pace e di amicizia. L’Estonia fu la prima a firmare l’armistizio, poi il trattato di pace. Anche qui Lenin accordò tutta la sua attenzione alle trattative, vinse la inutile resistenza e fece delle considerevoli concessioni in nome della pace respingendo però le pretese eccessive. Verso la fine del 1919 incominciammo a ristabilire i rapporti con i grandi stati dell’Intesa. Il compagno Litvinov andò a novembre a Copenaghen, il compagno Krassin partì all’inizio del 1920 per Londra. Vladimir Ilic prestava una continua attenzione a che la parte avversa non ci tendesse qualche trappola e analizzava minuziosamente ogni proposta. All’inizio egli era per la firma dell’accordo commerciale con l’Inghilterra; quando verso la metà del 1920 Krassin ritornò da Londra con le quattro condizioni di Lloyd George, Lenin affermò decisamente che esse servivano come base per le trattative. Nel momento in cui le nostre truppe si avvicinavano a Varsavia Lenin fece una accoglienza molto fredda all’ultimatum di Lloyd George, ritenendo che non ci potesse causare un gran danno. A quell’epoca, noi esaminammo con Lenin la proposta inglese divenuta in seguito anglo-francese, per una conferenza di pace. I vantaggi di un simile incontro sarebbero stati enormi, Lenin se ne rendeva conto; ciònonostante c’era un grande ” ma “: la conferenza doveva occuparsi dei nostri rapporti cogli stati baltici. In altre parole l’Intesa si istituiva arbitro supremo dei nostri rapporti di vicinato.
Così ci rifiutammo di partecipare alla suddetta conferenza. E’ ugualmente da quest’epoca che datano i primi tentativi, verso cui Lenin manifestava un grande interesse, di regolarizzare la collaborazione economica con i capitalisti tedeschi.
All’inizio dei negoziati con la Polonia, Lenin ebbe l’eccellente idea di propone più territori di quanto Clemenceau e Curzon potevano fare.
Durante le trattative di Riga egli era tenuto al corrente per telefono di tutto quello che ci veniva proposto e insistette per la firma del testo attuale dell’accordo.
Inutile dire quanto Lenin si interessasse alla nostra politica orientale.
Mi ricordo il suo primo incontro col primo ministro straordinario dell’Afghanistan. Mi ricordo l’interesse che in lui suscitava l’esito della conferenza di Mosca con la Turchia, le sue numerose domande su quello che era stato fatto durante la giornata. Egli insisteva sullo stabilimento di buone relazioni col governo persiano. Nel 1921, Lenin ottenne la firma della convenzione preliminare coll’Inghilterra. Ma da allora la sua partecipazione personale alla politica estera si ridusse sempre più cedendo il posto alle deliberazioni collettive. Egli studiava meno dettagliatamente i problemi da esaminare. Prese comunque una parte attiva alle trattative con l’A.R.A. e con Nansen a proposito dell’aiuto agli affamati.
Durante l’inverno 1921-1922, Lenin visse in campagna il che non gli impedì però di contribuire attivamente all’elaborazione della nostra linea di condotta alla Conferenza di Genova. Egli proponeva di far unire il problema dei debiti con quello dell’ottenimento di crediti. Prima di partire per Genova noi dovemmo redigere il testo del nostro discorso inaugurativo alla Conferenza. Quando si suggerirono a questo proposito delle formule accusatrici nello spirito dei nostri precedenti interventi, Lenin ci scrisse pressapoco in questi termini: ” Non adoperate le parole terribili “.
Nell’autunno del 1922, al mio ritorno dall’estero, io rimasi sei settimane a Mosca. Si preparava allora la conferenza di Losanna in cui la questione turca doveva essere in primo piano. Era necessario stabilire il nostro programma e Vladimir Ilic vi prese una parte molto attiva. Questo fu il suo ultimo apporto alla nostra politica internazionale e il problema degli stretti fu l’argomento del mio ultimo colloquio con lui.

NARIMANOV: LENIN E I PAESI D’ORIENTE

Tra i problemi legati all’attività e alla personalità di Lenin, vorrei ricordarne uno che deve interessare tutti coloro che hanno udito parlare del compagno Lenin ma che non sono però in grado di farsi un’idea precisa del suo immenso lavoro. Questo problema riguarda l’Oriente.
Sin dai primi giorni della rivoluzione d’Ottobre il compagno Lenin indirizzò un appello ai popoli d’Oriente in cui dichiarava che tutte le nazionalità saranno d’ora innanzi libere e avranno il diritto di disporre liberamente di sé stesse. Questa dichiarazione riguardava soprattutto i popoli dipendenti dalla vecchia Russia zarista. Quanto ai popoli limitrofi che, in seguito alla politica coloniale di quest’ultima, si trovavano in un modo o nell’altro nella sua sfera di influenza, questo documento dichiarava che tutti i trattati segreti o ufficiali in base ai quali alcuni di questi paesi erano stati privati dell’indipendenza, erano d’ora in avanti annullati.
E la risoluzione sottolineava: Costantinopoli deve restare una città turca. Questo primo appello fu come un fulmine a ciel sereno soprattutto per coloro che si erano assuefatti a questa situazione e che pensavano che nulla potesse cambiarla. Essi furono svegliati dal loro letargo, conobbero Lenin, ma si resero effettivamente conto che questa promessa di Lenin fu eseguita?
E’ questo che le masse non vedono ancora in modo chiaro, perché i dirigenti dei paesi limitrofi hanno loro nascosta la verità.
Risolvendo questa questione di Oriente Lenin perseguiva due scopi:
1)pedagogico, 2) quello dei rapporti diretti coi paesi vicini.
Nel primo caso egli pose innanzi tutto chiaramente il problema delle piccole nazionalità che ormai da lungo tempo avevano dimenticato di essere delle nazioni con una loro lingua, una loro cultura, una loro letteratura. Egli riteneva che finché noi non avremo risolto la questione nazionale all’interno del nostro paese, non potremo contare su un mutamento nella psicologia dei popoli vicini. Egli decise così di dare l’autonomia a tutte le nazionalità grandi e piccoli all’interno dei confini dell’antico impero russo.
Ma se queste nazionalità esprimono il desiderio di separarsi per formare uno Stato federato o indipendente, è necessario che ciò sia ugualmente loro permesso. E’ così che noi abbiamo avuto le repubbliche autonome, le regioni autonome e le repubbliche indipendenti che, più tardi, si sono unite alla Federazione di Russia. Tra queste repubbliche autonome e indipendenti, Lenin si interessò particolarmente del Turkestan e dell’Azerbaijan. Egli diceva che tutto quello che avviene in queste due repubbliche, porte dell’Oriente, troverà un’eco nei paesi vicini e i popoli oppressi di questi paesi impareranno a conoscerci.
Evitare gli errori già commessi in Russia, rispettare i costumi e le credenze delle popolazioni di questi paesi, tale era l’avvertimento che Lenin dava sempre ai dirigenti locali.
Affrontava la questione delle regioni periferiche con una grande delicatezza. Egli sapeva comunicare questo modo di vedere al suo interlocutore, che lo lasciava immerso in profonde riflessioni, domandandosi se sarà capace di fare tutto quello di cui Lenin gli aveva parlato. Io ho avuto numerosi incontri con Lenin su questo argomento e ogni volta mi son reso conto che egli desiderava creare in queste regioni una scuola modello non soltanto per la formazione di quadri amministrativi ma anche per esercitare un’influenza diretta sui lavoratori d’Oriente.
La rinascita della nuova Turchia rivoluzionaria non era la risultante di questa influenza? Infatti, come si presentava la Turchia dopo la guerra?
La Turchia europea con la sua capitale Costantinopoli era completamente sottomessa dagli eserciti dell’Intesa. Una parte dell’esercito turco si ritirava in disordine verso il fondo dell’Asia minore. L’esercito aveva perduto il suo spirito combattivo; per di più l’occupazione di Smirne da parte dei Greci che miravano a far sparire definitivamente la Turchia dalla penisola, aggravò maggiormente la demoralizzazione dell’esercito.
In questo periodo critico, l’appello ai popoli dell’Oriente si diffuse sempre più tra il popolo turco. Esso non ignorava le disposizioni degli zar russi riguardo a Costantinopoli. Le aveva udite dalla stessa bocca di Miliukov che le aveva ripetute nelle sue isteriche dichiarazioni alla vigilia della sua sconfitta e di quella del suo governo.
E di colpo questo popolo udì il capo del governo della nuova Russia annunciare: Costantinopoli deve rimanere turca, noi proclamiamo la indipendenza di tutti i popoli e annulliamo tutti i trattati del governo zarista.
Esso comprese allora che tutta la simpatia del capo del nuovo governo andava ad una Turchia nuova. E ne tirò questa conclusione: le spalle non sono più minacciate, non ci sono più nemici dalla parte della nuova Russia, perciò Costantinopoli deve appartenerci.
E allora, ispirate da questa parola d’ordine, le masse turche, stanche fisicamente e moralmente, che ancora ieri non pensavano che a salvar la pelle e gettavano i loro fucili lungo tutto il cammino della ritirata, si infiammarono, ripresero le loro armi per compiere una missione storica e mettere la diplomazia europea astuta e avida davanti ad un formidabile fatto compiuto:
la vecchia Turchia è morta sotto il colpo delle grandi potenze europee, ma, in compenso, la nuova Turchia rivoluzionaria è nata e ha detto: noi vivremo la nostra vita e respingeremo con disgusto ogni tutela che si cercherà di imporci.
Lo storico imparziale della nuova Turchia rivoluzionaria darà senza dubbio un giusto apprezzamento del cambiamento avvenuto nella psicologia delle masse turche nei momenti più critici della loro vita, quando era questione della vita o della morte di tutto un popolo. In questo giudizio, l’attitudine di Lenin di fronte alla questione turca, attitudine che determinò questo risultato, avrà senza dubbio un posto importante. Queste masse non si limitarono più ad esprimere le loro condoglianze per mezzo dell’Assemblea Alta, ma reagirono in tutt’altra maniera.
Cos’è successo in Persia dopo la rivoluzione d’Ottobre?
Prima della rivoluzione la Persia era divisa tra la Russia zarista e l’inghilterra. La parte nord del paese si trovava sotto la dominazione russa, mentre la parte sud subiva quella dell’Inghilterra. Conformemente all’appello del compagno Lenin le truppe russe lasciarono il territorio persiano. Ciò produsse un’immensa impressione sul popolo di questo paese che non tardò a lasciar esplodere la sua indignazione contro il fatto che l’Inghilterra continuasse a regnare sulla parte sud. Infine l’Inghilterra non potendo sostenere la sorda pressione del popolo persiano, si ritirò.
E così la Persia ritrovò la sua indipendenza.
Ma la diplomazia persiana non seppe apprezzare questo gesto. Difendendo gli interessi di un gruppo di negozianti cupidi, lesi sul territorio della repubblica federata di Azerbaijan, essa si com- portò nei nostri confronti, nel corso dei negoziati commerciali, come se avesse dimenticato la sua situazione di ieri, quando la Persia non esisteva in quanto Stato unito e indipendente.
Questa diplomazia ebbe un bel dissimulare il fatto che il paese aveva ritrovato la sua indipendenza grazie ai bolscevichi, il popolo persiano sapeva che era stato innanzitutto l’appello del compagno Lenin ai popoli d’Oriente che aveva esercitato un’influenza decisiva sulla situazione del loro paese.
La politica della Russia zarista e dell’Inghilterra nei riguardi dell’Afghanistan fu la stessa che per la Persia con la sola differenza che l’Afghanistan era completamente sotto il protettorato dell’Inghilterra e che là la Russia non poteva agire così liberamente come in Persia. L’Emiro dell’Afghanistan essendo venuto a conoscenza dell’appello del compagno Lenin, si affrettò ad esprimere il desiderio d’inviare il suo primo ambasciatore nel paese dei Soviet cui l’Inghilterra faceva la guerra tramite i generali russi.
Che cosa significava questa attitudine dell’Emiro?
Significava che il governo afghano incominciava a tenere con l’Inghilterra un altro linguaggio, sperando che tutta la nostra simpatia andasse all’Afghanistan. In fine l’ambasciatore di questo paese, dopo aver avuto un incontro con Lenin, fece sapere al suo governo che le parole del capo del governo sovietico non erano parole al vento, e che Lenin era pronto a fare di tutto perché l’Afghanistan si liberasse dalla politica coloniale dell’Inghilterra.
Questo permise al governo afghano di fare tra il popolo una propaganda contro la politica inglese, riferendosi al nostro appello e alla nostra attitudine verso il problema afghano. Il fatto seguente ci permette di vedere sino a che punto l’importanza di questa propaganda era grande. L’ambasciatore dell’Afghanistan era venuto a Mosca accompagnato da un mollah molto stimato nel suo paese. Questo mollah mi pregò con insistenza di mostrargli Lenin. Io gli domandai quale era precisamente la causa di questo interesse. Egli mi rispose: ” La sua dottrina, la sua attitudine verso gli oppressi, lo distinguono dal numero degli uomini politici e dai capi di stato attuali del mondo intero. Io vedo in lui un profeta “.
Si può dunque dire senza esagerazione che la Turchia, la Persia e l’Afghanistan hanno fatto un passo storico importante verso la loro liberazione grazie unicamente alla Rivoluzione russa, con Lenin alla sua testa. Ma le masse lavoratrici di ciascuno di questi paesi si sono liberate dalla politica dei loro oppressori? Questo è il problema che deve interessare i discepoli di Lenin ancora in vita. Noi rispondiamo a questa domanda: no, perché il fondo dell’anima di quest’uomo è ancora sconosciuto alle masse.
Siamo noi comunisti che dobbiamo farlo conoscere, per poco che sentiamo bruciare in noi una particella di quel fuoco che ardeva con tanto vigore nel nostro maestro e che lo spinse a compiere la più grande azione del mondo: liberare definitivamente l’umanità dalla schiavitù.

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