Lorenzo Parodi – I panni sporchi del centro-sinistra

Mentre l’XI congresso del P.C.I. conferma la socialdemocratizzazione del movimento operaio, il capitalismo italiano procedo nella sua concentrazione e nel riformismo democratico dei governi di centro – sinistra, della FIAT e della MONTEDISON

Dal centrosinistra « sporco » – ricordate? Lombardi e Giolitti lo volevano pulito – ai panni sporchi dei centro sinistra. Con Nenni che per conservare il posto caldo nella stanza dei bottoni ha lanciato lo slogan originale sulle idee che camminano con le gambe degli uomini. E poiché le gambe di Scelba sono come quelle delle bugie era piuttosto difficile far camminare con esse un’idea duratura del centrosinistra. Con grande soddisfazione. del PCI che del vagheggiato ritorno di Scelba ne ha fatto il motivo per un richiamo all’opposizione, quindi per la formazione di una « nuova maggioranza ».

Lo spauracchio di Scelba, abbinato al ritorno di Costa al timone della Confindustria, è stato agitato come il ritorno alla politica degli anni Cinquanta, al blocco salariale e dei consumi. Per cui si è cercato nelle vertenze contrattuali in corso il significato di una « risposta operaia » al disegno della Confindustria e della destra. Di questa risposta operaia se ne sono poi trovati i « riflessi » (vedi l’Unità editoriale dell’11 febbraio) a livello delle assemblee rappresentative, cioè nel recente dibattito al Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro dove il presidente dell’IRI Petrilli ha potuto tirare le conclusioni dell’esame della situazione congiunturale grazie al voto che la sua mozione ha ottenuto dalla maggioranza dei consiglieri, compresi quel li del PCI.

Poiché l’Unità ha magnificato il significato di questo voto, avvenuto per la prima volta in otto anni, fino ad intravedere in esso la prefigurazione di una nuova maggioranza, sarà bene soffermarci un momento sulle misure anticongiunturali suggerite dalla mozione Petrilli, soprattutto sulle condizioni presupposte alla loro attuazione per vederne appunto i riflessi sulla situazione sindacale e sull’esito delle lotte operaie.

Scriveva recentemente sul giornale dell’ENI uno dei consiglieri che hanno votato la mozione Petrilli che « la presente congiuntura appare come una classica situazione da manuale, che può essere risolta da un deciso intervento di politica economica: il massiccio surplus della bilancia dei pagamenti; la relativa stabilità dei prezzi interni; il buon raccolto agricolo di quest’anno un margine di disoccupazione, anche di lavoro qualificato l’esistenza di capacità produttiva non utilizzata la presumibile moderazione della dinamica salariale offrono le condizioni più favorevoli di un’azione espansiva dei pubblici poteri che possa svolgersi senza pencoli di tensioni inflazionistiche ».

Petrilli ha sostenuto che l’obiettivo della politica anticongiunturale deve, essere il « potenziamento del mercato interno ». E poiché il sistema delle impresa pubbliche ha appena portato a termine i grossi programmi d’investimento nell’industria produttrice di beni strumentali, ecco che l’IRI si mette a disposizione di una nuova politica d’investimenti per eliminare le strozzature infrastrutturali che l’urbanizzazione e la concentrazione industriale ha provocato. Si tratta cioè di passare ad un ben definito programma di lavori pubblici anche per creare uno sbocco alla « mancata ripresa del volume dell’occupazione dipendente nel settore industriale ».

Le condizioni favorevoli all’intervento sono quelle che denunciano il prezzo che la classe operaia ha pagato e deve continuare a pagare per riequilibrare l’economia capitalistica. La stessa bilancia commerciale è in attivo grazie al contributo non indifferente di un’emigrazione organizzata che, vedi il caso, ha avuto un notevole aumento proprio nell’anno dei provvedimenti anticongiunturali. Nel 1965 l’emigrazione è aumentata del venti per cento con 53.318 unità in più rispetto al ’64 ( in dieci anni sono emigrati un milione e 343 mila lavoratori). Di conseguenza le rimesse degli emigrati sono ammontate ad oltre 400 miliardi, contribuendo a creare, in valuta pregiata, quel massiccio surplus di cui sopra.

La condizione dell’occupazione operaia non ha bisogno di ulteriori commenti per dimostrare quanto la classe operaia ha pagato. Ma bisogna sottolineare che essa è strettamente legata alla garanzia che il capitalismo ottiene sul piano della dinamica salariale attraverso un tasso di disoccupazione specie di manodopera qualificata. E’ evidente che le richieste di miglioramenti salariali non possono avere il peso che avevano durante il boom economico, con la piena occupazione a portata di mano. Del resto sono gli stessi sindacati a non dare preoccupazioni al padronato: malgrado le apparenze delle scaramucce vertenziali, spesso determinate da ragioni istituzionali proprie del sindacato come burocrazia ( il dirigente della FIM-CISL ha detto che « il paese e l’economia scontano soltanto l’arretratezza mentale della classe dirigente industriale, ancora incapace di accettare la logica del potere contrattuale del sindacato nelle fabbriche e fuori »), malgrado i fumogeni delle agitazioni, i articolate sono proprio i sindacati a collegare i miglioramenti richiesti alla produttività media settoriale e aziendale; quindi sono proprio loro che « tengono conto delle particolari condizioni di determinati settori, ad esempio quelli navalmeccanico e delle macchine utensili », per i quali sono sempre disposti a moderare ulteriormente le loro richieste.

Sono queste le condizioni cui il capitalismo di stato, su direttiva del grande capitale (l’Unità non si pone mai in che misura la triade Confindustria Confida-Bonomiana siano il grado di rappresentare la FIAT. Montedison e compagnia) subordina il proprio programma d’investimenti. Ovverosia sono le condizioni di cui l’Unità si ricorda solo per fare della demagogia a sfondo elettorale, ma che poi i consiglieri di partito e confederali ignorano quando offrono il loro appoggio al capitalismo di stato come in occasione del voto al CNEL.

Un appoggio che è in patente contrasto con le lotte che poi gli operai sono costretti a svolgere nelle fabbriche e nelle piazze per difendere salario e occupazione. Non a caso, nella stessa pagina economica del « Giorno » che riportava la cronaca della seduta del CNEL, a lato delle misure indicate da Petrilli apparivano le misure prese dallo ENI per ridimensionare e riorganizzare alcune delle sue svariate attività. Misure, quest’ultime, che comportano il licenziamento di mille dipendenti. Non a caso la situazione di compressione dei salari e dell’occupazione si manifesta particolarmente in quell’industria di stato che PCI, PSIUP e CGIL (non parliamo dei « governativi ») sono sempre disposti ad appoggiare per farne l’industria « pilota » dell’economia capitalistica.

Le misure indicate da Petrilli meritano altre considerazioni anche in base a situazioni che si determinano in alcune categorie a livello provinciale, di cui potremmo portare l’esempio di quanto succede a Genova con la vertenza dei comunali.

La strategia dell’azienda anticongiunturale proposta da Petrilli comporta, sul piano tecnico, il finanziamento del deficit del bilancio della pubblica, amministrazione. Infatti una delle misure che dovrebbero essere adottate per favorire gli investimenti riguarda « una politica fiscale che garantisca condizioni di convenienza all’apparato industriale, e in primo luogo l’assunzione a carico dello Stato degli oneri sociali impropriamente gravanti sulla produzione; il mantenimento degli attuali massimali degli assegni familiari, la diminuzione del costo del danaro ».

Questa espansione della spesa pubblica, diceva l’editorialista economico del « Giorno » che con le sue argomentazioni aveva preceduto la mozione Petrilli, « valutato su un arco di tempo più lungo (…) non può non lasciare qualche preoccupazione: nel 6000 l’incremento del deficit della pubblica amministrazione è dovuto all’aumento del deficit di gestione degli enti locali e delle aziende autonome. Se, in linea con le previsioni del Piano, una volta ripresa la congiuntura, si dovrà lasciare spazio ad un rigoroso aumento degli investimenti produttivi, tale deficit dovrà essere ridotto di parecchie centinaia di miliardi ». E’ noto infatti che il deficit delle amministrazioni comunali ha ormai raggiunto i 4000 miliardi. E a Genova abbiamo la prova che si segue già la linea indicata dai pianificatori per ridurre il deficit degli enti locali. I dipendenti comunali genovesi sono in lotta da diversi mesi per difendere ciò che avevano ottenuto dalle varie amministrazioni che si sono succedute in Comune L’allegro sistema delle « voci » che motivano un miglioramento salariale extra tabellare è stato impugnato dal commissario prefettizio e a farne le spese sono stati i lavoratori che si sono visti decurtare la paga globale. In questa occasione, all’ombra del centro sinistra, si è verificato a Genova ciò che non era mai avvenuto nemmeno in periodo scelbiano: la lotta dei comunali dei netturbini, è stata frustrata da un crumiraggio organizzato direttamente dalla questura che ha fatto delle piazze della città tanti centri di raccolta dove la manovalanza espulsa dalla crisi dell’edilizia veniva reclutata per la pulizia cittadina.

Così si chiude il cerchio dell’egemonia capitalistica: anche nelle categorie degli enti locali, come quelle statali e delle aziende autonome, l’indirizzo è quello di rapportare il trattamento della manodopera a un criterio di produttività come nell’industria.

Il cerchio da rompere – non ci stanchiamo di dirlo – è però quello teso dagli stessi sindacati e partiti che hanno subito l’egemonia capitalistica e che frustrano le energie della classe operaia nelle lotte disarticolate a sostegno di cause perse .

L. Parodi

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