Lorenzo Parodi – I sei fratelli del plusvalore

La conclusione della lotta dei metalmeccanici ed il contratto firmato dai sindacati dimostrano che con miseri aumenti che non riscattano neppure l’aumento del costo della vita il capitalismo si è assicurato, con la complicità dei riformisti, tre anni di pace sociale in cui gli operai con il loro lavoro, alzeranno ancora la produttività e gonfieranno ancora la torta del plusvalore per le fette di tutti i borghesi, dei loro burocrati, dei loro sostenitori parassiti.

Prima del diluvio era in discussione se il boom era incominciato oppure no. La discussione si svolgeva tra i portavoce della «destra» economica e gli economisti del capitalismo di Stato; assenti naturalmente i sindacati, troppo impegnati a Roma intorno nelle richiestuole «qualificanti» della tematica contrattuale.
Quelli della «destra» guardavano ai dati consuntivi per sostenere che eravamo ancora in regime di congiuntura; mentre gli esponenti della programmazione nazionale dimostravano con i dati preventivi e con le osservazioni di tendenze che il «boom» era proprio cominciato. Colombo aveva celebrato la giornata del «risparmio» salutando la nuova tendenza alla espansione degli investimenti. L’I.S.C.O. aveva raccolto le previsioni degli imprenditori che smentivano il pessimismo della «destra economica»: segnalava un quadro di «ottimismo imprenditoriale», fatto di ordinativi sia nei settori dei beni intermedi e dei consumi che in quello dei beni di investimento, che non aveva riscontro dalla fine del 1963. Perché i portavoce del capitalismo di Stato sostenevano polemicamente che il «boom» era cominciato?
La speculazione, non priva di demagogia a scopo riformistico verso la classe operaia, di attribuire alla «destra economica» l’ingordigia di godersi il «boom» per riservare agli altri la «congiuntura», non era certo la ragione che li muoveva alla polemica. La ragione riguardava invece l’esigenza del capitalismo di Stato, ovvero del grande capitale, di organizzare il «boom» incipiente, di piegarlo alle leggi della concentrazione e dell’accumulazione capitalistica. Infatti la preoccupazione che manifestava l’editorialista economico del «Giorno» era proprio l’indisciplina e le manifestazioni parossistiche cui si lasciano andare di fronte al «boom» le forze economiche e sociali eterogenee che direttamente o indirettamente beneficiano del plusvalore prodotto dalla classe operaia: «La mentalità del “boom” diceva – è in piena fioritura. Gli inizi “oggettivi” di un “boom” che oggi abbiamo, si accompagnano alla esplosione “soggettiva” di una euforia da culmine del “boom”, con relative facilonerie, sfoggi, sprechi, intemperanze. A Milano, per esempio, mentre si predica agli operai l’austerità in relazione al fatto che la congiuntura è ancora difficile, fioriscono bische clandestine sui cui tavoli girano i milioni, anzi, le decine e le cinquantine di milioni, con la massima indifferenza».
Questa predica contro la mentalità del «boom» porta la data del 4 novembre, il giorno del diluvio. E per i portavoce del capitalismo di Stato, fino a quella data, era fondata la preoccupazione per i «dati psicologici» cioè soggettivi espressi da quella mentalità: soprattutto perché rischiavano di compromettere la costruzione psicologica opposta, eretta per la classe operaia attraverso i sindacati e la «moderazione sindacale». Cioè c’era il pericolo che il parassitismo di certi strati borghesi provocasse la mobilitazione della mentalità da congiuntura.
A difesa dell’austerità i «laici» del centro sinistra erano ricorsi alla parabola dei tre fratelli tanto rara al moralista borghese on. La Malfa: quella che dice che «se si aumentano i salari dei due fratelli occupati, si riduce il risparmio nazionale disponibile per gli investimenti, con cui si potrebbe dare lavoro al terzo fratello disoccupato.
La parabola era stata contraddetta proprio dalla politica anticongiunturale del centro sinistra che aveva provocato la disoccupazione col proposito di «risanare i conti economici delle imprese». E per dare più credibilità all’apologo, si convenne che nella realtà i fratelli sono più di tre. Non di soli fratelli proletari è composta la «famiglia nazionale», per cui vennero chiamati in causa i «fratelli privilegiati» per i loro peccati veniali: il quarto fratello, quello del mondo imprenditoriale, cui si tiravano le orecchie perché esporta capitali all’estero, o non paga le tasse, o ha consumi troppo vistosi, con manovre troppo azzardate nella speculazione edilizia; il quinto fratello, che scava la sua ricchezza nella burocrazia pletorica dello Stato e degli enti, e si gratifica con le pensioni opulente e le liquidazioni in conto capitale; il sesto fratello, che aggroviglia la rete della distribuzione commerciale, arricchendosi alle spalle degli agricoltori e dei consumatori, e così via.
Poiché le parabole hanno fatto la fortuna dei preti, bene l’accolse «Il Corriere della Sera» con la conclusione più congeniale all’unione borghese, quella di «siamo tutti una famiglia». Quando i suddetti portavoce giostravano di fioretto con le polemiche in difesa dell’austerità, la tornata contrattuale della classe operaia industriale era alla stretta finale. Ai tira e molla delle contrattazioni di Roma, facevano da controcanto le notizie dei «fratelli privilegiati» che parlavano di 200 miliardi spesi all’estero come turisti, delle altre centinaia di miliardi fatte uscire dal «bel paese» in barba alla congiuntura, dei 120 milioni del totopensioni a Roberti e dei 100 miliardi che altre 200 persone tipo Roberti (su 12.000 dipendenti dell’INAIL) avranno a breve scadenza come liquidazione in conto capitale ecc. ecc.
Non erano che pagliuzze della grande mangiatoia capitalistica, ma erano le notizie che più riecheggiavano tra gli operai con senso di scherno e a effetto avvilente; specie se si considera che la maggioranza degli operai ha diretta esperienza dei trattamento loro riservato dall’istituto assistenziale per gli infortuni: i casi limite sono le 80 mila lire di pensione per l’operaio che ha perso la vista in un incidente sul lavoro e… le 400 mila lire e più che si riservano i plutocrati dell’istituto quando «rinunciano» alla «capitalizzazione» dei 120 o 150 milioni di liquidazione.
Nella realtà dunque i tre fratelli della tavola non sono neppure fratellastri, sono i paria che sorreggono la piramide della società divisa in classi. Questo, insistiamo, deve entrare nella coscienza dell’operaio, deve essere la sua concezione politica, la sua coscienza di classe: gli operai soli, con tutti gli altri sulle loro spalle. La coscienza di classe non è predicazione moralistica, è la comprensione della vera «condizione operaia», contro la mistificazione borghese e opportunista che vuole rinchiuderla nel ghetto della fabbrica.
Più il sistema mette in luce i «peccati veniali» dei fratelli privilegiati della tavola borghese, più l’operaio deve rendersi conto che non si tratta dl «peccati veniali», ma di «peccati mortali», non redimibili. Il riformismo e l’opportunismo predicano, al contrario, la possibilità di redimere i peccati del sistema. Per questo, proprio nel momento in cui si doveva portare la classe operaia all’attacco sul piano salariale, essi hanno voluto vieppiù rinchiuderla nel suo ghetto con la trovata del «sindacato nella fabbrica». Per il sindacato nella fabbrica non hanno nemmeno tentato di inserirsi nella polemica cui abbiamo accennato: «il boom è cominciato» e non hanno tentato di scrollarsi di dosso il ricatto della congiuntura.
Per la classe operaia il «boom» capitalistico ha il significato di provocare una maggiore suddivisione del plusvalore da essi prodotto tra gli strati e i ceti parassitari. Il costo della vita si eleva quanto più si eleva detta suddivisione del plusvalore. Se veramente i sindacati si limitassero a fare del riformismo per la classe operaia, elementare sarebbe stata la richiesta di maggiorazioni salariali per fronteggiare gli anni del «boom» che poi sono quelli della durata dei contratti.
La classe padronale sapeva benissimo che gli operai avvertivano istintivamente questa esigenza, che la manifestavano durante gli scioperi, palesandosi in ogni occasione un netto distacco tra operai e burocrazia sindacale. Le stesse esplosioni di malcontento a Genova e a Trieste, sebbene originate da situazioni locali e da motivi estranei alla protesta di classe, erano sintomi evidenti che il ricatto della congiuntura non attecchiva più.
L’alluvione è stata l’occasione sfruttata dalla. borghesia per rinverdire la parabola familiare dell’on. La Malfa e quindi rinsaldare la mentalità della congiuntura. In questo le è stato di grande aiuto:
1)la collaborazione del PCI che si è prodigato per far assumere alla faccenda i caratteri della «calamità nazionale»; 2) la collaborazione dei sindacati, che dietro il paravento degli appelli alle sottoscrizioni e alla sospensione degli scioperi e delle agitazioni hanno potuto portare in porto le contrattazioni che a loro interessavano per avere un maggior riconoscimento burocratico da parte del padronato.
Più il PCI batteva il tasto della calamità nazionale, rivelando sempre più anche nella circostanza delle marginalissime elezioni di novembre, la sua natura di carrozzone elettorale, più rafforzava la borghesia e lo stesso partito D.C. la cui forza elettorale e di coalizione dei ceti e strati piccolo borghesi sta proprio nella sua capacità di erigere le «dighe» del sentimento nazionale: dalla diga contro il comunismo degli anni Cinquanta, alla diga contro l’inflazione, alla diga della commozione nazionale contro le calamità.
Al di fuori dei temi propagandistici dei partiti elettorali, il 1966 è stato un anno d’oro dell’economia capitalistica italiana. L’alluvione incide negativamente, rassicurano gli specialisti borghesi, soltanto per un trentacinquesimo del reddito nazionale. Tuttavia è stato il pretesto per invocare un nuovo periodo di austerità in coincidenza col varo del piano quinquennale.
La classe operaia industriale è già sistemata. Via via si sono concluse le lotte contrattuali e gli aumenti salariali sono stati tutti allineati alla media del 5% sui minimi tabellari. Il portavoce del capitalismo di Stato italiano ha messo in evidenza con soddisfazione che la caratteristica comune più importante dei contratti firmati è l’aumento dell’arco di durata, portato in genere a tre anni. Con l’anno di carenza contrattuale già ottenuto, il capitalismo italiano può godere indisturbato di altri anni d’oro di pace sociale. Persino la voce contrattuale che era stata oggetto di rotture, quella dei «premi di produzione», è. stata sistemata con l’impegno che gli accordi aziendali saranno rinnovati soltanto una volta nel corso di validità dei contratti e saranno comunque contrattati tra un minimo dello 0,50% ed un massimo dell’l,50% dei minimi salariali. Non solo, gli stessi miglioramenti derivati dalla formulazione dei nuovi parametri, che sono stati sempre elemento di divisione della classe operaia all’interno delle fabbriche, prevedono percentuali di assorbimento di quei superminimi che avevano prodotto il fenomeno dello «slittamento dei salari» nel corso del «boom» precedente, ai tempi del «miracolo economico» e della piena occupazione relativa.
Intanto l’occupazione nella industria ha continuato a diminuire quest’anno di altre 107 mila unità, e gli industriali, secondo l’I.S.C.O., prevedono sempre scarse possibilità di occupazione, specie nel settore dei beni di investimento, dove si prevedono ulteriori diminuzioni. Quindi la buona quotazione del costo del lavoro per unità di prodotto ha rinnovate garanzie dopo la conclusione della tornata contrattuale.
Diceva il rappresentante dell’Intersind in occasione dell’accordo per i metalmeccanici delle partecipazioni statali (quelle del «contratto pilota») che il riconoscimento del sindacato nella fabbrica non deve essere inteso «per contestare la responsabilità delle direzioni aziendali nell’organizzazione produttiva». Con buona pace del dirigente confederale Lama che al direttivo della CGIL ha sostenuto che il 1967 «sarà l’anno della lotta articolata unitaria sul piano di fabbrica», la pace sociale non sarà nemmeno violata dal sindacato di fabbrica. Come abbiamo visto, esso ha soltanto lo scopo di rinchiudere la classe operaia nel ghetto.
Ai militanti rivoluzionari il compito di tirarla fuori per violare la pace dei padroni. Ai militanti rivoluzionari, a noi leninisti, il compito di portare la classe operaia fuori dai recinti aziendali nel campo dei rapporti politici, contro il capitalismo, contro lo Stato, contro l’opportunismo punta avanzata della controrivoluzione.

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