Lorenzo Parodi – Il ricostituente sindacale per la salute del capitalismo

La verifica di primavera dello stato di salute del capitalismo italiano ha avuto a disposizione un dato statistico che ha reso euforici i programmatori del centro-sinistra. Le assemblee di società hanno distribuito quote di dividendi che hanno confermato il buon andamento del profitto capitalistico. Ma ciò che ha dimostrato concretamente gli ottimi risultati conseguiti dalla « politica dei redditi » è il dato messo in luce dalla Relazione generale sulla situazione economica del Paese relativo al rapporto tra la quota dei redditi di lavoro e quella dei redditi non di lavoro dipendente.

Il settore più indicativo per una verifica del genere non poteva essere che quello dell’industria manifatturiera, il centro-sinistra aveva in mente le difficoltà di questo settore quando scoprì la funzione della politica dei redditi. Erano le difficoltà derivate dalla caduta tendenziale del saggio di profitto nel momento in cui la fase di relativo pieno impiego nel triangolo industriale aveva prodotto « l’accelerazione della dinamica salariale ». Quindi si trattava di una funzione essenzialmente antioperaia poiché – come abbiamo dimostrato nel numero precedente – detta « accelerazione » valeva almeno il doppio per i settori non industriali. Ma le contraddizioni di una struttura capitalistica ancora a scarso livello di concentrazione scoppiavano con forti conseguenze recessive proprio nel settore manifatturiero, ed era qui che bisognava colpire la classe operaia con una politica di deflazione che attaccasse i salari e i livelli di occupazione. Ecco l’ambito risultato:

« Il complesso dei pagamenti delle imprese per salari, stipendi e contributi previdenziali è aumentato nel 1965 di soltanto 26 miliardi (cioè dello 0,5 per cento), mentre i redditi non di lavoro sono cresciuti di 478 miliardi (cioè del 15 per cento). Quest’ultima categoria di redditi comprende, accanto ai profitti netti, gli ammortamenti e i guadagni dei lavoratori indipendenti; ma anche in assenza di informazioni sull’evoluzione di ciascuna delle altre voci, non sembra dubbio che i profitti abbiano conseguito un notevole recupero verso una situazione di normalità ».

Abbiamo citato il solito programmatore del centro-sinistra che scrive gli editoriali economici per il giornale dell’ENI. La situazione di normalità del profitto capitalistico in Italia è quella che riserva al lavoro dipendente una quota di reddito intorno al sessanta per cento; cioè un buon cinque per cento in meno di quello di un paese capitalisticamente più sviluppato come la Germania. Ma non è questo l’aspetto che qui interessa più rilevare. E’ che il rapporto tra le due quote di reddito messo in luce dai dati del settore manifatturiero dimostra concretamente l’insidia della « media del pollo » adottata dal centrosinistra quando proclama l’esigenza di una politica dei redditi. Ricordiamo a questo proposito i dati forniti da Colombo quando ha sunteggiato l’andamento economico del 1965 mettendo bene in vista l’aumento dell’otto per cento dei minimi salariali sullo stesso piano dell’aumento della produttività.

Nel settore manifatturiero l’aumento « spettacolare » della produttività ha fatto conseguire la media generale del sette per cento, mentre la media generale dell’otto per cento per i minimi salariali si riduce in questo settore alla miserabile cifra di 26 miliardi, cioè corrisponde allo 0,5 per cento.

Questo dato testimonia a sufficienza lo stato di compressione della classe operaia operato dalla politica dei redditi. Nel giro di sei mesi, dalla fine del 1965 ad oggi, ciò avrebbe prodotto una modificazione al corpo delle lotte vertenziali, prima fra tutte quella che riguarda la categoria più importante dell’industria manifatturiera, quella dei metallurgici.

Quando nel novembre scorso, scaduto il contratto, venne lanciata la vertenza-guida della classe operaia industriale, i vertici sindacali erano ancora sotto l’anestesia della politica di deflazione del centro-sinistra; tenevano in considerazione le difficoltà congiunturali e se ne dimostravano solidali mettendo l’accento sulle rivendicazioni normative. In quella occasione non si parlò nemmeno di richiesta di aumenti salariali: demagogicamente si parlò dell’abisso che separa le « tute » dai « colletti bianchi », abisso che si pensava di colmare con le rivendicazioncelle sulla mutua, sulle ferie o sull’indennità di licenziamento.

In quell’occasione non mancammo di rilevare che l’abisso tra operai e impiegati era ed è di carattere salariale; come si poteva pensare di fare della demagogia perequativa senza scatenare l’esasperazione della classe operaia più soggetta allo stato di compressione?

E’ quello che si è verificato nel corso della lotta contrattuale. Man mano che la demagogia rivendicativa di tutti i sindacati in generale si mescolava con la demagogia operativa scelta dalla CISL in un tentativo di conquistare il primato sindacale, ecco che la vertenza-guida cresceva nelle mani dei burocrati sindacali.

La prima contraddizione rispetto allo schema iniziale della vertenza la si poteva riscontrare ai cancelli delle fabbriche, durante le operazioni di picchettaggio. Come conseguenza di una ventennale politica sindacale di rivalutazione e di sempre ulteriore dilatazione delle « distanze » economiche tra impiegati e operai, qui non si poteva certo raggiungere una idilliaca unità d’intenti delle maestranze per superare il cosiddetto abisso « normativo » tra le due categorie. Qui avveniva al contrario lo scontro: i signori impiegati, paghi della condizione economica raggiunta e quindi soggetti alla egemonia anche ideologica della borghesia ritenevano che la vertenza non li riguardasse equivocavano circa il carattere dello sciopero, che loro non potevano accettare in segno di solidarietà con gli operai. E la parte più combattiva degli operai rispondeva con energia al crumiraggio della categoria impiegatizia gridando tutta la sua indignazione per uno stato di cose che vedeva ormai da anni gli operai sacrificati nelle lotte il cui premio migliore andava poi alle categorie crumire. L’opposizione al crumiraggio diventò addirittura violenta quando i sindacati « conquistarono »la prima « testa di ponte » contrattuale con l’accordo per la piccola industria; giacché in quell’accordo, « fatto 100 » l’indice tabellare del manovale comune eternamente congelato, si sanciva una progressiva dilatazione parametrale che per la massima categoria impiegatizia raggiungeva quota 300, con una nuova acquisizione di 45 punti. Altro che estraneità degli interessi impiegatizi alla vertenza contrattuale! Altro che testa di ponte sul famoso abisso da colmare!

Non si poteva certamente sopperire alle contraddizioni dello schema vertenziale spingendo l’acceleratore dell’agitazione oltre i cancelli delle fabbriche. E’ proprio quando, per esigenze di «popolarizzazione», i sindacati convogliavano larghe masse di operai nei centri cittadini che le manifestazioni assumevano tosto un carattere « eversivo » rispetto ai limiti della vertenza. Cioè gli operai gridavano alta e forte la loro richiesta di un aumento effettivo dei salari, e per far questo, spesse volte, non si attenevano alle regole « democratiche » stabilite dagli organizzatori che c, concordavano cortei e comizi con le autorità cittadine. Ne nascevano così blocchi stradali, proteste presso le sedi confindustriali fino agli scontri con la polizia quando l’organizzazione per la difesa del capitale volle ristabilire le regole dell’ordine « democratico » dopo l’incidente con i nipotini del fascismo all’università di Roma.

Insomma, il clima che si era creato nel corso delle lotte vertenziali corrispondeva allo stato di esasperazione della classe operaia, ma la tattica dei vertici sindacali era quella della frustrazione: quella di gonfiare l’agitazione per obiettivi specifici della burocrazia sindacale, inerenti il proprio sviluppo attraverso il riconoscimento di contrattazione a tutti i livelli. Salvo a tirare i remi in barca non appena avessero intravista la possibilità di forzare il « blocco contrattuale » in questa direzione. L’autoesaltazione per l’accordo stipulato con la Confapi era già una prova di questo comportamento tattico, giacché le migliori soddisfazioni venivano accordate proprio ai sindacati sul piano istituzionale con alcuni riconoscimenti di contrattazione e consultazione con le trattenute sindacali, i distacchi e le ore retribuite per gli attivisti.

In sostanza i sindacati adattano lo schema vertenziale alle regole del salario legato alla produttività e ne sono condizionati: cioè le loro rivendicazioni « istituzionali » che inseriscono nelle richieste contrattuali sono la logica conseguenza del rapporto salari-produttività che hanno accettato favorendone le linee di sviluppo. Solidali a questa logica del « sistema » i sindacati non possono più concepire il loro sviluppo organizzativo sulla base del volontarismo: ne sono impediti dalla stessa «condizione operaia» che non è più quella che la sociologia degli anni Cinquanta aveva descritto come un « ergastolo mitigato ».

Allora l’azione padronale si reggeva sulla costrizione, cioè con la sorveglianza e la discriminazione politica. L’esercito dei « sorveglianti » aveva una base aziendale sul rapporto di uno a sessanta (un sorvegliante ogni sessanta operai); gli stessi quadri tecnici svolgevano a loro volta funzioni di sorveglianza. Permaneva, cioè, una condizione ancora fascistica del rapporto di lavoro che provocava la reazione della parte più avanzata della classe operai favorendo il volontarismo sindacale. Ma la base del volontarismo non era soltanto soggettiva. Era soprattutto oggettiva, cioè favorita dalla condizione di relativa bassa produttività dovuta alla scarsa concentrazione e alla forma arretrata di organizzazione capitalistica.

Oggi che lo sviluppo capitalistico impone un regime di alta produttività l’incarico di incatenare l’operaio alla macchina o alla catena di montaggio è passata definitivamente ai nuovi sistemi di cottimo e la funzione della sorveglianza è soltanto complementare. Se prima il problema dell’attivismo sindacale era principalmente quello di eludere il sistema di sorveglianza, ora è invece quello di eludere la costrizione della norma e del tempo-cottimo. Ed è una impresa quasi impossibile poiché il nuovo sistema non è più quello che richiedeva all’operaio di « stare nel tempo » per avere il guadagno assicurato, ma impone invece di « risparmiare » sul tempo assegnato per realizzare un effettivo guadagno.

E’ la nuova struttura del salario condizionata dalla parte mobile a incentivo, che impone all’operaio la regola del « chi non lavora non mangia » e lo incatena alla macchina. Tutte le ciance sulla libertà nelle fabbriche sullo « statuto del cittadino lavoratore », ecc., svaniscono come ghiaccio al sole di fronte alla nuova realtà della condizione operaia. Demagogia a parte, i sindacati questo l’hanno capito e contrattano il loro sviluppo organizzativo direttamente con i padroni.

Naturalmente questo tipo di contrattazione non scorre liscia come l’olio: anche le concessioni padronali pertinenti lo sviluppo sindacale comportano un onere che non può essere accordato senza lotta, senza contrasti e irrigidimenti. Non solo, ma questo onere particolare deve necessariamente intaccare lo onere globale che i padroni sono disposti a concedere per il rinnovo contrattuale, quindi il contrasto maggiore i sindacati devono poi vederselo con i lavoratori che sono spinti dal costo della vita a vedere soltanto il lato economico della vertenza.

Tuttavia come nella natura è la funzione che sviluppa l’organo, così i sindacati sanno che il loro sviluppo organizzativo-burocratico è legato alla funzione che riescono a contrattare a tutti i livelli. Questo concetto è ben presente nella CISL decisa ad importare in Italia il modello americano di « autonomia sindacale », al punto di rischiare l’impopolarità con l’opposizione alla legge sulla « giusta causa » dei licenziamenti e allo stesso « statuto dei lavoratori » che era stato il cavallo di battaglia del PSI per offrire una copertura « socialista » al centro-sinistra. Non a caso, qualche giorno prima che venisse sospesa la lotta dei metallurgici, la versione che gli attivisti CISL davano della vertenza era che il motivo di irrigidimento da parte padronale riguardava appunto il riconoscimento del sindacato a livello di fabbrica nella funzione di contrattazione. Per il resto si poteva trattare.

E’ così che la vertenza-guida della « risposta operaia » alla « linea Colombo » si è sgonfiata. I sindacati sono stati chiamati a concordare il modo di condurre la trattativa e ci sono andati malgrado fossero a tutti note le posizioni delle Partecipazioni statali e della Confindustria decise a concedere il meno possibile.

L’assemblea annuale dell’Intersind del 6 maggio aveva respinto « l’ingiusta accusa di blocco contrattuale » rivendicando il primato della « razionalizzazione » delle relazioni sindacali attuata dall’Intersind con la contrattazione articolata. Ma il presidente dell’IRI Petrilli aveva posto le linee di una nuova espansione economica sostenendo che il rilancio della domanda interna «non poteva fondarsi in modo prevalente sull’aumento delle retribuzioni unitarie della forza di lavoro occupata», bensì sull’aumento dei redditi da lavoro derivati dall’espansione produttiva, attraverso l’incremento dell’occupazione e delle « ore effettive lavorate ».

Se nel ’64-’65 era stata « l’anima moderata » del centrosinistra che aveva adottato la concezione deflazionistica della « destra economica »per far « mettere già la testa » agli operai, ora è l’anima newdealista che propone lo stesso metodo del « giù la testa » nella contrattazione salariale a vantaggio della espansione produttiva.

La prima divergenza sorta in sede di trattative in seguito alla richiesta di parte padronale che i sindacati esponessero subito le richieste economiche si è risolta in un compromesso ma ha dimostrato l’acquiescenza dei sindacati a ridimensionare la vertenza. Infatti la « pregiudiziale » posta dal padronato e dall’Intersind è stata quella che le richieste economiche non dovevano superare l’onere del 15 per cento globale per tutti i tre anni della durata del contratto. Non solo, superata la « pregiudiziale »con una fuga in avanti, la trattativa è proseguita sul filo del rasoio guidata dall’Intersind che applicava la linea Petrilli opponendosi alla contrattazione dei cottimi e dell’orario di lavoro, fino a considerare la pratica delle ore straordinarie come sistema permanente.

In una nuova fase di rilancio produttivo (produzione 10 per cento nel primo trimestre ’66, malgrado gli scioperi – « impulso a tutta la Meccanica dall’accordo FIAT-URSS – 50 mila macchine immatricolate a Milano in 105 giorni) il capitalismo italiano deve mettere a profitto impianti sottoutilizzati e nuovi impianti e attrezzature accresciute per via degli investimenti e del processo di concentrazione. E’ quindi in fase di riorganizzazione e vuole carta bianca per aumentare produzione e produttività. Altro che contrattazione dei cottimi!

Se i lavoratori trovano insufficiente il 15 per cento globale in tre anni (e la cui parte del leone andrà agli impiegati) ci sono le ore straordinarie, cioè il prolungamento dell’orario di lavoro.

La politica dei redditi ha assicurato l’aumento del 15 per cento annuo (i 478 miliardi nell’industria manifatturiera) ai redditi non di lavoro. Meno di centomila dottori avranno dalle mutue circa 40 miliardi in più annui, mentre quasi 5 milioni di lavoratori della manifatturiera ne hanno avuto poco più della metà con sei scatti della contingenza. Nel ’64 centinaia di miliardi del fondo pensioni dei lavoratori dell’industria vennero accantonati su proposta del ministro Giolitti (l’ala sinistra del centrosinistra), accettata dai sindacati, e 412 miliardi vennero prelevati per sanare le gestioni deficitarie dei coltivatori diretti e dei commercianti. Ora fruendo della campagna elettorale, associazioni e partiti chiedono ancora miglioramenti per la pensione dei commercianti. Gira che ti rigira la classe operaia continua a pagare per tutti.

Diceva un parlamentare del PCI durante la discussione sulla « giusta causa » dei licenziamenti che il parlamento ha un debito verso i lavoratori che il provvedimento legislativo dovrebbe proporsi di riscattare. Siccome ancora una volta, la vertenza-leader della classe operaia industriale è stata privata del suo movimento di lotta e di pressione proprio in occasione della campagna elettorale diremo che l’argomento del « debito » va esteso a tutto l’elettoralismo in genere che nessun provvedimento riuscirà a riscattare.

L. Parodi

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