Lorenzo Parodi – L’intervento leninista nelle lotte operaie

«La ripresa si sta diffondendo e acquistando impeto» diceva recentemente un giornale economico inglese a proposito della situazione industriale italiana. Contrariamente alle odierne «difficoltà» del capitalismo inglese, di cui il laburismo é impegnato nell’opera di risanamento con i soliti provvedimenti antioperai, il capitalismo italiano ha ormai superato le sue difficoltà: a danno della classe operaia si è lasciato alle spalle la «recessione»; la bilancia dei pagamenti è in equilibrio anche sul lato delle importazioni; le esportazioni reggono la concorrenza sui mercati mondiali; il costo del lavoro per unità di produzione ha una delle migliori quotazioni europee di mercato dello sfruttamento della manodopera. Insomma, i gazzettieri del neocapitalismo hanno ragione di cantare l’inno della «ripresa», magnificando i risultati della loro politica dei redditi: adesso, oltre alla divisione del «reddito» nel senso che ha permesso al capitalismo il grande ricupero sul costo per unità di prodotto, è propriamente la sempre più esatta divisione del plusvalore prodotto dalla classe operaia che fa loro gridare al nuovo miracolo della nascita di una Società «affluente» anche in Italia.

Dal momento che la ripresa economica è una certezza ora vanno cercando i segni della affluenza di plusvalore nelle tasche dei ceti che vivono sulle spalle della classe operaia e hanno così scoperto, ad esempio, che i turisti italiani all’estero hanno speso la bella somma di 200 miliardi di lire. Viva dunque la ripresa!

Il Presidente della Repubblica ha fatto gli auguri di buon lavoro agli operai che ritornano dalle ferie (ma tanti ne hanno beneficiato a spizzichi per non compromettere la «ripresa»). Il Papa ha fatto una specie di comizio agli operai, nel quale ha abbandonato perfino il «noi» maiestatico per dimostrare quanto la Chiesa è vicina al mondo del lavoro. La borghesia inneggia alla unificazione socialista e rinfaccia a Longo la sua «svendita» ideologica dopo che l’accordo FIAT-URSS lo ha convinto a non mettere in un programma futuro la nazionalizzazione della FIAT stessa.
Adesso i sindacati non promettono nemmeno più le battaglie generali, anche se hanno menato il can per l’aia delle lotte articolate fino al parossismo. Non potevano parlare di battaglia quando erano impelagati a Roma nel tiremmolla della parte «qualificante» della loro vertenza metallurgica. Poi, dopo la parentesi delle ferie necessariamente lunga, hanno continuato a «qualificare» le loro vertenze, in modo da acquisire un maggior potere burocratico ai sindacati, senza tuttavia entrare nel merito delle richieste salariali per gli operai.
Acquisito per il capitalismo un anno di carenza contrattuale, ancora gli operai non sanno che cosa è stato richiesto per loro, che cosa è stato offerto, se e per chi cosa dovrebbero battersi.

Questo ufficialmente, stando alla versione che gli stessi sindacati danno della vertenza. Concretamente si sa che i sindacati accettano quelle misere percentuali di aumento dei minimi salariali che non dovrebbero compromettere la «ripresa capitalistica».

E più i burocrati sindacali e di partito parlano di potere contrattuale e d’autonomia sindacale, più dimostrano nei fatti la vera natura della loro «svendita ideologica», la loro vera mancanza di autonomia nei confronti del capitalismo.
In questa situazione si trascina da un anno la lotta per il rinnovo del contratto metallurgico in un gioco di vertici parlamentari, estranei completamente alla classe operaia, che vede spesso la CISL porsi demagogicamente a sinistra della CGIL, in una babele di lotte tra le correnti e le sottocorrenti opportunistiche ognuna delle quali è legata ad un ministro o ad un sottosegretario, ognuna delle quali adopera la lotta sindacale per fini parlamentari, ognuna delle quali vede gli operai solo come pedine dei più vergognosi intrallazzi che la storia del movimento operaio ricordi.

PUBBLICHIAMO DUE VOLANTINI DIFFUSI DALLA NOSTRA ORGANIZZAZIONE. IL PRIMO E’ STATO DIFFUSO DAL GRUPPO DI GENOVA DURANTE LA RECENTE LOTTA. IL SECONDO E’ STATO LANCIATO NEL TRIANGOLO INDUSTRIALE E PARTICOLARMENTE ALLA FIAT.

«La ripresa si sta diffondendo e acquistando impeto» diceva recentemente un giornale economico inglese a proposito della situazione industriale italiana. Contrariamente alle odierne «difficoltà» del capitalismo inglese, di cui il laburismo è impegnato nell’opera di risanamento con i soliti provvedimenti antioperai, il capitalismo italiano ha ormai superato le sue difficoltà: a danno della classe operaia si è lasciato alle spalle la «recessione»; la bilancia dei pagamenti è in equilibrio anche sul lato delle importazioni; le esportazioni reggono la concorrenza sui mercati mondiali il costo del lavoro per unità di produzione ha una delle migliori quotazioni europee sul mercato dello sfruttamento della manodopera. Insomma, i gazzettieri del neocapitalismo hanno ragione di cantare l’inno della «ripresa», magnificando i risultati della loro politica dei redditi: adesso, oltre alla divisione del «reddito» nel senso che ha permesso al capitalismo il grande ricupero sul costo per unità di prodotto, è propriamente la sempre più esatta divisione del plusvalore prodotto dalla classe operaia che fa loro gridare al nuovo miracolo della nascita di una società «affluente» anche in Italia.
Dal momento che la ripresa economica è una certezza, ora vanno cercando i segni della affluenza di plusvalore nelle tasche dei ceti che vivono sulle spalle della classe operaia e hanno così scoperto, ad esempio, che i turisti italiani all’estero hanno speso la bella somma di 200 miliardi di lire. Viva dunque la ripresa!
Il Presidente della Repubblica ha fatto gli auguri di buon lavoro agli operai che ritornano dalle ferie (ma tanti ne hanno beneficiato a spizzichi per non compromettere la «ripresa»). Il Papa ha fatto una specie di comizio agli operai, nel quale ha abbandonato perfino il «noi» maiestatico per dimostrare quanto la Chiesa è vicina al mondo del lavoro. La borghesia inneggia alla unificazione socialista e rinfaccia a Longo la sua «svendita» ideologica dopo che l’accordo FIAT-URSS lo ha convinto a non mettere in un programma futuro la nazionalizzazione della FIAT stessa.

Adesso i sindacati non promettono nemmeno più le battaglie generali, anche se hanno menato il can per l’aia delle lotte articolate fino al parossismo. Non potevano parlare di battaglia quando erano impelagati a Roma nel tiremmolla della parte «qualificante» della loro vertenza metallurgica. Poi, dopo la parentesi delle ferie necessariamente lunga, hanno continuato a «qualificare» le loro vertenze, in modo da acquisire un maggior potere burocratico ai sindacati, senza tuttavia entrare nel merito delle richieste salariali per gli operai.

Acquisito per il capitalismo un anno di carenza contrattuale, ancora gli operai non sanno che cosa è stato richiesto per loro, che cosa è stato offerto, se e per che cosa dovrebbero battersi.

Questo ufficialmente, stando alla versione che gli stessi sindacati danno della vertenza. Concretamente si sa che i sindacati accettano quelle misere percentuali di aumento dei minimi salariali che non dovrebbero compromettere la «ripresa capitalistica».

E più i burocrati sindacali e di partito parlano di potere contrattuale e d’autonomia sindacale, più dimostrano nei fatti la vera natura della loro «svendita ideologica», la loro vera mancanza di autonomia nei confronti del capitalismo.

In questa situazione si trascina da un anno la lotta per il rinnovo del contratto metallurgico in un gioco di vertici parlamentari, estranei completamente alla classe operaia, che vede spesso la CISL porsi demagogicamente a sinistra della CGIL, in una babele di lotte tra le correnti e le sottocorrenti opportunistiche ognuna delle quali è legata ad un ministro o ad un sottosegretario, ognuna delle quali adopera la lotta sindacale per fini parlamentari, ognuna delle quali vede gli operai solo come pedine dei più vergognosi intrallazzi che la storia del movimento operaio ricordi.

COMPAGNI LAVORATORI!
Nella confusione della vertenza cantieristica e delle crisi cittadine di Genova e Trieste, la classe operaia ha bisogno di chiarezza, non deve permettere che i suoi obiettivi e i suoi interessi vengano confusi con gli obiettivi dei Costa, dei Fassio, dei Lauro o dei Piaggio, nè con quelli altrettanto contrastanti della burocrazia della direzione IRI.
Di fronte ai primi effetti della politica dl programmazione attuata dal centro-sinistra; dl fronte alla ridicola contesa di campanile tra Genova e Trieste; di fronte a tentativi di conciliare interessi tanto contrastanti in manifestazioni promosse e spalleggiate addirittura dai giornali degli armatori, occorre che la classe operaia dia una lezione di «autonomia»ai partiti e ai sindacati che pretendono di rappresentarne l’interesse, proclamando apertamente la sua posizione e la sua scelta dl classe.
Non basta rivendicare una priorità nell’azione di denuncia e di protesta per le condizioni di licenziamenti, di disoccupazione e di precarietà del posto di lavoro che la classe operaia di Genova e di Trieste ha dovuto subire nel ventennio della democrazia borghese. Occorre vedere e spiegare come è avvenuto il capovolgimento delle alleanze che i partiti e i sindacati opportunisti hanno imposto per tanti anni alla classe operaia.
Negli anni Cinquanta gli operai erano soli a battersi contro i licenziamenti e la perdita del posto di lavoro. Nel periodo scelbiano erano soli a prendersi le bastonate quando protestavano presso le sedi delle Società smobilitatrici ed erano beffeggiati dagli attuali promotori delle marce su Roma per la sede dell’Italcantieri. Erano soli quando erano portati a manifestare per le aziende IRI pilota, per il distacco delle aziende IRI dalla Confindustria, su su fino alla rivendicazione della programmazione… democratica.
Partiti e sindacati li hanno fatti girare per anni, soli e a vuoto, intorno a queste parole d’ordine, ed ecco che improvvisamente si muovono gli «altri» quelli che prima accusavano gli operai dl smania scioperaiola e di poca voglia di lavorare.
Secondo lo schema tattico di quella politica delle alleanze praticata dall’opportunismo, adesso che si sono mossi gli «altri» gli operai dovrebbero godere finalmente il frutto della loro forza motrice ed avere la vittoria a portata di mano. Invece sono proprio gli operai che adesso avvertono la mancanza dl guida che ha annullato la loro forza motrice, sono gli operai che diffidano del risultato di quella politica e ne avvertono il capovolgimento. Perché?
Perché non vogliono stare al gioco di una compagnia poco raccomandabile.
Gli «altri», sono gli armatori – i Costa, i Fassio, i Lauro, i Piaggio -sono i quadri burocratici delle direzioni e delle aziende IRI, sono i commercianti e la piccola borghesia. Gli armatori si muovono per obiettivi e interessi che non hanno nulla a che fare con la condizione della classe operaia e i suoi livelli di occupazione. Di fronte al riassetto dell’industria cantieristica secondo le deliberazioni della C.E.E., essi temono di non poter più mungere come prima la vacca statale che era prodiga di leggine per i premi all’armamento privato, che era prodiga di aiuti in conto trasformazione e riparazione navi, attraverso i quali si sono costruiti gratis le loro flotte, e sul sangue degli operai morti nelle stive e nelle celle delle varie Angeline Lauro. La burocrazia delle direzioni IRI si muove perché per la prima volta si sente minacciata dal pericolo di trasferimento e di ridimensionamento dei suoi quadri. Questi ultimi, come prima erano chiusi nell’egoismo personale della difesa del posto  attraverso il crumiraggio, così adesso ne vedono la difesa da una reale minaccia soltanto se sono guidati e spronati dai loro superiori. In questo contesto di interessi in gioco si uniscono gli interessi dei commerciati e dei ceti estranei alla classe operaia che in questa occasione sono stati mobilitati dagli organi di opinione propri dei padroni, cioè dai giornali tipicamente antioperai di Genova e di Trieste. Se non fosse stato per questi interessi del tutto estranei a quelli della classe operaia, gli operai avrebbero continuato a fare le solite orette di sciopero che i sindacati mettono in programma per le sorti dell’industria cantieristica Invece c’è stato lo sciopero generale proprio quando tutto era ormai deciso per le sorti degli operai da sacrificare, quando si era già decisa la smobilitazione del cantiere San Marco e quando all’Ansaldo meccanico era già in una fase avanzata di smobilitazione la sezione grandi motori. Così i fatti si sono incaricati di dimostrare ancora una volta che gli operai sono soli a difendere i loro interessi. Perché appena a Trieste la locale borghesia ha avuto quello che voleva, anche grazie alla congiuntura elettorale favorevole, ecco che gli operai del San Marco si sono trovati soli dl fronte a 6000 poliziotti e ancora una volta sono stati bastonati selvaggiamente e gettati in galera. A Genova la situazione non è diversa, perché nel corso dello sciopero generale il comportamento della polizia contro I disoccupati a piazza De Ferrari è stato il preludio del trattamento che avrebbero riservato agli operai di Trieste, qualora fossero sfuggiti alla regia della protesta cittadina promossa dalla locale borghesia. Ecco perché Taviani, rispondendo alle interrogazioni alla Camera si è servito della dichiarazione del PCI genovese, in cui non c’era una sola parola contro le violenze della polizia.

COMPAGNI OPERAII
L’opportunismo è unito nel condannare le manifestazioni più acute di lotta operaia. La classe operaia deve essere unita nel respingere l’opportunismo, unico e solo «elemento estraneo» alla tradizione rivoluzionaria genovese.

Gli operai, occupati e disoccupati, devono essere uniti nella loro lotta autonoma contro tutti i gruppi della grande e della piccola borghesia.
Per i borghesi e gli opportunisti, ogni qual volta gli operai si ribellano all’ordine dello sfruttamento e al sistema del «bastone e della carota» diventano automaticamente teppisti.
Marx e Lenin ci insegnano, attraverso la loro teoria rivoluzionaria e l’esperienza storica della classe operaia, che i veri «teppisti» sono coro che accumulano profitti sul lavoro operaio, che rubano miliardi negli intrallazzi del potere economico e politico, che si aumentano gli stipendi favolosi mentre gli operai tirano la cinghia.
Questo sistema dl sfruttamento e di ipocrisia non può di certo essere abbattuto dalle pietre. Occorre una forte organizzazione leninista che prepari con fiducia e costanza la rivoluzione proletaria.

FUORI DALLE CARCERI I GIOVANI ARRESTATII
W LO SCIOPERO GENERALE DEL PROLETARIATO ITALIANOI
W IL PARTITO LENINISTA
IL GRUPPO LENINISTA DELLA SINISTRA COMUNISTA DI GENOVA

OPERAI METALLURGICI,
Dovere di ogni organizzazione rivoluzionaria è quello di intervenire continuamente su ogni aspetto dello sviluppo capitalistico, onde poterne tracciare un quadro chiaro, dall’analisi del quale si potrà trarre la strategia che dovrà essere adottata dalla classe operaia, affinché la sua lotta venga ad assumere un carattere decisamente rivoluzionario e non opportunista.
Al contrario, il P.C.I. dimostra la sua natura controrivoluzionaria esaltando quegli stessi che pochi anni addietro considerava vostri naturali nemici.
La stampa borghese e quella cosiddetta comunista stanno strombazzando le delizie della coesistenza pacifica, magnificando l’accordo FIAT-URSS che dimostrerebbe che i vostri padroni si stanno ravvedendo a tutto vantaggio del cosiddetto «mondo socialista». Questi accordi ribadiscono la natura capitalistica dell’URSS.
Poiché il mercato mondiale è capitalista ed i prezzi vengono determinati dalla concorrenza internazionale.
Siamo di fronte quindi ad un processo di integrazione capitalista, tra due aree economiche; fenomeno tipico dello sviluppo del capitalismo nella sua fase imperialista che interessa gli USA, il MEC, l’URSS ed il giovane capitalismo dl stato Cinese (vedi accordi Cina-Germania per la fornitura di acciaio Krupp).
Quello che il P.C.I. sta sbandierando come una svolta a sinistra del capitalismo Italiano, non è altro in effetti che l’esigenza di trovare altri mercati dopo la stasi della «congiuntura» e l’attuazione del blocco salariale. Questi gruppi capitalistici definitivamente rafforzati vengono a svolgere un nuovo ruolo: l’Italia si colloca al 9º posto nella graduatoria delle potenze economiche mondiali, ed è uno dei paesi che si contendono il mercato mondiale. Per cui quello che viene passato sotto banco dal P.C.I. come una svolta del capitalismo è in effetti che un altro modo per continuare a sfruttare, con il consenso del P.C.I., la classe operaia.

Gli operai della FIAT sono sfruttati tanto a Mosca quanto a Torino non può esistere una FIAT capitalista a Torino e una FIAT socialista a MOSCA. La classe operaia internazionale è sfruttata da un unico sistema di produzione capitalistico mondiale: la lotta per la rivoluzione socialista passa attraverso le classi e non attraverso gli Stati.
Compito della classe operaia è quello di ricostruire il Partito Comunista Rivoluzionario di Lenin distrutto dagli attacchi concentrici del fascismo, della socialdemocrazia, e dello stalinismo. Per fare questo occorre rompere con tutti i partiti esistenti per non dare all’opportunismo una copertura a sinistra.

COMPAGNI OPERAII
Sono false ed opportuniste le tesi delle fantomatiche correnti di sinistra del P.C.I. e del P.S.I.U.P. e quelle di coloro che vogliono farvi entrare in questi partiti controrivoluzionari, per conquistarne la direzione.
Sono false ed opportuniste le tesi di coloro che appoggiando gli interessi dl potenza del capitalismo dl stato Cinese, vi ripropongo lo stalinismo e la demagogia del P.C.I. del 1945, da cui hanno origine le attuali posizioni di Longo e Amendola; vogliono farvi passare da uno Stato guida all’altro, sempre sacrificando agli interessi nazionali di tale stato la rivoluzione internazionale.

COMPAGNII
OCCQRRE COSTRUIRE IL PARTITO RIVOLUZIONARIO CHE NON SIA SETTARIO ED IDEALISTICO, MA VIVO ED OPERANTE NELLA LOTTA DI CLASSE SULLA BASE DELL’ESPERIENZA LENINISTA DEL PARTITO BOLSCEVICO, E DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE.
Ogni lotta sindacale è una lotta politica, lo dimostra il fatto che negli scioperi sempre vi trovate di fronte alla polizia, cioè all’organizzazione militare dello stato borghese che difende gli interessi del capitalismo.
Gli operai non devono solo vedere i problemi all’interno della fabbrica, devono invece conoscere tutti i rapporti fra tutte le classi e fra gli stati per capire la lotta da condurre, i nemici che hanno di fronte e i traditori che si annidano alla direzione dei partiti e sindacati cosiddetti di sinistra.
L’esempio dell’accordo FIAT-URSS dimostra quanto stiamo dicendo: oggi è interesse comune del capitalismo italiano e dell’URSS, del governo di centro sinistra e del Partito Comunista Italiano, di tutti i partiti e i sindacati integrati nel sistema, che il mercato della forza lavoro, rimanga stabile, che le lotte operaie non portino turbamenti nella produzione e nei profitti della FIAT che si ripercuoterebbero in tutto il mercato capitalistico mondiale, compresa l’URSS.
Quindi soltanto una strategia rivoluzionaria Internazionale, che può essere solo elaborata da un partito Leninista, può portare a vittorie parziali anche in campo sindacale.

OPERAII
E’ evidente che il rifiuto padronale del contratto nazionale dei metallurgici, è un rifiuto politico, non economico. Il costo economico dei miglioramenti sarebbe minimo, date anche le misere richieste dei sindacati, che piene di comprensione per l’economia nazionale accentuano le richieste di tipo istituzionale e burocratico e tralasciano quelle che veramente incidono sulla suddivisione del reddito tra le classi, cioè aumenti sostanziali e riduzione dell’orario di lavoro, accettando così di fatto la Politica dei Redditi che rifiutano a parole.
E’ un rifiuto politico, perché la classe operaia deve pagare per tutti, come ha sempre fatto, sia durante i «BOOM» (l’accordo del metallurgici del ’62 comportava aumenti dal 10 al 12% nei vari settori, mentre la media degli aumenti nell’industria era del 14,3% e gli aumenti ella pubblica amministrazione raggiunsero il 30,7%), sia durante la cosiddetta congiuntura (nel 1965 il monte-salari è aumentato solo dello 0,5%, mentre i profitti hanno raggiunto un incremento del 15%). Per il sistema capitalistico la classe operaia deve rimanere in ginocchio, deve convincersi di essere l’ultima classe della società, anche se da sola produce per tutti. La sconfitta della classe operaia deve permettere lo sviluppo imperialistico del capitalismo italiano, deve permettere l’aumento del profitti, degli investimenti, della produttività e del parassitismo di tutte le classi intermedie che vivono sulle spalle degli operai: dalla burocrazia statale, parlamentare, sindacale, alla massa dei commercianti e dei professionisti, all’esercito, al clero, a tutti gli altri mantenuti della borghesia.

COMPAGNI, OPERAII
L’unica arma che permette alla classe operaia dl rompere il cerchio soffocante del borghesi, piccoli-borghesi burocrati e opportunisti di ogni specie, è la costituzione del partito leninista rigorosamente autonomo e classista libero da ogni legame con l’imperialismo Italiano e occidentale, con lo stato russo e cinese. Solo un partito autenticamente rivoluzionario sarà in grado di guidare le lotte di classe e portarle sino in fondo inquadrate in una strategia generale che porta alla rivoluzione proletaria mondiale.

I GRUPPI LENINISTI DELLA SINISTRA COMUNISTA

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