Lorenzo Parodi – Le serenate demagogiche dei sindacati

Al momento di concludere la battaglia contrattuale del 1966 la burocrazia sindacale si era messa sulla linea del «bagnasciuga» contrapponendosi alla presunta posizione dell’avversario che si sintetizzava nello slogan: «La Confindustria preferisce avere dei sindacati che protestano piuttosto che dei sindacati che contrattano».
Non era vero. Primo, perchè già all’inizio della lotta contrattuale noi avevamo rilevato l’errore di identificare la strategia capitalistica nelle posizioni contingenti di una singola associazione padronale. Secondo, perché l’errore venne ribadito all’atto della firma del contratto Intersind-IRI metalmeccanici, quando si volle riconoscere in esso una dimostrazione di «autonomia»  dell’organizzazione del capitalismo di Stato e non invece la riprova che l’Intersind aveva la funzione « pilota» di introdurre la linea «americana» dei rapporti sindacali. Terzo, perché la stessa Confindustria non tardò a servirsi dell’accordo Intersind per trarre tutti i vantaggi da quella linea sindacale che mira a contenere e a paralizzare la protesta operaia dentro la gabbia della contrattazione articolata.
A battaglia conclusa, vagliati i magri risultati economici raggiunti, si è ricorsi al solito giustificazionismo, proprio dei burocrati, buono solo ad evocare l’immagine comica dello spadaccino Tecoppa che protestava la mobilità dell’avversario che non si lasciava infilzare.
Le giustificazioni di Tecoppa per calmare il mugugno della platea e il «giudizio responsabile» ad uso degli attivisti sindacali !
Infatti, mentre nel corso della lotta contrattuale veniva propagandata agli attivisti la tattica del doppio binario -cioè, quella di «puntare» sulla  «predisposizione» delle Partecipazioni Statali ad accogliere l’istanza del «sindacato nella fabbrica», per giocare la carta economica nella partita con la Confindustria – all’atto di concludere l’intera partita ecco come la rivista della CGIL presentava i risultati economici dell’accordo Intersind: essi «stanno a dimostrare il senso di responsabilità dei sindacati e la possibilità sostanziale di risolvere la vertenza anche nei confronti della Confindustria con miglioramenti che accolgano da un lato le legittime esigenze dei lavoratori e dall’altro non costituiscano per le aziende aggravi che possano porre in discussione il loro livello di competitività ed efficienza».
In sostanza al traguardo contrattuale vi si giungeva attraverso l’unico binario della collaborazione di classe apertamente teorizzata e praticata; al punto che la rivista della CGIL, con l’articolo di un segretario della FIOM, dichiarava:  «Non abbiamo difficoltà a riconoscere che ci siamo fatti carico della situazione generale dell’industria metalmeccanica, e di quella a partecipazione statale, in modo particolare» ecc. ecc.
Dunque la faccenda si era conclusa ad un certo modo non perché non si riusciva a colpire un avversario che non stava fermo, ma perché ci si faceva carico delle sue difficoltà e non lo si voleva colpire. Dunque, comprimari nella commedia, non avversari irriducibili nello scontro, come intendono gli operai che protestano. Poi, alla massa operaia che non legge «Rassegna Sindacale», si sarebbe detto con i volantini e i fogli d’informazione sindacale che «il padronato voleva sfruttare la situazione economica per piazzare i suoi colpi ed indebolire, con i metallurgici, tutto il potere contrattuale dei lavoratori»; ragione per cui la lotta era stata lunga e i risultati economici… scarsi.
Le citazioni che abbiamo prese da «Rassegna Sindacale», dimostrano a sufficienza a quale condizione sia stato raggiunto il riconoscimento del sindacato da contrattazione. Dimostrano anche quanto sia fasulla la discussione sostenuta dai nostri sindacalisti a proposito del piano Pieraccini per la parte che concerne i salari da legare alla produttività. Nell’anulare Conferenza stampa della CGIL, Novella diceva demagogicamente, che la dinamica salariale non può essere agganciata a nient’altro se non all’iniziativa sindacale.
Ma quando l’iniziativa sindacale parte dal presupposto che non si può mettere in discussione il livello di competitività e di efficienza delle aziende, quando si accetta il principio, ribadito dallo stesso Novella nella citata Conferenza, delle «relazioni obiettive tra salari e produttività», ecco che la norma programmatica del piano capitalista che stabilisce l’«ancoraggio» tra salario e produttività media del sistema – cioè, che non ne lascia superare il suo livello – è bella che accettata di fatto.
Del resto basta osservare che il livello medio del 4-5% di miglioramento sui minimi salariali, stabilito dai nuovi contratti, è molto al di sotto dell’aumento della produttività (+ 14% per addetto), e abbiamo la riprova che la iniziativa sindacale praticata dai nostri sindacalisti smentisce le loro argomentazioni sulla «programmazione democratica» contro la programmazione «monopolistica».
Se vi diciamo che questa  «programmazione democratica» è una prostituta che raccoglie tutte le serenate demagogiche degli esponenti delle varie categorie economiche che ne reclamano
i favori, è perché abbiamo avuto la costanza di sorbirci il dibattito televisivo a lei dedicato, la stessa sera che l’Italia televisiva, incretinita dalle canzonette, si sintonizzava sul secondo canale.
La TV aveva trasmesso da poco le immagini della grande comunione tra il grande capitale italiano e quello di stato sovietico, acclamata dalla aristocrazia operaia, nella sua giornata torinese. Dalla mistificazione pacifico-social-competitiva, sotto l’insegna del partito dell’automobile, si passava alla mistificazione democratica della collaborazione all’interno del sistema per la realizzazione del piano. E il dibattito si dimostrava una rappresentazione esemplare delle contraddizioni del sistema, il cui esponente, il Dubini della Confindustria, reclamava l’immancabile assicurazione che non venga sovvertito.
Sovvertito da chi? Da Pieraccini?
Al centro del dibattito, coccolato da manifestazioni più o meno affettuose di fedeltà da parte di tutti i rappresentanti sindacali, era il principio della relazione salari-produttività, principio capitalistico per eccellenza che il sistema, in Italia finora riserva esclusivamente alla classe operaia, in quanto classe produttrice del plusvalore.
Anche uno «Show» televisivo come quello di Tribuna politica, può dare un’idea degli appetiti che si scatenano intorno al plusvalore prodotto dalla classe operaia. Non a caso il rappresentante della Confindustria chiedeva ai sindacati e quindi agli operai, l’impegno a produrre una torta più grande, perchè al traguardo del quinquennio le fette da dividere siano sempre più sostanziose.
Come è noto la torta è quella de!la politica dei redditi e la mistificazione borghese ne fa una somma di redditi  «personali» in modo da celarne la vera fonte. Agli estremi, anche la  «congrua» del prete è un «reddito», ma la fonte di ogni reddito è sempre il plusvalore prodotto dall’operaio.
E’ quello che i rappresentanti delle tre Confederazioni operaie avrebbero dovuto dire ai Dubini, ai Gaetani, ai Casaltoli, allo stesso «mister 120 milioni», il Roberti della CISNAL.
Il Gaetani degli agrari poteva invece permettersi di fare in nome di tutti i contadini della demagogia; magari impugnando le condizioni di sotto-retribuzione del settore agricolo per invocare l’aiuto dei sindacati a ricostituire il profitto in agricoltura.
Sarebbero bastate poche cifre a tappare la bocca a Gaetani, ad esempio quelle relative alle prestazioni previdenziali per i braccianti, pagate per il 70,4% dagli operai dell’industria, il 25% dallo Stato e soltanto il 4,6% dagli agrari. E poi, come è noto, gli operai pagano anche le prestazioni previdenziali dei coltivatori diretti e dei mezzadri, categorie che sono tante palle al piede della produttività in agricoltura.
No, i nostri sindacalisti non hanno colto la palla al balzo. Nemmeno di fronte all’appetito del rappresentante dei Commercianti che, con l’animo di un merciaio fiorentino, andava a cercare nel piano «la possibilità di attingere ad un certo fondo sociale».
Gli operai pagano per tutti e poi devono vedersi beffati alla televisione da un Roberti che si scaglia contro il «blocco salariale». Finché un superpensionato del «parastato» vede nel piano l’ideale di  una «economia che provvede» è sottinteso che quello, avendo provveduto a sé stesso attraverso l’ente previdenziale, ha il pallino della provvidenza. Ma lui non si scaglia contro il blocco salariale per riconoscimento verso gli operai che alimentano le casse degli enti previdenziali; intendeva invece difendere la burocrazia statale e parastatale, che egli rappresenta, dal «blocco della spesa pubblica»  come blocco agli «stipendi con la cresta», alle superpensioni e alle superliquidazioni.
Non a caso si è rifatto con preoccupazioni alle tesi del programmatore La Malfa che va sostenendo la necessità di contenere i salari per i primi anni del piano. E siccome i salari della classe operaia industriale sono già contenuti in anticipo dalla scadenza triennale dei contratti or ora firmati, si capisce perché la burocrazia statale e parastatale che oggi si agita, veda in La Malfa la sua bestia nera.
Lo spauracchio del blocco salariale, agitato demagogicamente dai sindacalisti per poter giustificare la loro moderazione rivendicativa, è quello che oggi fa fare bella figura a tipi come Roberti e persino al signor Dubini che alla TV se ne è dichiarato contrario. Ma se i sindacati accettano davvero il piano capitalista come «nuovo terreno di scontro» – secondo le decisioni del C.D. della CGIL – non servono più gli spauracchi e nemmeno le dimostrazioni fasulle di «autonomia» come quella dell’astensione critica in Parlamento. Se non si vuole che di fronte al piano capitalista la classe operaia si trovi come su di un terreno allo scoperto dove classi e ceti che vivono alle sue spalle esercitano il loro tiro, bisogna che lo scontro ci sia davvero.
La stessa CISL, che pure nelle recenti vertenze contrattuali ha brillato per demagogia, sul problema salari-produttività ha dovuto rifiutare la posizione interclassista del centro-sinistra. E’ noto che la CISL e più precisamente la FIM-CISL metallurgici, concepisce il sindacato all’americana, inserito in una «democrazia industriale» di equilibrio di poteri, per cui vuole conquistarsi il primato sindacale di una politica riformistica per conto della classe operaia.
Per questa ragione rifiuta la parte del piano Pieraccini che intende il salario ancorato alla «produttività media del sistema». Questa concezione interclassista del rapporto salari-produttività impedisce di fatto ogni politica riformistica verso la classe operaia, in quanto sulla produttività media grava la bassa produttività o la non produttività dei settori agricoli, terziario (commercio) e della Pubblica Amministrazione.
Logicamente la classe operaia deve rifiutare e combattere anche il rapporto salari-produttività proposto dalla CISL, che è di piena collaborazione con la borghesia industriale e ne rende completo il suo sistema di sfruttamento.
Ma è ormai evidente che nessuna trovata demagogica della ricerca di un « rapporto obiettivo» tra produttività e salari e, nessuna serenata alla «programmazione democratica», può dilazionare lungamente lo scontro tra la classe operaia e le altre classi che vivono alle sue spalle.

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