Lorenzo Parodi – Padroni e burocrati contro gli operai

Il ritorno di Costa al timone della Confindustria era stato accolto dai gazzettieri del centrosinistra come un «tentativo di compromesso» del mondo imprenditoriale con quello politico, nella considerazione che la maggioranza cattolico «socialista» aveva retto alla prova della «congiuntura difficile», riuscendo a dimostrare la propria insostituibilità.

Spesso i bambini hanno l’abilità di attribuire ai grandi i loro desideri, specie quando vogliono essere perdonati per i loro capricci. Nel desiderio del compromesso i sostenitori del centrosinistra speravano di meritarsi un bacetto da parte di Costa con questo discorso edificante sul nuovo «clima» d’Italy: dicevano che il famoso decennio d’oro della prima direzione Costa aveva avuto due soli protagonisti – il Governo e gli industriali – perché allora, con la disoccupazione e la manodopera non qualificata, «le condizioni politiche della guerra fredda non lasciavano molto margine ai lavoratori». Mentre oggi, malgrado la battuta d’arresto congiunturale, il clima doveva considerarsi cambiato. Dicevano che si deve, e si dovrà operare in un regime di alti salari, di piena occupazione, di grandi concentrazioni e trasformazioni industriali: i protagonisti sarebbero diventati tre. Ovvero: «La modernità e quindi l’adeguatezza della linea economica del mondo imprenditoriale si misurerà alla capacità di prendere atto della esistenza di questo terzo interlocutore» che dovrebbe essere il mondo del lavoro.

Possiamo immaginare con quale sorriso paterno Costa avrà accolto quell’invito alla «modernità» che gli avevano rivolto gli «esperti» del neocapitalismo attraverso il giornale dell’ENI.

Nel giro di pochi mesi la stessa «adeguatezza» della linea economica del centro-sinistra, fattivamente espressa dal comportamento della Partecipazioni statali nella vertenza dei metallurgici, è stata quella di concordare una partecipazione paritetica al «cartello dei no» della Confindustria. Significativo è stato l’episodio della rottura delle trattative nella vertenza metalmeccanica provocato dall’atteggiamento delle Partecipazioni statali alla vigilia delle elezioni di giugno. E più significativa ancora è stata la congiura del silenzio fatta dai giornali governativi intorno alla «risposta operaia» che ne è seguita.

A Genova, ad esempio, il ministro delle Partecipazioni statali venne coinvolto nella protesta spontanea degli operai delle aziende IRI usciti nelle strade alla notizia della rottura. Di passaggio da Sampierdarena diretto all’aeroporto, la sua figura televisiva venne notata dagli operai dell’Ansaldo che avevano bloccato il traffico. Invitato a prendere posizione, commise l’imprudenza di scandalizzarsi con gli operai per la loro azione «indisciplinata» e venne trattato duramente. Naturalmente questo episodio venne ignorato dalla stampa di centrosinistra che pochi mesi prima invitava Costa a tener conto del «terzo interlocutore». Mentre il giornale «socialista» di Genova condannava l’indisciplina degli operai delle aziende IRI che avevano scioperato senza il mandato delle centrali sindacali.

Tutto ciò era già sintomatico dell’«adeguatezza» della linea economica del centro-sinistra. Ma anche quando gli operai hanno scioperato in base al calendario articolato delle centrali sindacali, è bastato che la base sindacale portasse all’esasperazione l’articolazione degli scioperi in alcune aziende IRI milanesi, è bastato cioè che provocasse disordine, scombussolamento e arresto della produzione perché le direzioni IRI ricorressero alla serrata e ai provvedimenti disciplinari contro gli attivisti. Naturalmente trovando l’appoggio e l’incitamento del sottosegretario delle Partecipazioni statali Donat Cattin che per l’occasione ha dovuto togliersi la maschera… «di sinistra».

La seconda fase della vertenza metallurgica, quella che data dalle elezioni di giugno fino all’intervento del consiglio dei ministri per tentarne la composizione, oltre gli spunti episodici cui abbiamo accennato, offre ben altri elementi di valutazione e di conferma alla critica rivoluzionaria Lo stesso rapporto che si volle stabilire tra vertenza ed elezioni si è poi presentato come il momento della verità per tutti, per il governo come per l’opposizione. Per l’opposizione perché al momento della rottura con l’Intersind elementi dirigenti del PCI si fregavano le mani nella convinzione che il fatto li favorisse, cioè che le Partecipazioni statali avessero commesso l’errore di gettare l’impopolarità sul centro sinistra che poi avrebbe scontato sul piano elettorale. Infine per il centro-sinistra perché, proprio nel momento elettorale, si dimostrava l’impossibilità per l’ala socialdemocratica del governo di fare una politica riformistica verso la classe operaia.

L’interclassismo accontenta tutti è la base elettorale un pò di tutti i partiti, sia di governo che d’opposizione; ma è la D.C. che ne trae i vantaggi e ne fa’ una forza conservatrice da usare contro la classe operaia. La stessa politica deflazionistica adottata dal governo nella «congiuntura difficile» ha avuto un risvolto politico di cui abbiamo la testimonianza nell’analisi che un economista keinesiano come il Forte ha dedicato alla congiuntura degli anni Sessanta. Soltanto i dirigenti del PCI, accecati dalla loro bramo sia elettoralistica, non ne hanno tenuto conto.

Dice l’ex consigliere di Giolitti e di Pieraccini nel libro che abbiamo già avuto occasione di citare che il principio della deflazione come metodo «per far mettere già la testa agli operai» non serve soltanto sul fronte della contrattazione salariale globale e singola; serve anche sul fronte del potere politico. I padroni del vapore sono generalmente divisi tra i vantaggi di un mercato del lavoro teso e le esigenze di un mercato del prodotto che sia buono sul lato della domanda. La casistica delle deflazione è molto estesa lungo l’arco congiunturale: può servire a far mettere giù la testa alle organizzazioni sindacali e agli operai, come a «ridimensionare gli ultimi arrivati» del fronte padronale e a far cadere le pere mature nel grosso paniere» delle concentrazioni industriali; può servire a «togliere il manico del coltello agli imprenditori, restituendolo ai gruppi finanziari», come a frenare i bilanci pubblici, ecc. Ma quello della deflazione è il principio permanente dei gruppi e delle forze «che al mondo imprenditoriale, si «frammischiano» senza essere la diretta espressione del neocapitalismo. Il Forte ne ha fatto alcune classificazioni che vanno dai Proprietari, ai benpensanti dei consigli di amministrazione e degli uffici pubblici, ai dirigenti delle organizzazioni padronali «più realisti del re», ai piccoli borghesi in colletto bianco, ecc. Ha così messo in luce i vantaggi d’ordine politico che un Partito composito come la Democrazia Cristiana trae dalla deflazione quando è costretta a difendere il proprio patrimonio elettorale e a conciliare gli interessi contrari di cui essa, più di ogni altro partito, è espressione. Citiamo per esteso.
…«I problemi che dividono le varie forze del partito possono essere rinviati senza scadenze precise con l’argomento che la congiuntura costringe a farlo. Le correnti possono essere messe a tacere con l’argomento che l’ora difficile esige la armonia di tutti. Gli elettori, in un clima di fiacchezza e difficoltà congiunturale, perdono anche essi la loro baldanza e il loro spirito frazionistico: e possono essere indotti a dare più voti al partito più grosso, allo scopo di avere un timone più solido per una navicella la cui navigazione appare così pericolosa. Insomma la congiuntura economica difficile, per il partito di maggioranza può avere un rendimento politico non molto lontano da quello che aveva, per la D.C., l’esistenza di un clima di gelo politico, in cui appariva forte il «pericolo comunista». Allora la sua funzione di diga era contro la marca rossa! Qui la sua funzione è contro il pericolo di ritorni d’inflazione e di peggioramento della congiuntura di segno o posto»…

Come si vede, l’analisi di un economista borghese poteva essere utile a qualsiasi burocrate del PCI che non si fosse accontentato delle formulette sulla nuova maggioranza da far scaturire dal croginolo elettorale.
Il Forte aveva la riprova del paradossale utilitarismo democristiano riguardo la politica deflazionistica nei risultati delle amministrative del 1964. Il Comitato centrale del PCI, di fronte ai risultati elettorali di giugno che hanno afflosciato le vele del partito come nella «grande bonaccia delle Antille», non ha trovato di meglio che scagliarsi contro ile frange estremiste che non capiscono l’alchimia del «blocco storico» e fanno perdere dei voti con il loro operaismo.

Tuttavia, se la critica degli economisti che si ispirano al modello americano di sviluppo riguarda la Persistenza del governo nell’aver portato troppo avanti la politica di deflazione, è un fatto che questa politica è servita egregiamente al padronato per fronteggiare la tornata contrattuale che si va concludendo. Mai come in questa occasione la classe operaia ha ricevuto dal comportamento solidale del padronato e del governo una lezione di chiarezza e di coerenza che le fantasticherie dei suoi cattivi pastori, dei burocrati sindacali e di partito, non riusciranno a cancellare tanto presto.

I fatti si sono incaricati di risaltare l’ignoranza dei tromboni sindacali che al tempo dell’accordo con la CONFAPI scherzavano sugli «errori di strategia» della Confindustria. Si sono incaricati di dimostrare che i propositi manifestati all’inizio delle vertenze da Partecipazioni statali e Confindustria di dilazionare più a lungo possibile la concessione di miglioramenti che non avrebbero dovuto superare il livello dell’accordo Confapi stanno per raggiungere l’obiettivo di un anno di carenza contrattuale. Sì sono incaricati di dimostrare che quando vi è il proposito di far mettere giù la testa agli operai si ritorna ai metodi della «serrata» e ai bastoni della «Celere», rischiando di smentire il povero Nenni che aveva ascritto al centro-sinistra il merito di aver portato la «democrazia» nei conflitti di lavoro, senza più morti operai nelle piazze. Anzi, costringendo lo stesso Nenni a scrivere la famosa lettere a Moro, preoccupato della piega che potevano prendere gli avvenimenti.

Quando non sono bastati i fatti sono intervenuti direttamente i padroni, con la loro dialettica di classe, a proclamare la loro coerenza e a farne addirittura la propaganda in pubblico come Costa alla televisione. A questo proposito ricordiamo la fatica di quel giornalista del «Giorno» che si è fatto una fama da castigamatti andando ad intervistare i padroni del vapore, escludendo quelli delle Partecipazioni statali per non rivelarne i peccati. Per la delizia dei palati piccolo-borghesi che la «socialità» del centro sinistra se la gustano a colazione, il G. Bocca nazionale ha intervistato, ad esempio, l’industriale Marzotto in merito alle richieste normative. Cioè le richieste dei sindacati «che si propongono di modificare i rapporti umani nell’interno dell’azienda, di renderli più democratici di sostituire la collaborazione alla caserma».

Nella presente dialettica di classe, i padroni sanno benissimo che il problema non è così semplice come di accordare una sede sindacale nell’azienda e di fare la propaganda per i sindacati come la fanno da tanti anni i padroni inglesi; lo abbiamo visto negli articoli precedenti quando ci siamo provati a distinguere la parte normativa da quella salariale. Ecco quale è stata la risposta di Marzotto:
«Per quanto mi risulta gli operai si interessano molto alle rivendicazioni salariali e poco o punto a quelle normative. Ragione per cui io diffido della richiesta normativa la quale nel migliore dei casi rinvia, ma non sostituisce, la richiesta salariale».
I padroni sanno benissimo  meglio dei burocrati sindacali e dei giornalisti, scrittoriori «impegnati» -perché gli operai non possono distinguere tra richieste normative e salariali. Lo sanno perché la «regola del sistema» è che gli operai devono produrre per tutti, devono pagare per tutti, devono tirare la cinghia e fare le rinunce per tutti. Per questo i padroni sanno distinguere tra operai e sindacalisti; anzi, a questo proposito Marzotto è stato esplicito:
«Voglio dirle che noi imprenditori dobbiamo augurarci un sindacato efficiente, razionale, informato, provvisto dei tecnici, dei consulenti, degli esperti che sono indispensabili. La politica delle cose, lo dice il vostro Nenni, si impone. Fra due che sanno le cose la comprensione è più facile».
Sapendo le cose, dicono i padroni dei sindacati devono giudicare la maturità di una richiesta. In questo momento essi potrebbero concedere l’organo, cioè il sindacato nella fabbrica, ma a patto che non se ne esaltino la funzione: dal momento che i sindacati si sono detti solidali con le difficoltà congiunturali e si sono dimostrati «ragionevoli» nelle richieste salariali non devono pretendere di esaltare una funzione nelle aziende che rinvii in questa sede le richieste non esaudite in sede contrattuale con il loro consenso.
Questa è stata la logica di Costa durante il dibattito televisivo con i sindacati. Egli è stato molto chiaro e ai gazzettieri del centrosinistra questa chiarezza ha dato fastidio perché ha evocato «una situazione di tipo ottocentesco nel quale l’imprenditore «compra» la merce lavoro così come acquista le materie prime e i macchinari». Ma quando Costa intende tra imprenditori e sindacalisti i buoni rapporti che vi sono «tra compratori e venditori» ha soltanto la rudezza genovese di dire merda alla cacca. Che cosa intendono di diverso i gazzettieri del centro-sinistra quando vogliono mettere la foglia di fico sui rapporti di classe e parlano di estendere il dialogo al «terzo interlocutore» al mondo del lavoro: non intendono forse quel tipo di sindacato di cui parla Marzotto, preposto a vendere la merce lavoro nella piena comprensione delle esigenze del padrone?
In questo momento denunciare la demagogia dei sindacati intorno alla faccenda del sindacato nella fabbrica è come dire male di Garibaldi. Ma non possiamo tacere che a smontare questa demagogia sia stato proprio Costa quando ha detto che non si lascia incantare dalle fisime dei «poteri decisionali» del sindacato nella fabbrica in collaborazione con le direzioni. Su questo punto la sua rudezza è stata ancora più efficace perché, senza mezzi termini, ha detto che «non si possono prendere decisioni comuni quando c’è contrasto di interessi»: e ha portato l’esempio l’imprenditore che decide di introdurre nuove macchine che comporteranno il licenziamento di vari operai. «Come è possibile che ciò possa essere concordato ed accettate dai lavoratori?»
L’esempio di Costa non era affatto ipotetico: era perfettamente attinente alla situazione dell’industria in fase di riorganizzazione, caratterizzata da ridimensionamenti, fusioni, concentrazioni, intensivi (introduzione di nuovi macchinari) … da  licenziamenti. Stucchevole è stata pertanto la gaffe di un Lama che nel dibattito citato ha accettato l’esempio di Costa per giustificare la richiesta del riconoscimento del sindacato nella fabbrica; ha cioè detto che di fronte ai licenziamenti «tecnologici» «il sindacato sarà capace di dire di sì, mentre i singoli lavoratori non lo diranno certamente». E Costa che sorrideva – sotto i baffi.
Siamo così giunti alla convocazione – ministeriale delle trattative per cercare di comporre le vertenze, quando padronato – e Partecipazioni statali, considerata la prossimità delle ferie, si sono convinti che l’obiettivo di un anno di carenza contrattuale per riorganizzare i settori di produzione poteva ormai considerarsi raggiunto. L’ISCO aveva ammonito che dei 36 milioni di ore di sciopero effettuate in sei mesi nell’industria, ben 28 milioni riguardavano quelle perdute dai metalmeccanici producendo una contrazione produttiva nel settore. Molte aziende erano in ritardo con le commesse e rischiavano di pagare le penalizzazioni. Bisognava provvedere e il governo è intervenuto. Una volta sospesa l’agitazione – indipendentemente  dall’esito delle trattative che comunque non premette niente di buono – ecco prefigurata la grande buggeratura dai commenti della base operaia. I padroni in fuga ai monti e al mare, -politici e burocrati sindacali che li inseguono, gli operai a presidiare le fabbriche (tantissimi «comandati» anche nelle ferie) per la gloria della ripresa produttiva.

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