Lorenzo Parodi – Preparare il partito leninista per le future lotte operaie

Le analisi di congiuntura dimostrano, e gli esperti della programmazione sottolineano, che la “zona d’ombra” dell’economia nazionale è costituita dalla occupazione. La statistica dice che dall’aprile 1966 all’aprile 1967 si è verificato un aumento dell’occupazione nell’industria di 186.000 unità. Ma l’analisi dimostra che detto aumento va considerato in relazione al precedente periodo negativo che la «congiuntura difficile», aveva caratterizzato per la forte diminuzione dell’occupazione. In generale si giudica che siano circa 400.000 unità in meno gli occupati rispetto al 1962; ma il campione più rappresentativo della situazione occupazionale ci viene da Milano, la più grande zona industriale del paese. L’inversione di tendenza che si è verificata nell’ultimo anno ha portato gli occupati da 742.838 a 748.785, ma siamo ancora lontani dal livello del 1963 quando l’industria milanese occupava da sola ben 822.278 unità.
Insomma, malgrado la ripresa del boom espansivo i livelli di occupazione sono ancora inferiori perfino a quelli del 1964, anno d’inizio delle recessioni. L’espansione è pertanto caratterizzata dal forte aumento della produzione e della produttività industriale, dalle ore straordinarie, dal contenimento dei salari operai. Nella sola Milano le ore straordinarie nel 1966 (ma nel ’67 il fenomeno sarà molto più esteso) sono ammontate a 4.860.000, corrispondenti al mancato impiego di circa 2.500 lavoratori. Questo fenomeno ha impedito che l’occupazione aumentasse di almeno il doppio di ciò che si è verificato nell’anno. Le statistiche ufficiali non danno però completamente l’alto grado dello sfruttamento operaio. Ad esempio, il fenomeno dello “straordinario” è molto più grave di quanto appare dai dati: le piccole e medie imprese dati non ne comunicano anzi, li annullano col sistema della timbratura del cartellino di presenza limitata alle otto ore, e la registrazione a parte delle ore in più, per frodare gli operai in barba alla «sicurezza sociale».
Ma anche sul piano legale lo sfruttamento di tipo super è sancito dalle norme contrattuali che contemplano un sovrappiù di almeno 10 ore settimanali, il cui carattere di eccezionalità è poi trasformato in normalità dalle direzioni aziendali che, tenendo il coltello dalla parte del manico, possono sempre giustificare tenacemente le ragioni del loro operato.
Soprattutto è la linea del contenimento dei salari, accettata di fatto dai sindacati, quella che impone questa condizione di sfruttamento ai lavoratori. Via via che un pò tutte le categorie hanno rinnovato i contratti, seguendo una tattica goccia a goccia onde evitare al padronato la condizione dell’attacco frontale, il giuoco delle parti tra sindacati e padronato ha messo in risalto percentuali di miglioramenti che, riferite ai minimi contrattuali e alla globalità delle voci nel triennio, si sono rivelate soltanto nominali e fasulle nella realtà. Abbiamo già rilevato nel numero scorso l’elogio di Carli ai sindacati per la loro moderazione, ma adesso possiamo rilevare l’eloquenza dei dati di congiuntura. Malgrado i più importanti contratti di categoria con in testa i metallurgici siano stati rinnovati da oltre sei mesi, i rilievi degli istituti e delle riviste economiche specializzate danno sempre un aumento dei salari medi intorno al 3-3,5%. Aumenti che corrispondono appena all’aumento dei prezzi al consumo e al deprezzamento annuale della moneta.
E’ la conferma dell’assenza completa di una opposizione alla politica dei redditi che ormai poggia pesantemente sulle spalle della classe operaia. Tanto è vero che certi programmatori si vanno preoccupando del fenomeno della diminuzione della popolazione attiva quale elemento soltanto apparente di attenuazione del basso livello occupazionale. Ormai la popolazione che lavora è meno del 38%, ma chi mantiene l’intera popolazione è una percentuale molto inferiore, identificabile prevalentemente nella classe operaia industriale. E mentre quest’ultima è schiacciata dallo sfruttamento e dai bassi salari, propagandisti della democrazia fiscale fanno la bella scoperta che in Italia ci sono almeno mezzo milione di burocrati il cui stipendio supera il mezzo milione di lire mensili.
Siccome poi non è una buona norma «scherzare con il fuoco», i programmatori mettono insieme gli inattivi ufficiali, gli inattivi di fatto della burocrazia, gli attivi e i superattivi del settore pletorico della distribuzione a bassa produttività. Mettono insieme le vacanze e i “ponti” degli attivi ufficiali per sottolineare che la forza lavorativa all’opera in Italia è un pò troppo piccola sul totale della popolazione. Ma questa impostazione del problema dell’occupazione mostra tosto la corda e si traduce alla fine in un capitalistico appello alla «volontà di lavorare» che ritorna a danno della classe operaia. Malgrado le 15 festività oltre le domeniche, le vacanze e i ponti, come abbiamo visto e come denunciano gli stessi dati congiunturali, la classe operaia subisce di fatto un vero prolungamento degli orari di lavoro.
L’unica prospettiva su cui bisogna puntare per una certa ripresa della lotta di classe è che il boom espansivo, pur poggiando oggi sugli investimenti intensivi e sull’intensificazione dello sfruttamento, quindi avendo scarso valore sul piano dell’occupazione, agirà alla fine da moltiplicatore sul piano di un’espansione estensiva con un incentivo alla occupazione. Non è azzardato prevedere che dovrebbe ripetersi il fenomeno dei primi anni Sessanta, con condizioni di relativa piena occupazione, quindi di ripresa della dinamica della lotta di classe sul piano salariale, per gli incentivi alla spontaneità operaia che si determineranno.
Se questo è un periodo di stanca per la classe, deve essere un momento di riflessione per l’avanguardia rivoluzionaria che deve prepararsi alle battaglie future.
Con il 1966 è iniziata una nuova fase del ciclo economico che si manifesta, come abbiamo visto, da un lato con la ripresa industriale e dall’altro con una minore occupazione operaia. Ciò significa, in parole povere, che ogni operaio oggi produce di più. L’aumento della produttività del lavoro è stato raggiunto con una maggiore «razionalizzazione» capitalistica, con una riorganizzazione dei processi produttivi, con una intensificazione dei ritmi di lavoro e con un prolungamento della giornata lavorativa, ordinarie. Questo incremento della produttività è stato possibile con un relativo aumento di investimento di capitale, anzi, per certe aziende il livello di investimenti non è aumentato in confronto agli anni sessanta e la quota di investimento è composta prevalentemente dal capitale costante circolante (materie prime) e dal capitale variabile (salario). Inoltre il processo di concentrazione ha permesso a talune aziende di ridurre una serie di costi (doppioni amministrativi, tecnici, ecc.).
Ma se questo è stato il carattere prevalente della «riorganizzazione» capitalistica e dell’incremento produttivo e produttivistico, esso non è stato il solo. L’abbondanza di capitali disponibili, di cui una parte considerevole viene esportata nel quadro della raggiunta maturità imperialistica del capitalismo italiano, ha reso necessaria e possibile una estensione degli investimenti in vari settori e in varie aziende. E’ proprio dal 1967 che questa tendenza si profila con più chiarezza, quasi a testimoniare il forte risparmio di capitale realizzato negli anni 1964-1966. Un esempio spettacolare ci viene fornito dall’iniziativa Alfa-Sud e dalle controproposte FIAT. Le due aziende dichiarano disponibilità di investimento nei loro progetti per un insieme di circa 500 miliardi.
Per la classe operaia questa tendenza di sviluppo capitalistico significa che con un’ulteriore espansione produttiva si avrà un’ulteriore occupazione e che il processo di proletarizzazione non è destinato minimamente ad arrestarsi Per il prossimo futuro si stanno preparando tutte le condizioni di una forte ripresa di lotta economica operaia che, ancor più che nel passato, sarà caratterizzata da una spinta spontanea oggettivamente contrastante con la direzione opportunistica dei sindacati. L’esperienza degli anni passati ha dimostrato alla organizzazione leninista che la classe operaia, in certi momenti della sua lotta, sfugge all’apparato riformista ed esprime posizioni avanzate che possono trovare una saldatura con l’avanguardia rivoluzionaria. Se ciò è stato possibile nel passato, ancor più lo sarà nelle lotte future. La nostra organizzazione leninista deve perciò essere pronta ad orientare verso obiettivi politici tutto un potenziale di lotta operaia che lo stesso sviluppo capitalistico sta accumulando. Teoricamente lo è perché ha sempre creduto alla realtà della lotta di classe e ha sempre denunciato come teorie piccolo-borghesi ed estranee al movimento operaio quelle teorie sulla classe operaia «integrata e sull’«imborghesimento del proletariato», distinguendo leninisticamente tra fenomeni presenti di aristocrazia operaia e le condizioni oggettive della grande maggioranza dei salariati.
Gli Stessi gruppi di intellettuali piccolo-borghesi che oggi scoprono i contadini di Mao e del «Terzo Mondo» e che ritengono che gli operai siano «imborghesiti» solo perché non danno ascolto alle loro astruse fesserie, pochi anni or sono scoprirono all’angolo di ogni lotta operaia… la rivoluzione. Fummo facili profeti quando pronosticammo il destino opportunistico di questi «spontaneisti», di questi «operaisti» che iniziarono a criticare la concezione leninista del partito per approdare finalmente al populismo burocratico maoista e castrista. Ma al leninismo non è sufficiente sgomberare il terreno dalla confusione intellettualistica di gruppi generati dalla stessa crisi dell’apparato riformista socialdemocratico e staliniano. Il leninismo è teoria organizzata, è organizzazione degli elementi più coscienti della classe operaia. Non basta aver ragione sul terreno teorico. Occorre far prevalere la nostra ragione sul terreno organizzativo. Occorre, quindi, portare maggiormente avanti il lavoro organizzativo nella classe operaia per far sì che il Partito leninista divenga di fatto la punta avanzata contro il capitalismo e contro tutto lo schieramento opportunista nelle lotte che il ciclo economico sta inevitabilmente covando.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...