Lorenzo Parodi – Produttività nelle aziende e guerriglia nei cortei

I nodi della ” sindacalizzazione ” della classe operaia sono venuti al pettine con lo scadimento dell’azione sindacale e hanno fatto mancare il sostegno della lotta di classe alla azione politica generata dal ritorno alla guerra fredda e alla guerra calda. La burocrazia sindacale di parte CGIL ha dovuto ripetutamente giustificare, di fronte all’apoliticismo della CISL e dell’UIL, ogni fermata e ogni manifestazione, sia pure a carattere pacifista, contro i pericoli di guerra. Perfino certi scioperi a carattere ” economico ” che avevano ottenuto il crisma ” unitario ” sono stati sospesi e poi svuotati di ogni significato e di ogni efficacia nel compromesso con i sindacati ” apolitici “, supremi difensori della pratica sindacale da ogni pericolo di ” strumentalizzazione “.
Le reali difficoltà incontrate nell’impegnare la classe operaia nella lotta politica risalgono alle origini dello stesso processo di sindacalizzazione che data dalla crisi dello stalinismo. Ma la constatazione che oggi è più facile sensibilizzare gli studenti che non la classe operaia nell’azione politica è cosa ovvia se si considera che, sul piano sindacale, soltanto il padronato dimostra di avere una propria strategia.
L’azione sindacale imposta alla classe operaia dall’opportunismo e dalla burocrazia sindacale è notoriamente quella di ” spendere la forza contrattuale ” nelle rivendicazioni articolate di categoria, di settore e di fabbrica, decapitando la lotta di classe di ogni strategia di attacco, e rinchiudendo detta forza contrattuale nel frigorifero dell’aziendalismo fino alle scadenze contrattuali, sempre più dilazionate.
Per contro, l’azione sindacale può essere dotata di una strategia soltanto se si ” politicizza “, soltanto se nella sua fase di sviluppo si libera della visione ristretta del rapporto ” operai-padroni “, inteso come rapporto di lavoro, per collocarsi in un fronte generale di lotta ” classe contro classe “.
La dimostrazione che il vero significato della ” sindacalizzazione ” è quello dell’integrazione dell’azione sindacale nella strategia della classe capitalista, è venuta dal governatore della Banca d’Italia che ha ringraziato i sindacati per la prova di senso di responsabilità e di moderazione fornita nella tornata contrattuale. Carli ha dato atto ai sindacati che il rinnovo dei contratti nell’industria non ha generato pericoli per la stabilità monetaria e per la capacità concorrenziale delle imprese nel commercio internazionale. I portavoce del grande capitale hanno sottolineato l’importanza di questo encomio perché è la prima volta che un governatore del massimo istituto di emissione riconosce apertamente e in modo così solenne, nella sua relazione annuale, la responsabile complicità dei sindacati nel garantire lo stato di salute dell’economia capitalistica.
Ciò vuol dire che la crisi del movimento operaio ha toccato il fondo. Infatti ciò che preoccupa gli esponenti del capitale finanziario e i programmatori del piano capitalista è ormai soltanto la contraddizione esistente tra accumulazione del plusvalore – che va a gonfie vele grazie al contenimento delle rivendicazioni salariali degli addetti alle imprese di produzione – e la distribuzione del plusvalore stesso che ha la tendenza ad essere compromessa ” dalla mancanza di responsabilità ” delle categorie economiche non operaie estranee alla produzione. Le lamentele del giornale dell’ENI a sostegno delle tesi del Governatore dicono che: ” Da un lato i sindacati operai si rendono conto dei limiti economici del sistema e moderano le loro rivendicazioni; dall’altro lato vi sono le disfunzioni, i parassitismi, la vita facile di troppi cittadini e di troppe categorie “. E mentre il proletariato industriale è bloccato nelle fabbriche a tenere alta produzione e produttività, dette categorie si organizzano in propri sindacati e adottano il linguaggio rivendicativo della classe operaia per papparsi sempre maggiori fette di plusvalore.
L’analisi e la prospettiva di classe è dunque lasciata completamente nelle mani della classe capitalistica, i cui ” esperti ” sanno cogliere le tendenze di sviluppo, sanno rilevare le contraddizioni e sanno mediare gli interessi di classe attraverso gli equilibrismi della politica interclassista. Il movimento operaio ha così accettato di fatto una delimitazione di competenza tra azione sindacale e azione politica: alla classe operaia, rinchiusa nel recinto tracciato dai ” limiti economici ” del sistema, compete l’azione sindacale, mentre l’azione politica finiscono per svolgerla gli studenti, sul piano protestatario, con l’ausilio sporadico degli operai in veste di cittadini.
Non a caso l’azione politica degli studenti, disancorata dalla classe operaia, da un lato riflette tutte le tendenze democraticistiche della società borghese, e dall’altro riecheggia le vecchie posizioni populistico-intellettuali riverniciate dalla patina castrista e maoista. E’ questo uno dei più nefasti risultati della politica socialdemocratica portata avanti dal PSU – PCI – PSIUP in seno alla classe operaia, politica che non ha fatto altro che modellare il comportamento operaio alla struttura della società capitalistica partendo proprio dalla base di questa: l’azienda. Sulla base dell’organizzazione capitalistica dell’azienda, l’opportunismo ha condotto la classe operaia ad accettare il meccanismo della produzione e le sue leggi fondamentali. L’operaio si è trovato, spinto dalle leggi del funzionamento capitalistico e dai suoi agenti politici e sindacali, ad essere prigioniero della produzione, cioè ad essere ridotto a quella unità di forza-lavoro come lo aveva scoperto Marx. Inquadrato nel meccanismo della efficienza aziendale, l’operaio è divenuto nella sua forma integrale strumento di produttività, oggetto della produttività della azienda. La società capitalista è divisa in una rete capillare di unità produttive, di aziende. La classe operaia, in quanto fornitrice di forza-lavoro, ricalca fedelmente nel processo produttivo, questo modello subendone tutta la ramificata suddivisione e tutta l’articolata gerarchia. A questa condizione oggettiva non si può sottrarre se non abolendo radicalmente tutti i rapporti di produzione: ma per fare ciò deve scendere sul terreno politico dei rapporti sociali tra le classi, sul terreno della società intera e dello Stato, sul terreno della rivoluzione e dell’esercizio della violenza contro le classi dominanti la produzione e lo Stato. La classe operaia inizia il suo processo di liberazione solo quando cessa di essere produttrice e diventa rivoluzionaria.
L’opportunismo sa perfettamente che in questo caso finirebbe con l’essere travolto con tutte le strutture e le sovrastrutture della società borghese, insediato e radicato come è in queste e in quelle in funzione parassitaria. La sua linea fondamentale, cosciente o meno, si riassume perciò nel tentativo di impedire che la classe operaia superi la prigione aziendale e si unifichi nell’azione politica contro l’insieme della società e contro il perno fondamentale, lo Stato. Compito principale dell’opportunismo è quello di contenere nell’ambito aziendale e produttivo la lotta di classe che, per quanto teorizzino sprovveduti sociologi borghesi od imberbi intellettuali ” castristi ” di casa nostra, è fenomeno ineliminabile. In questo quadro va vista la funzione del sindacato che accetta la produttività aziendale e si limita alla contrattazione di quello che in termini marxistici non è altro che la produzione di plusvalore relativo. Ecco apparire, di conseguenza, la funzione della ” contrattazione articolata ” e della ” lotta aziendale “, cioè di tecniche sindacali che permettono l’adeguamento della lotta di classe nei limiti consentiti dal funzionamento della società borghese. Ecco apparire, infine, la negazione della teoria del sindacato come ” cinghia di trasmissione ” della lotta politica che sancisce definitivamente la suddivisione della società borghese per cui l’operaio ” produce ” e lo Stato, con la sua burocrazia, con il suo Parlamento, con i partiti e i dirigenti opportunisti, fa la ” politica “.
In sostanza, nella sua teoria e nella sua pratica l’opportunismo non ha avuto bisogno di inventare qualcosa di nuovo: si è semplicemente limitato a seguire nelle grandi linee il disegno della società divisa in classi e a tradurre, proprio come nella concezione borghese, in termini semplici le tradizionali categorie che fanno dell’operaio da un lato un ” produttore ” e dall’altro un ” cittadino “. Come ” produttore ” l’operaio è quindi soggetto alle leggi della produzione dell’azienda, come ” cittadino ” vota per un partito ogni tanto e, magari, partecipa in modo subordinato a manifestazioni politiche su problemi che, posti in questi termini, sono completamente avulsi dalla sua comprensione. La classica scissione dell’uomo instaurata dal mondo borghese, per cui abbiamo un uomo ” economico ” ed un ” uomo politico “, è elevata dall’opportunismo alla massima potenza ed assume tutta la sua concreta realtà aberrante.
Dentro i recinti aziendali l’operaio rincorre instancabilmente i traguardi della produttività, fuori dei recinti, sulle strade e sulle piazze, i ” cittadini ” studenti si sgolano inneggiando alla ” guerriglia ” e ai ” cinque Viet-Nam “! Siamo alla commedia della ” politica “, siamo alla tragedia della classe. E’ quello che la società borghese vuole.
Per smontare l’una e l’altra occorre ripartire da dove era partito Lenin, occorre risalire alle fonti della conquista marxista contro le nebbie pre-marxiste e contro le insidie del pensiero borghese. Non c’è Viet Nam o guerriglia che tenga. C’è una realtà ben più pesante e ben più esplosiva: la lotta di classe nel processo capitalistico di produzione. Partire dalla lotta di classe, elevare la classe sul terreno politico dello smascheramento dell’opportunismo, togliere la classe operaia dalla condizione aziendalistica, unificare politicamente la classe con la sua organizzazione di combattimento, con il Partito Leninista: ecco i compiti perenni di una guerra storica e non di una guerriglia di moda

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