Lorenzo Parodi – Riformismo di piccolo cabotaggio

Invece della strategia operaia la lotta per il contratto metallurgico è inquadrata nella strategia capitalistica che prevede un sindacato che accetta il sistema, un salario legato alla produttività, un proletariato che paga il parassitismo di tutta la società. Ad ogni occasione di lotta salariale dobbiamo riportarci al giudizio dato agli inizi degli anni ’60: cioè che il centro-sinistra, esprimendo una tendenza di sviluppo del capitalismo, sorgeva come esigenza della borghesia di svolgere una politica riformistica verso il proletariato e pertanto andava combattuto proprio sul piano delle lotte operaie, entro la stessa caratterizzazione sindacale cioè, a tradeunionista » di queste lotte.

La formula di governo, come abbiamo visto altre volte, è il prodotto di una situazione parlamentare anacronistica, in ritardo rispetto ai tempi del neocapitalismo, essendo il sistema bipartitico in Italia ancora nella prospettiva da tempo lungo della socialdemocrazia, il suo « orizzonte ’80 ». Infatti l’opportunismo del PCI può ancora perseguire comodamente lo scopo di frastornare le masse popolari con una politica elettorale a accontentatutti » che del centro-sinistra mostra la faccia più appariscente, magari più sporca, ma solamente esteriore. La politica del centro-sinistra si propone invece di dominare la classe operaia proprio sul piano economico, laddove converge la disponibilità dei fautori della « nuova maggioranza » ad avvallare accordo per accordo in sede sindacale, mozione per mozione in sede del CNEL e delle amministrazioni comunali-provinciali la linea che già il neocapitalismo ha tracciato.

La critica rivoluzionaria ci riserva l’ingrato compito di fare i cronisti di quello che ormai può essere considerato un sindacalismo da congiuntura. E non possiamo essere dei cronisti distaccati, alla maniera degli intellettuali e dei burocrati: come operai dobbiamo condividere le pene e la rabbia di quella parte ancora ristretta di classe operaia, ad un livello spontaneistico, che vede frustrate le proprie speranze e le proprie energie in lotte addomesticate, in riga col calendario « articolato » della burocrazia sindacale e commisurate alle raccomandazioni del comitato nazionale della programmazione.

La sindacalizzazione operaia

L’elemento di riferimento è sempre la lotta e l’organizzazione dei metallurgici, della quale anche noi facciamo parte. Un’organizzazione lontanissima da quella che nella storia del movimento operaio poteva gloriarsi di essere alla avanguardia del proletariato, capace di accogliere quei militanti rivoluzionari che nel corso di occasioni storiche importanti poterono frenare le seduzioni di un riformismo di piccolo cabotaggio.

Oggi è l’organizzazione pilota della « sindacalizzazione » operaia. Ridotta cioè, al ruolo di una frazione consapevole, nella pratica dell’unità sindacale, di quello che si vuole affermare come un sindacalismo necessariamente solidale con le contraddizioni della « congiuntura ».

Sintomatica è stata a questo proposito la reazione della CISL metalmeccanici – poi ribadita al convegno del le ACLI- alla proposta della UIL per un sindacato « socialista » nel quadro dell’unificazione socialdemocratica. Essa è cioè stata respinta non per semplici ragioni di bottega, ma perché comprometterebbe il processo di sindacalizzazione delle masse operaie, oggi conseguibile con l’unità d’azione sindacale, domani magari con l’unità organica, ma senza accendere nuove ipoteche politico-partitiche sul sindacato, senza rinfocolare nostalgie sulla « cinghia di trasmissione » che il PCI ha ripudiato e « superato ». In sostanza perché pregiudizievole a quella spoliticizzazione della classe operaia che è la migliore garanzia del riformismo neocapitalista all’americana.

In fondo le odierne discussioni sull’unità e l’« autonomia » del sindacato, così risibili per i temi e la levatura dei protagonisti, non meriterebbero un rigo di attenzione se non fossero connesse alla pratica appunto congiunturale del sindacato. Pratica che ha disarmato la classe operaia di fronte a problemi che solo sul piano politico trovano la loro origine e quindi politici sono gli ostacoli a una loro soluzione sindacale.

Vediamo, dunque, questa famigerata pratica. Prendiamo, ad esempio, nel quadro delle lotte addomesticate dei metallurgici, una manifestazione di una certa importanza, caratterizzata a livello nazionale per la presenza dei segretari della FIOM e della FIM-CISL.

A Genova c’è una mezza giornata di sciopero dei metallurgici e la manifestazione conclude un riuscito corteo nelle vie del centro. Gli operai hanno appena appreso dai giornali i termini dell’accordo firmato dai sindacati con la CONFAPI, cioè con le piccole e medie aziende metalmeccaniche. Gli operai più svegli hanno subito capito che si tratta della solita buggeratura: che quel 10% d’aumento non è reale; che l’aumento in percentuale favorisce scandalosamente gli impiegati; che l’ulteriore dilatazione dei « parametri » aggrava ulteriormente la sperequazione tra tute e colletti bianchi; che i miglioramenti sono dilazionati nel tempo, sono cioè sulla linea della… « linea Colombo »ecc. I più sfuggevoli al controllo della burocrazia sindacale vorrebbero intervenire al comizio e « gridargliene quattro ».

Il « mugugno » accompagna la stivatura dei manifestanti in un cinema cittadino, essendo l’unitarietà della manifestazione subordinata a una sua caratterizzazione non piazzaiola. Inizia il massimo dirigente della FIM-CISL Macario che attacca una sarabanda anticonfindustriale con note di un massimalismo un po’ sospetto. Se gli operai fossero « animali a sangue freddo » come si compiacciono di esserlo i burocrati sindacali, il massimalismo della CISL sarebbe tosto avvertito e smascherato. Ma gli operai sono necessariamente di sangue caldo: lo stesso argomento sindacale scaturisce dalla loro miseria, dalla loro lotta quotidiana col padrone e con l’organizzazione piramidale dello sfruttamento che il padrone ha costruito sulle loro spalle. Impossibile essere freddi di fronte a materia tanto incandescente. E’ il sangue caldo della unità concreta nella lotta, fecondo di generosi anche se traditi entusiasmi. I dirigenti sindacali, incalliti nella strumentalizzazione di questi entusiasmi, ne approfittano creando con la loro demagogia un’atmosfera di facilone contrapposizioni che non lascia posto al discernimento, che non permette di smascherare l’equivoco e l’inganno.

Ridotta al nocciolo la sgridata anticonfindustriale dei Macario e dei Trentin è un’autoesaltazione per l’accordo concluso con la CONFAPI, definito una « testa di ponte » gettata sul terreno avversario: addirittura la dimostrazione del fallimento della strategia della Confindustria che faceva leva sulle difficoltà delle medie e piccole aziende per negare l’accoglimento delle richieste sindacali. Così quando un operaio tenta di rompere l’incanto gridando che l’aumento sancito dall’accordo è pochino, il dirigente della FIOM riesce subito a zittirlo esaltando senza tuttavia dimostrarlo il valore di quel 10%.

Un riformismo fasullo

Si può zittire il mugugno di un operaio con una manifestazione di caporalismo, ma non si può cancellare la causa di quel mugugno che mette in discussione la pratica del sindacato Innanzitutto, perché è sospetto lo accento anticonfindustriale nella polemica dei dirigenti sindacali? E’ sospetto perché in una vertenza che fa da guida alla battaglia contrattuale di un terzo degli operai dell’industria è errato parlare di strategia della Confindustria riducendo la controparte alla espressione di quella a destra economica ». che finora è stata al timone dell’associazione padronale attraverso l’Assolombarda.

Quella dei dirigenti sindacali è una polemica troppo facile (ad esempio soltanto marginalmente coinvolge il comportamento dell’Intersind, cioè dell’associazione sindacale delle aziende di Stato). E’ una polemica che nasconde il comportamento globale del capitalismo italiano, cioè la sua vera strategia.

L’equivoco e l’inganno polemico è derivato dalla ragione che nonostante il gran parlare di « autonomia » del sindacato, i dirigenti sindacali contrabbandano nel sindacato le loro tare ideologiche e gli artifizi propagandistici dei partiti elettorali, quali la industria di Stato « pilota », la raffigurazione antistorica dei monopoli e la politica delle alleanze con i piccoli-medi industriali e con i commercianti in funzione antimonopolistica.

Sono artifizi in quanto contraddittori rispetto alla tendenza di sviluppo del capitalismo. Ma quello che sul piano propagandistico dei partiti elettorali serve a procacciare voti a destra e a sinistra, sul piano sindacale diventa un elemento di freno, di ritardo allo svolgimento di una politica riformistica conseguente. Lo sforzo dei partiti elettorali ad accontenta re tutti gli strati sociali dai quali ricevono i voti, il loro giuoco di equilibri per conciliare i contrari, condiziona la politica del sindacato.

Il sindacato è riformista per natura, nessuno gli chiede di svolgere una pratica rivoluzionaria. Il guaio è che non si oppone a quella politica che, a spesa della classe operaia, vuole far prosperare quegli strati sociali ormai fuori della tendenza di sviluppo del capitalismo – piccoli industriali, commercianti, coltivatori diretti, ecc. – e sostiene con maggiore impegno le rivendicazioni dei ceti estranei alla classe che rappresenta.

Queste cose noi le abbiamo dette nella congiuntura dei primi anni ’60 quando si parlava di a miracolo economico », quando si iniziò e si concluse la precedente tornata contrattuale.

L’attuale malcontento della classe operaia ha origini molto antiche, ma il passato remoto corrisponde al periodo postbellico dell’accumulazione capitalistica, mentre la nostra analisi riguarda il periodo della sua maturità, quello che ha espresso le origini economiche del centro-sinistra.

Il trucco della politica dei redditi

Vediamo, allora, il passato prossimo; in concreto dove e quando il sindacato non è stato conseguente.

I fautori della politica dei redditi hanno trovato un dato di comodo per interpretare l’insorgere delle difficoltà congiunturali, per giustificare la serie di provvedimenti che ne sono seguiti, per far ricadere, insomma, tutto il processo di deflazione e di riequilibrio dell’economia capitalistica sulle spalle della classe operaia. Questo dato è l’aumento del salario medio globale in modo superiore rispetto all’aumento della produttività, a comprova del quale, ancora recentemente Colombo, pur in chiave di « ripresa », ha giuocato sulle percentuali del 1965 nel senso di presentare la produttività (più 7%) inferiore all’aumento dei salari (più 8,3%), mentre il costo per unità di prodotto è aumentato invece soltanto dell’l%.

Il dato in parola è reale soltanto per il capitalismo e per i suoi tecnici; è invece un dato fasullo per la classe operaia e per i militanti che essa esprime.

Perché? Perché è un dato medio che oltre a racchiudere l’inganno sul l’entità dei salari i cui aumenti sono rapportati ai minimi tabellari, circa il 50% inferiori alle paghe di fatto, è un dato che rispecchia i dislivelli tra i vari settori industriali: è cioè determinato dalla ancora scarsa concentrazione capitalistica.

Bisogna allora ricorrere ai dati comparativi per settore di produzione analizzati da un economista borghese che si ispira al modello di sviluppo americano del New Deal. Dal recente libro di F. Forte sulla Congiuntura 1961-1965 appare evidente che la difficoltà congiunturale sia stata soprattutto determinata dai settori a basso livello di concentrazione e di produttività. Nei settori cosiddetti « portanti » del neocapitalismo, dove più alto è il grado di concentrazione, cioè nei settori Chimico, della produzione dei mezzi di trasporto (FIAT) e in parte anche nel metallurgico (FINSIDER) il rapporto produttività-salari è rimasto inalterato fin quasi a recessione inoltrata.

Ma il dato medio produttività-salari è fasullo se è disgiunto da quello sul costo per unità di prodotto che meglio esprime non solo i dislivelli settoriali ma anche le contraddizioni strutturali del sistema.

Il peso dei settori arretrati

Infatti su questo dato grava: il peso di una agricoltura ancora arretrata che provoca l’aumento delle importazioni con l’aumento dei consumi; il peso di un settore terziario, quello della distribuzione dei prodotti, ancora più arretrato che provoca lo aumento dei prezzi e influisce sul profitto industriale; il peso della Pubblica Amministrazione, degli enti previdenziali, delle amministrazioni comunali e provinciali, tutte soggette ad elefantiasi, finora estraniate dal problema della produttività, quindi non « efficienti » come « servizio »; il peso prodotto dallo sviluppo urbano per la presenza della rendita, quindi il peso della speculazione edilizia e degli alti costi di fabbricazione per la polverizzazione delle imprese edili.

Tutti questi « pesi » non sono rimovibili senza soluzioni politiche (ecco il danno della « sindacalizzazione »).

Direttamente e indirettamente entrano nel rapporto produttività-salari-costo per unità di produzione che condiziona la possibilità dei lavoratori dell’industria di vedere elevato il loro salario medio.

Il problema è affiorato anche in un recente dibattito televisivo tra i rappresentanti sindacali delle opposte Confederazioni. I rappresentanti padronali riconoscevano, pur con qualche reticenza, che il salario medio è basso, ma dimostravano con un esempio come all’entità del salario pagato corrisponda una pari entità contributiva di cui soltanto una piccola parte( sottolineavano i rappresentanti operai) è salario differito: il resto viene « mangiato » dagli enti previdenziali.

Questo è però soltanto un aspetto del problema. Il punto più importante è che i « pesi » più sopra elencati sono quelli che fanno assumere alla lotta salariale dei lavoratori dell’industria quel carattere da « cane che si mangia la coda » che, nel significato dell’espressione popolare, è un elemento di debolezza anziché di forza. Si lotta, cioè, per la difesa del potere d’acquisto, per rincorrere lo aumento dei prezzi, non si lotta per un effettivo miglioramento del tenore di vita.

Perché in effetti, governo e padronato si preoccupano più del problema della scala mobile, cioè dei suoi scatti stagionali, che non degli aumenti salariali che poi vengono accordati contrattualmente? Perché l’accordo contrattuale, nei termini in cui si è andato affermando col centro-sinistra e col concorso del riformismo da piccolo cabotaggio dei sindacati, è diventato un modo per il capitalismo di programmare, per un certo lasso di tempo, il proprio capitale variabile, cioè la parte che investe in salari. Il meccanismo dei prezzi, messo in moto dagli sbalzi stagionali di una agricoltura arretrata, dallo sviluppo dei consumi che aumenta le importazioni, dall’apparato distributivo pletorico che provoca lo aumento dei prezzi al minuto anche quando quelli all’ingrosso sono stabili o addirittura in diminuzione, infine dall’aumento dei fitti per le note ragioni, il meccanismo dei prezzi dicevamo, attraverso gli scatti della scala mobile finisce per alterare l’equilibrio del rapporto salari-produttività che il padronato aveva cercato di raggiungere nell’accordo contrattuale.

Non solo, il meccanismo messo in moto dai suddetti fattori, finisce per alterare lo stesso equilibrio sindacale, rende difficile la tregua salariale cercata (dal padronato) in sede contrattuale, poiché l’insufficienza e il ritardo della scala mobile nella difesa del potere d’acquisto spinge le masse a rompere la barriera della « moderazione salariale » non appena si profila una ripresa produttiva e scema il pericolo della disoccupazione.

Il problema, per il capitalismo si è aggravato proprio nel momento apparentemente più fortunato della sua espansione. Nel cosiddetto momento del « miracolo economico », raggiunta una condizione di relativo pieno impiego che ha provocato la carenza di manodopera qualificata, si è infatti verificato il fenomeno che gli economisti borghesi hanno definito di « slittamento dei salari ». Contemporaneamente le retribuzioni nella Pubblica Amministrazione sono aumentate in misura molto superiore che nel settore industriale (stesso fenomeno in agricoltura e nel commercio che sono i settori anch’essi a bassa produttività, ma non possiamo appesantire il discorso con le distinzioni che sarebbero necessarie).

E’ stato il momento in cui il belletto del « miracolo » non ha potuto nascondere al capitalismo quello che è il suo ciclico pericolo di cancrena, cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto.

Voti invece di riforme

In questo periodo, correlativamente alle contraddizioni del sistema, si riscontrano le contraddizioni di una classe politica newdealista giunta a responsabilità di governo e quelle dei sindacati condizionati sia dalla politica dei partiti di governo che da quella dei partiti d’opposizione.

Il Forte racconta nel libro citato che nell’anno cruciale quando si determinò il processo inflazionistico (cioè nel 1962 durante il primo governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani) La Malfa, allora ministro del Bilancio, avanzò la tesi di impegnare i sindacati in una politica di « moderazione sindacale » in cambio di una loro maggiore valorizzazione in seno al comitato della programmazione nazionale.

Le ragioni di questo impegno ufficialmente derivavano dall’esigenza di frenare il processo inflazionistico. L’urbanesimo e la condizione di relativo pieno impiego aveva provocato una spinta nei consumi; le strutture dell’agricoltura e del commercio provocavano sempre maggiori importazioni e sempre nuovi aumenti di prezzi al minuto; l’espansione industriale richiedeva sempre maggiori « servizi »allo Stato che il vecchio apparato burocratico traduceva in aumento del personale e delle retribuzioni: la soluzione più a portata di mano era quella di contenere l’aumento dei salari nel l’industria.

In effetti, per frenare la caduta tendenziale del saggio di profitto le aziende industriali dovevano ricorrere a massicci investimenti in modo da rivalutare il capitale costante rispetto al capitale variabile. Riducendosi le cosiddette fonti di autofinanziamento dovevano ricorrere agli istituti di credito che a loro volta dovevano ricorrere all’azione di sostegno del governo, cioè del ministro delle Finanze, per trovare sempre nuovi capitali.

Per una classe politica che si ispira al modello del New Deal sarebbe stato il momento di gettarsi nelle… « riforme di struttura ». Invece il Forte accenna con reticenza alle difficoltà di andare contro Bonomi, i suoi coltivatori diretti e la Federconsorzi senza intaccare il patrimonio elettorale della D.C.; dice timidamente come in vista delle elezioni dovettero tener conto del potere di pressione dei commercianti dovettero rinunciare alle restrizioni fiscali nei loro confronti e alle misure per favorire l’apertura di supermercati per non perdere i voti della « Vandea bottegaia »; racconta come l’allora ministro delle Finanze Trabucchi incorse nell’infortunio che fu l’origine della sua dipartita politica con un provvedimento fiscale sulle locazioni il cui meccanismo, essendo ancorato al catasto, col piva per la prima volta gli immobili degli istituti religiosi.

La politica elettorale accontentatutti li portò invece ad accordare pensioni, assegni familiari, assistenza ospedaliera proprio a coltivatori diretti e commercianti, a spese dell’industria e del salario differito degli operai.

Gira che ti rigira, il centro-sinistra doveva contemperare i suoi propositi riformistici verso la classe operaia per le stesse ragioni elettorali che muovono il PCI a scegliere i voti dei piccoli industriali e dei commercianti nei comuni e nelle amministrazioni provinciali dove ha responsabilità di governo.

Eccoci così alle responsabilità dei sindacati. Queste responsabilità sono denunciate dai due fenomeni che abbiamo ricordato: lo a slittamento dei salari », cioè l’aumento del salario di fatto nelle forme extracontrattuali, e l’aumento delle retribuzioni in percentuali molto superiori nei settori non industriali. I due fenomeni dimostra no che le tesi di La Malfa del ’62 avrebbero semmai dovuto riguardare i sindacati del pubblico impiego, non certo quelli che controllano la classe operaia. E ridicolo è il senno di poi dei fautori della politica dei redditi intorno all’accettazione o meno di quelle tesi.

La burocrazia si mangia la produttività

Vediamo i dati del primo fenomeno: l’ascesa dei salari di fatto al di sopra di quelli contrattuali fu del 0,2% nel 1960; del 2,9% nel 1961; del 3,6% nel 1962, del 3.5% nel 1963; mentre vi fu una discesa verticale del 5,1% nel 1964.

Altro che piangere sul latte versato dai sindacati che non accettarono lo impegno proposto da La Malfa! Era lo stesso padronato che nel contendersi la manodopera qualificata, in certi casi scavalcava i sindacati che, di fatto, la linea La Malfa praticavano.

La prova ci viene dal secondo fenomeno. L’andamento delle retribuzioni lorde minime contrattuali, in variazioni percentuali, nella media annua sulla media annua precedente, sono state: per i salari dell’industria più 11, 3 nel 1962; più 14,3 nel 1963; più 17,4 nel 1964 (ma la variazione del 1964 è dipesa dalla variazione annua del settore delle costruzioni che è stato più 33,6). Mentre per gli stipendi della Pubblica Amministrazione le variazioni percentuali sono state: più 17,3 nel 1962; più 30,7 nel 1963; più 4,8 nel 1964.

Da questa comparazione (necessariamente ristretta per non appesantire il discorso, ma che estendendola all’agricoltura e al commercio ci gioverebbe) se ne deduce quanto fosse debole la tesi dei gruppi spontaneisti tipo « Quaderni Rossi » che nel 1962-’63 vedevano la « ripresa sindacale » nel settore industriale come capacità autonoma della classe operaia spesso confondendo (ricordiamo gli elenchi di miglioramenti salariali scelti tra le fabbriche torinesi e pubblicati da Q. R.) il fenomeno dello « slittamento salariale » con quello della « risposta operaia » al padronato. Balza invece evidente la responsabilità del sindacato nel settore guida della classe operaia. Il primo accordo di quella tornata contrattuale venne firmato il 20 novembre 1962 con lo INTERSIND e l’ASAP (dopo, quasi negli stessi termini, venne quello per le aziende private). Comportava aumenti del 12% nei settori siderurgico – auto – avio – motoristico – elettrotecnico, dell’11% in quello della meccanica varia e del 10% in quello cantieristico. Pertanto nell’anno della « ripresa sindacale » le « conquiste » dei metallurgici furono al di sotto della stessa variazione percentuale nella media annua dell’industria che fu del 14,3; nell’anno cioè che gli stipendi della Pubblica Amministrazione doppiarono il dato dell’industria con una variazione per ben 30,7 in più.

Un blocco dei salari

Il passato prossimo serve a capire il presente. Per riportarci alle polemiche dell’attuale vertenza contrattuale, serve a capire che non è la Confindustria a sbagliare strategia, ma sono i sindacati a non averne alcuna e a vivere di espedienti tattici.

Nel 1962 si facevano condizionare dallo spauracchio inflazionistico agitato da La Malfa – non approfittarono delle possibilità che il relativo pieno impiego e il fenomeno dello slittamento salariale mettevano in luce; soprattutto dimostrarono la loro mancanza di « autonomia » ignorando i’ compito e l’obiettivo strategico di spingere avanti le rivendicazioni della classe operaia industriale senza farle condizionare da quelle di Bonomi, e da quelle della Vandea bottegaia o della burocrazia statale, oppure dalla politica delle partecipazioni statali.

Oggi si sono costruiti un fantoccio da baraccone per colpirlo con le palle infuocate della loro demagogia. Questo fantoccio sembra uscito dalle pagine di quel signore che aveva inventato la « legge bronzea dei salari »; lo chiamano « blocco dei salari ».

E’ evidente che se esiste un blocco dei salari anche quel 10% fasullo ottenuto dalla CONFAPI (fasullo perché soltanto il 5% è un aumento sui minimi tabellari, il resto ne deriva dall’applicazione dei parametri e non riguarda il manovale . comune) è una vittoria; una vittoria il 3 5% dei petrolieri ENI; è una vittoria il 4% che gli elettrici avranno a partire dal 1967 (anche se per queste categorie valgano ben altre considerazioni).

Il problema è diverso: il blocco salariale non può esserci e, come vedremo, sono già entrati in lizza gli economisti delle Partecipazioni statali a dimostrare perché non può esserci. E’ l’accordo stesso contrattuale accettato dai sindacati che, volta per volta, cerca di ancorare il salario alla produttività e dall’atto della sua stipulazione diventa una tregua salariale-sindacale.

Con una tregua salariale-sindacale di questo tipo e con l’aiuto determinante del comitato d’affari della borghesia, cioè del governo, il capitalismo ha potuto disporre degli strumenti per far ricadere esclusivamente sulle spalle degli operai il peso della deflazione. Per il fatto stesso che la cosiddetta « strategia sindacale moderna » tende ad ancorare sempre più strettamente il salario alla produttività è evidente che il contratto di lavoro diventa uno strumento di deflazione. Infatti i dati chiamati in causa nel corso della nostra analisi ci hanno detto che i miglioramenti extracontrattuali sono scesi di colpo del 5,1% nel 1964 appena il governo ha varato i provvedimenti anticongiunturali. Non solo, ma poiché questi provvedimenti hanno provocato licenziamenti e riduzioni degli orari di lavoro, anche il meccanismo dei premi di produzione si è inceppato, non ne hanno cioè beneficiato gli operai in sospensione e a orario ridotto.

Le punte avanzate del capitalismo

Frattanto gli economisti delle partecipazioni statali che meglio hanno una visione globale della strategia capitalistica, hanno rotto il silenzio finora tenuto dall’INTERSIND nella vertenza dei metallurgici onde dirci perché e percome l’aumento del salario è possibile nell’attuale rapporto costi-produttività.

Esso è possibile, dicono, perché non solo l’azione anticongiunturale ha scongiurato le tensioni del mercato capitalistico sul lato della domanda, ma le preoccupazioni adesso sono in senso opposto cioè che la domanda è diventata troppo debole per permettere una regolare evoluzione dei consumi.

Come avete capito ci riferiamo allo articolo di N. Andreatta apparso sul Giorno del 23 marzo. Il suo ragionamento è suffragato dalla comparazione su scala europea, con inclusione degli USA, del rapporto costi-produttività sulla base delle tabelle dell’inglese National Institute Economic Review. Per un capitalismo integrato nel MEC questa comparazione è indispensabile. Essa dimostra che, « fino al 1962, la dinamica salariale italiana si mantiene in linea con quella degli altri Paesi, mentre quella della produttività è più rapida, e di conseguenza la componente salariale dei costi produttivi cresce da noi ad un ritmo minore ».

La comparazione dimostra che l’equilibrio si rompe nel 1963-’64 ma, di per sé i dati non riescono à spiegare ciò che abbiamo visto nella nostra analisi, cioè per quali fattori i valori medi della produttività rimangono costanti e non riescano ad assorbire « la spinta sui costi di maggior livelli remunerativi ».

Finalmente nel 1965 la tendenza si inverte. Mentre nella maggior parte degli altri Paesi finisce lo « sfruttamento delle disponibilità di manodopera, con la conseguenza di rilevanti aumenti salariali e di una meno accentuata evoluzione della produttività », da noi « si formano rilevanti margini di disoccupazione, il processo di riorganizzazione delle imprese e la ripresa della produzione industriale permettono di acquisire sensazionali miglioramenti della produttività (il 7,1% nel primo semestre dell’anno) », non vi sono scadenze contrattuali e il salario di fatto è in ribasso con le sospensioni e le riduzioni di orario (meno 3% nel 1965).

Contratti adeguati alla produttività

Insomma, fatte le debite valutazioni statistiche, N. A. considera che l’indice del costo del lavoro per unità prodotta dovrebbe essere stato alla Fine del 1965 intorno a 114 (1960 uguale 100), « cioè esattamente al livello Francese e inglese ». Questo livello corrisponde a quello del 1963 quando si concluse la precedente tornata contrattuale dei metallurgici. La tregua salariale-sindacale allora firmata servì dunque a qualche cosa per il capitalismo italiano. E’ dunque il momento di prepararne un’altra.

Gli insegnamenti della congiuntura esigono tuttavia che la si prepari a puntino. Se non fosse per questa esigenza, unitamente a quella di guadagnar tempo per posticipare il più possibile i miglioramenti, l’accordo della CONFAPI lo sottoscriverebbero tutti e la vertenza sarebbe finita col crisma del precetto pasquale.

Innanzitutto si dice che « i rinnovi contrattuali – a differenza del passato – non hanno questa volta a disposizione margini di progresso tecnico già realizzato, che non siano stati ormai ridistribuiti ai lavoratori ». Secondo l’economista delle Partecipazioni Statali, l’aumento della produttività avrebbe appena permesso di riassorbire l’effetto sui costi degli aumenti salariali conseguiti negli anni scorsi. « I sindacati dovranno perciò puntare esclusivamente sulla redistribuzione dei futuri aumenti di produttività, il che richiederà da parte loro importanti aggiornamenti delle tecniche contrattuali (la CISL non parla forse di riforma della struttura del contratto? notiamo noi). Tra l’altro gli aumenti delle retribuzioni, a meno che non siano di modestissime dimensioni (sottolineiamo noi, perché CONFAPI, petrolieri, elettrici sono già una conferma di questa linea) difficilmente potranno decorrere dall’inizio del contratto, ma dovranno invece essere opportunamente distribuiti lungo il periodo della sua durata, durante la quale dovranno essere previsti scatti annuali in corrispondenza alla presumibile dinamica della produttività » N. Andreatta è « un compagno di strada ». In seno al C.N.E.L. ha avuto accanto i consiglieri del PCI e della CGIL nel votare la mozione Petrilli sulla nuova politica d’investimenti, vuole quindi ripagare i nostri sindacalisti indicando gli strumenti che renderanno più sicura la prossima tregua salariale-sindacale. Naturalmente Andreatta non vuol fare torto a nessuno, per cui, in un successivo articolo ha messo in discussione il problema strettamente legato all’equilibrio costi-produttività: la scala mobile. Come abbiamo visto è il problema che più sta a cuore alla classe padronale, anche se per la classe operaia è un po’ il cane da guardia della sua miseria stabile.

La scala mobile neutralizzata

Ma in una « economia dualistica », a livello avanzato soltanto nel « triangolo industriale », dualistico è anche il mercato del lavoro. Per cui il cane da guardia potrebbe avere la funzione di levriero che rincorre la lepre meccanica dei prezzi in ascesa soltanto per gli operai delle zone e delle industrie depresse. Bisogna trovare invece un nuovo meccanismo, dice Andreatta, che nelle industrie ad alto livello di produttività impedisca che gli aumenti contrattuali commisurati alla produttività vadano. ad assommarsi agli effetti della scala mobile, portando uno squilibrio sul costo per unità di produzione.

Già un tentativo silenzioso di neutralizzare il meccanismo della scala mobile era stato fatto nel 1964, introducendo nel « pacchetto » della contingenza due prodotti di consumo che fossero più attinenti all’età dei consumi del neocapitalismo: l’automobile e i carburanti. Essendo prodotti dei settori ad alto livello di produttività, con prezzi in diminuzione, il risultato fu che nel 1965 la contingenza scattò soltanto di 6 punti, cioè quattro punti in meno che nel ’63 e ’64.

Oggi si vuole qualche cosa di più perfezionato. Ecco così la proposta che avanzano i rappresentanti del Capitalismo di Stato: prevedendo il contratto « una serie di scatti annuali che permettano di agganciare il più strettamente possibile salari e produttività », approntare un meccanismo che possa ridimensionare l’ammontare di questi scatti in relazione agli aumenti conseguiti per effetto della scala mobile « operando un suo parziale o totale riassorbimento ». « Il perseguimento da parte del governo della politica di fiscalizzazione degli oneri sociali, in concomitanza con imprevisti ed eccessivi aumenti del costo iella vita, potrebbe facilitare l’accordo su di un simile meccanismo ».

La CGIL a rimorchio della C I S L

Possiamo dunque concludere. La vertenza dei metallurgici dimostra che la CISL, attraverso il massimalismo demagogico di Macario, il comportamento dei suoi attivisti nell’agitazione articolata, fino alla proposta di sciopero generale della categoria nell’industria per rompere il « blocco contrattuale » della Confindustria (ce l’hanno solo con quella), punta a raggiungere il « primato » sindacale. Nel l’unità d’azione sindacale è la CISL a trascinare la CGIL, non il contrario. E siccome la CISL, col concorso degli altri sindacati ha sempre fatto la mosca cocchiera del tipo di rapporto salariale più sopra esaminato, è evidente che più presto saranno bruciate le tappe dell’unità organica dei vertici sindacali, più profonda sarà la divisione economica della classe operaia. Avremo gli operai di categoria « A »che aspettano lo, scatto della produttività nelle aziende della « strategia sindacale moderna », e avremo gli operai di categoria « B » attardati ad aspettare lo scatto della contingenza.

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