L’organizzazione leninista contro l’imperialismo e l’opportunismo

In questi ultimi mesi l’accentuarsi dell’ ” escalation ” americana nel Viet-Nam, il colpo di stato in Grecia e la guerra nel Medio Oriente hanno drammaticamente aggravato la situazione internazionale e hanno dato spunto ad una campagna di manifestazioni, comizi, dibattiti, organizzati dai partiti e sindacati ufficiali, con indirizzo generale chiaramente pacifista e democratico. La nostra organizzazione leninista è intervenuta con estrema chiarezza teorica e con slancio politico in tali manifestazioni, ribadendo in ogni occasione la vera posizione rivoluzionaria dei marxisti contro tutte le deformazioni pacifiste degli opportunisti di qualsiasi tendenza.
Noi siamo intervenuti nelle dimostrazioni senza mai aderire ufficialmente, senza mai avallare l’impostazione borghese controrivoluzionaria che gli organizzatori intendevano darvi. Noi siamo intervenuti con la consapevolezza che oggi, in certe situazioni, centinaia a volte migliaia di giovani, di operai, di studenti, rifiutano la politica opportunista e si pongono istintivamente, anche se confusamente, in contrasto con la borghesia e con i suoi agenti opportunisti in seno al movimento operaio. I Leninisti non hanno la pretesa di essersi ancora posti ” alla testa delle masse ” come, bluffando alcuni fogli filocinesi scrivono, rendendo così un pessimo servizio a tutti i militanti che devono sapere quanto duro, lungo e poco eroico è il cammino della ricostruzione del partito rivoluzionario e non devono essere abituati ad inseguire demagogici sogni molto distanti dalla realtà.
I Leninisti però constatano quotidianamente la loro crescente influenza, la sempre più ampia risonanza che hanno le loro parole d’ordine scandite nei cortei e scritte sugli striscioni, i loro volantini e il loro giornale.
Riteniamo sia utile pertanto fare certe considerazioni su alcune di queste manifestazioni che, per le loro caratteristiche, possono essere prese ad esempio della situazione politica generale.

FIRENZE:23 APRILE
Questa era una manifestazione a carattere nazionale per il Viet-Nam preparata dall’UGI, l’organizzazione degli studenti universitari di ” sinistra”.
Occorre a questo punto una breve parentesi sulla situazione del movimento studentesco di ” sinistra “, situazione che è esplosa clamorosamente all’ultimo Congresso dell’UGI tenutosi a Rimini in giugno. In tale Congresso la maggioranza, composta dai socialisti e dai dirigenti della frazione comunista, si è scontrata violentemente con una minoranza composta da una parte notevole della corrente comunista, dal PSIUP e da varie componenti spontaneiste e filocinesi. La maggioranza sostiene la costituzione di un sindacato studentesco unitario che ottenga riforme dal governo, seguendo la tendenza che si è già espressa per esempio a Milano dove, su queste basi, si è scissa l’UGI a ” destra ” e si è costituita una Confederazione Democratica Studentesca con socialisti e comunisti amendoliani. La minoranza nel criticare giustamente questa piatta alternativa riformista cade però nell’errore, almeno in alcuni suoi esponenti, di rivendicare la costituzione di un partito rivoluzionario studentesco.
Il discorso sul movimento studentesco andrebbe approfondito, soprattutto per quanto riguarda la critica alle posizioni di fondo che sostanzialmente ispirano l’idea della costituzione di un partito rivoluzionario studentesco, e ampliato tenendo presenti tutte le sfumature e le caratteristiche locali che pesano molto. Tutto questo però ci proponiamo di farlo in seguito e per il momento pensiamo che questi pochi cenni bastino per delineare il sottofondo di discussioni e polemiche da cui è nato il raduno di quasi 10.000 studenti italiani a Firenze.
La manifestazione non era organizzativamente controllata dal PCI o da altri partiti pseudo operai: ciò si notava già nel primo pomeriggio, al formarsi del corteo. Le parole d’ordine, i canti, i volantini e le scritte non erano in linea con la politica ufficiale dell’opportunismo. Nella varietà delle posizioni che così si esprimevano, dalle maoiste alle castriste, la nostra presenza si caratterizzava nel portare avanti delle parole d’ordine conseguentemente marxiste:” contro la guerra rivoluzione “, ” dittatura proletaria ” o il canto di ” Bandiera Rossa ” che venivano recepite prontamente e a lungo ripetute. Nella selva di volantini diffusi, noi eravamo presenti con un nostro volantino che riteniamo abbia portato una nota di chiarezza teorica molto importante:
esso infatti riproduceva l’editoriale del 1 numero di Lotta Comunista, dedicato al Viet-Nam, che affrontava la questione tralasciando gli aspetti immediatamente emotivi, ma analizzando a fondo i complessi problemi dell’imperialismo mondiale e della strategia del movimento operaio internazionale. Al termine del corteo, durante il comizio, è accaduto ciò che, più che ogni altra cosa, ha mandato in bestia gli opportunisti a cominciare da ” Rinascita “. Come accadrà anche due giorni dopo a Mestre, gli oratori ufficiali sono stati fischiati e a lungo interrotti dalla folla tumultuosa dei giovani: la sventura di non parlare ad un pubblico addomesticato è toccata al sen. Fabiani del PCI, al socialista Codignola, al cattolico La Pira. Soltanto Lelio Basso e Franco Fortini hanno riscosso gli applausi, in quanto per l’occasione si erano spostati opportunisticamente e demagogicamente a sinistra.
Questa è la funzione del PSIUP o di altri gruppi che lo fiancheggiano: lo stesso partito che sui problemi di fondo della strategia del movimento operaio in Italia e nel mondo, non si discosta minimamente dai partitoni opportunisti del PCI e del PSU, il partito che avalla tutta la mistificazione democratico-parlamentare, che appoggia incondizionatamente la politica dello stato guida, come si è visto recentemente per
il Medio Oriente, questo partito, appunto trova poi gli uomini per far la fronda a ” sinistra “: sarà Vittorio Foa nella CGIL, Libertini per i problemi della programmazione e sarà infine Lelio Basso per la politica internazionale. Questa funzione di copertura a sinistra, di argine massimalista all’opportunismo socialdemocratico, è affidata al PSIUP, partito più agile e articolato che vi riesce meglio di quanto non possa fare il PCI, con la sua sclerotica burocrazia conservatrice, la cui parte più preparata si dedica ad una vasta operazione di unità coi socialdemocratici in vista della entrata nel governo e non può certo soffermarsi sui dissensi che vengono da sinistra. Questo compito è comunque svolto, anche nel PCI, da alcune componenti ingraiane e trotskiste di tipo entrista che devono essere smascherate prontamente. La dimostrazione si è conclusa nei pressi del consolato americano, dove la polizia, avendo a che fare con migliaia di persone, non si è mossa come ha poi invece fatto in serata contro i piccoli gruppi di giovani ripetutamente e selvaggiamente aggrediti.

GENOVA:23 APRILE
Lo stesso giorno in cui eravamo impegnati a Firenze, altri compagni a Genova intervenivano ad un grande comizio organizzato dall’ANPI in Piazza della Vittoria. Il limite ufficiale della manifestazione era molto più rigoroso, la presenza di giovani modesta e il clima era più di tipo commemorativo che di vibrata lotta politica. I compagni intervenuti hanno diffuso il nostro volantino per il Viet-Nam e altro materiale, ciò ha acceso vivaci discussioni politiche che hanno portato l’unica nota di passione rivoluzionaria e di chiarezza teorica in un grigiore unitario dove, per non dispiacere a socialisti e cattolici, vi era il divieto assoluto di portare bandiere rosse o altri simboli «sovversivi». Gli stessi giovani della FGCI intervenuti con volantini e giornali venivano fatti allontanare dai burocrati del partito, suscitando amare disillusioni nella ingenuità rivoluzionaria di molti di essi. Episodi significativi di scontri polemici tra gruppi consistenti di militanti delle minoranze con gli apparati burocratici dell’opportunismo, si sono verificati in molte altre città, da Torino a Bologna, da Napoli a Pisa, Livorno, Vicenza.
Specialmente in occasione dei cortei del 1 Maggio, in tutte le città d’Italia, molti operai hanno disapprovato, quasi sempre con episodi di pubblica ” indisciplina “, la scelta fatta dai partiti e dai sindacati di togliere ogni parvenza di classe alle manifestazioni; infatti i limiti posti all’apparizione di bandiere rosse, di canti, parole d’ordine e scritte troppo ” rivoluzionari ” sono stati ovunque infranti spontaneamente.
E’ iniziato a questo punto un contrattacco degli opportunisti del PCI che sono interessati direttamente in questi scontri di piazza. Vi è stato il CC della FGCI che ha espresso la preoccupazione di non lasciarsi scavalcare a sinistra e l’impegno a combattere gli ” estremismi “; vi sono state le prese di posizione decise e inequivocabili di Amendola contro
i ” dissidenti di sinistra ” e subito la sua parola d’ordine è stata recepita e applicata dai burocrati e dai funzionari delle federazioni e dei sindacati.
Sono così apparsi nella stampa del PCI gli articoli sui ” provocatori ” pagati dalla CIA o dal “Corriere della Sera ” o dalla Confindustria, in cui si diceva chiaramente di ” respingere ” la provocazione il che tradotto in termini pratici significava un invito esplicito ad estromettere, colle buone o colle cattive, i cosiddetti ” provocatori ” dalle manifestazioni.
A Roma dove la nostra organizzazione è costantemente presente in ogni manifestazione sia politica che sindacale, gli opportunisti del PCI sono arrivati all’aggressione violenta, all’organizzazione di squadre controrivoluzionarie formate di attivisti burocrati e non di operai come invece si cerca poi di far credere; sono arrivati ad impedire la diffusione di volantini e a malmenare selvaggiamente i nostri compagni. La manifestazione romana del 18 maggio per il Viet-Nam svoltasi in Piazza S. Giovanni era organizzata dalla CGIL e i militanti leninisti, come ricorderanno poi anche in un volantino di protesta contro l’accaduto, diffuso anch’esso a Roma, sono aderenti attivi di detto sindacato sin dalla sua ricostituzione dopo la 2′ guerra mondiale e come tali avevano quindi il diritto a propagandare le loro posizioni nella CGIL.
Il volantino di cui è stata impedita la diffusione attaccava il colpo di stato di Atene e diceva tra l’altro: ” La borghesia reazionaria greca, oggi, senza alcuno scrupolo liberatasi dalle sue apparenze democratico-costituzionali, ha imposto una dittatura assoluta promossa e sostenuta da una cricca militare che rappresenta gli interessi della reazione borghese interna ed internazionale “.
Evidentemente la solidarietà con gli operai greci, prima ingannati e traditi dalle illusioni democratiche e ora schiacciati dalla dittatura borghese aperta, è una colpa per i sedicenti “comunisti ” del PCI !
Il volantino continua ricordando la lotta eroica del proletariato greco per il socialismo, già vigliaccamente barattata a Yalta tra gli altri imperialisti vincitori americani, russi e inglesi; quello sporco baratto suggellava tutta una politica contro rivoluzionaria che non aveva voluto collegare la lotta contro l’imperialismo nazi-fascista con quella contro l’imperialismo ” democratico ” degli alleati in vista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile per portare il proletariato mondiale alla rivoluzione socialista.
Il volantino si appella quindi ” alla classe operaia affinché conduca la sua azione di lotta e di solidarietà rivoluzionaria in ogni luogo di lavoro col proletariato greco, spagnolo e con gli operai e i contadini del Viet-Nam. La sporca guerra del Viet-Nam, la controrivoluzione indonesiana, la dittatura franchista in Spagna, la fame capitalistica in India, la lotta del proletariato negro d’America, l’oppressione dei popoli sotto il colonialismo, la schiavitù del salario cui è sottoposto il proletariato dal rapporto di produzione capitalista, dimostrano che la strategia leninista resta invariata e impone con urgenza la costituzione dell’Internazionale Comunista Rivoluzionaria per abbattere il capitalismo e l’imperialismo.
Attenendosi scrupolosamente ai seguenti tre punti: 1) combattere il pacifismo opportunista dei dirigenti che risiedono nelle organizzazioni operaie; 2) lottare per la costituzione del Partito Leninista rivoluzionario; 3) abbattere nelle metropoli dell’imperialismo i rapporti di
produzione capitalistici “. Queste sono le parole d’ordine che non piacciono a coloro che ancora hanno la faccia tosta di definirsi ” comunisti ” ! Infatti di aver impedito la circolazione di queste idee si vanta sull’Unità Renzo Trivelli, segretario della Federazione del PCI di Roma e mente, mente spudoratamente, quando parla di una reazione spontanea dei lavoratori: la reazione c’è stata ma è opera di burocrati e funzionari che l’hanno preparata e i lavoratori, caso mai, hanno spontaneamente disapprovato tali metodi. Noi leninisti non ci scoraggiamo certamente per questi fatti nè intendiamo insistere sul fatto in se dei pugni presi o dati, abituati a repressioni molto più violente durante il periodo fascista o nell’infuocato dopo guerra staliniano, ma vogliamo denunciare politicamente il fatto in quanto sintomo evidente delle mille facce che l’opportunismo presenta, dal democraticismo dialogante e pacifista alla repressione squadrista a seconda che si rivolga alla borghesia sua padrona e ispiratrice o alle punte avanzate della coscienza rivoluzionaria delle masse.
La nostra organizzazione si è comunque presentata nei giorni successivi, con rinnovato vigore, in manifestazioni, dibattiti, scioperi, diffondendo volantini e giornali. Si è presentata anche pubblicamente con l’intervento del compagno Cervetto al dibattito organizzato al Teatro dei Satiri per il pomeriggio del 1 giugno. In tale occasione è stata ancora una volta ribadita la funzione di chiarezza e di mobilitazione politica svolta dalla nostra organizzazione leninista, particolarmente in una città come Roma dove la debolezza dei gruppi filocinesi, la confusione degli spontaneisti e la doppiezza dell’entrismo trotskista, lasciano il nostro gruppo da solo ad affrontare apertamente, senza riserve e mascheramenti, l’opportunismo del PCI.

MILANO:2 GIUGNO

Qui l’opportunismo era più che mai all’attacco, doveva dimostrare a tutti, al governo e alla polizia, ai socialisti e ai rivoluzionari, di essere il partito che domina la piazza, che controlla le masse, che sa assolvere sempre la sua funzione di ingabbiare la lotta di classe. E’ stata scelta Milano per il raduno nazionale del 2 giugno, sono stati mobilitati treni e pullman, si è fatta una propaganda martellante nei giorni precedenti, si son stabiliti orari, punti di ritrovo, percorsi, parole d’ordine, cartelli e un imponente servizio d’ordine anche questa volta non composto spontaneamente da operai, ma da solidi burocrati e funzionari quarantenni che difendono anche a pugni le loro poltrone e poltroncine. Si è giunti infine alla calunnia più vile, all’invito esplicito ad eliminare con la forza ogni posizione non ortodossa, come scriveva chiaramente l’Unità di Milano del 2 giugno. Gli ” agenti provocatori “, ” prezzolati “, avevano, ovviamente d’accordo con la borghesia, la ” criminosa speranza che la manifestazione, dove c’erano donne e bambini, degenerasse.” ricorda un corsivo, sempre dell’Unità, del 3 giugno. Diciamo subito che lo sforzo del PCI è fallito: fallito perché non sono riusciti a radunare a Milano più di cinquantamila persone e questo per un ” partitone di massa ” è un pò poco, e perché i gruppi di minoranza non solo non sono stati dispersi, ma si sono inseriti di forza nel corteo raccogliendo notevoli simpatie. Ciò che ha reso possibile la sconfitta del PCI nel suo tentativo di isolare e disperdere
i gruppi di minoranza è stata la spontanea adesione di molti giovani della FGCI e del PSIUP agli slogans e alle critiche che i gruppi minoritari muovevano contro l’impostazione pacifista e democratica che il PCI intendeva imporre alla manifestazione. La massa dei ” dissidenti ” annoverava complessivamente circa un migliaio di persone ed era composta prevalentemente da giovani della FGCI e del PSIUP, da radicali e poi da filocinesi delle varie tendenze, da spontaneisti e infine da militanti dell’organizzazione Leninista. Era composta anche di quegli ex partigiani arruolati dal servizio d’ordine che avevano rifiutato a un certo punto di strappare le bandiere rosse e i cartelli inneggianti alla rivoluzione, si erano invece strappati di dosso i cartellini del servizio d’ordine dati loro dagli organizzatori ed erano venuti a gridare “Contro la guerra rivoluzione ” insieme a noi. C’erano infine militanti di diverse frazioni internazionaliste di origine bordighista che insieme a noi scandivano coerenti parole d’ordine marxiste e come noi si distinguevano, per il carattere internazionalista e proletario degli slogans, dai filocinesi di varie sfumature. Superavano così nella pratica quelle remore astensioniste che in teoria li portano a considerare come un pericoloso accodarsi all’opportunismo la partecipazione a manifestazioni di massa ufficialmente indette dalle organizzazioni tradizionali.
Anche in questa occasione la nostra presenza leninista è stata ancora una volta di un notevole peso, soprattutto sul piano della chiarezza politica; il nostro striscione ” Contro la guerra rivoluzione “, più volte preso di mira dai burocrati, raccoglieva intorno a sé moltissimi manifestanti, le nostre parole d’ordine erano sempre riprese da centinaia e centinaia di giovani, il nostro giornale richiesto e ampiamente diffuso. L’episodio di Milano è stato una ulteriore conferma della esattezza della nostra linea politica che vede l’intervento in queste manifestazioni come una delle attività di agitazioni e di propaganda che l’organizzazione Leninista deve instancabilmente compiere affinché questo ampio settore di giovani che oggi spontaneamente si ribella contro il pacifismo democratico e parlamentare dei partiti opportunisti, maturi ad una vera coscienza rivoluzionaria e comprenda la necessità della creazione di un partito leninista.
Terminiamo ricordando a tutti gli opportunisti che non riusciranno con le loro calunnie, con la loro violenza e con quella dell’apparato repressivo dello stato borghese, a stroncare il leninismo, a staccare la classe operaia dalla sua avanguardia politica organizzata, per quanto modesta possa essere.
I ” provocatori ” sono coloro che rifiutano il confronto politico, che mascherano il tradimento dietro la usurpazione dei simboli del movimento operaio.
Gli ” agenti della borghesia ” sono coloro che vogliono togliere ogni coscienza rivoluzionaria alla classe operaia, non i leninisti che questa coscienza portano e porteranno ovunque ci sarà il proletariato.

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