Lotta internazionalista contro i blocchi militari

Lo Stato capitalistico italiano come ogni Stato capitalistico, ha una politica estera perché ha degli interessi internazionali, ha una politica di alleanze perché ha interessi comuni con altri Stati, ed ha un sistema di alleanze militari che proteggono questi interessi.
Il problema della NATO rientra nel quadro di questi interessi e come tale va affrontato. Siccome gli interessi del capitalismo italiano sono molteplici e corrispondono, nel loro insieme, agli interessi particolari dei vari settori della classe dominante ne deriva che non vi è un unico interesse del capitalismo italiano che possa esprimersi inequivocabilmente in un politica estera.
Così come nei vari aspetti della politica interna troviamo riflessa la lotta delle varie frazioni borghesi, così la definizione della politica estera diventa campo di contrasto, di polemica, di mediazione.
La questione della NATO va vista tenendo conto di questa realtà sociale, di questa realtà della classe dominante che spiega pure perché sull’alleanza militare che l’imperialismo italiano ha stretto con gli imperialismi americano ed europei si vadano delineando tre posizioni: la prima di riconferma pura e semplice, la seconda di revisione, la terza di rottura. Gli interessi fondamentali e predominanti delle varie frazioni si trovano riflessi nelle prime due posizioni e su queste due sarà sostanzialmente risolta la continuità dell’alleanza militare. Ma anche la terza posizione, quella dell’uscita dalla Nato, non è in contrasto con alcuni interessi del capitalismo italiano, interessi collegati alle tendenze di sviluppo dell’Italia e ai suoi probabili capovolgimenti di alleanza. Dato, però, che nel prossimo futuro non vi sono possibilità di un ruolo autonomo dell’imperialismo italiano si può praticamente escludere la soluzione di rottura. Abbiamo formulato questa ipotesi per precisare che la parola d’ordine « Fuori della Nato», non è di per sé antimperialista ed anticapitalistica perché può essere fatta propria dall’imperialismo italiano, così come ha fatto l’imperialismo francese.
La politica internazionalistica della classe operaia, anche sul terreno delle alleanze militari, deve essere fondata su di una chiara ed inequivocabile autonomia di classe che sottragga il proletariato alle manovre dei vari gruppi imperialistici nella loro lotta, nelle loro alleanze, nei loro immancabili capovolgimenti di alleanza.
Durante la seconda guerra mondiale imperialistica gli Stati Uniti, che erano il contendente-predone più forte stabilirono una rete vastissima di basi militari in quasi tutti i continenti. Costruirono ben 450 basi con 925 aeroporti nei paesi alleati e nemici, spendendo per la sola costruzione qualcosa come 2 miliardi e mezzo di dollari. Non solo nessuna potenza imperialistica non era mai giunta a stabilire una rete così vasta e fitta di basi militari fisse e soprattutto mobili (flotte aereo-navali), ma è certo che senza il grande conflitto imperialistico neppure gli Stati Uniti vi sarebbero mai riusciti. Le basi militari statunitensi che avvilupparono tutto il mondo non furono altro che i depositi regionali di smercio di un fiume incessante di produzione bellica che dal 1940 al 1945 straripò dall’immensa macchina capitalistica degli USA: 86.000 carri armati, 297.000 aerei, 315.000 cannoni, 64.500 battelli da sbarco, 6.500 navi da guerra, 5.400 navi da trasporto.
La strategia militare statunitense, come le stesse cifre sulla produzione bellica indicano, era basata da un lato contro l’imperialismo tedesco che aveva cercato di occupare con la violenza il mercato europeo e contro quello giapponese che si era impossessato dell’Asia, ma dall’altro lato era tesa a stabilire il predominio sugli stessi alleati. Non a caso la strategia militare USA era il riflesso della potenza “motoristica”: con 11 milioni di uomini in campo gli Stati Uniti gettarono ben 300.000 aerei!
Il capitalismo europeo, indebolito e stremato, si riparò all’ombra di questa superpotenza. Da questa scelta nacque la NATO. Gli staliniani la contestarono dopo la rottura dell’alleanza USA-URSS e dopo aver per sette anni acclamato come liberatrice la mastodontica macchina bellica americana che con le sue potentissime basi si andava insediando in tutto il mondo.
Ancor più che in Europa gli Stati Uniti si insediarono massicciamente in Asia. Alla data odierna gli USA hanno dislocato nel Pacifico 780 mila uomini, 6.050 aerei, 560 navi. Nel Viet Nam hanno 440 mila uomini, 40 mila in Corea, 40 mila in Thailandia. La sola VII flotta conta 175 navi, 75.000 uomini e 700 aerei. La base nucleare di Guam conta 50 bombardieri e 6 sottomarini Polaris. Nel Viet Nam del Sud gli USA hanno 89 aeroporti per aerei pesanti e 7 porti per navi di grande stazza. La base di Korat in Thailandia può diventare un centro logistico di 100.000 soldati e 40.000 addetti ai servizi. E cosi via.
Da un punto di vista generale si può dire che il baricentro della potenza militare statunitense si è andato consolidando, dalla seconda guerra mondiale, in Asia, cioè sul mercato ove gli USA hanno meno concorrenti e dove la pur forte ripresa del capitalismo giapponese non è ancora in grado di rovesciare, o di modificare sensibilmente, il predominio americano.
Il sistematico massacro nel Vietnam è, appunto, la prova di forza di questo predominio e la testimonianza che gli Stati Uniti potranno forse allentare la presa militare in Europa ma non la allentano per ora in Asia dove i rapporti di forza per gli USA sono, oggi, sostanzialmente, più favorevoli che in Europa, malgrado che il Giappone si stia attestando nella graduatoria mondiale come terza potenza. Solo un rovesciamento delle alleanze da parte dell’imperialismo giapponese ed un blocco asiatico o russo-giapponese potrebbe, nei prossimi anni e fintantoché la Cina non giunga a collocarsi tra le prime cinque potenze mondiali (traguardo molto lontano), capovolgere gli attuali rapporti di forza asiatici.
Ma l’attuale “coesistenza diseguale”, cioè l’alleanza USA-URSS, copre il fianco europeo agli Stati Uniti. E la “coesistenza diseguale” non esprime altro che il rapporto economico-militare di 2 a 1 a favore degli USA nei confronti dell’imperialismo sovietico che non riesce neppure più a controllare la zona dell’Europa orientale ottenuta nella spartizione del bottino nell’alleanza contro lo imperialismo tedesco.
In questi termini oggettivi si presentano oggi i problemi delle alleanze militari e da questi termini risulta chiaramente che solo gli spostamenti delle prime dieci potenze imperialistiche possono rompere gli attuali schieramenti e crearne dei nuovi. Nella storia dell’imperialismo mondiale tutto è possibile, anzi la storia dell’imperialismo nel mondo è proprio la storia dei più repentini mutamenti di alleanza, come ci insegna il corso di ben due guerre mondiali e della loro preparazione.
Lo sviluppo, negli ultimi venti anni, dei gruppi imperialistici in Europa ha posto alcune condizioni per la modifica dell’alleanza con gli Stati Uniti. L’imperialismo tedesco e quello francese, in varie forme, capeggiano questa tendenza, come testimonia la loro posizione sul trattato nucleare russo-americano. Gli anni a venire collauderanno la forma di questa tendenza. Quello che è certo è che tutte le tendenze e gli schieramenti imperialistici sono in movimento. Tutta una serie di fattori economici, che qui non possiamo illustrare, sono entrati pesantemente in campo ed inevitabilmente influiranno nei rapporti tra gli Stati.
Su questo terreno accidentato, su questo sfondo di dimensioni mondiali, su queste prospettive di incalcolabile portata quale deve essere la posizione internazionalistica del proletariato?
Diciamo subito che senza un partito attrezzato marxisticamente, senza una organizzazione leninista che sappia preparare sufficienti quadri qualificati, la classe operaia è sempre meno in grado di orientarsi in uno sfondo mondiale che vede moltiplicarsi a dismisura, e in forme molto complesse, le contraddizioni dell’imperialismo e le lotte tra i suoi gruppi.
Solo un’assimilazione della poderosa analisi leninista dell’imperialismo può permettere alla classe operaia di conoscere in tutti i suoi aspetti il suo nemico e, quindi, di saperlo veramente colpire dove va colpito. La classe operaia, come dimostra l’esperienza della seconda guerra mondiale, è stata condotta dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo a lottare contro un solo aspetto (quello tedesco) dell’imperialismo con il risultato di essere utilizzata dall’imperialismo in generale.
Nella lotta di classe non esiste solo un nemico, non esiste solo un “imperialismo principale” da abbattere.
La classe operaia deve lottare contro tutti i gruppi imperialistici, contro tutti i potenziali militari, contro tutti i tipi di sfruttamento capitalistici. In questa strategia contro tutti i gruppi imperialistici la lotta contro i blocchi militari, contro la NATO, contro gli eserciti nazionali è un momento di una lotta generale per la rivoluzione e la dittatura del proletariato, così come lo può essere lo sciopero in un’azienda, in un settore, in una nazione. Solo in questa condizione di chiarezza il proletariato può portare avanti le sue battaglie senza temere di fare il gioco di altre forze ma facendo solo il gioco della sua rivoluzione.
Solo in questo modo la classe operaia può lottare a fondo contro l’imperialismo italiano perché, come giustamente diceva Lenin, si è veramente internazionalisti quando si combatte il proprio imperialismo.

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