M. Boagno – La democrazia getta la maschera

In ogni paese gli operai provano ogni giorno sulla loro pelle il significato della democrazia come migliore involucro del capitalismo, perché lo sfruttamento della classe operaia, qualunque sia il tipo di governo democratico, fascista o pseudo-socialista – è una costante ineliminabile del sistema di produzione capitalistico.

Tuttavia vi sono episodi che fanno risaltare con maggiore evidenza la vera essenza della democrazia borghese, che si presenta abitualmente sotto la pelle dell’agnello, pacifista e conciliante, ma sa, alla prima occasione, dimostrarsi in tutto simile all’altra faccia della dittatura borghese, la faccia della repressione violenta.

Uno degli esempi più recenti, tra quelli che in questo ultimo periodo vanno moltiplicandosi, dal Belgio all’India agli Stati Uniti, (facendo, per inciso, con l’evidente internazionalizzazione della lotta di classe, cadere addirittura nel ridicolo le varie « vie nazionali al socialismo » è dato da gli avvenimenti del Cile.

In questo paese la borghesia nazionale, legata a filo doppio all’imperialismo americano, dal quale dipende per la sua stessa sopravvivenza, non si esprime politicamente attraverso cricche militari o dittatori fascisti, come nel resto dell’America Latina, ma governa tramite un parlamento, un partito di maggioranza, con metodi costituzionali, riformistici, democratici, secondo il modello europeo.

Ma gli orpelli legalitari cadono, la socialità cristiana si trasforma in repressione anti-operaia quando lo sciopero nelle miniere di rame mette in crisi il programma di sviluppo della borghesia nazionale, che si regge essenzialmente sull’esportazione di quel minerale. E i minatori, ancora una volta all’avanguardia, sono in lotta da mesi: chiedono aumenti del 60%, boicottano l’« economia nazionale » l’economia della borghesia, in difesa della quale il democratico Frei non esita ad inaugurare la politica della « mano forte », e causano un danno, tra il 1965 e i primi mesi del ’66, di quasi 50 milioni di dollari.

Il primo passo della politica della « mano forte » è l’arresto di numerosi sindacalisti: ma il movimento non si ferma, si estende anzi ai portuali di Valparaiso, e ai trasporti pubblici di Santiago, e infine quasi tutte le categorie scendono in agitazione. Ma dalla « mano forte » alla « mano armata » il passo è breve. Il 12 marzo nella cittadina mineraria di El Salvador, a bilancio di uno scontro dei minatori con la polizia è d i 6 morti.

Appare sempre più evidente quindi che la democrazia borghese, nonostante la sua veste pacifica e legalitaria, non esita a mutarsi in brutale gendarme non appena la classe operaia tenta, non di mettere in discussione il sistema, ma semplicemente d i rivendicare più accettabili condizioni di vita, condizioni più umane di quelle di « merce a buon mercato » che contraddistinguono in modo particolare la manodopera indigena nei paesi in cui si installa l’espansione imperialistica delle grandi potenze.

Ancora una volta la colossale mistificazione democratica getta la maschera e colpisce duramente, rinnovando episodi grandi e piccoli che si ripetono costantemente nella storia della lotta di classe, dal massacro della Comune di Parigi da parte del democratico Thiers, alla distruzione degli Spartachisti da parte del governo della socialdemocrazia tedesca, fino ai meno clamorosi, ma non meno significativi, episodi che si ripetono quasi ogni giorno in tutto il mondo.

Tutto concorre a dimostrare come i rapporti di classe non si modifichino col mutare delle forme di governo, ma siano e rimangano rapporti di forza. Rapporti che oggi, purtroppo, non volgono a favore della classe operaia, divisa e ingannata da falsi miti e demagogiche promesse, per la mancanza d i una organizzazione proletaria internazionale che possa, pur nella loro infinita varietà, coordinare ed unificare gli elementi comuni di tutte le lotte, senza perdere mai di vista la prospettiva dello scontro frontale e finale con le forze della borghesia, sotto qualunque forma si presentino.

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