Marina Boagno – Contro la costituzione borghese, per la rivoluzione proletaria

Il capitalismo adegua a poco a poco alle sue nuove realtа anche le piщ tradizionalmente fossilizzate delle sue sovrastrutture: tutte le «riforme burocratiche» e le «riforme giudiziarie» tanto auspicate dai democratici di destra e di sinistra rappresentano il punto di approdo di una evoluzione iniziatasi a livello di struttura con la progressiva concentrazione, il contrastato processo di proletarizzazione delle classi intermedie e l’estensione dei mercati nazionali a livello europeo e mondiale.
A questo punto le vecchie leggi destinate a servire gli interessi di una borghesia autarchica, il cui scopo immediato era quello di rinchiudersi in se stessa per fondare una industria nazionale che crescesse protetta dalla concorrenza straniera fino a che non fosse diventata competitiva sul mercato mondiale, diventano inutili come i miti nazionalistici che avevano fornito loro la copertura ideologica.
Cambiano i miti e i modi di imporli: dal mito truculento della violenza a quello pacifico della democrazia, dalla Camera dei Fasci al Parlamento della Repubblica, dal manganello alla scheda elettorale, e cambiano, piщ lentamente, gli aspetti giuridici che ne assicurano il rispetto a prezzo della galera. Ma c’è qualcosa che rimane immutato, oggi come ieri, e questo qualcosa non и un mito, ma и la realtа della lotta di classe, che si esprime in ogni momento in termini di rapporti di forza, di sopraffazione, piщ o meno aperta, della classe dominata da parte di quella dominante.
Un esempio recentissimo ci illumina in proposito. Il nostro Codice Penale, vecchio ormai di parecchie decine d’anni, e che nessun ministro della giustizia della Repubblica (a cominciare da Togliatti) si è mai sognato di modificare per togliergli l’impronta tipicamente fascista che lo caratterizza, conteneva ancora fino a pochi mesi fa un articolo, il 272, di cui una parte è stata dichiarata contraria alla Costituzione, e quindi non piщ applicabile, con sentenza della Corte Costituzionale del 22 giugno scorso.
Il testo dell’art. 272 dice: «Chiunque, nel territorio dello Stato, fa propaganda per l’instaurazione violenta della dittatura di una classe sociale sull’altra, o per la soppressione violenta di una classe sociale o comunque il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato, ovvero fa propaganda per la distruzione di ogni ordinamento politico e giuridico, è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Nel secondo comma dell’articolo si dice invece: «Se la propaganda è fatta per distruggere o deprimere il sentimento nazionale, la pena и della reclusione da sei mesi a due anni». Ciò significa, tra parentesi, che durante il fascismo chi faceva propaganda contro il sentimento nazionale era valutato circa due terzi meno pericoloso di chi voleva la rivoluzione comunista, poichè и fuori di ogni dubbio contro chi era ed è diretto l’art. 272.
Ora la situazione и cambiata: non esiste piщ questo« rapporto di pericolositа », perchй la Corte ha dichiarato incostituzionale solo il secondo comma, lasciando significativamente integro il primo: in regime democratico solo i rivoluzionari quindi sono pericolosi. La sentenza afferma infatti che non и stata riconosciuta fondata la questione di legittimitа costituzionale del primo comma, che è perfettamente compatibile con l’art. 21 della Costituzione, secondo il quale, molto genericamente e con una opportuna fila di restrizioni per i casi «di necessitа e urgenza»: «Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Oggi dunque l’ordinamento giuridico dello Stato borghese riconosce come perfettamente legale la propaganda «per distruggere o deprimere il sentimento nazionale», motivando cavillosamente la sua decisione con l’osservare che il sentimento nazionale, pur corrispondendo «al modo di sentire della maggioranza della nazione» (citiamo testualmente dalla sentenza) e contribuendo «al senso di unitа etica e sociale dello Stato», in fondo non и che «un sentimento, che, sorgendo e sviluppandosi nell’intimo di ciascuno, fa parte esclusivamente del mondo del pensiero e delle idealitа». Ed и ovvio che in questo momento del suo sviluppo il capitalismo italiano, traboccando oltre le frontiere nazionali per integrarsi a livello europeo, e espandendosi imperialisticamente su tutti i mercati, si liberi infine anche di queste ultime remore giuridiche, ereditate da una fase superata, secondo cui qualunque radicale europeista e perfino qualunque spirito «ecumenico» sarebbe stato passibile della reclusione fino a due anni, facendo propaganda per gli Stati Uniti d’Europa, o magari per la fratellanza universale.
Le cose cambiano (anzi, non cambiano, ma rimangono come erano esattamente trent’anni fa) quando si tratta del primo comma dell’articolo. Il motivo, come ci si poteva aspettare, del mantenimento in vita di questa parte dell’art. 272, è assai meno labile e più chiaramente spiegato: и evidente che chi faccia propaganda per l’instaurazione violenta della dittatura di una classe ecc. mette in pericolo. «la conservazione di quei valori che ogni Stato, per necessitа di vita, deve pur garantire».
Ecco che qui abbiamo trovato finalmente il nocciolo del problema, la conferma lampante della attualitа e delle insostituibilitа della dottrina marxista dello Stato: lo Stato è«l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte dell’altra». Se non ci sentiamo di cambiare una parola di questa elementare veritа formulata in questi termini in «Stato e Rivoluzione» e perchè i fatti concreti ci dimostrano tutta la sua validitа.
La classe borghese puт modificare la propria organizzazione giuridica amministrativa, puт creare nuove ideologie e buttare a mare le vecchie, ma non arriverа mai, evidentemente, a negare se stessa e il proprio dominio di classe. Essa anzi, poichй ha oggi tutto il potere nelle sue mani, non ha neppure bisogno di coprire la sua dittatura con veli demagogici (a ciò provvedono i suoi epigoni di tutte le sfumature «di sinistra») ma afferma chiaramente che la conservazione di certi «valori» è una «necessitа di vita» per lo Stato. E ciò è perfettamente giusto, perchй se questi valori (ordine, pace sociale democrazia ecc. ecc.) venissero a mancare e la classe operaia si impadronisse del potere, lo Stato borghese cesserebbe immediatamente di esistere.
Tutto ciт dimostra come la «libertа» che la democrazia borghese concede sia, e non possa non essere, la libertа di criticare il sistema, di correggere il sistema, ma mai di distruggerlo. Le «libertа democratiche» non sono certo concesse dalla borghesia perchè il proletariato possa avvantaggiarsene. Esse sono, in determinati momenti storici, il risultato della lotta tra le varie correnti della borghesia, le quali, anzichй scontrarsi apertamente (la lotta armata della borghesia «democratica» che sfruttò per i suoi secoli la spinta rivoluzionaria del proletariato, contro la borghesia «fascista» è l’esempio macroscopico e recente di questa fase) si incanalano nella prassi costituzionale-parlamentare, concedendosi a vicenda la facoltа di criticarsi reciprocamente, in vista, in ultima analisi, del perfezionamento dei baluardi materiali e ideologici degli interessi comuni. In questa lotta dovrebbe sapersi inserire il proletariato, approfittando a proprio vantaggio dei contrasti tra gli avversari, mentre oggi, come non ci stanchiamo mai di ripetere, mancando alla sua testa un forte partito capace di condurre una lotta autonoma e rivoluzionaria, esso viene strumentalizzato ai fini di questa o quella corrente borghese.
Non a caso la sentenza pone l’accento non tanto sul «sovvertimento» delle vigenti istituzioni, quanto sull’uso della «violenza» a tale scopo. E sarebbe infatti utopistico pensare che lo Stato, che detiene per definizione il monopolio della violenza legalizzata, possa venir meno volontariamente a questo suo privilegio.
Come giustamente rileva «La Stampa  del 7 luglio, giorno seguente alla pubblicazione della sentenza: «…vietando la propaganda per instaurare con la violenza un diverso ordinamento, la norma tutela l’ordine economico, il diritto al lavoro, l’organizzazione sindacale, l’iniziativa economica privata e la proprietа». Questa frase si commenta da sè e non ha bisogno di aggiunte, poichй interpreta esattamente lo spirito che informa la Costituzione e tutto il nostro ordinamento giuridico, a dispetto dei dirigenti dei partiti pseudo operai che si sono fatti una parola d’ordine a buon mercato del «rispetto della Costituzione» e della «attuazione della Costituzione». Eccoli dunque serviti: la sentenza sull’art. 272 è un aspetto della attuazione della Costituzione, anche se ormai, da perfetti democratici rispettosi dell’ordine quali sono, l’argomento non li riguarda più.

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