Marina Boagno – Dopo la fame le fucilate

Dopo essere stata per un certo tempo agli onori della cronaca, l’India è ritornata per tutti, o quasi, un paese molto lontano, i cui avvenimenti ci riguardano ben poco.
La campagna vaticano-picista-televisiva «contro la fame in India» si è spenta ed è stata dimenticata, dopo aver fornito l’occasione ai componimenti d’italiano delle scuole medie, alla soddisfazione della coscienza del piccolo-borghese che mette al sicuro la sua anima sottoscrivendo le mille lire per il povero indiano, e a notevoli profitti per le ditte produttrici di generi alimentari che hanno venduto al governo gli «aiuti» per l’india, pagati con la deamicisiana rottura dei salvadanai degli scolari di tutta Italia.
Sulle cause effettive e profonde della carestia indiana, sul fenomeno di trasformazione capitalistica dell’economia con la conseguente espulsione dalle campagne e riduzione al rango di sottoproletari di milioni e milioni di contadini ci siamo già soffermati ampiamente in un precedente numero del giornale (v. «Lotta Comunista» n. 3 – marzo 1966). Qui intendiamo solo prendere lo spunto da alcuni recenti avvenimenti per far rilevare come questi con fermino la giustezza della analisi che facevamo allora sui rapporti di classe nella società indiana, mentre i borghesi di tutto il mondo spargevano lacrime di coccodrillo sui 20 milioni di bambini indiani in procinto di morire di fame.
I fatti a cui alludiamo non vengono certo reclamizzati al pari delle «catene della solidarietà», ma, cercando bene, di tanto in tanto si trovano sui giornali dei trafiletti di poche righe riguardanti l’India, e che parlano di disordini, scontri con la polizia, sparatorie con morti e feriti. Un episodio del genere è riportato dai giornali del 30 marzo scorso, e riguarda disordini conclusisi a Calcutta il giorno precedente, con l’intervento dell’esercito, dopo essersi protratti per diversi giorni. Secondo quanto riportato dal
«Corriere della Sera», prima dell’intervento dell’esercito «la polizia era stata costretta ad aprire il fuoco contro alcune migliaia di dimostranti armati di coltelli e di bastoni, che incendiavano gli autoveicoli e saccheggiavano i negozi».
Il bilancio ufficiale è stato di cinque morti e cinquanta feriti. Quanto alle cause dei disordini, secondo il Corriere, «non sono note», ma secondo «alcune informazioni», all’origine ci sarebbe un motivo religioso, cioè il fatto che un indù o un musulmano sarebbe entrato in un tempio sikh senza coprirsi il capo. A parte il fatto che ci permettiamo di dubitare che un fatto del genere possa da solo provocare disordini durati quattro giorni e tali da essere sedati solo con l’intervento dell’esercito, lo stesso Corriere ci fornisce, con ammirevole candore, la chiave di una spiegazione ben più attendibile, dando notizie di una ondata di licenziamenti nelle fabbriche di Calcutta.
Non a caso infatti episodi del genere si verificano non negli stati «poveri» dell’India, ma in quelli a sviluppo capitalistico già molto avanzato (recentemente si sono avuti analoghi disordini anche nel Kerala, lo stato più ricco dell’india), acquistando una ben definita fisionomia di episodi di lotta di classe proletaria.
In questa situazione vediamo ora quale è la posizione del partito «comunista» indiano, anzi, dopo la scissione del 1962, dei due partiti comunisti.
Un dato di fatto è particolarmente significativo in proposito, il governo del Bengala che non ha esitato a far sparare sulla folla dalla polizia e a far intervenire l’esercito contro i manifestanti, è un governo di coalizione di partiti di «sinistra» dominato dai comunisti.
In proposito ricordiamo l’intervista con il Primo Ministro «comunista» del Kerala che è a capo del P.C. filocinese, pubblicata da «L’Unità» del 2 aprile. L’articolo riporta un passo molto interessante della dichiarazione politica fatta dal Primo Ministro stesso all’atto dell’insediamento del governo, e che vale la pena di citare per esteso: «Dieci anni fa – dice il Primo Ministro -io rilevai il governo qui nello stesso modo. Ma le situazioni di allora e di oggi sono diverse sotto molti aspetti. Quello che prese forma allora nel Kerala fu un ministero che comprendeva solo il partito comunista e indipendenti preparati a cooperare con il partito. Il tentativo fatto dal partito comunista prima delle elezioni di formare un fronte unito con altri partiti di sinistra, e dopo le elezioni di formare un ministero di coalizione con la partecipazione del RSP (Partito Socialista Rivoluzionario) fu allora vano… Ma ora sette partiti si sono messi assieme per formare il governo».
A ciò si aggiunga che i due partiti comunisti insieme hanno nella assemblea del Kerala la maggioranza assoluta, ma preferiscono formare un governo di coalizione.
Questo fatto del resto non può meravigliare, una volta che si conosca quali sono i programmi del «Partito comunista “marxista”», che è il più forte nel Kerala. Esso si pone nel modo più evidente i problemi tipici di un qualsiasi partito di governo borghese: la pianificazione economica, gli investimenti, gli aiuti dall’estero, la prosperità del paese ecc. Da chi e come sarà pagata questa prosperità non e più un problema per il governo «comunista» del Kerala, del Bengala e degli altri stati in cui si cerca di far penetrare la formula della «coalizione».
Il proletariato indiano, le enormi masse di sottoproletari, i milioni di contadini poveri che sono stati o stanno per essere espropriati e gettati nell’inferno delle città, nella macina della produzione capitalistica, sono dunque soli. La tragicità della loro condizione, la loro esasperazione, esplodono di tanto in tanto in disordinate battaglie di strada in cui sono inevitabilmente e sanguinosamente sconfitte.
Ma i problemi del proletariato indiano non possono essere risolti in India, come i problemi del proletariato italiano non possono essere risolti in Italia.
Di fronte al comune, potente e feroce avversario si smascherano ogni giorno di più le tesi opportunistiche sulle «vie nazionali», sulle «vie pacifiche», sul «benessere» ormai raggiunto dalla classe operaia.
Alla luce di questa analisi apparirà sempre più chiaro che la liberazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalistico e imperialistico potrà avvenire solo saldando in una nuova Internazionale gli interessi, le aspirazioni, le lotte dei proletari di oriente e di occidente, nel rendere concreta ed operante la parola d’ordine lanciata più di cento anni fa, e che e attuale ora più che mai: «Proletari di tutti i paesi, unitevi».

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