Marina Boagno – Il divorzio e la vera emancipazione femminile

Il recente voto della Commissione per gli affari Costituzionali della Camera, che ha affermato la compatibilità della introduzione del divorzio in Italia con i principi della Costituzione, ha suscitato immediatamente un fuoco d’artificio di proteste, discussioni e polemiche.
In campo politico il fatto ha contribuito ad inasprire i contrasti all’interno della maggioranza governativa, e inoltre si sono avute vivaci reazioni da parte del Vaticano. L’Osservatore Romano ha parlato subito di «interpretazione unilaterale», e addirittura di «violazione dei trattati» in caso di approvazione del progetto Fortuna, e il Papa stesso si è pronunciato sulla questione, esprimendo la sua «sorpresa e dispiacere» e preannunciando riserve.
Naturalmente queste prese di posizione sono state seguite da repliche più o meno dure da parte dei partiti «divorzisti» di tutte le sfumature, nessuno dei quali, ad ogni buon conto, ha mostrato di voler spingere il proprio zelo «civilizzatore» fino a rimettere in discussione i Patti Lateranensi.
In campo giuridico, dato ormai per scontato che l’art. 29 della Costituzione, pur riconoscendo i «diritti della famiglia legittima» e l’istituto matrimoniale non ne implica per questo l’indissolubilità, si è riaccesa l’annosa questione della «costituzionalizzazione» dei Patti Lateranensi, questione quanto mai sterile per la sua pratica insolubilità: infatti i «divorzisti»  si appellano ai lavori preparatori, gli «antidivorzisti» al testo del Concordato e dell’art. 7, ed essendo le due cose contraddittorie, la disputa può continuare in eterno, come quella sul numero delle ali degli angeli…
Se ricordiamo qui sommariamente i termini della questione, non è certo perche’ sia nostra intenzione, o tanto meno ci interessi entrare nel merito della polemica. Ci basta accennarli per sottolineare la responsabilità politica, in questo campo, del PCI, che nel processo di redazione della Costituzione fu favorevole ad una formula sostanzialmente ambigua che limitò la portata stessa di una conquista tipicamente borghese, cioè della totale separazione della Chiesa dallo Stato, ideale e bandiera della rivoluzione borghese dal ‘700 in poi, retrocedendo persino di un passo rispetto alla tradizione anticlericale del liberalismo storico cavouriano.
Quello che invece ci interessa maggiormente è individuare l’aspetto fondamentale della questione, analizzare cioè le cause degli attriti e dei ritardi all’introduzione in Italia di riforme che la borghesia della maggior parte degli altri paesi ha portato a termine da vari decenni, delle resistenze all’adeguamento di sovrastrutture cadenti, ereditate da rapporti economico-sociali precapitalistici, alla dinamica di una società capitalisticamente matura.
A parte le cause immediate e contingenti della polemica (i contrasti tra i partiti al governo e la posizione oscillante del PCI, diviso tra la primogenita strategia del dialogo con i cattolici – messa in pratica già nei fronti popolari e consacrata poi con la manovra dell’approvazione dell’art. 7 – e la demagogia anticlericale degli anni ’50, dopo il fallimento del primo tentativo di “dialogo” con De Gasperi), le cause profonde del ritardo che abbiamo rilevato sono da ricercarsi nel carattere stesso della rivoluzione borghese in Italia, da un lato, e dall’altro nella debolezza del riformismo italiano.
I due aspetti del resto sono tra loro collegati, e derivano dalla comune matrice del ritardo dello sviluppo capitalistico in Italia. Il carattere moderato, legittimista, diplomatico, della rivoluzione borghese italiana, che passa attraverso la unificazione nazionale ad opera della dinastia sabauda, mancando una forte ala «giacobina» doveva stabilire non una rottura, ma una continuità con la tradizione sociale e giuridica del periodo precedente.
Inoltre al carattere moderato della rivoluzione borghese si aggiunse il massimalismo rumoroso quanto impotente dei suoi oppositori che costituisce una delle caratteristiche peculiari dello sviluppo del movimento operaio in Italia.
Preso tra un riformismo diremmo «grande-borghese», giolittiano, inteso a bloccare le spinte rivoluzionarie prendendo l’iniziativa di moderate concessioni, e un massimalismo verbale sostanzialmente piccolo-borghese, il proletariato italiano si trovò sempre a mancare di una autonoma politica di classe. Lo stesso periodo d’oro del riformismo operaio, nel primo decennio del 1900 non esce in definitiva dagli schemi giolittiani, e finisce per trovarsi inserito nel gioco della borghesia.
Queste condizioni si ripercuotono tuttora sul movimento operaio.
Il riformismo italiano, rappresentato ufficialmente dal PSU e ufficiosamente dal PCI e del PSIUP, è troppo debole, troppo elettoralisticamente compromesso, per condurre in porto anche una tipica riforma borghese, come è appunto quella del diritto di famiglia.
Non a caso le leggi che di tanto tanto vengono proposte e faticosamente portate avanti hanno un carattere tanto cauto e moderato. Non a caso il riformismo non ha la forza politica di imporre una legge sul divorzio (e, notiamo, «piccolo»   divorzio ! ) nel sostegno della quale è preceduto dalla grande borghesia industriale.

Tuttavia anche la borghesia è divisa su questo problema. L’ala «avanzata» si trova ad urtare contro tenaci resistenze di una «destra» contadina e piccolo-borghese conservatrice, ed anche, evidentemente, contro la  potente opposizione della Chiesa.
In questi contrasti il PCI ha buon gioco ad inserire tutta la sua strategia politica di questi ultimi vent’anni, cercando di far valere la cambiale del suo voto favorevole all’art 7 della Costituzione, e lamentando (citiamo testualmente dall’«Unità»del 1 febbraio) che la Chiesa «non ci abbia certo usato, per quel voto, ciò che comunemente si chiama un riguardo». Di questi contrasti il PCI si fa un’arma propagandistica nei confronti della sinistra democristiana, riproponendo sotto sotto l’antica e prediletta politica del fronte popolare. Non a caso nel citato articolo si accenna alle «firme che suggellano la Costituzione: De Nicola, Terracini, De Gasperi», e si riconferma, in polemica con gli increduli ostinati, che i comunisti furono favorevoli all’art. 7 non per tatticismo, ma per la loro «profonda convinzione politica e ideale circa le vie della rivoluzione italiana». Rimane da esaminare infine quale sia l’atteggiamento dei rivoluzionari nei confronti di questo particolare problema.
Non è certo nostro compito schierarci con l’una o con l’altra parte: nostro compito è affermare chiaramente la natura borghese di tale riforma e denunciare altrettanto chiaramente l’impostazione che a tale problema danno i partiti opportunisti, in quanto essa rientra nella più generale mistificazione da essi propagandata, a tutto danno della classe operaia, sulla natura delle contraddizioni sociali e sul modo per risolverle.
Certamente il divorzio, se attuato, allevierà tutta una serie di contraddizioni sociali inerenti ai rapporti familiari, ma non le risolverà, in quanto esse fanno parte della generale contraddizione sociale inerente alla società capitalistica, sia a livello di struttura che di sovrastruttura.
Per quanto concerne il problema dell’emancipazione femminile, che dagli ideologhi opportunisti viene strettamente collegato, quasi in un rapporto di causa ad effetto, all’adozione del divorzio, è necessario chiarire che, nel caso italiano, essa è già matura, beninteso capitalisticamente, in quanto la forza-lavoro femminile è immessa al pari di quella maschile nel processo di produzione. In questo senso il divorzio non fa che sancire giuridicamente quella «crisi» dell’istituto familiare che lo sviluppo del capitalismo ha già da anni reso operante.
L’emancipazione femminile si trasformerà da «oggettiva», quale oggi è, in «soggettiva», cioè a livello di coscienza, solo nella misura in cui il proletariato nella sua lotta di classe, porterà avanti la sua emancipazione, cioè l’emancipazione di tutta l’umanità della schiavitù del salario e del profitto, dalla logica implacabile del modo di produzione capitalistico, di cui il borghese non è del resto  meno schiavo del proletario.

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