Marx non è superato a Detroit

Attualità della via rivoluzionaria affermava uno dei nostri ultimi editoriali sintetizzando così l’insegnamento della Rivoluzione d’Ottobre a cinquanta anni di distanza. Non era un atto di fede ma una certezza emersa dalla nostra analisi marxista.
Così come siamo sempre stati sicuri della inevitabilità della lotta di classe, così siamo sempre stati sicuri dell’inevitabile sbocco rivoluzionario di questa lotta. Questo punto, per i marxisti conseguenti, non è un’opinione ma un caposaldo della analisi scientifica applicata alla società e alle leggi obiettive che la regolano nella loro dinamica: un caposaldo che non si discute ma che si difende contro chi, ad ogni stagione, lo vuole mettere in discussione per contrabbandare una nuova teoria borghese o piccolo borghese alla moda. Non si può discutere il fatto che la divisione in classi della società è in sé stessa una divisione violenta che provoca una lotta sociale che in sé stessa è un fenomeno di violenza. Il corso di questa lotta vedrà sempre soluzioni violente da parte delle classi che la alimentano: soluzioni che possono essere a favore della borghesia oppure del proletariato. Non ci sono vie intermedie, non ci sono «integrazioni» di classi, non ci sono altre alternative nel lungo periodo storico. Ci possono essere solo parziali rallentamenti della dinamica e fasi che noi marxisti chiamiamo «controrivoluzionarie», non perché in queste fasi sia sparita la lotta di classe ma perché questa volge a favore delle classi capitalistiche, grandi o piccole, non perché sia sparita la violenza ma perché l’utilizzo della violenza è a vantaggio del sistema borghese, non perché sia impossibile lo sbocco rivoluzionario del proletariato ma perché questo sbocco è più in ritardo nella coscienza operaia che nella realtà.
Ciò significa che lo sbocco rivoluzionario è imposto dalla realtà. Questa è la certezza del marxismo e dei marxisti conseguenti che non sono «empirici», «situazionisti», e che pensano ai decenni e non alla giornata.
Il problema, per essi, è piuttosto un altro, cioè quello di riuscire, tramite il Partito leninista, a concretizzare lo sbocco rivoluzionario nella dittatura del proletariato. Questo è il punto centrale della teoria e della prassi marxista, per cui diceva giustamente Lenin che è marxista colui che accetta non solo la lotta di classe (e la sua dinamica di dolenza) ma pure la dittatura del proletariato.
Nei momenti controrivoluzionari tutto l’arco storico della lotta e della violenza delle classi può essere abbracciato dal marxismo in quanto scienza che incorpora tutte le esperienze del passato e le proietta nelle tendenze di sviluppo dell’avvenire.
Non eravamo profeti, quindi, nel sostenere dieci, venti anni fa, che i «punti più alti»della rivoluzione proletaria sarebbero stati nei «punti più alti» del capitalismo, nell’Europa altamente industrializzata e n gli Stati Uniti; eravamo semplicemente marxisti poiché Marx lo aveva già previsto più di cento anni fa e Lenin lo aveva riconfermato nella sua strategia.
Borghesi e stalinisti ci presero per visionari, per incalliti «dottrinari».
Non fummo «marxisti scolastici» quando respingemmo c me populista e piccolo borghese la «linea generale» dei cinesi che marciava con il «vento dell’Est», quando rigettammo la teoria di Lin Piao sull’accerchiamento delle città da parte delle campagne, quando denunciammo come sostanzialmente controrivoluzionaria la tesi di Castro che negava la lotta di classe negli Stati Uniti, quando criticammo la tesi di Guevara dicendo che la rivoluzione socialista passa per la lotta operaia dei paesi capitalistici e non per i sentieri dei cinque o dei dieci Vietnam contadini.
A maoisti, trotskisti e castristi dicemmo che la forza motrice della rivoluzione socialista internazionale è il proletariato e non il contadiname e che le rivoluzioni contadine, che il proletariato deve appoggiare in quanto tali mentre le deve rifiutare in quanto ideologia, non possono in alcun modo essere socialiste.
E mentre gli intellettuali piccolo borghesi maoisti, trotskisti e castristi discettavano sulla «rivoluzione culturale» e sulla «integrazione operaia», noi, un anno fa. individuammo nella lotta del proletariato negro degli Stati Uniti una alta manifestazione della lotta di classe nel cuore del più forte paese imperialista.
La città, col suo proletariato «integrato» e «corrotto», che doveva attendere di essere accerchiata dai guerriglieri contadini delle campagne, non ne ha voluto proprio sapere delle nuove teorie e ha seguito il vecchio Marx.
Detroit, la quinta città degli Stati Uniti con i suoi 1 milione e mezzo di abitanti, la prima città del mondo nella produzione automobilistica, è esplosa.
Per rendersi effettivamente conto di ciò che rappresentano i moti di Detroit occorre leggere la grande stampa borghese americana che non ha esitato a pronunciare il verdetto: «lotta di classe» così come non ha esitato a comminare la pena: «repressione». Dalla stessa stampa ricaviamo, più che da tutte le pubblicazioni maoiste e castriste, il quadro economico e sociale in cui il proletariato di Detroit, negro nella sua maggioranza ma con una confortante partecipazione di bianchi, ha dimostrato a tutto il mondo che Marx non è superato e che le punte più alte di lotta di classe si manifestano del cure stesso del più sviluppato capitalismo.
Il grado di industrializzazione di Detroit è uno dei più alti del mondo: nella sua regione industriale si producono circa 900.000 autovetture al mese (nel 1966 la Generai Motors ne ha prodotto 450.000 al mese e la Ford 248.000). La previsione di circa 10 milioni di vetture nell’anno 1966 (American Motors 280.000, Checker 6500, Chxysler 1.600.000, Ford 3 milioni, GeneraI Motor 5 milioni) non è stata raggiunta data la crisi che ha investito il settore e che, con la forte oscillazione della produzione e delle vendite, ha provocato una forte disoccupazione ed un forte malcontento sociale tra i 540.000 negri, molti dei quali immigrati dal Deep South in cerca di una migliore occupazione.
Dal 1960 infatti, gli «immigrati» negri sono stati circa 60.000, cioè circa il 15% della popolazione negra di Detroit e circa l’8 % degli 800.000 operai dell’industria automobilistica della zona.
Queste cifre danno un’idea di quali quantità di «sostanze infiammabili» della rivoluzione proletaria abbia accumulato il capitalismo americano a Detroit.
I moti di luglio non sono che l’inizio di un processo. La crisi automobilistica del 1966 ha provocato una disoccupazione, ma soprattutto una minaccia di disoccupazione, nel proletariato in generale e in particolare negli operai negri i quali, in assoluto e in percentuale, hanno le più basse qualifiche. La rivolta è prodotta dalla fabbrica e contro questa si ritorce.
Scrive la stampa padronale:
«Le fabbriche di Detroit hanno subito danni economici gravissimi per la rivolta dei negri. Nei giorni della sommossa in città la situazione nei grandi stabilimenti era caotica La General Motors è stata la prima a chiudere le fabbriche, anche per evitare disordini all’interno».
Lo Stato borghese ha dovuto inviare 13 mila uomini della 101 Divisione Paracadutisti per reprimere la rivolta operaia che polizia e guardia nazionale non riuscivano a contenere. La «democrazia americana» ha gettato la maschera ma ha anche dimostrato dove è il vero nemico da combattere e dove deve essere principalmente combattuto.
Le guerriglie contadine non possono abbattere l’imperialismo. La guerra del Vietnam è per l’imperialismo americano un mezzo per aumentare la produzione ed il profitto. Solo la rivoluzione operaia può troncare questo ciclo infernale. Detroit ci insegna che «il nemico è in casa nostra», in America come in Europa, come in Russia, c me in Italia, e che qui bisogna prenderlo alla gola perché solo qui, e non nella giungla, Possiamo togliergli la sua ragione di vita: il profitto capitalistico.

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