Pasquale Borgese – La lotta dei tessili

Gli operai tessili non hanno bisogno di enti statali ma di una organizzazione combattiva.

Gli operai tessili, dopo una lunga lotta condotta durante il 1963-64 per il rinnovo del Contratto Nazionale di lavoro, si sono trovati in una situazione di ripiegamento difensivo, perché il padronato respinta la contrattazione, ha deciso di sferrare un attacco di grandi proporzioni contro i lavoratori.

L’On. Lina Fibbi segretaria della FIOT-CGIL afferma che « in questi anni (gli anni del « boom economico » n.d.r.) le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici tessili avevano ormai fatto superare nella maggioranza dei casi, nelle zone di sotto contratto le fortissime resistenze padronali alle rivendicazioni migliorative del contratto di lavoro ». (queste affermazioni sono state contestate dalle dichiarazioni fatte dagli stessi dirigenti della FIOT, dalle condizioni degli operai tessili e dal livello dei loro salari, di cui parleremo in seguito. Ammettiamo per un momento l’esattezza di questa valutazione. Il padronato tessile, nel corso della espansione economica ha ceduto alle modeste rivendicazioni delle direzioni sindacali. « Da un po’ di tempo a questa parte – dice la Fibbi – invece le violazioni contrattuali sono diventate quasi generali e generale è oggi l’inadempienza padronale rispetto agli istituti contrattuali che prevedono la contrattazione dei macchinari e le implicazioni di carattere economico ». Insomma il padronato attacca e viola in permanenza le posizioni operaie già conquistate: gli organici, le qualifiche, l’orario di lavoro ecc. ecc.

Intanto lo Stato capitalista ha varato il decreto-stralcio che contempla gli sgravi fiscali, come l’abolizione delle tasse sui fusi e una sovvenzione di 50 miliardi (che il governo renderà effettiva al più presto mediante decreto) in modo che i capitalisti industriali tessili possano realizzare immediatamente la ristrutturazione delle loro aziende. Si tratta insomma di un protezionismo (neanche a dirlo fatto a spese della classe operaia) che deve permettere all’industria tessile italiana di resistere sul mercato alla forte concorrenza esercitata da quella straniera che in questi ultimi anni ha registrato un notevole sviluppo. Intanto il ministro socialista Pieraccini conferma che in due anni sono stati licenziati 60 70 mila lavoratori tessili, ed ora, con la cosiddetta ristrutturazione se ne prevedono altrettanti. Tuttavia, nono stante queste condizioni, il potenziale di lotta della classe operaia di questo settore è frazionato sempre più in tanti scioperetti aziendali e parziali che dovrebbero, senza riuscirci contrastare la tendenza dei capitalisti tessili, a licenziare, a ridurre l’orario di lavoro con corrispondente aumento dei ritmo di lavoro, a non corrispondere il salario ecc.

Il frazionamento degli scioperi oltre a non scalzare minimamente la posizione padronale, spesse volte facilita il compito di ridimensionamento della produzione capitalista fiaccando nel morale e nella borsa gli operai, mostrando nel contempo quanto sia debole il proletariato quando è guidato da organizzazioni sindacali opportuniste.

I parlamentari del PCI vanno in cerca di un « Ente tessile statale », quale strumento di una « alternativa programmata » consistente in una razionale utilizzazione delle aziende tessili e chimiche IRI-ENI, immaginando che questa nuova propagazione dei carrozzoni delle « Partecipazioni statali » funzioni come un farmaco atto a sanare una parte del corpo del capitalismo in putrefazione. Quasi che se accanto ai gruppi capitalisti e monopolisti privati, come la Snia-Viscosa, la Chatillon, la Edison e la Montecatini non vi sono già l’IRI e l’ENI, le quali sostanzialmente sono aziende capitaliste come le altre con la differenza che sono dirette e amministrate dai burocrati dello Stato. Questi enti statali concorrono insieme ai gruppi capitalisti di tutti i settori della produzione all’accumulazione di plusvalore mediante lo sfruttamento operaio, nella produzione di fibre sintetiche nella confezione e nella vendita nei magazzini. Il fatto che questi enti siano statali non impedisce il verificarsi dei fenomeni caratteristici della produzione capitalista che infine danneggiano unicamente la classe operaia.

Un esempio recente di quanto detto sopra ci è dato dalla Manifattura Cotoniere Meridionale; azienda associata all’IRI, che ha bruscamente ridotto la mano d’opera da 7000 a 2700 unità.

Ma sentiamo ancora l’On. Lina Fibbi: « Ciò non significa ovviamente che l’industria tessile italiana non sia arretrata, ma questo dipende dagli industriali che hanno perseguito la linea dello sfruttamento operaio anche nel periodo di boom economico senza provvedere all’ammodernamento delle aziende, fino a quando i lavoratori hanno imposto determinati aumenti salariali e la parità per le donne .. Qui la Fibbi dimostra di non conoscere o di far finta di non conoscere, un fenomeno noto ai marxisti da più di cento anni: la crisi attuale non è stata provocata dal capitale variabile ma è il risultato di un difetto congenito del sistema. Continua la Fibbi: « malgrado grandi passi compiuti in avanti le retribuzioni medie dei tessili oscillano sulle 50-55 mila lire », il lettore immagini cosa sarebbe stato il salario se non si fossero compiuti questi « grandi passi in avanti » !

Noi qui abbiamo esaminato solo il settore tessile della produzione capitalista, ma tale situazione è diffusa in ogni angolo del campo produttivo.

Ciononostante il responsabile del la sezione economica del PCI Peggio, al dibattito tra operai e deputati comunisti svoltosi in una sala di Montecitorio sosteneva demagogicamente che « dobbiamo nella nostra battaglia affermare che i padroni oggi non sono liberi di fare quel che vogliono, ma debbono stare al dettato costituzionale » ribadendo così una tipica posizione socialdemocratica dell’opportunismo e del legalitarismo parlamentare.

Ma al di sopra di queste imbecillità esiste una realtà per cui le Manifatture Riunite Grazioli di Cusano Milanino possono licenziare tranquillamente 300 operai senza liquidazione e mandando avanti la fabbrica (da più di 5 mesi) pagando le maestranze con salari dell’ordine di lire 10.000 mensili. Questo è un esempio delle libertà che il padronato si può permettere di prendere, grazie al « dettato costituzionale A e grazie ai dirigenti piciisti che tale dettato avvallano.

Sono dunque da respingere le indicazioni degli Ingrao e dei Barca concernenti la riorganizzazione settoriale della produzione da contrapporre alla politica padronale dei licenziamenti e del supersfruttamento, poiché tale riorganizzazione, come l’esperienza insegna, non sarebbe che una « razionalizzazione » della produzione borghese, e cioè un modo più funzionale per estorcere maggior plusvalore dalla forza-lavoro.

Nella situazione attuale il proletariato ed i tessili in particolare, non hanno bisogno dell’istituzione di un Ente tessile o di riforme di struttura, che mai potrebbero cambiare il rapporto mercantile della produzione, ma ciò che occorre è un organico e rivoluzionario inquadramento della lotta che il proletariato conduce contro il capitale.

P. Borgese

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