Pasquale Borgese – Lo scontro di classe in Belgio

Ancora una volta il proletariato belga ha versato il suo sangue.

Le ultime lotte che gli operai hanno condotto per la difesa del lavoro e del salario in questo paese di ricchezze minerarie, sono costate due lavoratori morti e diverse decine di feriti.

I minatori della zona mineraria di Genk hanno iniziato la lotta non appena hanno appreso la decisione del padronato per cui il pozzo di Watershei doveva essere chiuso perché divenuto « antieconomico ».

A questo doveva seguire la chiusura di una miniera della Vallonia per ragioni analoghe. Il disegno degli industriali minerari belgi è quello di chiudere i pozzi e le miniere che producono scarsi profitti e mantenere invece quelle delle Fiandre che sia per le innovazioni tecniche che per la ricchezza dei giacimenti rendono ancora notevoli profitti.

Le agitazioni dei minerari belgi non hanno origine il 30 gennaio 1966, ma risalgono al 1963, e lo scopo immediato è sempre quello di impedire la chiusura dei pozzi e delle miniere.

La decisione del capitalismo minerario belga, avvallata ovviamente dallo Stato è stata appoggiata, per interessi comuni dalle autorità comunitarie carbosiderurgiche della CECA. Infatti i Paesi della CECA hanno bisogno di miniere efficienti, con costi di produzione tali da consentire di sostenere agevolmente la concorrenza internazionale.

Il numero delle ore di sciopero d i queste lotte assomma a cento milioni, questo dà un’idea delle dimensioni delle agitazioni operaie nel Belgio.

La Vallonia è l’epicentro delle lotte. Tutta questa regione subì una paralisi del lavoro che durò ben 32 giorni, la quale provocò una profonda crisi politica e sociale. Lo Stato belga fu sottoposto ad un brusco scossone e il suo apparato decorativo la monarchia, non fece una bella capriola solo perché adoperò per reprimere le agitazioni operaie gli stessi sistemi « democratici » già egregiamente collaudati nel Congo. Queste lotte provocarono le dimissioni del governo liberale-democratico di Eyskens nel 60-61; i dirigenti delle organizzazioni operaie strumentalizzarono la generosa combattività del proletariato per una delle ormai classiche operazioni politiche: il centro sinistra.

« In Belgio Paese minato da profonde contraddizioni – dice l’Unità – alla difficoltà della riconversione economica, si aggiungono i problemi istituzionali provati dalla ardua convivenza di due popolazioni di lingua diversa »; ardua convivenza perché così mantenuta dai due settori del capitalismo con i loro rispettivi interessi di classe, da quelli della grande e piccola borghesia agricola, a quelli della grande borghesia finanziaria ed industriale. Secondo il corrispondente de l’Unità il problema istituzionale e del bilinguismo in Belgio si dovrebbe risolvere con le… « riforme di struttura », che i governi dei cosiddetti socialisti belgi non sono stati capaci di applicare. Quasi che i fenomeni di alimentazione e sopravvivenza dei Nazionalismi non fossero il prodotto delle contraddizioni di classe.

Ma i partiti, quello socialista compreso al pari di quello che succede in Italia, strumentalizzano in funzione elettorale la questione del bilinguismo come quella dei medici e dei mutualisti. Resta comunque il fatto che l’economia belga si trova da tempo in condizioni precarie con tendenza a peggiorare per la forte pressione inflazionistica. La situazione dell’industria carbonifera si può « considerare in buona parte un fenomeno di sopravvivenza », secondo la definizione della rivista « Relazioni Internazionali» del 12 febbraio 1966. « L’invecchiamento del suo apparato industriale » ha causato il licenziamento di 10.000 operai, una « organizzazione sindacale incline alla moderazione » completa il quadro di questo paradiso del capitalismo. Il proletariato per la sua oggettiva situazione scavalca le centrali sindacali, battendosi con violenza contro il capitale e i suoi lacché socialisti nelle persone del ministro degli interni e dei dirigenti sindacali.

Basterebbe solo questo quadro del Belgio senza esaminare tutta la nostra analisi del capitalismo e delle sue tendenze, per contestare le affermazioni di certe persone che ritengono superate le scoperte del marxismo ed in particolare lo sviluppo del capitalismo e la sua inevitabile crisi generale quale conclusione di un succedersi di crisi parziali.

E questo valga anche per coloro secondo i quali « la rivoluzione russa è morta da 50 anni » e che a Lenin è morto ancora credendo che il crollo del capitalismo, per lo meno nei paesi più evoluti fosse alle porte », mentre invece secondo questi « 50 anni dopo o poco meno il capitalismo non solo non è morto non solo si rifiuta di morire, ma sta meglio di prima ».

Queste parole tra virgolette sono dell’ambasciatore Piero Quaroni, un miracolato del capitalismo internazionale. Costui sa benissimo, che il capitalismo per superare le sue « congiunture » ha bisogno di servi alle direzioni delle organizzazioni sindacali « inclini alla moderazione » che permettano quando ve ne è bisogno di licenziare tranquillamente il numero di operai che più aggrada al padronato. Costui dice che da 50 anni non si vedono più crisi del capitalismo. (vedi Relaz. Int. ).

Noi pensiamo che Quaroni quale autorevole tirapiedi del capitalismo italiano dovrebbe insistere seriamente presso i rappresentanti del capitalismo internazionale per costruire (come Quaroni stesso pro pone, noi la citiamo testualmente) un grande monumento a Parigi « centro spirituale dell’Europa », raffigurante Stalin, in omaggio alle scoperte di questo circa il socialismo in un paese solo » i « fronti popolari » e le « vie nazionali al socialismo ». Una lapide alla base dei monumento dovrebbe davvero por tare scritto: « A Giuseppe Stalin loro salvatore, i capitalisti riconoscenti »

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