Pasquale Borgese – Tutti socialdemocratici: dal P.S.U. al P.C.I.

Dopo il periodo «difficile» o meglio, della cosidetta «congiuntura difficile» del capitalismo italiano, la ripresa della produzione ha marciato e marcia con indici elevati.

«Se il 1966 – ha detto il Ministro Colombo –  e stato l’anno in cui il processo di ripresa si e consolidato, il 1967 sara l’anno dell’espansione. Siamo sulla strada buona: quando tireremo le somme vedremo che, malgrado le perdite di ricchezze che il paese ha subito a causa delle alluvioni, il reddito e cresciuto, nell’anno che stiamo per chiudere, di oltre il 5% in termini reali, quando l’anno scorso avemmo un aumento del 3,4% e nel 1964 del 2,7%».
Se il capitalismo italiano registra una «invidiabile ripresa», la classe operaia, da parte sua, registra invece il fatto di aver sopportato da sola sia la «crisi» che la «ripresa».
Indicativi sono i vergognosi risultati conseguiti dalle lotte per il rinnovo contrattuale e per il salario nei vari settori proletari: edili, metallurgici, portuali, tessili, abbigliamentaristi, braccianti agricoli ecc. ecc.
Alcune di queste lotte si sono risolte con magri aumenti salariali cui fa riscontro un’aumentata durata del contratto di lavoro, per altre invece la vertenza e ancora in corso.
L’aumento della produttivita e stato pagato dalla classe operaia oltre che con le sconfitte sul piano della lotta sindacale, con la perdita del posto di lavoro. Riferisce il Ministro del Lavoro Bosco, che all’esercito dei disoccupati si sono aggiunte altre 400 mila unita.
In un periodo di espansione in cui e in aumento sia la produttivita che la produzione, la disoccupazione e il termometro dell’accresciuto sfruttamento dell’operaio da parte del capitalismo: infatti ad una diminuzione delle unita occupate fa riscontro un aumento della produzione ed un monte salari praticamente stagnante.
Questo stato di cose corrispondente agli interessi di tutti gli strati della borghesia italiana, sia essa grande, media e piccola, ha nel fronte opportunista (PCI, PSU e PSIUP ecc.) il suo maggior promotore. Anche il PSIUP, che a parole denuncia la socialdemocrazia «unificata»  al servizio palese del capitalismo, nei fatti, essendo la variante massimalistica dello schieramento socialdemocratico, si accoda alla linea politica e sindacale promossa dai suoi fratelli maggiori PCI e
PSU.
Non molto vi e da aggiungere per la nuova <sinistra> del Movimento Autonomo Socialista, che rivendica il gradualismo di turatiana memoria.
L’unita sostanziale del fronte opportunista trova un’ulteriore conferma nei lavori del Congresso romano della Socialdemocrazia internazionale.
Certamente questa «Internazionale» non ha problemi di tattica e di strategia proletaria da opporre al capitalismo, in quanto e parte integrante dello schieramento borghese.
Questo Congresso percio, ha avuto lo scopo di passare in rassegna gli «sviluppi» dei partiti membri dell’Internazionale.
Si e parlato del Partito Laburista Inglese, del «soddisfacente» impegno del Partito Socialdemocratico tedesco nel nuovo governo con i liberali, della collaborazione dei due partiti socialisti italiani in seno al governo e della loro organica unificazione.
Si e auspicato infine che i comunisti si liberino dell’aggettivo e delle remore comuniste, per avere via libera nella collaborazione con le forze socialiste responsabili ecc. ecc.
Il capitalismo italiano e internazionale e esultante di questa evoluzione.
Nell’attuale fase storica di maturita capitalistica e imperialistica, la borghesia ha compreso che questi strumenti sono i piu idonei, che la socialdemocrazia e il miglior mezzo per relegare la classe operaia all’impotenza sia sul piano ideologico che sul piano della lotta.
La democrazia – sociale e il miglior involucro per la conservazione degli attuali rapporti capitalistici di produzione: essa e un’ottima programmatrice in quanto e un ‘efficiente forza antioperaia.
La «programmazione», ovunque e stata attuata, ha avuto sempre bisogno della partecipazione attiva dei cosidetti Partiti operai cioe dei partiti opportunisti o in mancanza di questi (quando essi cioe hanno una ristrettissima influenza politica e non possono quindi essere dei validi interlocutori) dei sindacati, vedi il caso americano ad esempio, dove i sindacati gia all’epoca de! New Deal furono per cosi dire «statizzati» nel senso che entrarono a far parte dell’apparato governativo. Del resto la stessa Italia, seppur per motivi diversi da quelli che hanno caratterizzato la prassi della programmazione del capitalismo americano, ha avuto ed ha nel sindacato (sia esso CGIL, CISL o UIL) l’interlocutore piu accreditato per tale operazione antioperaia quale appunto e la programmazione. In questa operazione, il fronte opportunista italiano e saldamente unito.

All’interno dello schieramento e il PCI ad avere la maggioranza, in quanto il suo peso specifico, dal punto di vista politico-organizziativo, e maggiore degli altri.
Il «socialismo» cui si ispira il PCI e per sua stessa implicita ammissione un «socialismo nazionale», cioe tradotto in termini marxisti, tutto meno che socialismo.

Se nei paesi arretrati dal punto di vista dello sviluppo capitalistico, il «socialismo nazionale» e l’ideologia in cui si esprimono le istanze democratiche della piccola borghesia, in un paese ad alto sviluppo capitalistico e addirittura imperialistico quale e l’Italia, il «socialismo nazionale» non puo piu essere la manifestazione ideologica di questa base sociale, ma soltanto una raffazzonatura di slogan e istanze demagogiche che trovano la loro giustificazione soltanto sul piano elettorale.
Le osservazioni ora fatte, si applicano integralmente alla Conferenza sull’emigrazione italiana organizzata dal PCI a Roma in questi ultimi giorni.
Dai lavori della Conferenza chiaramente si vede come il problema dell’emigrazione e strumentalizzato in funzione elettorale, dato che gli aspetti che determinano il fenomeno non sono minimamente affrontati e tutta la questione viene propagandata come problema nazionale.

Nella mozione conclusiva, il fenomeno dell’emigrazione viene definito come la risultante «della politica sbagliata e profondamente antinazionale della DC e dei gruppi monopolistici» e la soluzione proposta consiste nel «lavorare con iniziative unitarie di massa per la mobilitazione di tutte le forze in una battaglia democratica e nazionale per un mutamento profondo dell’indirizzo politico del Paese che, con la riforma agraria, con la difesa del suolo, con lo sviluppo del mezzogiorno, con un nuovo tipo di sviluppo industriale, con una programmazione antimonopolistica e democratica, assicuri, a tutti gli italiani, lavoro, democrazia, liberta, pace».
Che il tutto si riduca ad una grande sparata demagogica diremmo che e piu che chiaro! Se il PCI puo strumentalizzare il fenomeno dell’emigrazione per i suoi problemi di concorrenza elettorale con la DC e il governo di centro-sinistra, in quanto formalmente non e parte in causa dato che non fa parte della compagine governativa, perché non indice invece Conferenze sul problema del divario crescente fra produttivita del lavoro e salari cioe sul problema della «condizione operaia» in Italia? Perché di questa «condizione» egli e uno dei maggio  responsabili, date le forze di cui dispone. Nella CGIL il PCI ha la maggioranza assoluta e il problema della «presenza socialista» che verso gli operai viene propagandato come la causa prima della debolezza contrattuale del sindacato, e in effetti un falso problema dato che sono gli stessi dirigenti comunisti a crearlo o meglio a volerlo. Sono essi che lo pompano e, dove tale presenza non riesce a costituirsi, che lo creano con la cooptazione! Il fatto e che alla loro maggioritaria presenza nel fronte opportunista ci tengono e come, e la collaborazione con i socialisti nella CGIL e un mezzo per non perdere i contatti e per accreditarsi come «efficienti programmatori» presso la borghesia italiana.
Ma la burocrazia opportunista non riflette mai integralmente lo stato d’animo della classe operaia. Il patrimonio di lotta del proletariato puo, a condizione che il Partito rivoluzionario abbia la capacita e la volonta necessarie ad una tale impresa, essere recuperato per una strategia rivoluzionaria che, sfruttando le particolarita dello sviluppo capitalistico italiano, sappia collegare le lotte economiche (ed e in questa prospettiva che va analizzato e tradotto il problema dell’emigrazione) al processo di formazione di una coscienza veramente proletaria in seno alla classe operaia italiana.

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