Punti fermi sulla questione cinese

Dove va la Cina? E’ una domanda che da quarant’anni si pongono i marxisti rivoluzionari e che puntualmente si presenta al centro degli interessi del movimento comunista. Una ragione fondamentale c’è e riguarda il fatto che inevitabilmente le tendenze di sviluppo della società cinese finiscono con l’incidere sulle tendenze dei continenti capitalisticamente più maturi e dei centri mondiali dell’imperialismo. Una svolta proletaria nel corso della rivoluzione borghese degli anni venti avrebbe influito enormemente su tutte le prospettive di una rivoluzione socialista in Occidente. Non ci fu marxista conseguente, da Lenin a Trotsky, che non avvertì la importanza del peso che la questione cinese esercitava sulla bilancia mondiale dei rapporti di forza.
Allora non vi fu una svolta proletaria e la possibilità che la crisi mondiale dell’imperialismo degli anni trenta potesse avere una soluzione rivoluzionaria ne uscì seriamente compromessa, poiché alla sconfitta in Occidente ad opera del fascismo – socialdemocrazia – stalinismo venne ad aggiungersi la sconfitta in Oriente. La rivoluzione borghese in Cina non ebbe una soluzione proletaria, ma la questione cinese è rimasta in tutta la sua immensa portata tra le questioni di fondo del proletariato internazionale e del movimento comunista rivoluzionario.
Il fatto che lo sviluppo della società cinese sia stato uno sviluppo capitalistico non ha minimamente diminuito l’importanza della questione cinese per il proletariato internazionale, anzi l’ha aumentata perché, sotto tutti gli aspetti, ha reso ancor più sfavorevole i suoi rapporti di forza con il capitalismo.
Tale oggettiva constatazione non può essere, d’altra parte, superata con il riconfermare il giudizio marxista sullo sviluppo capitalistico cinese di ieri e di oggi.
Da un punto di vista strategico, dire che gli attuali avvenimenti cinesi confermano la analisi marxista fatta da tempo sul corso della rivoluzione borghese in Cina, ha un’importanza molto relativa. Più importante è, invece, definire la posizione che il proletariato deve assumere di fronte a quegli avvenimenti.
Ecco che allora l’alternativa pro o contro la cosiddetta «rivoluzione culturale» si rivela come una falsa alternativa.
Il problema deve essere visto, marxisticamente, in termini di rapporti di forza tra le classi internazionali (proletariato e borghesia) e non in termini «interni», cioè cinesi. Ciò pone due tipi di analisi: una riguardante la lotta di classe all’interno della società cinese, il suo corso, le sue tendenze, e l’altra riguardante l’incidenza che le lotte sociali cinesi possono avere sulle lotte sociali in tutto il mondo.
Sul primo tipo di analisi, che ovviamente non possiamo qui condurre ma che sarà sviluppato nei prossimi numeri del giornale, pensiamo sia necessario fissare alcuni punti fermi. In nessun modo la società cinese può essere definita una società socialista: né dal punto di vista economico, poiché in essa sono dominanti i classici rapporti di produzione capitalistici (rapporto tra capitale e lavoro salariato), né dal punto di vista politico, poiché lo Stato cinese non fà che riflettere la struttura economica su cui è basato.
Del resto la stessa corrente maoista non fa che, involontariamente, confermare ciò quando propagandisticamente dice che l’attuale lotta politica in Cina verte tra coloro che vogliono imboccare la «via socialista» e coloro che hanno già imboccato la «via capitalistica». Giungiamo così al secondo punto fermo: il carattere borghese della linea maoista.
Il maoismo, ridotto alla sua essenza, non è altro che l’ideologia dello sviluppo capitalistico nelle condizioni particolari della Cina.
Ridotto alla sua essenza, abbiamo detto. E per far ciò ricorriamo al criterio del suo rapporto col leninismo. Il maoismo pretende di rappresentare la continuità del leninismo ed è proprio su questo punto che vogliamo prenderlo in parola per verificare se la sua pretesa è vera o falsa.
Lenin, nella sua strategia della rivoluzione russa, si basò sul presupposto, più volte dichiarato, che senza una rivoluzione proletaria internazionale l’economia russa non avrebbe potuto superare il capitalismo di Stato ed entrare in una fase socialista. Nella sua teorizzazione «l’edificazione economica» della struttura russa non significava altro che processo
di accumulazione e sviluppo del capitalismo controllato dallo stato.
Tutta la strategia leninista della rivoluzione internazionale era basata su di un presupposto che la pratica del «comunismo di guerra» (da Lenin stesso definito capitalismo di stato e non comunismo) e della NEP avevano ampiamente confermato. Questo era un aspetto inequivocabile della visione di Lenin e non tanto, come molti ritengono, per la necessità di dare una chiara definizione marxista dello sviluppo economico russo (in fondo aveva, «in sé», ben poca importanza 1a definizione «pedantesca» della struttura economica russa), quanto per la inderogabile necessità di stabilire un chiarissimo rapporto tra lo sviluppo economico russo e la strategia della rivoluzione internazionale.
Questo rapporto diventa, per Lenin, l’asse centrale della lotta rivoluzionaria nel mondo. In bilico su quest’asse sta la dittatura del proletariato in Russia che può reggersi, senza essere travolta dal capitalismo internazionale e dal capitalismo interno, solo se si appoggia sul movimento rivoluzionario del proletariato del mondo. Spostare quest’asse significa, per Lenin, fare crollare la dittatura del proletariato in Russia, permettere l’avvento di uno Stato capitalista che trova il suo naturale alimento negli stessi rapporti di produzione russi, e, soprattutto, indebolire il proletariato mondiale e far fallire la rivoluzione socialista internazionale.
Difatti lo stalinismo ha rappresentato lo spostamento dell’asse centrale dei rapporti internazionali tra proletariato e capitalismo. Ha sviluppato il capitalismo russo a spese della rivoluzione internazionale. Il rapporto tra sviluppo economico russo e proletariato internazionale divenne un rapporto controrivoluzionario; cioè, in altre parole, nei rapporti mondiali con il capitalismo il proletariato si trovò una forza in più da combattere.
Quel capitalismo che il proletariato guidato da Lenin, riusciva a controllare in Russia, con l’appoggio della classe operaia mondiale, non fu più controllato ma impose la sua controrivoluzione prima in Russia e, poi, alleandosi con le potenze imperialistiche, nel mondo. Ebbene, sul problema fondamentale della «edificazione economica» il maoismo rifiuta la concezione leninista e assume quella staliniana. In tutti i suoi documenti il maoismo richiede la lotta del proletariato mondiale contro il «revisionismo» e l’appoggio alla «edificazione del socialismo» in Cina.
Non fa minimamente cenno alla tesi leninista della impossibilità della economia socialista in Cina senza l’aiuto della rivoluzione proletaria nei paesi imperialistici. Dice di lottare contro il capitalismo in Cina ma indica lo sbocco di questa lotta non nella rivoluzione socialista internazionale ma nella «edificazione del socialismo»in Cina. Lo abbiamo già detto anni fa e lo ripetiamo: se il maoismo dicesse di dover lottare, in una economia arretrata, contro lo sviluppo del capitalismo interno e contro l’imperialismo esterno, se dicesse che in quelle condizioni oggettive non vi può essere una economia socialista fino all’avvento della rivoluzione proletaria nei paesi capitalisticamente maturi, se lavorasse per la formazione di un Partito Comunista Mondiale, che abbia il suo centro direttivo fuori della Cina, e a questo Partito chiedesse tutto l’appoggio contro le forze imperialistiche esterne americane, russe, giapponesi ecc., se ponesse, a sua volta, tutte le sue energie al servizio del Partito Comunista Mondiale e della rivoluzione internazionale, ebbene noi riterremmo necessario e giusto che, nelle attuali condizioni, il movimento rivoluzionario e la classe operaia si impegnino a fondo in questa direzione.
E ciò lo ripetiamo, sfidandole a dimostrare il contrario, anche a tutte quelle correnti filocinesi, trotzkiste e paratrotskiste, che proprio su questi punti gettano confusione a piene mani per mascherare il loro congenito opportunismo. Abbiamo detto sopra che, nella strategia di Lenin, la dittatura del proletariato in Russia doveva appoggiarsi sulla lotta rivoluzionaria della classe operaia mondiale. Nella realtà questo appoggio venne in gran parte a mancare. La lotta rivoluzionaria non ebbe la forza di poter reggere un così enorme peso, rappresentato dalle decine di milioni di piccoli capitalisti russi. La classe operaia mondiale non seppe, inoltre, costruirsi lo strumento necessario per poter supplire a questa sua debolezza: il partito leninista internazionale. Anche nella sua parte avanzata non superò le secche delle correnti della sinistra non leninista, e cadde più facilmente travolta dal fascismo-socialdemocrazia-stalinismo.
Non essendosi impadronita neppure nella fase della ritirata del leninismo non fu in grado di usarlo come strumento di ripresa. Anche da questo punto di vista occorre saper vedere l’avvento staliniano se non si vuole cadere in uno storicismo deterministico che finisce col giustificare, anche se lo condanna moralisticamente, l’accaduto.
Veniamo così a toccare il secondo tipo di analisi indicato, cioè il rapporto tra la lotta di classe in Cina e la lotta di classe nel mondo.
Ovviamente per il proletariato mondiale attualmente non si tratta di appoggiare una dittatura operaia in Cina, in quanto questa non rientra nella tendenza del maoismo. La lotta sociale in Cina è, però, una lotta acuta che deve essere seguita attentamente. Sotto molti aspetti è lo stesso ritardo della rivoluzione democratico – borghese che ha accumulato le contraddizioni che oggi esplodono violentemente. Nella sua soluzione maoista la rivoluzione cinese non portò neppure avanti quelle riforme borghesi, specie in agricoltura, che la Rivoluzione d’Ottobre attuò perché era condotta dal proletariato e non dal «blocco delle quattro classi» come in Cina. Questo ritardo, sommato alla pressione imperialistica americana e russa, ha determinato una serie di difficoltà enormi per l’accumulazione dei capitali e la industrializzazione cinese, non risolte ma aggravate dal «balzo in avanti». La lotta politica ha questo sottofondo irrisolto che permette, tra l’altro, il manifestarsi di una fortissima corrente populista, cioè di una corrente utopistica sul piano ideologico ma sostenitrice della accumulazione capitalistica sul piano economico.
Oggettivamente questa spinta colpisce l’imperialismo sovietico e americano e questo suo carattere deve essere valutato positivamente, anche se tutto il fenomeno certamente non si esaurisce in questo aspetto ma si allarga ad una serie di aspetti complessi e contraddittori che dovranno essere esaminati.
In questo momento ci interessa sottolineare il contrasto tra le forze populistiche-borghesi maoiste e l’imperialismo sovietico. Non c’è nessun dubbio che le correnti maoiste, nel contesto cinese, si pongono più avanti in questo scontro, mentre le altre correnti (che sarebbe semplicistico definire filo-sovietiche) si attestano su posizioni più arretrate, tanto è vero che godono dell’appoggio propagandistico sovietico e americano.
Anche per i suoi rapporti con l’imperialismo, la rivoluzione borghese in Cina è un capitolo ancora aperto e con molte pagine in bianco.

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